L’esser beccaio [macellaio] debba essere stimata un’arte ed esercizio più vile che non è l’esser boia […]Giordano Bruno

IL MACELLAIO


Quel grande filosofo, che in ogni astro vedeva baluginare spiriti di vita, e al quale fu perciò inchiodata la lingua al palato e il corpo arso sulla pubblica piazza, diceva l’essere il beccaio mestiere più ignobile del boia. Ché questi almeno, quando squarta, arrota e incenerisce gli uomini, amministra la giustizia e punisce esseri colpevoli, mentre l’altro tortura e uccide animali innocenti per appagare gli appetiti smodati e insalubri della gola. Ma forse non si accorse, il Nolano, di applicare il giudizio umano a un essere che trascende l’ordinaria umanità.

Chi può credere che quest’uomo, che ad ogni lavoro piacevole e onesto che la società gli offre preferisce dedicarsi a tormentare e trucidare animali, esca dalla stessa matrice dei comuni mortali? Non v’è forse in lui una predestinazione fatale, una complessione del corpo e dell’anima che ne fa un essere diverso e formidabile? Solo all’apparenza egli è un normale essere umano, dotato di cuore, mente e braccia. Se lo osservate da lungi, non preso dal suo sacro ufficio, non riconoscerete in lui i segni di uno straordinario destino. Vi sembrerà provar piacere o dolore, gioia o tristezza come ogni altro uomo, e come tutti noi aver coscienza del bene e del male.

Ma in lui esiste qualcosa di incommensurabile, che trascende il giudizio e la comprensione della gente. Chi direbbe che su di lui incombe un sovrumano dovere, una cosmica pulsione di morte? Chi direbbe che l’ordine sociale è sostenuto dalle sue laboriose braccia? Ecco che una moltitudine lo invoca, lo attende con le fauci aperte, bramose di sangue. Egli lascia allora la sua donna, i suoi bambini, e simile a un dio risponde a quella muta preghiera.

Se la gente prende quel titolo – macellaio – così gravido di misconosciuto onore, e lo usa come epiteto infame, lui non se ne cura. Né lo turba muoversi in luoghi nauseabondi, tra le esalazioni del sangue e il fetore delle viscere. Non lo turba la vista dello strazio e della morte. Non lo intenerisce il terrore di esseri indifesi e nulla, nel calvario di tante incolpevoli creature, lo ripugna o può impietosire il suo spirito impietrito. Dispensa infinite agonie con una purezza incontaminata da dubbi e paure, con distaccata violenza e lucida spietatezza. E se, mentre con precisione meccanica sgozza, squarta e sbudella, lo sfiora il pensiero del tormento che la sua mano produce in quei corpi atterriti, se ne libera con olimpica indifferenza.

La natura ha posto nel suo animo un’apatica barbarie, ignara della sua stessa crudeltà. Solo un rivolo di soddisfazione scorre dentro di lui quando, con mano sicura, taglia la gola al soffice agnello, quando incurante di gridi orripilati e di sguardi sgomenti getta il maiale ancora vivo nella tinozza dell’acqua bollente o preme in un tritacarne pigolanti pulcini.  Forse pensa allora: “Nessuno macella meglio di me”, e vorrebbe una platea, ammaliata e ammutolita, a contemplare la sua opera, mentre abbatte il maestoso cavallo, spinge a bastonate il vitellino piangente verso un’orribile fine, rompe il cranio alla pacifica mucca o con colpi decisi mozza il capo di polli petulanti. La maestria e l’imperturbata noncuranza con cui spegne la vita!

Ma al popolo, che attende la provvida carne, è negato osservare quell’arte sublime, che risplende tra urla e gemiti e membra dilaniate. Alcuni, di fragile natura, potrebbero arretrare di fronte a quel macabro altare, fuggire dai lugubri supplizi, e spinti dalla pietà o dall’orrore rinunciare a cibarsi di carni, ripudiando i santi costumi dei Padri, pervertendo un ordine vitale atavico e venerando. Altri potrebbe trascolorare di fronte ai gesti del carnefice e, alla vista di quel baratro infernale che inghiotte fiumi di creature condannate senza colpa, dubitare di Dio. Del resto, chi potrebbe capire un simile disegno, la sua superiore necessità? Sancta sanctorum per soli adepti, porta d’accesso al mysterium tremendum, il sacro rito del macello va celato ad occhi profani.

Quel talento quasi divino di tacitare ogni tenerezza del cuore, ogni residuo di compassione e umana sensibilità di fronte al dolore, la perfezione di quel potere assoluto, deve restare invisibile ai non iniziati. Egli sa, e rinuncia a esibirsi. Si fa paziente esecutore della volontà popolare, umile strumento dell’umanità. E infine, quando il suo dovere è compiuto, svestito il grembiule scarlatto grondante di morte, indossa un camice candido come la neve, paramento del suo sacerdozio. Ripulite le mani dal sangue, eccolo pronto a officiare la quotidiana liturgia, a offrire eucaristici brani di cadaveri a un’assemblea necrofaga, a vogliosi mangiatori di carogne.

Nessuno di costoro vedrà mai dai corpi sapientemente smembrati levarsi i fantasmi delle vittime, piangendo la sorte che negò loro di vivere secondo natura, e che per ragioni a loro ignote li volle prigionieri dell’uomo, da lui seviziati e barbaramente uccisi. Nessuno udrà mai, mentre addenta quelle spente carni, una voce lamentarsi, chiedere giustizia, o reclamar vendetta. Solo il macellaio può far fronte ai suoni e alle visioni di quegli incubi spettrali, ai mari di sangue fumanti e alle impervie montagne di ossa, senza che lo colga la vertigine e la follia.

Cancellare ogni eco di gridi lacerati, fugare ogni ombra di immonda efferatezza e di rimorso, perché nessuno senta, nessuno veda, ecco l’ultimo miracoloso esito del suo lavoro. Egli prende su di sé il peccato di tutti e lo redime. Grazie a lui non sapremo mai della nostra vile, inetta complicità con quell’orgia di morte consumata in segreto, e da noi tacitamente comandata. È lui che ci concede di vivere senza tormentosi rimorsi, di dormire tranquillamente la notte, col ventre saziato dalle carni innocenti, con la coscienza ignara di sangue e di dolore.

Guardate questa madre affettuosa, che osserva sorridendo indecisa i lacerti disposti in bell’ordine sul banco. Infine, fiduciosa, si rivolge a lui, al Maestro. Gli chiede un saporito, morbido brandello di animale per il pingue figlioletto. Il macellaio sa, e dentro di sé sorride. Conosce quella donna tanto sensibile, che non tollera la vista del sangue, che insegna al suo pargoletto il rifiuto d’ogni atto violento, educandolo alla gentilezza e al buon cuore. Sa che ha donato al suo bimbo un coniglietto tiepido e vivace, compagno di giochi infantili, cui carezzare il capo tenendolo in grembo. Sa che lo chiamano Ciuffo, e ne parlano con tanto affetto! E sa che oggi gli offrirà a un altro tenero coniglio, ma immoto e senza nome, fatto a pezzi e cucinato per lui.

Il macellaio sa e sorride. Potrebbe irridere la donna e la sua grottesca incongruenza, ma bonariamente tace. Conosce gli uomini, lordi di sangue nel profondo, ma fuori immacolati come il suo camice bianco. E a tutti concede una muta, paterna assoluzione, mentre pone nelle loro mani avanzi di corpi senza vita, viatico per un pasto sereno in famiglia, un festoso convivio tra amici, una romantica cena.

Sì, ad opera finita, spogliati i panni del carnefice, il macellaio può apparire un uomo come tanti, padre e marito affettuoso, buon amico. Nessuno direbbe che un provvidenziale disegno incarna in lui l’emissario di decreti sovrumani, il ministro di sacrifici cruenti, custode di un’universale effusio sanguinis. Quasi per comando divino, in lui erompe l’ancestrale ferocia, la fiera vocazione alla mattanza, non più legata, come in noi, ai ceppi di un’ipocrita e pavida moralità.

Nelle sue vene scorre la vigorosa linfa che aborre la pietà e la misericordia, sentimenti flaccidi e nemici di ogni valorosa impresa. Vi pulsa l’ebbrezza dei saccheggi, delle torture e dei massacri. Sul suo braccio sterminatore splende la bellezza virile della distruzione. Nella sua voce risuona l’eterna Legge del Potere, ad affermare l’incontrastabile diritto del più forte. Per questo è il segno vivente di una trascendenza cui tutti dobbiamo inchinarci. Nella scala dell’umana grandezza, là sulla più alta cima, al di sopra di lui, siedono solo i macellai d’uomini, vertice e fondamento della civiltà.

Livio Cadè

 

 

 

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