Il filosofo, anche se non è un Diogene, dovrebbe guardare con un certo disincanto al denaro

IL GIRONE DEI FILANTROPI

Inferno Canto XXXIII

Dice un antico proverbio arabo che quando il povero parla nessuno lo ascolta, ma se il ricco fa un peto la gente esclama: “che profumo sublime!”. Oggi non è diverso. Le persone più ricche del mondo ammorbano il pianeta con le loro flatulenze, ma la gente annusa con reverente ammirazione. Questo ha prodotto un generale discredito della filosofia. Il nesso tra i due fenomeni può non essere evidente, ma diventa chiaro non appena si consideri la fondamentale incompatibilità tra l’esser filosofi e l’esser enormemente ricchi.

Il filosofo, anche se non è un Diogene, dovrebbe guardare con un certo disincanto al denaro. L’uomo occupato ad accumulare ricchezze materiali vede invece la filosofia come una perdita di tempo, quindi di denaro. Il filosofo è uomo di astrazioni. Il capitalista è uomo pratico, d’azione, il suo cervello è nutrito con principi rigidamente utilitaristici. Non utilitarismo speculativo, fatto di concetti filosofici, ma istintivo, come quello di un predatore. Il suo pensiero non ammette astrazioni, a parte il calcolo di profitti e interessi.

Viviamo ormai in un’epoca in cui il vero e più influente maître à penser è il grande capitalista. E il prestigio di cui gode il suo magistero è pari al capitale di cui dispone. Il sistema capitalistico, con le sue regole, i suoi valori, i suoi obiettivi, è diventato più o meno consciamente modello di vita, profezia di progresso sociale, tutore di un’Umanità dipendente in tutto dal denaro. Poiché è dunque il pensiero delle persone più ricche, per le quali ‘speculazione’ ha un significato esclusivamente finanziario, a determinare i generali processi sociali, si produce nella società un vuoto culturale e umanistico.


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Tuttavia, alcuni miliardari refrattari alle consolazioni della filosofia sembrano nobilitarsi oggi con l’esser filantropi, preoccupandosi attivamente del benessere dell’Umanità. Tale filantropia ovviamente non si nutre di ideali filosofici, e il benessere che si prefigge di ottenere non implica piaceri intellettuali o spirituali.

Secondo il Filantropo-capitalismo l’uomo non ha bisogno di metafisici, santi o filosofi, ma di banchieri, medici, tecnici, ingegneri. Non gli servono relazioni umane appaganti, libertà, armonia interiore, ma tecnologie più efficienti e sistemi di produzione più razionali. Che solo i beni monetizzabili favoriscano un vero progresso umano appare una verità lapalissiana, che non serve argomentare.

È sufficiente convincere l’Umanità che la sua felicità non è legata a fruizioni immateriali come l’amore, la saggezza etc. ma alla disponibilità di cibo, di denaro, di protocolli sanitari. Naturalmente nessuno nega che vi siano nella vita necessità pratiche da soddisfare. Un tempo si diceva primum vivere deinde philosophari. Ma secondo i nuovi Filantropi solo i bisogni materiali sono essenziali e non differibili. Il resto – arte, filosofia, religione etc. – rappresenta un accessorio superfluo, diversivo cui eventualmente dedicarsi per soprammercato.

Si potrebbe obiettare che anche l’ammucchiar denaro è un gioco e non risponde ad alcuna reale esigenza umana; che macchine sempre più sofisticate o connessioni sempre più veloci non hanno una diretta relazione con la felicità; che i sedicenti progressi della medicina sono contraddetti da un’Umanità sempre più malata o malaticcia, afflitta da patologie croniche, terrorizzata da pandemie, dipendente dai farmaci; che una Filantropia materialista non ha certo mitigato il problema della fame del mondo.

Sollevare queste obiezioni significa però mettere in discussione alcuni postulati fondamentali, minacciando il collasso di un’intera visione del mondo. Come per l’uomo del Medioevo era inconcepibile mettere in dubbio l’esistenza di Dio, dell’inferno o del paradiso, oggi è impossibile non credere che la salvezza dell’uomo dipenda dal denaro, dai farmaci, dalle macchine. Anche la politica, ormai convertita alla Filantropia, non si interessa più di temi astratti come la giustizia o la libertà, ma di aumentare la disponibilità di computer e vaccini, di trovare ogni giorno nuovi pericoli da cui proteggere l’Umanità per poi “metterla in sicurezza”.


Su questo esubero di buone volontà nutro però vari dubbi. Ho detto infatti che alcuni moderni plutocrati sono filantropi – ossia persone che amano il genere umano – ma insieme disprezzano la filosofia, che è amore della sapienza. V’è dunque in loro un certo philèin – termine greco per amare – che ne escluderebbe un altro. Non è questa una contraddizione? Infatti, ciò che più distingue l’uomo nel vasto insieme delle forme naturali è la sua ricerca del sapere. Disprezzare tale anelito comporta un disprezzo per l’Umanità che mal si concilia con l’amore.

 

Va bene essere ingenui, ma senza approfittarsene. Di miliardari buoni che donano parte del loro patrimonio per il bene dell’umanità non ce ne sono. Ma lasciamo parlare i numeri.
L’82% delle donazioni di questi “filantropi” finisce in fondazioni private, spesso controllate da loro stessi. Fondazioni che ovviamente possono essere trasmesse agli eredi. Fondazioni che godono di clamorosi vantaggi fiscali. Per ogni dollaro messo nelle casse della fondazione, il miliardario recupera fino a 74 centesimi grazie alle agevolazioni fiscali. In cambio di queste agevolazioni, le fondazioni hanno un solo obbligo: investire ogni anno in beneficenza almeno il 5% del loro bilancio. Peccato che in quel 5% si possano far rientrare le spese amministrative, gli stipendi dei dipendenti e contributi ad altri fondi. Ovviamente le detrazioni fiscali, però, si applicano al totale delle donazioni.

Riconosco però che spregiare la filosofia può essere un ottimo esercizio filosofico. E d’altro canto, gli stessi Filantropi che detestano il filosofare amano il sapere che serve, ad esempio, per produrre un vaccino o un’antenna 5G, e che può tradursi in un sostanzioso guadagno. Quindi, potremmo considerarli esponenti di una filosofia sui generis, positivista, pragmatica, utilitaristica, forse poco accademica ma in grado di produrre notevoli effetti.

Pieter Bruegel il Vecchio, il Misantropo (1568), Museo di Capodimonte, Napoli. W/p.d.

La mia perplessità più profonda è però un’altra. Di fatto, da quando questi grandi Benefattori se ne prendono cura, le condizioni generali dell’Umanità sono drammaticamente peggiorate. Come dice Solone, «in ogni cosa bisogna indagare la fine». E se era intenzione dei Filantropi applicare una terapia ai mali del mondo, il rimedio sembra alla fine aver prodotto più danni che benefici. Mi sono perciò convinto che il peggior male sia proprio la Filantropia. Penso vivremmo molto più serenamente senza questa opprimente sollecitudine per il nostro bene, senza chi si preoccupa così assiduamente della nostra salute, della sicurezza, del clima, dell’ambiente etc., imponendoci (per il nostro bene) sempre più oneri e austerità, restrizioni e impedimenti. Ci fossero più misantropi al mondo, penso saremmo tutti più liberi e felici.

E se osservo lo scempio della nostra civiltà, la sua devastazione interna ed esterna, mi viene il sospetto che i Filantropi amino l’Umanità come Gilles de Rais amava i bambini. Mi riferisco storicamente alla figura del Barone che emerge dagli atti del processo a suo carico. In realtà, non credo che quel virile uomo d’armi si abbandonasse alle efferatezze, ai rituali satanici e agli abomini di cui si dichiarò colpevole sotto tortura e per cui l’Inquisizione lo impiccò.

Viceversa, mi pare che i cosiddetti Filantropi nascondano, sotto una dichiarazione di sentimenti umanitari, una melma di desideri perversi, stupri mostruosi e commerci diabolici. Capisco che un’accusa tanto grave andrebbe provata. Ma è assurdo aspettarsi che una moderna Inquisizione sottoponga a processo i Filantropi e li torturi per indurli a una confessione. Ogni struttura inquisitoria oggi operante – politica, giuridica o mediatica – è infatti sotto il loro controllo.

Purtroppo, questa malefica filantropia si è diffusa ovunque, contagiando gran parte dell’Umanità. Dall’alto di una piramide gerarchica, scendendone i vari gradi, i suoi vischiosi sentimenti son colati giù verso gli strati inferiori, fino alla base dell’edificio, appiccicandosi alla gente comune. Nessuno può sfuggire a questo filantropismo coatto, sottrarsi ai doveri e al senso di responsabilità verso il genere umano senza avvertire un senso di colpa e di indegnità. Tutti siamo chiamati a combattere i grandi nemici dell’uomo: virus, batteri, raggi solari, anidride carbonica etc.

L’opinione pubblica non sa quanto i Filantropo-capitalisti guadagneranno da questa guerra, né di quanto costerà alla povera gente. Nessuno osa contestare il fatto che la soluzione di grandi problemi umanitari richieda grandi quantità di soldi, di sforzi e sacrifici economici. Chiunque provasse a suggerire altri approcci, meno venali e più spirituali, verrebbe preso per pazzo o considerato un ingenuo sognatore. Sembra che l’amore dell’Umanità, senza denaro, debba restare lettera morta, come una fede senz’opere. Par, dunque, si debba esser grati ai grandi Filantropi che investono in settori cruciali per il benessere dell’uomo e la sua sopravvivenza, come la biotecnologia, la vaccinazione di massa, i flussi migratori, l’economia green etc.

La piramide capitalista

È possibile cogliere qui un’altra peculiarità della Filantropia moderna, intendo la lontananza. Il suo amore si rivolge non al prossimo ma a soggetti lontani nel tempo e nello spazio, persone che non possiamo né vedere né toccare, la cui esistenza resta per noi un valore astratto. Veniamo mobilitati per rispetto verso qualcuno mai conosciuto, oppure verso le future generazioni, entità inesistenti cui bisogna lasciare in eredità un mondo migliore. È necessario far continue spese e rinunce, mettere pesanti ipoteche sul presente a favore di un ipotetico domani.

Alcuni potrebbero pensare che le donazioni dei Filantropi siano destinate a sollevare le condizioni dei poveri e dei bisognosi. In realtà son elargite a Governi, Società, Organizzazioni, perché ne facciano uso filantropico. Questi Governi etc. trasferiscono una parte del lascito ad altri filantropi e questi ad altri ancora. Della somma elargita beneficia dunque un circolo chiuso di filantropi i quali ne usano secondo le necessità umanitarie per loro più urgenti (oggi in genere farmaci, dispositivi elettronici, sistemi di sorveglianza etc.). Nessun soldo finisce mai nelle tasche dei non abbienti. Ma è proprio così che il Filantropo conta di aumentare la ricchezza e il benessere complessivo dell’Umanità.

La sua intenzione è far sì che la ricchezza e il benessere che si creano nel mondo restino al 99% proprietà dei Filantropi. La ragione di ciò è che i piani per la salvezza dell’Umanità sono immensi, e quindi solo persone immensamente ricche se ne possono far carico. Se la ricchezza totale fosse distribuita in maniera equa, si disperderebbe in una moltitudine di rivoli senza forza, senza coesione. Il Filantropo prende dunque su di sé le ricchezze dell’Umanità come una missione (non oso dire una croce) per poterla amare più efficacemente. Questo stabilisce un legame necessario tra Filantropia e plutofilia. Non si diventa infatti immensamente ricchi senza amare il denaro.

Buddha o Cristo non potevano certo esser Filantropi. Né un san Francesco, che proibiva ai suoi frati di maneggiar denaro, “merda del diavolo” (solo dopo la sua morte i francescani, liberati da quel rifiuto intransigente, poterono arricchirsi e diventar filantropi). E non poteva esser Filantropo il beato Cottolengo, che di giorno raccoglieva offerte per sfamare i suoi poveri malati e la sera, con irrazionale fiducia nella Provvidenza, gettava dalla finestra i soldi avanzati.

Il vero Filantropo capitalizza, accumula, sa che l’uomo è ciò che possiede. Il suo motto potrebbe essere “io ho quel che ho donato, più gli interessi”. E non bisogna immaginare in ciò interessi di natura morale, come la soddisfazione e la consapevolezza di aver fatto del bene. Piuttosto il compiacimento del buon seminatore, cui i raccolti «fruttano il trenta, il sessanta e il cento per uno». Di fatto, non si può interpretare correttamente il fenomeno della Filantropia moderna se non rovesciando i nostri tradizionali concetti di amore, altruismo, fratellanza, solidarietà etc., ancora legati a una vecchia etica religiosa.

Solo così ci apparirà perfettamente logico il progetto filantropico di una drastica riduzione della popolazione umana. Razionalmente non è infatti possibile conciliare l’amore per l’Umanità con un crimine contro l’Umanità. Se però accettiamo la prospettiva del Filantropo vedremo che la contraddizione è solo apparente. Il Filantropo ama infatti l’Umanità ma non i singoli uomini, che di solito disprezza. Perciò elabora e sostiene ogni programma che, pur danneggiando le persone reali, favorisca un’ottimizzazione ideale della società secondo criteri più razionali e produttivi. Dal suo punto di vista, il depopolamento globale è giustificato da ragioni superiori che lo rendono, per così dire, una ‘strage umanitaria’.

Dovremmo per questo considerare il ricco Filantropo un assassino? O sospettare di lui solo perché, come dice Balzac, “dietro ogni grande fortuna c’è un crimine”? Per la gente semplice è molto difficile comprendere i moventi dei Grandi Filantropi, i valori che li ispirano. Anch’io forse ne parlo muovendomi più sul piano della fantasia che della cognizione di causa. Ammetto che per me sono esseri sconosciuti, entità misteriose, quasi metafisiche, di cui posso supporre l’esistenza solo attraverso deduzioni di natura teologica. Ad esempio, argomentando che vi sia una Causa Prima o un primum movens che determini una catena di movimenti ed effetti filantropici.

Se fisso lo sguardo verso l’Olimpo dei Filantropi non vedo nulla, se non la luminosa caligine che l’avvolge. Più sotto divengono man mano visibili filantropi di livello inferiore – uomini d’affari, politici, giornalisti, medici etc. – investiti della missione di informarci e ammonirci, sorvegliarci e correggerci. Ma i gradi più sublimi restano arroccati su altezze inaccessibili, nascosti alla vista dei mortali. Non credo però che tale ritrosia sia dettata dall’umiltà. La mia teoria è che serva a nascondere gli effetti più ripugnanti e deformi della Filantropia.

Il passaggio dall’antropos al filantropos implica infatti delle mutazioni genetiche. Basta essere afflitti da una lieve sintomatologia filantropica per mostrare i segni di un’incipiente metamorfosi. Modificazioni quasi impercettibili per un occhio inesperto. Se però esaminiamo fasi più avanzate del processo – come appaiono in certi giornalisti, politici, scienziati etc. – diventa più facile cogliere nel volto, nella mimica, nel tono della voce, i sintomi di una degenerazione psico-somatica.

E salendo verso filantropi di grado ancor più elevato vedremo la corruzione interiore riflettersi in modo progressivo e sempre più evidente nei tratti esteriori. Come se un demone prendesse graduale possesso del loro corpo e ne alterasse le espressioni naturali. Faccio dunque l’ipotesi che chi sta all’apice dell’Ordine Filantropico, ormai integralmente posseduto dal demone, abbia sembianze e comportamenti non più umani.

La mia teoria coincide in parte con quanto si legge nel Canto XXXIII dell’Inferno dantesco. Giunto nella zona Tolomea, dove stanno i traditori degli ospiti, Dante rimane infatti sconcertato nel trovarvi due dannati – frate Alberigo e Branca Doria – che sa essere ancora vivi. Quegli uomini camminano ancora sulla terra, si chiede, quindi come possono essere qui? Gli viene spiegato che nel loro corpo è entrato un demone che ne guida i movimenti, simulando un’apparenza di vita, benché la loro anima sia da tempo precipitata tra le pene eterne.

Inferno Canto XXXIII

Quindi, anche i corpi dei grandi Filantropi potrebbero essere involucri disanimati, abitati da una forza infera. Compiono i normali gesti della vita pur essendo interiormente già morti. Parole, pensieri, atti, tutto proviene dal demone che li abita. Questo spiegherebbe il fatto che nei loro programmi filantropici venga esclusa ogni preoccupazione per l’anima e la sua immortalità. È naturale invece che progettino forme di tecno-vita, cioè di non-vita, in cui proiettano un’immagine di sé stessi, della loro natura di automi disumanizzati. E provano uno sterile piacere nel privare gli altri di essenziali prerogative vitali come la libertà, la ricerca della felicità, l’amore, persino il respiro.

Si può dunque presumere che il Filantropo sia solo un simulacro biologico la cui anima è già ospite della zona Tolomea, rinserrata in un lago di ghiaccio che raggela le sue stesse lacrime. Questa congettura sarebbe suffragata da una tradizionale esegesi secondo cui la colpa lì punita è quella di chi “servendo tradisce il servito”; di chi, fingendo di beneficare, tradisce il beneficato. E appunto questo è l’intento reale, il volto vero della Filantropia.

Non possiamo tuttavia sapere chi, tra quelli che oggi dicono di agire per il bene dell’Umanità, sia ancora umano e chi sia già uno spettro, un golem maligno. Questo pone un fondamentale problema etico, cui Dante forse non pensò. Infatti, se accettassimo la sua teoria, uccidendo alcune persone non commetteremmo un reale omicidio, dato che sono già morte. Dovremmo tuttavia aver la completa certezza che la loro anima sia già all’inferno. Nel dubbio, ci si offre questa alternativa: adottare il metodo dell’abate Amaury – “uccideteli tutti, Dio riconoscerà i suoi” – o più prudentemente astenerci, lasciando tale incombenza al tempo e alla natura.

Livio Cadè

 

 

Fonte: Ereticamente del 14 novembre 2021

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