Dal crollo sovietico alla nuova Russia.

«Il mago del Cremlino e il ritorno dello Stato russo»
Il romanzo Il mago del Cremlino come chiave per leggere la nascita del potere di Putin tra oligarchi, energia e geopolitica
Redazione Inchiostronero
Nota redazionale
Questo articolo prende spunto dal romanzo Il mago del Cremlino (1) di Giuliano da Empoli per esplorare il contesto storico e geopolitico che ha accompagnato l’ascesa di Vladimir Putin.
Più che una semplice recensione letteraria, il testo propone una riflessione sulla Russia degli anni Novanta: il collasso dell’Unione Sovietica, la presidenza di Boris Eltsin, la nascita degli oligarchi e la privatizzazione delle immense risorse naturali del paese.
Il romanzo diventa così un punto di partenza per comprendere un passaggio storico cruciale: la trasformazione di uno Stato in crisi in una potenza geopolitica nuovamente influente, anche grazie al controllo dell’energia e delle materie prime.
Accanto alla dimensione storica e politica, l’articolo accenna anche all’adattamento cinematografico del libro e al delicato rapporto tra narrazione letteraria, interpretazione politica e realtà storica.
«Quando uno Stato crolla, non scompare il potere: cambia semplicemente chi lo esercita.»
Introduzione
Il romanzo Il mago del Cremlino di Giuliano da Empoli ha avuto il merito di riportare al centro dell’attenzione una domanda che riguarda non soltanto la Russia, ma la natura stessa del potere contemporaneo: come nasce un sistema politico capace di trasformare il caos in controllo?
Più che un semplice romanzo politico, il libro è una riflessione sulla trasformazione del potere nel XXI secolo. Attraverso il racconto di una notte di conversazione nel cuore di Mosca, Da Empoli suggerisce che la politica moderna non si limita più a governare territori e istituzioni: governa anche le percezioni, le narrazioni e l’immaginario collettivo.
Il libro non è una biografia di Vladimir Putin, né un saggio storico in senso stretto. È piuttosto una narrazione che utilizza la figura immaginaria dello stratega Vadim Baranov – ispirato al consigliere politico Vladislav Surkov – per raccontare la costruzione di una macchina del potere.
Attraverso questa lente narrativa, il romanzo suggerisce una tesi forte: il potere di Putin non nasce da un’ideologia, ma dal collasso di uno Stato e dalla necessità di ricostruirne l’autorità.
Per comprendere questa trasformazione bisogna tornare agli anni immediatamente successivi al crollo dell’Unione Sovietica, quando la Russia attraversò uno dei momenti più drammatici della sua storia moderna.
Il contesto dopo il crollo dell’Unione Sovietica
Nel 1991 l’Unione Sovietica si dissolve improvvisamente, lasciando dietro di sé un vuoto politico ed economico enorme.
Per oltre settant’anni lo Stato sovietico aveva controllato ogni aspetto della vita economica. Con la sua scomparsa, l’intero sistema entra in una fase di transizione caotica.
Sotto la presidenza di Boris Eltsin la Russia tenta di trasformarsi rapidamente in un’economia di mercato. Il processo avviene con una velocità tale da generare effetti devastanti:
crollo del prodotto interno lordo
inflazione galoppante
impoverimento di milioni di cittadini
crisi delle istituzioni statali
L’Occidente osserva questo processo come la nascita di una nuova democrazia. Molti russi, invece, lo percepiscono come una perdita di stabilità e di prestigio nazionale.
La Russia degli anni Novanta appare come uno Stato incapace di controllare il proprio territorio e la propria economia. È in questo contesto che prende forma la classe degli oligarchi.
Gli oligarchi e la privatizzazione delle risorse
Uno dei processi più controversi della transizione russa fu la privatizzazione delle immense ricchezze industriali e naturali del paese.
Attraverso programmi di riforma economica sostenuti anche da istituzioni occidentali come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, lo Stato russo avviò la vendita di gran parte delle sue imprese pubbliche.
Il risultato fu la nascita di una nuova élite economica: gli oligarchi.
In pochi anni un ristretto gruppo di uomini d’affari acquisì il controllo di:
industrie metallurgiche
infrastrutture energetiche
banche
compagnie petrolifere
Molte di queste operazioni avvennero a prezzi estremamente bassi rispetto al valore reale degli asset. Alcuni osservatori hanno definito questo processo una delle più grandi redistribuzioni di ricchezza della storia moderna.
Le immense risorse naturali della Russia – petrolio, gas, metalli rari – finirono così nelle mani di pochi gruppi privati.
Il mito della “Russia comprata per pochi miliardi”
In questo periodo nacque anche una narrazione spesso ripetuta nei dibattiti geopolitici: quella secondo cui la Russia sarebbe stata “venduta” all’Occidente per una cifra irrisoria.
In realtà non esiste un documento storico che dimostri un’offerta americana per acquistare l’intero paese.
Quello che accadde fu qualcosa di diverso ma non meno impressionante: interi settori strategici dell’economia russa furono privatizzati a valori enormemente inferiori al loro potenziale reale.
Questa percezione di svendita nazionale alimentò una profonda diffidenza verso le riforme economiche e verso l’influenza occidentale.
La Russia sembrava un paese ricchissimo di risorse ma incapace di controllarle.
Ed è proprio su questo terreno – tra perdita di sovranità economica e crisi dello Stato – che si inserisce l’ascesa di Putin.
L’arrivo di Putin e la ricostruzione dello Stato
La Russia degli anni Novanta sembrava un gigante crollato su se stesso, ricco di risorse ma privo di direzione.
Nel giro di pochi anni, quello stesso paese ha ritrovato una forma di potere proprio attraverso ciò che rischiava di perdere: il controllo dello Stato, dell’energia e del racconto della propria storia.
Quando Vladimir Putin arriva al potere nel 2000, la Russia è un paese stremato da quasi un decennio di crisi economica, instabilità politica e perdita di prestigio internazionale. Le istituzioni sono fragili, il potere dello Stato appare limitato e gran parte delle ricchezze nazionali è passata nelle mani di una nuova élite economica emersa durante le privatizzazioni degli anni Novanta.
In questo contesto, Putin non si presenta come un leader carismatico nel senso tradizionale del termine, né come il portatore di una grande dottrina politica. Ex funzionario del KGB e uomo dell’apparato statale, egli appare piuttosto come un amministratore del potere, guidato da un principio pragmatico: senza uno Stato forte, la Russia rischia di dissolversi definitivamente.
La sua visione nasce dall’esperienza personale. Putin ha vissuto dall’interno il crollo dell’Unione Sovietica e il vuoto di potere che ne seguì. Per molti russi quella stagione non rappresentò soltanto la fine di un sistema politico, ma anche la perdita di un ordine che, pur con tutte le sue contraddizioni, garantiva una certa stabilità.
Per questo, uno dei primi obiettivi della nuova leadership è ricostruire la verticalità dello Stato. Il Cremlino cerca di ristabilire il controllo su regioni, istituzioni e settori economici strategici. In particolare, il nuovo potere politico decide di intervenire sul rapporto tra lo Stato e gli oligarchi, la potente classe di imprenditori che negli anni Novanta aveva accumulato immense ricchezze attraverso la privatizzazione delle industrie statali.
Alcuni di questi uomini d’affari avevano acquisito un’influenza tale da condizionare apertamente la politica nazionale. Putin decide di ridimensionarne il ruolo, imponendo un nuovo equilibrio: gli oligarchi possono mantenere le loro attività economiche, ma non devono interferire con il potere dello Stato.
Parallelamente, il Cremlino avvia un processo di progressiva riappropriazione del controllo sulle industrie strategiche, in particolare nel settore energetico. Petrolio e gas non rappresentano soltanto una fonte di ricchezza economica, ma anche uno strumento di politica internazionale.
Compagnie come Gazprom e Rosneft tornano progressivamente sotto una forte influenza statale e diventano pilastri della nuova politica economica russa. Attraverso di esse lo Stato recupera risorse finanziarie e rafforza la propria capacità di negoziare sul piano geopolitico.
In questo modo l’energia si trasforma in una leva fondamentale del potere statale. I grandi giacimenti di gas e petrolio, molti dei quali situati nelle regioni più remote della Siberia, diventano non soltanto un motore economico ma anche un elemento centrale della strategia internazionale russa.
Accanto alla ricostruzione economica e istituzionale, emerge anche un altro elemento: la volontà di restituire al paese una narrazione di sé. Dopo gli anni del disorientamento e della crisi, la Russia cerca di ridefinire il proprio ruolo nel mondo, recuperando un senso di continuità storica e di identità nazionale.
In questo processo, il potere politico non si limita a riorganizzare l’economia o le istituzioni. Cerca anche di ricostruire l’immagine dello Stato, la fiducia nella sua capacità di guidare il paese e la percezione di una Russia nuovamente presente sulla scena internazionale.
Nel giro di pochi anni, il paese che negli anni Novanta sembrava avviato verso una lunga fase di declino riesce a ritrovare una forma di stabilità. Non si tratta di una trasformazione improvvisa o priva di contraddizioni, ma piuttosto di un lento processo di ricomposizione del potere statale.
Ed è proprio questo passaggio — il tentativo di trasformare il caos ereditato dagli anni Novanta in un nuovo ordine politico — che rappresenta una delle chiavi per comprendere la Russia del XXI secolo.

Il potere come percezione: la lezione del romanzo
Qui il romanzo di Da Empoli introduce uno dei suoi temi più affascinanti.
Il potere contemporaneo, suggerisce il libro, non si esercita solo attraverso istituzioni o eserciti. Si esercita anche attraverso la gestione delle percezioni.
Il personaggio di Vadim Baranov incarna proprio questa intuizione. Il suo compito non è soltanto amministrare la politica, ma costruire la narrazione che la rende possibile.
Nel mondo mediatico contemporaneo, la politica diventa sempre più una forma di regia.
Le elezioni, le conferenze stampa, le crisi internazionali non sono soltanto eventi politici: sono momenti di una rappresentazione pubblica del potere.
Il Cremlino, nel romanzo, appare come un laboratorio di questa nuova forma di governo.
Dal romanzo al cinema
Il successo internazionale del libro ha portato rapidamente alla nascita di un progetto di adattamento cinematografico, affidato al regista francese Olivier Assayas, autore noto per la sua capacità di unire racconto politico e tensione psicologica. Il film, intitolato The Wizard of the Kremlin, vede tra gli interpreti principali Paul Dano nel ruolo di Vladimir Putin.
Il passaggio dal romanzo al cinema introduce inevitabilmente un elemento di trasformazione. Il mago del Cremlino, infatti, è un libro costruito soprattutto sul dialogo, sulla riflessione politica e su una lunga conversazione che attraversa anni di storia russa. Il cinema, invece, richiede movimento, ritmo narrativo, immagini capaci di tradurre in scena ciò che sulla pagina vive soprattutto di parole e idee.
Questo significa che l’adattamento cinematografico dovrà trasformare un racconto prevalentemente intellettuale in una narrazione visiva. Le dinamiche del potere, i giochi di influenza, le strategie politiche dovranno emergere non tanto attraverso lunghe spiegazioni quanto attraverso situazioni, atmosfere e tensioni drammatiche.
In questo senso il cinema possiede una forza particolare. Può restituire ciò che spesso sfugge alla pagina scritta: il clima di un’epoca, il peso simbolico dei luoghi, la dimensione quasi teatrale della politica. Le stanze del Cremlino, i corridoi del potere, le conferenze stampa e gli incontri riservati possono diventare elementi visivi capaci di raccontare, senza parole, la costruzione di un sistema politico.
Ma proprio qui emerge anche una distanza inevitabile tra verità storica e rappresentazione cinematografica. Ogni film, soprattutto quando affronta eventi recenti e figure politiche ancora presenti sulla scena internazionale, è costretto a semplificare processi complessi e a condensare anni di storia in una struttura narrativa relativamente breve.
Il romanzo di Da Empoli conserva un’ambiguità interpretativa che permette al lettore di riflettere sui meccanismi del potere senza pretendere di fornire una spiegazione definitiva. Il cinema, invece, tende naturalmente a trasformare la complessità in racconto, individuando personaggi centrali, conflitti chiari e svolte narrative riconoscibili.
Per questo motivo l’adattamento cinematografico non potrà essere una semplice trasposizione del libro. Sarà piuttosto una reinterpretazione, una nuova forma di racconto che utilizzerà la materia narrativa del romanzo per costruire un’opera autonoma.
In fondo, questa trasformazione riflette lo stesso tema che attraversa il libro: il potere non è soltanto un insieme di decisioni politiche, ma anche una forma di rappresentazione. E il cinema, con il suo linguaggio fatto di immagini e simboli, è forse uno degli strumenti più efficaci per raccontarla.

Le immense risorse naturali russe
C’è però un elemento che spesso rimane sullo sfondo sia nelle narrazioni politiche sia nelle opere letterarie: l’enorme patrimonio di risorse naturali della Russia. Eppure, senza considerare questo fattore, è difficile comprendere davvero il ruolo della Russia nel mondo contemporaneo.
Il territorio russo, il più vasto del pianeta, si estende per oltre undici fusi orari e racchiude una delle concentrazioni di materie prime più straordinarie della storia moderna. In questa immensa geografia si trovano alcune delle più grandi riserve mondiali di:
• gas naturale
• petrolio
• uranio
• nichel
• platino
• foreste
• acqua dolce
A queste si aggiungono vaste riserve di carbone, diamanti e metalli rari, indispensabili per l’industria tecnologica contemporanea. Non è un caso che molti analisti considerino la Russia uno dei principali “archivi energetici” del pianeta.
Queste risorse costituiscono da decenni uno dei pilastri della potenza geopolitica russa. Già durante l’epoca sovietica l’energia rappresentava una componente fondamentale dell’economia statale, ma fu soprattutto dopo il crollo dell’URSS che il loro valore strategico emerse in tutta la sua evidenza.
Negli anni Novanta, infatti, gran parte di queste ricchezze era finita sotto il controllo degli oligarchi. Attraverso privatizzazioni rapide e spesso opache, interi settori energetici e industriali furono trasferiti nelle mani di pochi gruppi economici. In molti casi lo Stato russo perse il controllo diretto di infrastrutture fondamentali: giacimenti, oleodotti, raffinerie, reti di distribuzione.
Questa situazione contribuì ad alimentare la percezione di una Russia che, pur essendo immensamente ricca di risorse, non riusciva più a gestirle in modo sovrano.
Con l’arrivo di Putin al potere, lo Stato torna progressivamente a esercitare una forte influenza su questo settore. Senza abolire completamente l’economia di mercato, il Cremlino cerca di ristabilire un controllo strategico sulle principali aziende energetiche, considerate essenziali per la sicurezza nazionale e per la stabilità economica del paese.
In questo contesto l’energia assume un ruolo che va ben oltre la dimensione economica. Gas e petrolio diventano anche strumenti di politica internazionale, elementi attraverso cui la Russia può negoziare accordi, influenzare equilibri regionali e rafforzare la propria presenza nello scenario globale.
La costruzione di grandi gasdotti verso l’Europa e l’Asia, ad esempio, non rappresenta soltanto un’infrastruttura energetica, ma anche una rete di relazioni economiche e politiche che lega tra loro paesi diversi.
In questo modo la Russia torna a essere una potenza non tanto per la forza della sua economia industriale – che resta relativamente limitata rispetto a quella di altre grandi nazioni – quanto per il peso strategico delle sue risorse naturali.
Esiste tuttavia anche un paradosso. Molti economisti parlano a questo proposito di resource curse, la cosiddetta “maledizione delle risorse”. Quando un paese dispone di enormi ricchezze naturali, l’economia può diventare eccessivamente dipendente dall’estrazione e dall’esportazione di materie prime, rallentando lo sviluppo di altri settori produttivi.
La storia russa si muove da tempo all’interno di questa tensione: da un lato un territorio straordinariamente ricco di risorse, dall’altro la difficoltà di trasformare questa abbondanza in uno sviluppo economico equilibrato e duraturo.
Eppure, nel contesto geopolitico contemporaneo, proprio queste risorse continuano a rappresentare una delle chiavi fondamentali per comprendere la posizione della Russia nel mondo.
In un’epoca in cui energia, materie prime e infrastrutture strategiche tornano al centro degli equilibri internazionali, la geografia stessa della Russia rimane una delle sue più grandi fonti di potere.
Tre chiavi per capire davvero la Russia
Per comprendere la Russia contemporanea è utile considerare tre elementi che spesso restano sullo sfondo delle analisi politiche. Non si tratta soltanto di fattori economici o istituzionali, ma di dimensioni più profonde – geografiche, storiche e strutturali – che hanno contribuito a modellare nel tempo la cultura politica del paese.
Il primo è la geografia. La Russia non è semplicemente uno Stato: è uno spazio continentale che si estende dall’Europa orientale fino all’Oceano Pacifico, attraversando undici fusi orari e comprendendo territori estremamente diversi tra loro per clima, popolazione e sviluppo economico. Questa immensità geografica ha sempre rappresentato allo stesso tempo una ricchezza e una sfida. Governare un territorio così vasto significa controllare distanze enormi, mantenere infrastrutture complesse e garantire la sicurezza di confini lunghissimi. Non sorprende quindi che nella storia russa si siano affermate forme di potere fortemente centralizzate. Dall’epoca degli zar fino al periodo sovietico e alla Russia contemporanea, lo Stato ha spesso assunto il ruolo di struttura necessaria per tenere insieme un territorio così esteso. In molti casi, dunque, il centralismo russo nasce più dalla geografia che da un preciso progetto ideologico.
Il secondo elemento è la memoria del crollo sovietico. Quando nel 1991 l’Unione Sovietica si dissolve, milioni di cittadini si ritrovano improvvisamente all’interno di un nuovo assetto politico ed economico. Intere regioni cambiano confine, le istituzioni si trasformano e lo Stato perde gran parte della propria capacità di controllo. Per molti russi quella fase non fu soltanto una transizione politica, ma un trauma storico. Non a caso Vladimir Putin definirà la dissoluzione dell’URSS «la più grande catastrofe geopolitica del XX secolo». Questa affermazione è spesso interpretata in Occidente come nostalgia per il sistema sovietico, ma in realtà riflette soprattutto la percezione di una perdita di stabilità, di prestigio internazionale e di continuità storica. La memoria di quel passaggio continua ancora oggi a influenzare il modo in cui una parte della società russa percepisce il ruolo dello Stato e il valore della stabilità politica.
Il terzo fattore riguarda il paradosso delle risorse naturali. La Russia possiede alcune delle più grandi ricchezze energetiche del pianeta: immense riserve di gas naturale, petrolio, minerali strategici, foreste e acqua dolce. Questa abbondanza ha garantito al paese un peso geopolitico significativo, soprattutto nel settore energetico. Tuttavia, proprio questa ricchezza ha prodotto nel tempo una dipendenza economica dalle esportazioni di materie prime. Gli economisti definiscono questo fenomeno resource curse, la cosiddetta “maledizione delle risorse”: quando un paese possiede grandi quantità di risorse naturali, l’economia tende a concentrarsi su quei settori, rallentando lo sviluppo di altre attività industriali e tecnologiche. La storia russa è segnata da questo equilibrio complesso tra potenza energetica e difficoltà di diversificazione economica.
Considerate insieme, queste tre dimensioni – la geografia, la memoria storica e la struttura economica legata alle risorse – aiutano a comprendere perché la Russia segua spesso traiettorie politiche diverse da quelle di altri paesi europei. Non si tratta soltanto di scelte politiche contingenti, ma di un intreccio di fattori profondi che continuano a influenzare il modo in cui lo Stato russo interpreta il proprio ruolo nel mondo.
Conclusione
Il merito principale de Il mago del Cremlino non è quello di spiegare definitivamente Putin, ma di suggerire una prospettiva più ampia sul potere contemporaneo.
La storia della Russia post-sovietica mostra come la politica nasca spesso da una combinazione di fattori profondi:
- crisi dello Stato
• trasformazioni economiche radicali
• controllo delle risorse naturali
• costruzione delle narrazioni pubbliche
Putin emerge da questo intreccio più come un prodotto della storia russa recente che come il risultato di un progetto individuale.
Nel giro di pochi anni la Russia è passata dall’essere una superpotenza in dissoluzione a uno Stato che ha ritrovato una forma di stabilità, costruita anche attraverso il controllo delle sue immense ricchezze energetiche.
Ed è forse proprio questo il paradosso più sorprendente della storia recente russa:
un paese che negli anni Novanta sembrava quasi in vendita al miglior offerente ha ritrovato il proprio peso geopolitico proprio grazie a quelle stesse risorse che un tempo rischiava di perdere.
In questo senso il romanzo di Da Empoli racconta molto più di una stagione politica: racconta il momento in cui, nel silenzio delle stanze del potere, uno Stato ha ricominciato a ricostruire se stesso.

Nota dell’autore
Questo articolo nasce da una curiosità che mi accompagna da tempo: capire come un paese possa attraversare una crisi profonda e, nel giro di pochi anni, cercare di ricostruire una nuova forma di potere. La lettura de Il mago del Cremlino di Giuliano da Empoli mi ha offerto una chiave narrativa per tornare su quella stagione storica — gli anni Novanta russi — che spesso ricordiamo solo in modo superficiale.
Ma per me la Russia non è soltanto un tema geopolitico o un oggetto di studio. È anche un ricordo personale. Qualche anno fa ebbi la fortuna di visitarla, invitato da un amico giornalista. Fu un viaggio che mi lasciò addosso una sensazione difficile da definire: quella di trovarsi in un paese immenso, attraversato da una storia lunga e complessa, dove il passato sembra non essere mai davvero lontano.
Ricordo le conversazioni, gli sguardi delle persone, la percezione quasi fisica di un popolo che porta dentro di sé una memoria profonda — fatta di orgoglio, sofferenza, ironia e resistenza. In Russia si ha spesso l’impressione che la storia non sia soltanto qualcosa che si studia nei libri, ma una presenza che continua a vivere nelle città, nelle parole e nei silenzi.
Forse è anche per questo che il romanzo di Da Empoli mi ha colpito. Dietro il racconto del potere, delle strategie politiche e delle risorse energetiche, si intravede sempre qualcosa di più grande: il tentativo di un paese di ritrovare un equilibrio dopo una frattura storica enorme.
Scrivendo questo pezzo mi sono reso conto che la Russia degli anni Novanta rappresenta uno dei passaggi più sorprendenti della storia recente: una potenza che sembrava dissolversi sotto il peso delle proprie contraddizioni e che, nel giro di pochi anni, ha cercato di ricostruire se stessa proprio attorno a ciò che rischiava di perdere — lo Stato, il controllo delle risorse, la propria posizione nel mondo.
Forse è anche per questo che continuo a guardare alla Russia con una certa nostalgia. Non una nostalgia politica, ma quella sensazione che si prova verso un luogo dove si è percepito, anche solo per un momento, il peso della storia e la profondità di un popolo.
E forse, alla fine, è proprio questo che rende la Russia così difficile da comprendere e così impossibile da ignorare.
Consigli di lettura
Bibliografia essenziale
Da Empoli, Giuliano – Il mago del Cremlino
Applebaum, Anne – Il tramonto della democrazia
Sakwa, Richard – Putin and Russian Politics
Gaddy, Clifford – Russia’s Resource Curse
