Non si creda che un libro che parla di erotismo non possa giungere tra i finalisti del Premio Strega 2018

 

Non si creda che un libro che parla di erotismo non possa giungere tra i finalisti del Premio Strega 2018. Forse perché il tema interessava i saggi giudici, forse perché scritto bene. Il gioco è un romanzo che già dalla copertina che raffigura una celebre foto di Man Ray, grande fotografo americano del Novecento, che raffigura Kiki de Montparnasse, vero nome Alice Prin, cantante e cabarettista dal carattere impulsivo e impetuoso, regina della Parigi caotica tra le due guerre, dal titolo Le violon d’Ingrès, mentre un uomo le appoggia sulla schiena due fessure che si ritrovano sulla cassa dei violini, chiamate “effe” perché hanno la forma di quella lettera dell’alfabeto nella scrittura corsiva, che Man Ray, non contento della semplice foto, realizzò con dell’inchiostro nero.

Il libro è la biografia raccontata tramite una triplice intervista a turno, di una coppia di coniugi ed il loro amico.

Segnalata già da Erodoto. Lo storico greco racconta che il re di Lidia, per convincere la sua guardia del corpo che la regina fosse bella, gliela mostrò nuda. Il “gioco” è attuato oggi in forma estremistica da una triade costituita da cuckold, dal bull e dalla sweet, vale a dire dal cornuto, dalla moglie e dall’uomo super virile al quale il “becco” cede la consorte. L’omosessualità latente e il sadismo dominano il campo assieme al masochismo morale, finché ognuno degli attori non solleva la maschera: il bull si rivela uno strumento del cuckold, il quale assume connotati manipolatori, mentre la sweet appare come il motore dell’intero meccanismo. Nel romanzo di D’Amicis i tre si confessano a turno, in un vortice ermeneutico che fa pensare a Kurosawa. La sweet, Eva, ha alle spalle una storia familiare un po’ stereotipata, il marito Giorgio è un primario che veste principe di Galles. La parte più riuscita è quella in cui Leonardo, il bull, si lascia intervistare da uno scrittore. Professore di inglese in un liceo esclusivo di Roma dal quale è cacciato per aver palpeggiato una studentessa, Leonardo è il mistagogo, colui che nell’antica Grecia, era sacerdote incaricato di dare un’istruzione preliminare a quanti dovevano essere iniziati ai riti misterici, che conduce il lettore nel pianeta proibito. E offre la chiave per decifrare il gioco: il padre, ufficiale dei carabinieri ucciso dalle Br, odiava le storie. “Poche storie!”, il ritornello delle serate in famiglia.

L’autore, scandaglia bene l’anima dei personaggi, raccontando come dietro al ruolo che i tre protagonisti rivestono all’interno del Gioco che si sono creati, ci sia un percorso di sofferenza, che poi da origine al comportamento trasgressivo ed un po’ autolesionistico.

Facendo anche uso del turpiloquio, alcune situazioni sono descritte in modo molto esplicito, nonostante ciò il libro mantiene un certo garbo e non scivola nella volgarità.

I tre personaggi nonostante la loro eccentricità, le loro frequentazioni, il loro essere al di là della morale non sono mai sopra le righe, non c’è fanatismo nel loro raccontarsi, e non nascondono i risvolti amari della loro esistenza

Il libro è ben scritto, l’autore ha un certo stile, l’idea è buona e la tematica interessante, ma è anche insopportabilmente lungo, 525 pagine sono tante, su alcuni passaggi l’autore ci gioca un po’ troppo, appesantendo oltremodo la narrazione

La trama del romanzo

La cosa più affascinante del sesso non è il sesso, ma tutto ciò che gli ruota attorno: in una sola parola, la vita. È per questo che Leonardo, Eva e Giorgio, dovendo parlare di sesso, raccontano le rispettive esistenze (audaci e innocenti allo stesso tempo) a un intervistatore che vorrebbe scrivere un libro sul piacere, e che invece si ritrova in continuazione a fare i conti con il loro dolore. Del resto, nel gioco erotico, tutto è così terribilmente intrecciato: non solo il piacere e il dolore, ma anche la trasgressione e le regole, la libertà e il possesso, l’eccitazione e la noia, l’io e la maschera. Quelle che i nostri eroi indossano in questo romanzo corrispondono ai tre ruoli chiave del gioco: Leonardo (nome in codice: Mister Wolf) è il bull, maschio alfa che applica al sesso seriale la disciplina e la meticolosità degli antichi samurai, Eva (la First Lady) è la sweet, regina e schiava del desiderio maschile, Giorgio (il Presidente) è il cuckold, tradito consenziente che sguazza nella sua impotenza ma non rinuncerebbe mai a manovrare i fili. Insieme formano il triangolo più classico e scabroso dell’intera geometria erotica, quello in cui l’ossessione maschile di possedere e offrire l’oggetto del proprio desiderio s’incastra con l’aspirazione della donna ad appartenere, finalmente, solo a se stessa. Recitano dei ruoli, Mister Wolf, la First Lady e il Presidente. Ma quanto più il corpo è il loro abito di scena, tanto più la loro anima si denuda, rivelando ai nostri occhi l’umanità struggente, tenera, e talvolta esilarante, di tre protagonisti fuori dagli schemi, eppure così simili a ciascuno di noi.

Come inizia.

I

INTERVISTA CON IL BULL

(per prima cosa si lamenta della luce, che definisce impudica. Mentre l’intervistatore la spegne e va a prendere un’abat-jour, l’intervistato spiega di odiare i lampadari che hanno la pretesa di illuminare una stanza intera.

   Non parliamo di quei terribili neon, dice immerso nella penombra.

   Sembra un accenno di conversazione, subito abortito.

   Quando rientra con l’abat-jour, l’intervistatore lo trova seduto con le braccia conserte, leggermente ingobbito, che studia in silenzio il vecchio registratore a cassette.

   La lampadina disegna sul tavolo un piccolo cono di luce. Al suo centro l’intervistato depone gli occhiali da sole.

Cominciamo?, dice strofinandosi l’abbronzatura livida, probabilmente artificiale. Non è chiaro se sia impaziente di cominciare o di finire. In ogni caso – con quel rumore macchinoso ma rassicurante dei vecchi deck – l’intervistatore spinge PLAY e fa partire la registrazione)

Chi è un bull?

(ci pensa) La curiosità ambisce sempre a essere scandalizzata. Perciò, come un’erezione messa in mano alla sweet un attimo dopo le presentazioni, risponderò al suo bisogno d’indecenza offrendole subito la risposta che si aspetta di sentire: il bull è un maschio dominante che sottomette cornuti consenzienti scopandosi le loro femmine.

   Detto questo, spero che lei, per scrivere il suo libro, non voglia ispirarsi a certe zoccole posizionate all’ingresso dei privé, per le quali un cazzo duro non è altro che un cazzo da ammosciare il prima possibile: se così fosse non ci sarebbe molto da aggiungere.   Confido che non siamo qui solo per una pugnetta. Prendiamocelo pure in mano, se crede, ma con la consapevolezza che la trasgressione è al centro di un gioco lungo e complesso.

   Giocare, del resto, è l’ecumenico verbo sotto al quale noi vecchi maiali facciamo rientrare l’intero catalogo dei nostri vizi: gioco se pubblico su internet un’inserzione con la foto del mio membro, se vago in una dark room alla ricerca di un culo da tastare, se mostro le corna a un cuckold mentre vengo sul viso di sua moglie.

   Definire il sesso un gioco aiuta a sentirlo frivolo, lieve, a suo modo innocente. Ma non c’è gioco senza rischi, e quello che corre un libertino ogni volta che, pensando di calarsi semplicemente le mutande, mette a nudo la propria anima, è un rischio infido. Per competere nei feedback, un bull deve possedere senso del dovere, risolutezza, generosità, fermezza d’animo, magnanimità, umanità.

   Le ricordano qualcosa? (non dà all’intervistatore il tempo di pensarci)

   Glielo dico io: sono e virtù elencate nell’antico codice dei samurai. E confesso che non mi dispiacerebbe se alla fine di questa conversazione lei e i suoi lettori riconosceste in me un valoroso, seppur stanco, guerriero. (sospira, come se fosse effettivamente affaticato, o come se l’ambizione appena dichiarata gli sembrasse all’improvviso esagerata)

Cos’è un feedback?

Tecnicamente, la valutazione che una coppia attribuisce alla prestazione del bull.

   Consideri che per un bull la reputazione è fondamentale: le sue referenze valgono quanto quelle della servitù nell’Inghilterra vittoriana. Commentare una foto, scrivere una mail, stabilire un contatto Skype, ottenere un appuntamento – tutta le tappe, insomma, che precedono un incontro (per non parlare dell’incontro stesso) non sono altro che una lunga preparazione al momento in cui il cuckold e sua moglie, con gli ormoni finalmente pacificati, apriranno il loro computer portatile sulle lenzuola ancora umide di sperma e pubblicheranno sul sito una dettagliata recensione al mio operato. In genere questo responso viene emesso entro le ventiquattro, al massimo le trentasei ore successive all’amplesso.

   Io ho sempre aspettato i miei feedback nel tepore delle coperte o di un bagno alla lavanda, accompagnandone la lettura con una lenta masturbazione che sprigiona tutto il piacere di esserci ancora (nonostante il bagno, l’odore della sweet resta addosso almeno fino al giorno successivo) e già non esserci più. Un piacere magico e irripetibile, collocato tra la carne viva dell’emozione e il suo callo osseo: per me, senza dubbio, il momento migliore del gioco.

In questo gioco lei è conosciuto con il nickname di Mister Wolf. Perché lo ha scelto?

Perché, come Mister Wolf, anch’io risolvo problemi! (ride) Ha presente il personaggio di Pulp Fiction interpretato da Harvey Keitel? Arriva in smoking e olio di macassar a sbrogliare il pasticcio combinato da una coppia di mezze tacche che non sanno più che pesci prendere. Ecco, io intervengo nella vita sessuale delle coppie con la stessa tempestiva precisione (e, se mi consente, con la stessa classe) a suggerirgli che il pesce da prendere è per l’appunto il mio.

   Nel film si trattava di disfarsi di un corpo e nel mio caso di farselo, ma l’obiettivo resta più o meno sempre quello: offrire i miei servigi per rimettere le cose al loro posto (del resto, questo vuol dire samurai: colui che serve).

   Alla fine, quando mi congedo da una sweet e dal cornuto che ci ha appena guardato fornicare, le strette di mano con cui si congratulano per la mia efficienza mi fa godere molto di più degli orgasmi che l’hanno preceduta.

   … Signor Wolf (imita un dialogo del film), volevo solo dirle che è stato un vero piacere vederla al lavoro…

   … Sì, è così, grazie infinite Mister Wolf…

   I livelli di serotonina dei cuck e delle loro donne sono i veri indicatori del mio successo.

   Quanto poi al lupo inteso come animale, mi è sempre piaciuto quel suo modo di girare intorno all’uomo che Jack London ha descritto così potentemente all’inizio di Zanna Bianca. Sono io quell’uomo destinato – nonostante tutta la sua presunta e presuntuosa evoluzione – a essere divorato, ma sono io anche quel lupo dominato dagli istinti e dalla fame.

I lupi, però, sono monogami.

Buona osservazione, ma non del tutto esatta. Quelli che non riescono a stabilirsi su un territorio e a trovarsi una compagna, vagano tutta la vita alla ricerca di una tana che li ospiti (si abitui ai doppi sensi, il linguaggio del gioco ne è pieno).

   Gli etologi lo chiamano Lupo Casanova, eteronimo che talvolta utilizzavo ai beati tempi del fermoposta. Ho smesso di farlo quando mi sono accorto che i miei colleghi bull lo consideravano un soprannome presuntuoso e le coppie un cliché al quale dovevo a tutti i costi attenermi. Nessuno capiva che del vecchio Giacomo io amavo soprattutto lo sguardo nomade, annoiato e solitario, con cui racconta le sue memorie.

   In ogni caso, al netto dei duecentotrentanove feedback (mica spiccioli), è sempre meglio essere associato a un seduttore come Casanova che a quel collezionista compulsivo di Don Giovanni, preoccupato solo di aggiungere un’altra bella al suo catalogo.

   E poi, chi le dice che non sia monogamo anch’io?… Una delle cose più interessanti del gioco è che si può essere incalliti libertini e nello stesso tempo fedeli alla propria compagna.

Come fa a dirlo? Lei ha una compagna?

Certo che ce l’ho…

   (nonostante l’abbronzatura, l’intervistato arrossisce. Per liberarsi del proprio imbarazzo, lo attribuisce all’intervistatore)

   Cosa c’è, l’ho spiazzata? Si stupisce che un bull possa avere un rapporto di coppia? Sarà ancora più stupito nel sapere che la mia relazione con Eva (si chiama così la mia – mmm – compagna) è la naturale conseguenza di un patto stipulato con suo marito Giorgio.

Un patto?

In effetti patto è troppo poco: si tratta di un vero e proprio contratto.

   Eva e io lo firmammo pochi mesi dopo esserci conosciuti. Con quell’accordo suo marito ci obbligava a passare per conto nostro almeno un paio di notti a settimana, durante le quali lui ci inondava di chiamate e di sms. Noi non potevamo rispondere se non con pesanti insulti o con frasi tipo: Smettila di disturbarci, cornuto.

   Quella del contratto è una fissazione per molti cuckold: godono nel vedere protocollato il tradimento della propria compagna.

   Alla vigilia dei weekend che ancora oggi trascorro con Eva, Giorgio l’aiuta a riempire il trolley di corsetti e reggicalze destinati alla mia eccitazione.

   Piaceranno al tuo fidanzato?, le chiede ogni volta.

   (Dopo quasi vent’anni, a Giorgio piace ancora chiamarci così: fidanzati.)

   Quando Eva si siede sul bidet a oliare gli orifizi, lui s’inginocchia ai suoi piedi come un suddito davanti al trono di una regina e glieli bacia con devozione, raccomandandole di non tornare incinta.

   (Raccomandazione ridicola, vista la nostra età.)

   Venirle dentro è un’altra delle clausole previste dal nostro contratto. Giorgio l’aveva pretesa con tutte le forze e alla fine avevo dovuto dargliela vinta. Solo più tardi, quando – non so neanch’io se per lealtà nei suoi confronti o per quello che iniziavo a provare per sua moglie – cominciai effettivamente a lasciarmi andare nel suo utero, Eva mi confessò che a essere sterile non era Giorgio (come il cornuto mi aveva fatto credere per indebolire ulteriormente il suo profilo di maschio), ma lei stessa.

Mi spieghi meglio le caratteristiche di questo contratto.(annoiato) Dovremmo stare qui per delle ore: solo la versione standard dell’accordo, per altro disponibile sulla maggior parte dei siti specializzati, è lunga una dozzina di pagine.

   Di fatto il contratto tra cuck, sweet e bull è l’ennesimo paradosso del nostro gioco: tre individui irregolari si sottomettono al fascino perverso esercitato dalle regole…

   Giorgio vi aveva apportato delle modifiche a cui teneva particolarmente, come il comma che l’obbligava a lavare a mano le mutandine di Eva o a servirci la colazione a letto quando pernottavo nella loro camera nuziale (in quei casi Giorgio dormiva rannicchiato sul divano).

   Smaniava per ottemperare a quelle imposizioni, e se mancava di osservarle era solo perché le conseguenze della violazione (ovvero i castighi che gli infliggevamo) erano più umilianti delle imposizioni stesse.

   Un intero capitolo del contratto è dedicato alle sanzioni da applicare ai cuckold che non stanno alle regole: si tratta di punizioni che vanno dallo sputtanamento (volendo, avremmo potuto tatuare i nostri nomi sull’avambraccio di Giorgio) a pesanti pene corporali – in genere frustate.

   Anche le modalità di quest’ultime sono stabilite con cura: devono essere somministrate a culo nudo, in serie di cinque o sei, con il cornuto voltato verso il muro. Le rare volte in cui Eva, esasperata dalle richieste del marito, decideva di ricorrere allo staffile, io mi vedevo costretto a legargli un bavero sulla bocca affinché le sue urla, una poltiglia sonora nella quale era impossibile distinguere il piacere dal dolore, non svegliassero tutto il vicinato.

   Più in generale avrà capito che, in un contratto del genere, è lo stesso confine tra la regola e la sua trasgressione a risultare indistinguibile. Eva, ad esempio, ha l’obbligo di indossare una cavigliera alla gamba destra, simbolo della sua infedeltà. Ma se a esigere l’adulterio è il marito stesso, stiamo parlando di fedeltà o di infedeltà? Di regola o di trasgressione?

Il vostro contratto è tutt’ora in essere?

In teoria sì. Ma in pratica la giurisprudenza che regola l’accordo è molto in ritardo rispetto all’evoluzione del nostro triangolo. Il contratto che a suo tempo stipulammo con il cuckold contemplava mille eventualità, ma non quella che bull e sweet potessero dedicare il fine settimana – anziché a una torrida e ininterrotta scopata – a visitare una mostra d’arte, a passeggiare al parco con i cani o anche soltanto ad acciambellarsi sul divano a guardare la televisione. Non sa quante volte abbiamo dovuto nasconderglielo, o fingere che stavamo ansimando di piacere mentre in realtà facevamo soltanto jogging lungo il fiume.

   Basta questo, penso, per farle capire come nel gioco il tradimento non esista e sia nello stesso tempo immanente. Per Giorgio sarebbe un tradimento anche stare qui a parlare di lui con la pietà che si riserva a un essere umano, laddove il nostro contratto prevede esplicitamente che il bull possa parlare in pubblico del cornuto solo per sputtanarlo, per insultarlo, per pulircisi sopra i piedi come uno zerbino.

Questa arroganza è un requisito fondamentale del bull?

Unicamente nei confronti del cuckold. Dentro di sé il bull deve mantenersi umile, modesto, conscio del ruolo che ricopre.

   Capisco che per lei sarebbe più facile immaginarlo come un gallo cedrone che al centro del pollaio sbandiera l’onnipotenza del suo fallo, ma le assicuro che la prima cosa che interiorizza un vero bull sono gli esatti confini della propria giurisdizione.

   Noi non contiamo un cazzo (o solo per il cazzo, se preferisce): a partire da questa consapevolezza si dipana la nostra etica (e, se possibile, la nostra epica).

   Siamo limitati, sostituibili, provvisori. Ma sarà proprio questa relatività, se coltivata con rettitudine, a indicarci la via per diventare dei buoni samurai, dei misterwolf in grado di risolvere il problema che di volta in volta ci si pone davanti.

   Del resto, se non avessi avuto questa umiltà nell’assecondare le esigenze di una Fragolina, di una Perlaperporci o di qualunque altra zoccola sia salita a bordo del mio cazzo senza nemmeno guardarmi in faccia, solo per il gusto di dare del cornuto a suo marito, non sarei mai arrivato a primeggiare nel mio campo, e non sarei nemmeno qui a parlare con lei.

A proposito: perché ha risposto al mio annuncio, Mister Wolf?

(prontissimo) Perché non volevo che prima di me lo facessero Cazzarmato, Tatanka69, BigOne o un altro dei tori imbottiti di Sildenafil Citrato che mi tallonano nella classifica dei feedback su moglieofferta.com. Tutti bravi figli, per carità, ma così poco consapevoli di ciò che veramente sono, di ciò che più profondamente significa essere un bull, che non avrebbero reso un buon servizio alla mia categoria né al libro che si appresta a scrivere su di noi.

Quanto tempo della sua vita ha dedicato al gioco?

È una domanda difficile: un vero bull non cessa mai di esserlo e nello stesso tempo non lo è mai davvero. Certo, sommando i feedback accumulati sui siti internet (ovvero nelle terre emerse del nostro continente) alle troie senza nome scopate nei privé, nei parcheggi, nelle saune, a Cap d’Adge o in altre spiagge naturiste, potrei anche azzardare un calcolo approssimativo delle sweet che mi sono scopato.

   Settecento? Ottocento? Mille?

   Ma la pretesa di far coincidere un bull con la sua opera è assurda, poiché egli si riconosce soprattutto nel desiderio, nell’ansia, nel lavorìo incessante che precede l’atto sessuale e nello svuotamento – quasi un collasso – che ne segue.

   Dopo quello con il samurai, accetterebbe un paragone tra il bull e l’artista?

   L’esattezza del suo gesto, dal primo momento in cui s’infila nello spazio tra sweet e cuckold fino a quello in cui lo libera (lasciando – questo il vero obiettivo del bull – la sensazione che senza di lui sarà molto più vuoto di com’era stato prima del suo arrivo) è un’esattezza che non controlla, che nemmeno percepisce: di ogni incontro, la scopata che lo accredita come bull è ciò che meno lo rappresenta (una parentesi: decisiva, ma pur sempre una parentesi).

   Tornato nella propria cameretta, finalmente da solo nel suo letto a una piazza, la soddisfazione che il bull prova nell’essersi guadagnato un nuovo feedback assomiglia sempre a un sospiro di sollievo.

   (si sporge in avanti, abbassa la voce, passa a un tono più confidenziale) Lo sa che cosa mi dicevo dopo ore e ore di chiavate, tirandomi la coperta sulla testa e facendomi il segno della croce? (fa una pausa di stampo teatrale)

   Sono a casa, dicevo! Ce l’ho fatta!

   Capisce? Come se fossi ritornato da un lungo e pericoloso viaggio fuori di me (o così all’interno da perdermi nelle mie stesse tenebre – non fa molta differenza).

   (si raddrizza di scatto) Posso chiederle, signor scrittore, quanta vita tiene per sé? Voglio dire: quanto c’è in lei di indicibile, di segreto? Quanta materia oscura fa da contrappeso a ciò che gli altri sanno, vedono, si aspettano da lei?

   (non prosegue finché non strappa all’intervistatore una risposta) Davvero?

   (sembra sinceramente stupito) Non so se invidiarla o compatirla: come si vive senza contrappeso? Come può mettersi in luce senza avere un’ombra?

   (abbassa gli occhi, deglutisce. Pare dolente) Sono cinquant’anni che mi sporco per potermi ripulire e mi ripulisco per potermi sporcare, e non ho ancora capito se questo pendolo mi ha salvato o mi ha distrutto. È una fatica immane non coincidersi mai perfettamente, ma è anche l’unica forma di sopravvivenza che conosca.

Com’è iniziata la sua carriera di bull?

La prima volta che profanai una donna d’altri, se è questo che vuole sapere, andavano di moda acconciature cotonate e pantaloni con le pinces, e io mi ero appena laureato con una tesi sulla letteratura inglese nel diciottesimo secolo.

   Erano gli anni Ottanta – gli anni dell’Aids e di “Colpo Grosso”.

   Tempo di rimediare mezza supplenza in una scuola media di altrettanto media borghesia e il tema della mia trattazione universitaria si ripropose attraverso la madre di una mia studentessa: come il romanzo gotico anglosassone, anche la nostra relazione, nata dallo sforzo di rivelarle con più tatto possibile l’avversione di sua figlia Guya per il genitivo sassone, si rivelò presto un misto di terrore e romanticismo.

   A unirci sembrava soprattutto una potente capacità d’idealizzare: a me bastarono la sua gonna al ginocchio e un tocco di rossetto per proiettare sulla madre di Proietti Guya un archetipo MILF, a lei bastarono la mia laurea in letteratura inglese e una giacca di tweed per vedere in quel professorino al primo ricevimento la quintessenza dell’intellettuale.

   Diventammo amanti dall’aria inutilmente maledetta, dediti all’uso reciproco e all’abuso di parole che con noi c’entravano ben poco: destino, passione, infinito… Le sfilavamo con destrezza dalle canzoni, dai film, dalla raccolta di poesie di Pablo Neruda che la signora Proietti mi aveva regalato per dimostrarmi d’essere all’altezza del mio excursus accademico.

   E forse questo alla fine ci piaceva: essere dei ladri.

   Rubavamo del tempo ai miei consigli di classe, la fiducia di suo marito, i nostri baci da un fuoco già spento al terzo incontro.

   Dal quarto, per noia, cominciammo a rubare autoreggenti dai negozi di biancheria intima dove la mia amante mi spingeva nelle ore buche. Quei furti erano l’unica forma di complicità che riuscivamo a condividere. Anziché godere assieme dello schiocco che la fascia in silicone avrebbe fatto sulla sua coscia nuda o del fraseggio delle dita tra la balza in pizzo e la sua pelle, le calze scomparivano immediatamente nella borsetta della signora Proietti, e con esse scompariva l’accenno di erotismo che ci aveva accomunato in quella parentesi incuneata tra un simple past e un consiglio di classe.  

   Vani, nevrotici, ipertensivi, i tentativi d’infilarle una mano tra le cosce nel breve tragitto che separava le nostre bravate dal cancello del Convitto Nazionale s’infrangevano contro il tassello rinforzato dei suoi collant.

   Quando mi lanciavo fuori dalla macchina, preoccupato del ritardo non meno che delle mie aritmie, quell’unico isolato percorso a perdifiato con il registro sotto il braccio bastava a realizzare che, anche senza ricorrere a fruste e mascherine in lattice, il sadomasochismo era tra noi e regnava sovrano sull’incerta evoluzione della nostra specie.

   A mezzogiorno e mezza sedevo in cattedra per l’ultima ora. Era una condizione che, tra me e me, amavo drammatizzare (l’ultima ora!), al fine di legittimare – in quanto momento estremo, in cui tutto era già dato – le libertà che la mia immaginazione si prendeva mentre i miei studenti venivano costretti a tradurre un frammento dell’Amleto.…

   We know what we are, but know not what we may be

   Guardandoli dalla cattedra pensavo, in effetti, a cosa mai sarebbero diventati (e io con loro). Poi pensavo a Marina Frajese, la diva del porno, della quale progettavo di scrivere una rispettosa biografia. Infine alla mia amante che, acceso il fornello sotto una pentola destinata alla fame di suo marito, in quello stesso momento stava forse provando, allo specchio di una camera da letto dove mai avrei messo piede, le autoreggenti che poco prima, per pura noia, avevamo sottratto a una commessa altrettanto annoiata.

   Ma soprattutto in quell’ultima ora pensavo a Proietti Guya, la quale, china sul suo vocabolario, se ne stava assorta al terzo banco mangiucchiando il cappuccio di una biro mollemente impugnata con la mano sinistra. Niente di così strano (era sempre affamata, nonché mancina), ma anche il dettaglio più banale, nella sua commovente inettitudine, m’inteneriva: Guya era l’esatto opposto di sua madre ed era destinata a diventare esattamente come lei.

   Proietti, tutto bene?, le chiedevo raccogliendo i compiti.

   Senza guardarmi, Guya annuiva poco convinta (Mmm-mmm) e offriva le sue labbra imbronciate alla mia fantasticheria finale – quella che, negli ultimissimi minuti dell’ultimissima ora, tramutava la tenerezza di cui sopra in oscena perversione.

   Guya, immaginavo di bisbigliarle sporgendomi dalla cattedra, wouldn’t you want to take my penis in your mouth?

   Mmm-mmm. (rifà il verso alla ragazzina, ammiccando lubricamente)

   Al suono della campanella dovevo attendere che l’aula si svuotasse, prima di alzarmi e sgusciare dalla cattedra nascondendo l’erezione sotto il trench. Quindi sgattaiolavo nel bagno dei professori e in due minuti venivo nella tazza.

   A infoiarmi, sia chiaro, non era la frusta storiella del professore che adesca la più ingenua delle sue studentesse, ma l’assai più inclassificabile gamma di reazioni (sdegno, rabbia, umiliazione?) che attribuivo alla madre di Guya nel momento in cui, nella mia testa, sorprendeva la figlia adolescente a sbocchinare il supplente d’inglese nel cesso della scuola.

   Nella fantasia erotica che mi portava all’orgasmo la mia amante spalancava la porta per sbaglio, secondo uno schema narrativo tuttora molto in voga nei video di www.milf&daughter.com, e rimaneva lì, tra il lavandino e il water, con una mano sulla bocca e l’altra a stringere sul petto la busta ancora sigillata delle autoreggenti. Il tempo di immaginare i suoi occhi sbarrati e schizzavo nella boccuccia di Guya, mentre lei e i suoi compagni di classe, là fuori, percorrevano ignari il corridoio in direzione della luce.

È attratto dalle minorenni, Mister Wolf?

Sono attratto da tutto e non mi piace niente: soprattutto, m’interessa sempre poco quello che già ho. Il vero bul attraversa il possesso come un incidente di percorso e sguazza nel desiderio come un maiale nella pozza.

   (riflette) Visto che mi ha fatto questa domanda, signor scrittore, prima di continuare voglio dirle una cosa: forse, nel decidere di scrivere questo libro, lei è stato fuorviato dall’apparente organizzazione del nostro gioco. Ha fiutato i ruoli, le regole, le strategie, e pensa di potersela cavare con un manuale illustrativo. Ma ogni ordine è creato per arginare (più spesso nascondere) un caos. Se lei gratterà sulla parola bull, come sta appunto cercando di fare, non ne uscirà un PIN con cui accedere ai miei dati, ma una specie di calcio in culo che la spingerà fuori da ogni logica.

   (alza gli occhi dal registratore)

   Chi glielo fa fare? È davvero sicuro di voler entrare in quel bagnetto del Convitto Nazionale – dove un giovane insegnante d’inglese è intento a masturbarsi sulla figlia tredicenne di un’amante cleptomane – armato soltanto di etichette come Onanismo, Perversione o (non neghi, glielo sto leggendo in faccia) Pedofilia? Ha davvero così fiducia che il suo vocabolario possa contenere le contraddizioni, il disordine, l’eccezionalità di un bull da duecentotrentanove feedback?

   (l’intervistato fissa l’intervistatore con un’espressione complice e insieme di sfida) Rifletta, prima di proseguire. Siamo qui per metterci in gioco o per compiacere tutti i voyeuristi a patta chiusa che pretendono di ridurre l’osceno a una casistica, magari a una patologia?

   (si prende la libertà di spegnere il registratore)

   Ci pensi bene, signor scrittore, è ancora in tempo. Preferisce che mi faccia da parte e lasci il mio posto a un Cazzarmato, la cui semplicità si presterebbe certo meglio delle mie elucubrazioni a farci passare per degli appestati?

   (l’intervistatore si scopre tentato dal dirgli di sì. Gli basta raccogliere l’invito a riflettere per rendersi conto che la provocazione di Mister Wolf coglie nel segno. Dopo pochi minuti di intervista, il rischio di ritrovarsi con una matassa inestricabile di metafore, provocazioni e paradossi gli appare incombente.

   Ma, dietro a quello di aver sbagliato interlocutore, l’intervistatore sente montare altri timori già pronti a farsi angosce – aver sbagliato tema, aver sbagliato libro, aver sbagliato mestiere – che di fatto lo costringono ad aggrapparsi all’individuo che ha di fronte come all’unica via possibile per dimostrare a se stesso e agli altri che non è così – non del tutto, almeno.

   Con un movimento, lento, cauto, distensivo, l’intervistatore fa ripartire la registrazione)

Lei mi interessa molto, Mister Wolf. Del resto sono qui per ascoltarla, non per giudicare.

Lo so, purtroppo: l’abolizione del giudizio è un altro dei mali del nostro tempo…

   Io invece ci terrei molto a essere giudicato: in special modo da lei, signor scrittore, che è chiaramente una persona all’altezza di farlo. (non si capisce bene se sfotta o se dica sul serio)

   Fosse davvero disposto a concedermi il suo feedback, lotterei volentieri con tutte le mie forze affinché il suo giudizio diventi più umano, più pietoso, o forse solamente diverso dal pregiudizio con cui mi ha accolto a questo tavolo.

Le ripeto che voglio solo ascoltare la sua storia.

(riflette) La mia storia…

   Come fa a essere così sicuro che questo povero bull possa averne una?

   (tutto a un tratto l’intervistato sembra angosciato dall’idea di deludere l’intervistatore)

   Devo confessarle una cosa… Quando ho deciso di rispondere al suo invito… Non è stato solo per bruciare sul tempo Cazzarmato o Porcoseduto e per mostrarmi più interessante di loro… Le contraddizioni, il disordine, l’eccezionalità: sì, insomma, non creda che io ne vada così orgoglioso… L’animo di un bull è colmo di fierezza, ma ristagna anche in un profondo senso di vergogna per l’inquietudine che vi regna… Alla fine, chi non vorrebbe trasformare l’inquietudine della propria esistenza in una storia?…

   … Una storia, capisce?…

   … È come dare una coerenza…

   … non necessariamente logica, s’intende…

   … ma alla fine pur sempre sensata…

   … Chi non vorrebbe darlo, un senso alla propria vita?…

   … Uno scrittore – uno scrittore come lei, disposto a lottare con i suoi pregiudizi…

   … forse saprebbe…

   … forse potrebbe…

   (alza di nuovo lo sguardo sull’intervistatore. Uno sguardo trepidante, quasi supplichevole)

Tutti hanno una storia, Mister Wolf.

Ma non tutti hanno avuto un padre che le odiava.

   Poche storie, poche storie – ricordo che non ripeteva altro…

   Per lui il silenzio non è stato solo uno strumento per eliminare le parole inutili, ma anche per disprezzare profondamente quelle superflue.

   Un’educazione del genere non si dimentica facilmente, glielo assicuro.

   Ogni volta che provo a mettere le parole al servizio di quello che sono, a sistemarle in fila per riepilogarmi e darmi un capo e una coda, mi torna in mente il Prometeo di Eschilo quando risponde alla Corifea che lo invita a rivelarsi.

   Il racconto è dolore, ma anche il silenzio è dolore…

   Ancora oggi, il sospetto che mio padre avesse ragione, che l’atto del tacere sia intrinsecamente superiore a quello del parlare mi tortura come il becco di un’aquila.

   È per questo, per questo (ripete teatralmente) che vorrei tanto lo facesse lei…

Mi parli dunque di suo padre, Mister Wolf.

Compito molto difficile, dal momento che lui non parlava mai di sé.

   Mio padre era un ufficiale dei carabinieri che dell’ufficialità aveva fatto uno stile di vita. Sulla sua persona manteneva sempre uno strettissimo riserbo. Se a tavola provavo a fargli una domanda personale, mi faceva subito notare che la minestra si freddava.

   Zitto e mangia, tuonava freddando anche me.

   Educarmi, per lui, equivaleva a tenermi all’oscuro di tutto, specialmente dell’esistenza del male. Forse per questo, armato di lampadina tascabile, di notte mi piaceva leggere i Gialli Mondadori sotto le coperte.

   A volte, dopo cena, mio padre si piazzava in poltrona davanti al televisore. Ufficialmente per condannare con sguardi accigliati la frivolezza dei programmi, in realtà nella segreta speranza di intercettare Heather Parisi. La passione che coltivava per lei era l’unico sintomo di una vita interiore, e come tale avrebbe forse dovuto intenerirmi. In realtà, scoprire che mio padre poteva emozionarsi per le moine della soubrette italo-americana servì soltanto a disprezzarlo per i suoi gusti in materia di showgirl.

   Il suo modello politico era invece Giorgio Almirante. Mio padre ce l’aveva con tutti quelli che non lo votavano, ma ce l’aveva anche con quelli che lo votavano perché parlava bene. Se fosse stato muto, lui Almirante l’avrebbe votato ancora più volentieri.

   Ovviamente, quando mio padre fu ammazzato (in un vile agguato terroristico, dissero al TG) al funerale venne suonato il silenzio militare.

   Pensavo che l’assolo di tromba avrebbe chiuso il discorso per sempre e invece quel silenzio continuò a risuonarmi giorno e notte nelle orecchie.

   Per non sentirlo cominciai a riempirmi la testa di parole, scelte con cura tra i libri che leggevo oppure colte a caso (mio padre avversava allo stesso modo la letteratura e il disordine). Le gettavo contro il muro che ci divideva, perché di gettarle contro di lui, da vivo o da morto, non avrei mai avuto il coraggio.

Non è ancora riuscito ad abbatterlo, quel muro?

(allarga le braccia) È di gomma, purtroppo!

   Le parole vi rimbalzano e ritornano indietro, rischiando di colpirmi. Molte di esse – devo ammettere – dicono ancora meno del silenzio di mio padre e possono fare altrettanto male.

Rifiuta il silenzio e teme le parole: cosa resta, Mister Wolf?

Il sesso: tutti quei gemiti, i versi e i mugolii, mi sembrano un accettabile compromesso tra il tacere e il dire. Di sicuro scopare rappresenta l’antidoto migliore all’uno e all’altro. Una fuga, una divagazione…

Così poco, Mister Wolf?

Lo dice lei che è poco!

   Molte esistenze non sono altro che una lunga fuga. Quanto alla divagazione, è una delle armi più potenti in mano al bull. Forse l’unica che può sostenerlo nelle sue titaniche imprese.

In che senso?

Nel senso che ogni bull che si rispetti è un dissociato. Nemmeno uno stallone primitivo come Cazzarmato potrebbe scopare per ore la stessa sweet se non ricorresse a continui slittamenti mentali che mantengano viva la sua eccitazione.

   La divagazione è l’unica arma che può sostenere il nostro testosterone.

   A ripensarci, l’irrompere della signora Proietti nel bagno dei professori non fu altro che il primo sparo di quest’arma: le erezioni che dedicavo a Guya dipendevano unicamente dal pensiero di sua madre, quelle che dedicavo a sua madre dipendevano unica mente dal pensiero di Guya.

   Una divagazione binaria, ancora molto elementare, che si manifestava nell’andirivieni tra il bagno dei professori e la Jeep Cherokee parcheggiata sul retro del Convitto.

   Rintanati là dentro, io e la mia amannte consumavamo tutta l’aria disponibile e il nostro menage. Ogni tanto, per ravvivarlo, proponevo di consumare anche un rapporto, o almeno di farci spiare da qualche guardone di passaggio mentre ci scambiavamo le nostre meccaniche effusioni.

   In realtà, alla signora Proietti ormai interessava soltanto passare inosservata mentre nascondeva la confezione delle autoreggenti nella borsetta. Non facevo nemmeno in tempo a salire sulla Jeep e lei già era partita in quarta verso la corsetteria.

   Andiamo a rubare?, esordiva lasciando cadere la cicca dal finestrino e gli enormi occhiali scuri dalla fronte al naso.

   Io sospiravo. Prendevo tempo dal poco tempo che avevamo.

   Poi, a volte, azzardavo: Un po’ di sesso mai?

   Allora la mia amante inarcava le sopracciglia ad ali di gabbiano e mi guardava risentita. C’era solo una cosa a cui dava più valore della sua fica, ed era il non darla. Tra questi due beni (dare e non dare) molte donne si muovono scaltre, strategiche. Ma la signora Proietti, più che una stratega, era una sadica: dopo un paio di sveltine, con le quali riteneva d’avermi soggiogato, s’era definitivamente ritirata dietro il freno a mano. Da lì mi faceva vedere una tetta, due tette, mezza coscia. Al massimo si allungava dalla mia parte a piluccare un grappolo di baci. Alla liberazione dei suoi istinti preferiva la prigionia di un partner innamorato, sottomesso, fedele (oltre che di una decina d’anni più giovane di lei).

   In realtà, non era vero niente: non ero innamorato, non ero sottomesso, non ero fedele (Proietti Guya a parte, la notte avevo cominciato a caricare puttane di strada sulla macchina di mio padre morto).

   Non ero neanche di dieci anni più giovane, dato che la signora Proietti barava spudoratamente sulla sua data di nascita (scoprii che erano almeno quindici, gli anni di differenza). Ma va detto che quel continuo parlare d’amore senza amore, quel praticare sesso senza sesso, mi faceva sentire ogni giorno più triste e privo di speranze: in altre parole, ancora più vecchio di lei.

   Le mie richieste, che evidentemente (e non a torto) le suonavano più come un atto di ribellione che come la manifestazione di un vero desiderio, la esasperavano. E quando proprio non ne poteva più, la mia amante cambiava bruscamente direzione e si dirigeva, grattando le marce, nel parcheggio sotterraneo del supermercato di corso Francia. Nascosti dietro a una colonna, tra un carrello abbandonato e un estintore, apriva in fretta la mia patta e cominciava a masturbarmi.

   Lo faceva così svogliatamente che dopo un paio di minuti mi sentivo in dovere di rilevare il testimone. Lei, sollevata, si ritirava allora sul sedile e si sbottonava la camicetta, offrendosi alla mia ispirazione in una posa che avrebbe voluto essere sensuale, ma che di fatto era priva di vita. Forse era questo che la signora Proietti ambiva a essere per me: una natura morta. O tutt’al più un calendario appeso al muro della mia cameretta, un paginone centrale di “Playboy”. Di sicuro, ai suoi occhi, io non potevo essere niente di meglio che una statua immobile e silente, eretta al centro di un parcheggio desolato come desolata era la nostra relazione.

   A riprova di ciò, la mia amante cominciò a regalarmi dei piccoli soprammobili: un torso di Ercole, una miniatura dell’Hermes di Prassitele, una coppia di faunetti pompeiani. La sua intenzione, suppongo, era di identificarmi con una bellezza classica, ideale, fuori dal tempo (il cui scorrere, infatti, la terrorizzava). Ma sono convinto che ad affascinare la mia amante, a spingerla ad aggiungere altro gesso ai gessetti dimenticati in tasca dopo le lezioni, fossero soprattutto le loro mutilazioni. Né Ercole, né Hermes, né i faunetti disponevano più di braccia e gambe: non avrebbero mai potuto allontanarsi, raggiungere altre mete, prendere in mano qualcosa (tantomeno se stessi).

   Del resto, la signora Proietti non scendeva mai dalla macchina. In tutto l’anno scolastico, non credo di averla vista una sola volta camminare sulle proprie gambe. Avessi ricambiato con una statuina della Venere di Milo, sarebbe stata felice di poterla posizionare accanto alle altre.

   Un presepe di tronchi umani, ecco come interpretava la nostra relazione…Tra faunetti pompeiani e furti di destrezza ci trascinammo fino a Pasqua, quando proposi alla classe di Proietti Guya di mettere in scena una riduzione di Peter Pan.

   Allestire il saggio di fine anno veniva unanimemente considerato una rogna e, benché non fossi altro che un giovane supplente d’inglese, preside e colleghi furono lieti di lasciarmi fare. Si scomposero solo quando seppero che avrei affidato a Proietti Guya il ruolo di Wendy. Secondo loro avrebbe potuto al massimo interpretare una delle tante bambine smarrite che assistono passive all’evolversi della loro sorte (la stessa particina che Guya interpretava nella vita, insomma).

   (l’intervistato si sofferma a spiegare come, nel romanzo in questione, i bambini smarriti vivano in una casa sotto gli alberi, e trovino in Wendy, una ragazza bene di Bloomsbury che segue Peter Pan nell’Isolachenoncé, la loro mammina adottiva)

   Proietti Guya sarà una Wendy perfetta, mi accaloravo.

   Un calore che tornò utile durante le prove, per sciogliere il gelo causato dalle sue continue amnesie.

   Ripetemmo le battute di Wendy fino allo sfinimento. E quando alla fine Guya riuscì a dire: Ebbene, mio piccolo uomo, cucirò io l’ombra che hai perduto!, usai quell’ombra per celare la mia commozione.

   Il giorno della recita il teatrino del Convitto ribolliva. Al di qua del sipario, i miei ragazzi ascoltavano il brusìo dei loro genitori come da dentro la pancia di una balena.

   Mi affiancai a Guya, che stava correndo in camerino a posare il suo apparecchio per i denti, e le chiesi se la sua mamma fosse venuta a vederla.

   Mmm-mmm, disse lei.

   Pronta a stupirla?

   Mmm-mmm.

   Da lì a qualche giorno il consiglio dei professori avrebbe votato compatto per la sua bocciatura, e Guya si sarebbe rassegnata a quel verdetto senza battere ciglio, convinta che il fallimento fosse l’unica alternativa all’angoscia di doversi misurare con la vita. In quel momento, però, Guya non era altro che un’attrice sul punto di entrare in scena, e a buon diritto chiedeva di essere lasciata in pace a concentrarsi.

   Le andai dietro lo stesso.

   Guya, devo dirti una cosa.

   Adesso, prof?

   Sapevo che per una ragazzina di tredici anni non avrebbe significato niente, ma mi sembrò necessario, prima che salisse sul palco e dimostrasse a tutti quale meravigliosa Wendy poteva essere, che Guya sapesse cosa sarebbe accaduto alla giovinezza del suo personaggio quando ne fosse uscita.

   Questa storia, Guya, non si conclude così.

   Non proprio così, dissi.

   Cioè, prof?

   Senza apparecchio la sua pronuncia tornava infantile (più adatta a Wendy, l’avevo convinta).

   Cioè che noi – io (mi corressi) mi sono preso la libertà di farla finire diversamente. O comunque prima.

   Prima di cosa, prof?

   Sotto la camicia da notte aveva voluto indossare una Fruit of the Loom. Malgrado le mie rassicurazioni, era terrorizzata che le si vedesse in trasparenza il reggiseno.

   Tu non resti bambina per sempre, le confessai tutto d’un fiato. Nel finale del libro (un finale che lo stesso autore intitolò An Afterthought, Un ripensamento) cresci, ti sposi e hai una figlia, alla quale leggerai la storia dell’Isolachenoncè.

   Al posto della solita espressione attonita, Proietti Guya sfoggiò l’amabile sorriso con cui le avevo chiesto di connotare Wendy.

   Guardi, prof, che io sono e sarò sempre una somara, disse arricciando il naso come per scusarsi.

   I libri non li leggo. E se li leggo, al finale non ci arrivo.

   Sgambettando a piedi nudi sulle assi, cercò rifugio nel palcoscenico. Ricordo che ero preoccupato per i suoi calcagni non meno che per la riuscita della recita.

   Ma nessuna scheggia ferì i talloni di Guya e la sua interpretazione, nello stupore generale, si rivelò superba.

   Sul volo di Peter Pan che assiste dietro ai vetri della finestra al ritorno a casa di Wendy e dei suoi fratellini (la sola gioia, scrive l’autore, dalla quale il ragazzo che non voleva crescere sarebbe stato escluso per sempre), la tenda si chiuse tra fragorosi applausi e io mi precipitai fuori dalle quinte per abbracciare i miei giovani attori (ma soprattutto la mia giovane attrice).

   Le ovazioni non accennavano a diminuire e gli spettatori reclamavano a gran voce la compagnia. Quando il sipario si riaprì io stavo ancora coprendo Guya di baci: chi più chi meno, tutti si accorsero di quanto fossero vicini alle sue labbra.

   Ma ormai l’applauso era lanciato e inglobava nello stesso entusiasmo la recitazione, le scene, i costumi e la mezza tastata di culo a cui sottoponevo Guya mentre ci inchinavamo a sua madre e alla mia amante. Sovrapposte l’una all’altra, quelle due identità sembrarono improvvisamente schiacciare la signora Proietti. Per sostenerle irrigidì la schiena e i muscoli facciali: con quale patetica espressione si ritrovò suo malgrado ad acclamare l’intimità tra me e la sua bambina!

   In coda alla recita di fine anno, di fatto stavo offrendo alla platea un saggio di bondage: schiaffeggiavo i lombi di Guya (perfino lei, nella sua bovina mansuetudine, si rendeva conto che il prof d’inglese stava esagerando) e la signora Proietti, inchiodata a una poltroncina di seconda fila, non poteva fare altro che assistere alla scena e batterci le mani.

   Mentre mi allacciavo a Guya, guardavo sua madre (che mi guardasse allacciato a sua figlia). Ma, mentre guardavo sua madre, slacciavo la benda che i pirati avevano annodato sugli occhi di Guya (che guardasse come guardavo sua madre: quanto la guardavo, perché la guardavo).

   Godevo di quel gioco di specchi, come in seguito, entrando nei club privé, avrei goduto di tutte quelle pareti riflettenti, moltiplicatrici di sguardi, di desideri, di orgasmi.

   E godevo – anche questa un’anticipazione di piaceri futuri – della spettacolarizzazione del tradimento, della sua trasformazione in gioco di ruolo.

   Nulla poteva più sottrarmi al bisogno di sviluppare la pulsione erotica in un plot: del resto odiavo i film porno privi di trama e tutte le volte che noleggiavo un VHS non facevo altro che scorrere velocemente le scene di sesso per andare a vedere cosa succedeva prima e dopo.

   Sempre di più, in opposizione a mio padre, adoravo le storie. E quelle di sesso ancora più del sesso.

   L’istinto naturale, per me, non era seguire la scia di un ormone ma il filo di un racconto – un filo che, per l’occasione, s’innestò su quello di perle che cingeva il collo della mia amante.

   Là nei pressi, appoggiato all’omero della consorte, il braccio sinistro del signor Proietti ostentava il controllo di una situazione che forse nemmeno coglieva; apparentemente, infatti, non sembrava rendersi conto del gioco di mani tra me e sua figlia e di quello di occhi tra me e sua moglie.

   Perché non interveniva a liberare la prima dai miei artigli e la seconda dal mio sguardo? Avrebbe liberato anche il pubblico in sala dall’imbarazzo di applaudire, assieme ai propri pargoli, il satiro che se ne stava oscenamente in mezzo a loro (avevo dei jeans attillati, la mia erezione si vedeva benissimo). E forse avrebbe liberato pure me dalla necessità, che sempre mi avrebbe accompagnato, di vivere ogni esperienza sessuale come uno spettacolo e ogni spettacolo come un’esperienza sessuale.

   Ma il signor Proietti non si mosse. Anzi, con una flemma quasi aristocratica, staccò il braccio dalla spalla di sua moglie e si unì all’applauso. Forse intendeva applaudire Wendy, o Peter Pan, o magari la morale della favola: ma per me era come se applaudisse soltanto il giovane cazzo che, al netto della minore età di Guya e del tassello rinforzato di un collant, aveva invaso le sua proprietà privata.

   (l’intervistato si stringe tra le dita l’apice del naso, come a cercare maggiore concentrazione o lenire un mal di testa) Badi bene, signor scrittore, la mia non era soltanto una banale perversione. Né gusto della provocazione, o esibizionismo. No: l’erezione che puntavo verso quella platea, e in particolare sulle poltroncine da dove i coniugi Proietti sottostavano al mio gioco, esprimeva piuttosto un profondo bisogno di non sentirmi solo, una richiesta di aiuto, o magari di complicità.

Complicità? Con il marito della sua amante? Con il padre della studentessa che si divertiva a palpeggiare davanti a tutti?

Non guardi all’accezione annacquata e zuccherosa che ha assunto oggi questo concetto. Pensi piuttosto alla complicità tra i grandi destini, ad Achab e a Moby Dick, a Dottor Jekyll e a Mister Hyde, o se preferisce a Giuda, alla maestosa aura di fango che accompagna i traditori quando, in ossequio al compimento della storia, sentono di avere fatto ciò che c’era da fare.

   I veri complici non stanno mai affiancati, ma uno di fronte all’altro. E le loro azioni non sono mai reciproche, bensì complementari.

   Cosa sono due linee che si uniscono? Solo una linea un po’ più lunga.

   Incastrare le rispettive ossessioni, invece, può svelare nuove figure geometriche, mai pensate prima.

   In realtà la figura che univa me, la mia amante e suo marito rischiava di non essere altro che un triangolo ottuso, poiché ottusa sarebbe stata una disputa mirata a stabilire se la signora Proietti appartenesse al coniuge che ogni notte le dormiva accanto come un fratello (parole sue, quando mirava a farmi capire che nemmeno loro scopavano più) o all’amante che ogni giorno la caricava in macchina come una puttana (parole mie, quando cercavo di scuoterla con un po’ di turpiloquio).

   Bastò incrociare lo sguardo del cornuto per rendermi conto che, anche per lui, quella disputa non aveva alcun senso. Era uno sguardo presbite, incapace di riconoscere cosa accadeva sotto i suoi occhi, ma non così miope da farsi sfuggire una visione d’assieme del suo matrimonio e dei rapporti umani in generale.

   Ogni volta che un italiano medio entra nella vita di una donna pensa di trovarla come Cristoforo Colombo pensava di aver trovato l’America: deserta e pronta a farsi trafiggere dall’asta della propria bandiera. Neppure contempla che quella vita possa contenere altre presenze, altri orizzonti, altre aspettative.

   Diversamente da questo tipo di uomo, l’avvocato Proietti dava invece la sensazione di considerare anche le ipotesi fuori dal suo controllo, compresa quella che sua moglie fosse agitata da demoni così potenti da farla scoppiare in lacrime all’improvviso, senza un motivo apparente. Impassibile, le porse un fazzoletto, il braccio e un sorriso di circostanza, con il quale, suppongo, intendeva comunicarle di aver capito che c’era qualcosa che non capiva, e che per lui andava benissimo così.

Cosa accadde dopo la recita scolastica?

Prima di tutto lottai come un leone per evitare a Guya di ripetere l’anno. Non era nemmeno calato il sipario sul Peter Pan e il collegio docenti aveva già deciso di sollevarmi dall’incarico. Ma almeno, prima di essere messo alla porta, riuscii a barattare la mia testa con un po’ di buoncuore nei confronti di Proietti Guya: la salvarono dandole quattro materie.

   A me invece diedero l’ordine di starle lontano se non volevo beccarmi, oltre all’allontanamento dalla scuola, una denuncia per molestie sessuali e atti osceni.

   Ovviamente anche la mia amante mi diede il benservito. Dai e dai, ero riuscito a scardinare la nostra routine e con essa il fondamento della nostra relazione, ovvero la mia presunta somiglianza con il protagonista dell’Attimo Fuggente.

   Secondo la signora Proietti, infatti, io ero identico a Robin Williams. Avevo la sua faccia, nonché la nobiltà d’animo e la statura morale del suo personaggio. Non passava giorno senza che la signora Proietti mi chiedesse se mi ero messo in piedi sulla cattedra, come si vedeva nei manifesti del film.

   Aver minato quell’identificazione era il più grande torto che potessi farle.

   Robbi, mi rampognò storpiando il nome dell’attore, non mi avrebbe mai fatto vergognare così davanti a tutti.

   Come una ladra!, aggiunse rivelando che la sua ossessione per il furto era tutt’altro che superata.

   Per la decima volta ripetei che era stato tutto un gioco, una provocazione mirata a scuoterci dal torpore. Come nelle precedenti nove, la signora Proietti fece finta di non sentire.

   E soprattutto, continuò, Robbi non si sarebbe mai fatto espellere da una scuola prestigiosa come il Convitto Nazionale! Non avrebbe mai perso un posto di lavoro così vantaggioso!

   (La mia retrocessione da sosia di Robin Williams a disoccupato la infastidiva più di quella da amante fedele a molestatore di sua figlia.)

   Ne sei proprio sicura?

   La signora Proietti si accartocciò sul sedile e cercò la cintura di sicurezza.

   Guarda, l’avvertii, che anche il tuo Robbi viene espulso dalla scuola.

   Lei si bloccò con la cintura a mezz’aria.

   Non ci credo. E poi come fai a saperlo?

   Erano mesi che le chiedevo di andare a vedere insieme quel benedetto film. Ma non c’era mai stato verso, rubare calze richiedeva il suo tempo e ogni sera lei doveva rientrare a casa a preparare la cena.

   Secondo te?

   Non dirmi che l’hai visto!, sgranò gli occhi la signora Proietti.

   Pretese subito di sapere con chi: fu come lanciare in aria un piattello.

   Con tua figlia Guya, sparai a bruciapelo.

   Ovviamente non era vero. L’Attimo Fuggente l’avevo visto da solo, all’ultimo spettacolo, in un cinema vuoto e privo di riscaldamento. Ma bastò immaginarmi con Guya nel buio della sala perché mi spuntasse una mezza erezione.

   L’altra mezza la ricavai dall’espressione sbigottita della signora Proietti.

   Sei un mostro, rabbrividì.

   E non hai ancora sentito tutto: lasciami dire che il film è sopravvalutato e che Robin Williams non mi piace per niente.

   Professore per professore, continuai, mi sento molto più vicino all’Humbert Humbert della Lolita di Kubrick. Peraltro, tu saresti una perfetta Charlotte Haze.

   La madre di Proietti Guya mi fissò senza trovare il coraggio di domandare chi fosse Charlotte Haze. Ma quello di darmi del pazzo sì, lo trovò.

   Quando ero pazzo di te ti andava bene, le feci notare.

   In effetti, avevamo gettato in noi un seme di follia ogni volta che eravamo saliti su quella Jeep Cherokee. La signora Proietti versò una lacrima. Era una donna depressa, molto depressa.

   Non sei contenta, dissi sganciandole la cintura di sicurezza, che siamo riusciti a salvare l’anno scolastico di Guya?

   L’uso del plurale maiestatis chiamava chiaramente in causa il mio amichetto. Mentre armeggiavo per tirarlo fuori, la signora Proietti cercò di aprire lo sportello e di scappare. Ma quell’anno mi aveva reso più forte, sotto tutti i punti di vista: non solo riuscii a trattenerla ma le strappai anche il tassello rinforzato dei collant.

   A quel punto, dopo avermela negata per mesi allo scopo di tenermi con sé, mi concesse ciò che volevo affinché me ne andassi il prima possibile, e chiarendo bene che si trattava di un addio si lasciò finalmente scopare sotto i lividi neon del parcheggio sotterraneo del supermercato.

Nonostante tutto, quindi, la signora Proietti l’attraeva ancora.

Non dimentichi che nel frattempo avevo visto in faccia suo marito: una faccia che mi ispirò per buona parte dell’amplesso. Montavo la signora Proietti e intanto immaginavo il volto del cornuto che faceva capolino dal finestrino della Jeep. Solo alla fine, in prossimità dell’orgasmo, provai a visualizzare al suo posto la piccola Guya, ma subito mi resi conto che alla mia libido ormai era molto più gradita la presenza di suo padre.

   Dovetti riconoscere di essere morbosamente attratto da quell’uomo e cominciai a seguirlo ovunque. All’inizio tenendomi a debita distanza sia dallo scooter con cui l’avvocato Proietti si recava in ufficio che dai motivi che mi spingevano a pedinarlo. Poi cominciando ad accostarmi temerariamente all’uno e agli altri.

   In coda al semaforo osservavo il suo casco e mi chiedevo come potesse isolarlo dalle invettive che, chiuso nella macchina di mio padre morto, gli scaraventavo addosso.

   (batte il pugno su un immaginario volante) Cornuto! Cornuto! Cornuto!

   Con il verde scattava una tregua, durante la quale mi concentravo sulle serpentine della sua moto, ma allo stop successivo ero di nuovo pronto a bombardarlo d’insulti.

   (riprende a picchiare ritmicamente il pugno sul bordo del tavolo) Cornuto! Cornuto! Cornuto!

   Martellavo sempre sul medesimo punto perché speravo che in quel punto si aprisse una breccia, si sfondasse il diaframma tra il nero del mio umore e la luce del giorno, sotto la quale sarebbe apparso chiaro che io (prospetto di maschio alfa) stavo sopra e lui (becco conclamato) stava sotto. Ma si trattava di un diaframma così resistente che il tassello rinforzato dei collant di sua moglie, in confronto, non era altro che un fragile imene.

   In realtà, non era tanto questione di sopra e sotto, ma di dentro e fuori.

   Dentro e fuori, per un bull, non è solo il movimento a stantuffo che regola il coito.

   Dentro o fuori è il concetto cardine, il nodo, la posta in palio: in ciascuno di noi cacciatori di fica si nasconde un Oliver Twist che la notte di Natale osserva dalla strada le finestre accese e si domanda se una porta si aprirà per accoglierlo.

   (l’intervistatore prende un appunto sul suo taccuino) Immagino cosa sta scrivendo, ma non si faccia trascinare troppo delle sue spolverature freudiane: la porta di cui parlo simboleggia l’organo sessuale femminile, è chiaro, ma nella vita di un bull si susseguono porte di ogni genere. Entrarvi è la sua ossessione, uscirne la sua salvezza, secondo uno schema che si riproponeva puntuale quando, parcheggiata la macchina di mio padre morto di fronte all’ufficio del cornuto, prima non resistevo al bisogno di seguirlo al terzo piano e poi, davanti alla targa di ottone che annunciava il suo studio legale, mi sentivo soffocare e smaniavo di ripercorrere le scale a perdifiato per guadagnare la prima panchina a cielo aperto.

   Sarei rimasto là, senza niente da fare, per buona parte della giornata.

   La nuova stagione si preannunciava come un mesto vagabondaggio tra le retrovie delle graduatorie ministeriali e i giardinetti di piazza Cavour, da dove – lo sentivo – sarei uscito solo dopo aver patteggiato con quell’avvocato.

   Nell’attesa di vederlo ricomparire nel bar sotto l’ufficio, il fenomeno di attrazione e repulsione che provavo per lui si arricchiva di nuove implicazioni.

   Per esempio, mi accorsi che avergli scopato la moglie generava, tra l’avvocato Proietti intento a masticar bresaola e me che lo spiavo, un collegamento di natura politica – diciamo pure classista. Il marito della mia (ex) amante era infatti un libero professionista da tre milioni di lire al mese, laddove la mia abilitazione all’insegnamento, dopo il licenziamento dal Convitto, mi rendeva libero solo di girarmi i pollici. E tuttavia, utilizzando come paniere la fica di sua moglie, il Prodotto Interno Lordo della mia autostima riusciva a competere con la sua abbronzatura, con la sua borsa di pelle, e soprattutto con l’impressione altamente performativa che comunicava ogni volta che i suoi clienti, incrociandolo sotto l’ufficio, lo salutavano.

   Per quanto si faccia nudi, il sesso è sempre stato un abito sociale. E io, scrutando il cornuto dai giardinetti, mi divertivo a indossarlo. Ma appena subodoravo che dietro la mia personale lotta di classe si annidasse l’invidia, e che tutto rischiava di appiattirsi nell’ambizione di prendere il suo posto, rifuggivo inorridito da quella ipotesi e ritornavo a esprimere tra i denti la distanza che ci separava: Cornuto, cornuto, cornuto!

   In realtà, ciò che davvero mi affascinava in quell’uomo era la sua innocenza. O meglio: l’innocenza conferitagli dall’essere, suo malgrado, una vittima.

   Incorniciato dall’adulterio della moglie, ogni suo gesto – dal mettere in moto lo scooter al ritirare la posta – s’ammantava di puro candore, ai miei occhi tanto più commovente quanto più me ne sentivo la causa.

   Le incrostazioni della mia sborra sul cruscotto della Jeep Cherokee e la stiratura della sua camicia immacolata facevano insomma parte di un’unico quadro, del quale occupare la parte in ombra diventava in fondo secondario.

   Eravamo io e lui, dentro una cosa eccitante e spaventosa chiamata tradimento.

   Ogni mercoledì sera il cornuto andava a giocare a calcetto e il senso d’intimità che provavo nei suoi confronti si rafforzava ulteriormente. Già altre volte lo avevo affiancato alla cassa del bar o all’edicola dove era solito acquistare riviste di orologi (senza peraltro mai indovinare il tempo giusto per girarsi e riconoscere in me l’ex insegnante d’inglese di sua figlia).

   Ma il mercoledì, vedendolo sbucare dal portone di casa con il borsone a tracolla, a stento mi trattenevo dall’andargli incontro e abbracciarlo, tanto mi entusiasmava la disinvoltura con cui, a quarant’anni e passa, l’avvocato Proietti usciva allo scoperto e saliva sulla Jeep in calzoncini corti e maglietta acetata.

   E se per strada avesse incontrato un collega, un giudice, o uno dei suoi facoltosi clienti? Se prima di raggiungere il campo fosse incorso in un tamponamento? Non c’era dubbio che sarebbe sceso dalla macchina e avrebbe affrontato il CID a testa alta, senza alcun complesso d’inferiorità per i suoi polpacci ipotrofici (nonostante il calcetto) e completamente privi di peluria.

   Un professionista che si avventura in mutande per le vie del mondo, pensavo, è un uomo che non ha niente da nascondere, né da temere.

   (domanda all’intervistatore con quale frequenza si cambi le mutande) Io due volte al giorno. Non tanto per igiene quanto per la paura di essere trasportato al pronto soccorso in caso d’incidente con degli slip poco presentabili. Il cornuto, invece, non sembrava minimamente preoccupato dell’eventualità di avere un malore con addosso dei calzoncini acetati a mezza coscia, e tantomeno di trovarsi di fronte un maschio alfa che, nel notificargli a bruciapelo di essersi scopato sua moglie, lo costringesse a vergognarsi, oltre che delle corna, anche di quel ridicolo abbigliamento.

   Sul punto di rivelarmi decidevo che non se la meritava, tutta quella vergogna.

   Ma un istante dopo, guardandolo allontanarsi a bordo della Jeep Cherokee, mi veniva il sospetto che l’avvocato Proietti non meritasse l’aura di cui l’ammantavo. I capelli biondi tagliati all’Antica Barberia Peppino, le prime rughe trattate con creme esfolianti, la lordosi nascosta dal taglio sartoriale: in fondo, senza la funzione redentrice del mio crimine, non sarebbe stato altro che uno dei tanti parvenu di Roma Nord che vivono di cene al circolo e fatture da scaricare. Un uomo insipido, banale: ecco cosa sarebbe stato. Se la sua tranquilla crociera in questo mondo poteva elevarsi ad avventura era la mia tempesta che doveva ringraziare.

   Ringraziami, cornuto!, gli ringhiavo dietro col bavero alzato mentre prendeva la strada dei campi sportivi.

   O almeno, quella che io credevo fosse la strada per i campi sportivi. Perché il giorno in cui, sotto una fredda pioggerellina, mi decisi a seguirlo, vidi subito che l’avvocato Proietti non puntava verso i riflettori che illuminavano gli impianti di calcetto, ma alle tenebre che si allargavano alle loro spalle.

   Imboccammo la tangenziale e poi a tavoletta sul Raccordo Anulare, macchina di mio padre morto dietro a Jeep Grand Cherokee. Alla diciassettesima uscita l’avvocato Proietti mise la freccia e s’inoltrò per Tor Bella Monaca. Poco dopo il fosso, alla periferia della periferia, il cornuto si fermò ai margini di un’area mercatale che di giorno – presumo – si riempiva di bancarelle, e la notte (di quello ero certo, perché ce l’avevo davanti) di cupa desolazione.

   Spensi i fari e accesi la radio.

   L’avvocato Proietti era sceso dalla macchina, saggiando con gli scarpini da calcetto la melma di una pozzanghera. Dopo essersi guardato intorno si sfilò K-Way, maglietta e calzoncini e li gettò nel fango. Sotto indossava una canotta della salute: raccolti gli indumenti, rientrò nell’abitacolo e si levò anche quella.

   Quando, dopo circa un quarto d’ora di preparazione, lo vidi scendere di nuovo dalla Jeep, mi sembrò che avesse un mancamento: ma era solo un normale assestamento sui suoi vertiginosi tacchi a spillo.

   Nel raggiungere il marciapiede, la camminata era già diventata più spedita. Ancheggiava nella minigonna e dondolava a tempo la parrucca.

   Due fari lo illuminarono dal lato opposto del piazzale. L’avvocato Proietti reagì d’istinto spingendo indietro il culo. Applicata al travestitismo, la lordosi gli giovava.

   Si lasciò abbordare con disinvoltura. Dopo un rapido conciliabolo, salì in macchina e si appartò con il cliente per la prima marchetta della serata.

   Evidentemente Rica (così l’avvocato Proietti si faceva chiamare) doveva essere una professionista rinomata: al suo ritorno, altri clienti l’aspettavano con il motore acceso.

   La trattativa con il primo non andò a buon fine. Il secondo lo caricò senza negoziare. Il terzo, che ero io, si prenotò per il giro successivo.

   Nell’attesa ascoltavo un concerto di Bayreuth su Radio 3 e pensavo a sua moglie, che la mattina seguente avrebbe estratto dal borsone la divisa infangata e l’avrebbe messa in lavatrice.

   Al posto della pioggia era calata una foschia che i fari della macchina di mio padre morto faticavano a fendere. L’avvocato ne attraversò il fascio all’improvviso, come un animale che spunta dal bosco. Ondeggiando sui tacchi venne a picchiettare le dita sul finestrino. Nell’aprirlo, un’ondata di profumo invase l’abitacolo: era lo stesso, forte e dolciastro, che usava sua moglie.

   Venti di bocca e cinquanta di culo, esordì senza convenevoli.

   Non potevo esserne certo, ma anche il tubino che indossava apparteneva al guardaroba della signora Proietti.

   Vorrei solo parlare un po’, gli dissi.

   Ma Rica m’avvisò che ascoltare costava più del culo.

   Guardai nel portafoglio: avevo soltanto due banconote da diecimila lire.

   Allora per forza bocca, concluse Rica mettendo fine alla musica di Wagner.

   Mi ordinò di bloccare le sicure e di inclinare il sedile. Mentre si chinava per infilarmi il preservativo, nelle calze che indossava riconobbi con ragionevole certezza un paio delle autoreggenti che avevo rubato insieme alla mia amante.

   La cosa mi eccitò moltissimo. Mi concentrai sulla trama, sul ricamo della balza, sui suoi trenta denari.

   Peraltro, nei panni di Rica, l’avvocato Proietti non era affatto da disprezzare: la parrucca a carré, il rossetto fucsia, il fard sugli zigomi valorizzavano i suoi tratti femminei.

   E con la bocca, lo ammetto, ci sapeva fare (di sicuro più della sua signora).

   Qualche istante prima di venire, disinibito dall’orgasmo incipiente, glielo dissi.

   Brava, mi sfuggì, niente a che vedere con i pompini di tua moglie.

   Nonostante ci fossimo accordati per l’ingoio, Rica si staccò e drizzò le ciglia finte: Cosa hai detto?

   Disarcionato in vista del traguardo, io non potevo più fermarmi e come un cavallo scosso arrivai fino in fondo per conto mio.

   Rica arretrò sul sedile, in una posa guardinga che non poteva non ricordare la mia amante, e aspettò che ritornassi a respirare normalmente.

   Poi ripeté: Cosa hai detto?

   Mi sfilai il profilattico colmo di sperma. La voglia di parlare mi era completamente passata. Dall’altro lato del piazzale nuovi fari lampeggiavano con la stessa impazienza che avevo io di abbottonarmi i pantaloni e salutare.

   Ma l’avvocato Proietti non aveva nessuna intenzione di lasciarmi andare: Ripeti subito quello che hai detto!

   La ritrattazione mi sembrò un obiettivo irraggiungibile, così mi gettai di slancio verso l’altra sponda.

   Va bene, lo ammetto – confessai ridacchiando, come se fosse una cosa da niente – hai appena sbocchinato l’ex amante di tua moglie.

   Rica strinse i manici della borsetta e deglutì.

   Per farmi sentire complice e non rivale (per fargli sentire, in realtà, che era la stessa cosa) gli appoggiai una mano sul ginocchio. Lo ammetto, volevo godere fino all’ultimo il contatto con quel nylon.

   Dài, ammiccai ancora, siamo uomini di mondo.

   Alla terza strizzata d’occhio, finalmente, l’avvocato Proietti si sbloccò.

   Tu non sei un uomo di mondo, disse, sei un uomo di merda.

   Di solito gli orgasmi rilassano. Quello appena avuto, invece, mi aveva innervosito. Non presi bene il suo insulto così gratuito.

   Allora sappi che ho anche appoggiato una mano a cucchiaietta sul culo di tua figlia, rincarai la dose.

   Guardami bene in faccia. Ti dice niente Peter Pan? L’isolachenoncè? Wendy?

   In realtà non avevo nessuna voglia di stare là a rimestare il passato. Tutto quello che volevo fare era invitare l’avvocato Proietti a stare dietro alla sua bambina – cazzo, cazzo, cazzo (si strofina improvvisamente i pugni sulle tempie), pensa a stare dietro a quell’angelo, frocio di una puttana, invece di andartene in giro a sbocchinare la gente nei parcheggi!

   Portala a vedere La tempesta di Shakespeare!

   Leggile Gita al faro prima di dormire!

   Soffiale dolcemente nell’orecchio quella poesia di Emily Dickinson che dice: Doom is the House without the Door – ’Tis entered from the Sun – And then the Ladder’ thrown away, Because Escape – is done…

   Ci fu un mezzo tentativo di colluttazione. Una cosa da checca, a mano moscia. Mentre mi schiaffeggiava, piagnucolò di non avere moglie, di non avere figli, di non avere altro che schifo per me.

   Nel rinnegare i suoi affetti più cari l’avvocato Proietti ostentava fasulle cadenze sudamericane: un patetico tentativo di accreditarsi come viado, che lo allontanava ulteriormente dalla mano tesa con cui cercavo, nello stesso tempo, di ripararmi dai suoi schiaffi e di indicargli la via della sincerità.

   Basta, tentavo di farlo ragionare, perché ti comporti da fariseo quando è chiaro che siamo entrambi peccatori?

   Sapevo che anche l’avvocato Proietti era cresciuto in un collegio di preti e speravo che la citazione di una parabola del Vangelo potesse toccarlo.

   Invece zero, continuò a darmi del hijo de puta finché non gli si spezzarono, quasi in contemporanea, un’unghia e la voce. Successe allora una cosa in apparenza strana – perché un uomo che di notte si traveste e va a battere a Tor Bella Monaca dovrebbe avere teoricamente i nervi saldi. E invece l’avvocato Proietti crollò di schianto e scoppiò a piangere.

   Mi insultò per l’ultima volta, aprì lo sportello e si lasciò cadere fuori dalla macchina.

   Si rialzò, barcollò per un paio di passi e poi si fermò, altissimo, in mezzo alla nebbia. Con quei tacchi da drag queen sfiorava i due metri.

   Allargò le braccia, tintinnando per via dei bracciali di sua moglie, e mi ricordò un immenso uccello preistorico. Come un uccello preistorico, nel silenzio della notte, sollevò il becco adunco verso il cielo e lanciò un sibilo assordante.

 

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L’autore

Carlo D’Amicis vive e lavora a Roma. È autore del programma di Rai 3 “Quante Storie” e del programma di Radio 3 Rai “Farenheit”. Ha pubblicato i romanzi Piccolo Venerdì (Transeuropa, 1996), Il ferroviere e il golden gol (Transeuropa, 1998, selezione Premio Strega), Ho visto un re (Limina, 1999, Premio Coni per la letteratura sportiva), Amor Tavor (Pequod, 2003). Per Minimum Fax ha pubblicato quattro romanzi: Escluso il cane (2006), La guerra dei cafoni (2008 – selezione Premio Strega), La battuta perfetta (2010), Quando eravamo prede (2014). Nel 2017 da La guerra dei cafoni è stato tratto l’omonimo film diretto da Davide Barletti e Lorenzo Conte. Nel 2018 ha pubblicato con Mondadori Il gioco.

 

  • Il gioco
  • Carlo D’Amicis
  • Editore: Mondadori
  • Formato: EPUB con DRM
  • Testo in italiano
  • Cloud: Sì Scopri di più
  • Compatibilità: Tutti i dispositivi (eccetto Kindle) Scopri di più
  • Dimensioni: 570,96 KB
  • Pagine della versione a stampa: 526 p.
  • EAN: 978885208609Acquista €. 9,99

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