L’elisir di Dulcamara? Il dramma della depressione: “il Male oscuro”. La Ketamina da oggi diventa la nuova frontiera il preparato in grado di sostituire e superare il Prozac: ma non è che il “Male oscuro” sia invece la modernità?

La sanità statunitense ha dato il via libera all’uso dell’esketamina, un nuovo farmaco antidepressivo ad azione rapida destinato per ora ai soggetti che non rispondono a nessun trattamento. Il mondo sanitario afferma che l’uscita del prodotto della Janssen Pharmaceutica, del gruppo Johnson & Johnson, è la migliore notizia per chi soffre di depressione da oltre trent’anni, quando si diffuse il Prozac. Le polemiche e le perplessità non mancano. L’esketamina è infatti un derivato della ketamina, il potente anestetico largamente usato in medicina, consumato anche come droga “ricreativa”. Lo stupore coglie noi profani già all’uso del termine ricreativo riferito a droghe, ma basta un rapido giro su Internet per leggere la descrizione della ketamina come farmaco anestetico e, proprio così, “sostanza ricreativa dagli effetti dissociativi “, in grado di produrre “allucinazioni interne, ingresso in un’altra realtà, dimensione transpersonale di coscienza”.

Da oggi, la ketamina diventa la nuova frontiera, il preparato in grado di sostituire e superare il Prozac e gli altri farmaci chimici contro “il male oscuro”. Chi scrive ha vissuto nella propria famiglia il dramma della depressione, il buio che si impadronisce della vita di esseri umani, devastandone l’esistenza insieme con quella di chi li ama. Speriamo con tutto il cuore che la ricerca sia pervenuta a una svolta e tante sofferenze siano lenite. Non possiamo però esimerci da alcune considerazioni. La prima riguarda i rischi della terapia, che non sembrano trascurabili, l’altra è una riflessione generale sulla depressione, malattia sociale, morbo dell’anima di questa nostra fragilissima modernità.

La rivista Science descriveva già nove anni or sono la ketamina come droga allucinogena capace di rigenerare le connessioni tra le cellule cerebrali interessate dalla depressione, oltreché attenuare i sintomi del male. In diversi ospedali europei esistono protocolli per trattare i pazienti che non rispondono agli antidepressivi convenzionali con una sorta di cura palliativa a base di medicamenti non ancora autorizzati. Una grande novità è che l’esketamina viene somministrata in forma di aerosol per via nasale, anziché per iniezione come la ketamina. Le prove di laboratorio affermano che si tratta di un farmaco relativamente sicuro, ma con alcuni effetti collaterali. Il punto di forza sta nella velocità di risposta, l’effetto sarebbe quasi immediato, visibile dal giorno seguente o addirittura nello stesso giorno di assunzione, a differenza degli antidepressivi convenzionali i cui benefici, quando ci sono, si apprezzano dopo settimane.

I settori economici più ricchi del pianeta sono quelli che lucrano sulle nostre fragilità e ci ingozzano di farmaci anche per malattie che non abbiamo!

Questo alimenta speranze straordinarie specie per i pazienti con pulsioni suicidarie e supera uno dei maggiori limiti dei vecchi preparati, i cui effetti indesiderati tendono ad affacciarsi presto, a differenza dei miglioramenti, con tutto ciò che comporta in termini di disagi e qualità di vita dei pazienti e delle sfortunate famiglie. Nella fase iniziale, l’esketamina dovrebbe essere prescritta nelle depressioni più difficili, i casi che resistono ai farmaci, a malati le cui ultime speranze sono affidate a trattamenti “pesanti” come la stimolazione cerebrale o l’elettroshock, ma presto entrerà nella vita di soggetti sui quali almeno due differenti terapie non abbiano avuto successo, in combinazione con altri antidepressivi. Aumenterà la pressione arteriosa di molti pazienti e la sensazione di benessere e euforia potrà essere accompagnata da fenomeni di dissociazione fisica e mentale simili alle allucinazioni, della durata di un’ora o più. Preoccupa il costo del ciclo terapeutico, 3.500 dollari, e la circostanza che l’America è immersa in una epidemia di oppiacei alimentata dalla massiccia prescrizione di analgesici molto potenti. L’homo consumens aborre e non sopporta il minimo dolore fisico.

Il nuovo farmaco è paragonato per importanza all’irruzione del Prozac, che, nelle parole di un insigne psichiatra, “democratizzò il trattamento della depressione; dette uno strumento nuovo e sicuro che i medici di base non avevano timore di utilizzare. L’esketamina è la prima grande novità da allora e promette di essere una soluzione ai casi di depressione ostinata, resistente ai trattamenti farmacologici.” Fin qui le notizie e le legittime speranze. Quel che colpisce profondamente – e non riguarda solo la depressione – è il modo di essere, l’antropologia contemporanea alla base di problemi e disagi destinati a divenire malattie o drammi di massa, di cui si cerca di curare gli effetti, ma mai di rimuovere le cause. La depressione non è una casualità o una disgrazia, è un autentica tragedia per milioni di persone, un problema psicosociale tipico della vita moderna. 

Tipico è anche l’approccio per la soluzione: la depressione è un malfunzionamento biochimico del cervello, dunque la soluzione sta nel produrre reazioni biochimiche di segno positivo. Ovvio che le ferite vadano innanzitutto suturate e ricucite, ben venga l’esketamina e qualunque altro farmaco “definitivo”, se verrà prodotto, ma nulla cambierà davvero se non modificheremo la società che genera, insieme ad altri malanni, il male di vivere che chiamiamo depressione.

Vincent Van Gogh. Sulla soglia dell’eternità.

Male di vivere che sembra essere un frutto avvelenato del secolo XX, se un poeta, Eugenio Montale, ne fece l’oggetto di una celebre lirica del 1925, il cui culmine è il verso in cui la soluzione appare come “divina Indifferenza”, con la lettera I maiuscola. Solo l’indifferenza salva una vita destituita di senso, cioè la resa. La depressione ci è sempre parsa il simbolo drammatico della capitolazione individuale, per quanto alcuni esseri eccezionali siano riusciti a sublimarla nell’arte. Pensiamo all’opera di Vincent Van Gogh, in particolare al quadro del vecchio con la testa fra le mani, Le soglie dell’eternità, L’Urlo di Munch o l’ultimo Goya. Gli uomini comuni si rifugiano nei paradisi artificiali, droghe, alcool, dipendenza da comportamenti ossessivi o compulsivi, di cui la nostra società abbonda, fenomeni sconosciuti o limitati in tempi diversi.

Il male oscuro appartiene alla modernità. Ne fu testimone un grande scrittore dimenticato per la sua lontananza dalle correnti politiche dominanti, Giuseppe Berto. Nel 1964 scrisse febbrilmente un romanzo autobiografico, il Male oscuro, appunto, pressoché privo di punteggiatura e di una vera trama, a significare la vita a salti e a bocconi del depresso. Nel libro si rincorrevano quasi tutti i temi che fanno di un essere umano contemporaneo un depresso: la ricerca ossessiva del risultato (la gloria letteraria, per Berto), i conflitti con i genitori, i sensi di colpa, l’incapacità di essere normale e di definire la normalità, l’ansia della performance, la ricerca frenetica di terapie, la speranza mal riposta nella soluzione affidata ad apprendisti stregoni, la disillusione per la psicanalisi.

Quarant’anni prima fu Italo Svevo, nella Coscienza di Zeno, ad affidare alla letteratura il tormento di uomini – nel tempo intere generazioni – che cominciavano a misurare sé stessi in termini di fallimento, impossibilità di attribuire senso all’esistenza. La destituzione di qualunque scopo della vita, a partire dalla morte di Dio annunciata da Nietzsche, ci sembra l’impresa e la ragione sociale della modernità. Il crollo dei valori “di prima”, il mondo di ieri, Dio, patria, famiglia, identità ha lasciato sul campo un esercito di frustrati e di malati di vivere. Non tutti finiscono nella depressione, ma l’uomo non è fatto, no davvero, per la struggle for existence, la lotta evoluzionista per la vita teorizzatada un “maestro del sospetto”, Charles Darwin, la competizione continua placata solo dal desiderio animale, dalle pulsioni,  il principio di piacere di Sigmund Freud.

Christian Krohg struggle for existence.

Rinserrato l’orizzonte nella trappola della materia, intronizzata la giovinezza, la prestanza, la vittoria nella guerra della ricchezza, vincitori e vinti crollano. I più sensibili cadono preda dell’ansia e della depressione, moltissimi sopravvivono perché non pensano e si contentano di panem et circenses, consumo e soddisfazione immediata dei desideri. Altri sviluppano una sensibilità patologica, come il protagonista del racconto di Jorge Luis Borges, Funes o della memoria. Il poveretto ha un terribile dono, ricorda tutto e finisce per morire sfinito dall’accumulo, in anticipo sull’uomo contemporaneo, che dall’eccesso di luci, immagini, parole è avvolto e disorientato.

Hikikomori.

La depressione, paradossalmente, diventa un rifugio, una prigione da cui qualcuno non vuole uscire. Chiuso in se stesso, il depresso, come l’hikikomori, il disgraziato postmoderno perennemente connesso, barricato davanti allo schermo simulacro della realtà, ripiega, si arrende e spesso scarica sugli altri i propri drammi. Come Zeno si sente malato, inetto, sconfitto, tutto è per lui scontato e insensato. Per alcuni solo la morte è considerata la soluzione, mentre per altri, privati della speranza, incapaci di credere e levare lo sguardo in alto, è il terrore che paralizza e fa trascinare la vita in un vivere-per-la-morte fatto di sgomento, scandito da attacchi di panico, repentini cambi d’umore, fobie. L’orrore del vuoto unito ai due poli di Freud, Eros e Thanatos, sesso e pulsione di morte.

La Ketamina da oggi diventa la nuova frontiera il preparato in grado di sostituire e superare il Prozac: ma non è che il “Male oscuro” sia invece la modernità?

Là fuori, per il depresso è una giungla, e non ha torto. Come definire altrimenti un mondo in cui la medicalizzazione della vita ci rende dipendenti da pillole, farmaci vari, in cui solo gli “esperti” sanno risolvere i problemi? Ci gettiamo tra le braccia di psicologi, pedagogisti, guru, scienziati veri e fasulli. Molti rispondono alle leggi ripugnanti del mercato padrone, ma anche i più sinceri finiscono per trascinarci in un gorgo in cui la nostra fragilità è il loro successo. Dobbiamo tendere per obbligo a un benessere asettico, igienizzato, declinato come comodità, facilità, assenza di rischio e fatica, scimmia dell’irraggiungibile felicità tramutata, in ben-avere, unico obiettivo di individui soli, incomunicabili, sradicati.

Charles Gabriel Lemonnier, L’età dei Lumi.

Milioni di uomini non possono, non vogliono vivere così. Il rimedio prescritto dalla società: dosi più massicce della medesima pozione che avvelena, il mondo sempre più “liquido”, la libertà come assenza di regole, rigetto della responsabilità, vite trascinate in una finta bambagia, liquido amniotico o coperta di Linus, generazioni di pecore matte. In più, in Occidente è fortissimo un sentimento di colpa per la nostra civiltà dagli esiti distruttivi, una fredda depressione di massa che fa odiare se stessi. Il penultimo gradino prima della resa, che per qualcuno è semplice dissoluzione, per altri angoscia, depressione, autodistruzione. I Lumi ci hanno rischiarato fino all’accecamento.

Forse davvero gli uomini hanno riflessi di vita, perché, a ben guardare, sono ancora molti a non cadere nella depressione, nei paradisi artificiali o nel cinismo della corsa a ogni costo. Fateci caso: i settori economici più ricchi del pianeta sono quelli che lucrano sulle nostre fragilità, Big Pharma ci ingozza di farmaci anche per malattie che non abbiamo, i mercanti di droga, la finanza che promuove l’avidità, gli imprenditori schiavisti del sesso compulsivo. Negli Stati Uniti, gli antidepressivi hanno un giro d’affari di quindici miliardi di dollari annui e uno psicofarmaco, il Ritalin è prescritto a milioni di bambini la cui naturale vivacità è diventata un fastidioso difetto di fabbricazione. Sono ipercinetici da tenere fermi con l’aiuto delle pasticche, meglio davanti alla pubblicità della televisione, per farne i consumatori depressi di domani.

I paradisi artificiali sono evidentemente inferni reali, se la ketamina, analgesico potente con effetti allucinatori, droga chimica tra le tante, opportunamente riconfigurata può diventare una terapia decisiva contro la depressione. Eterogenesi dei fini, o astuzia del male. Gli effetti possono essere volti in positivo, ma le cause sono tutte lì, quelle della depressione e quelle di tutte le malattie sociali che ci affliggono. Chi ha inoculato il virus è anche proprietario dell’antidoto.

Speriamo, come tutti, che l’esketamina diventi l’elisir di Dulcamara antidepressivo. Ma senza una società malata, drogata dal consumo, infettata da mille mali sconosciuti agli oscuri progenitori del barbaro passato, poveri, forse ignoranti ma non depressi, non si guadagna, non si muove il PIL. Il problema e la soluzione sono così vicini da toccarsi. Con la ketamina mi drogo per superare i miei limiti, con lo stesso principio attivo sconfiggo la depressione.

Che il male oscuro sia la modernità?         

Immagine: René Magritte – La grande guerre, 1964.

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Un commento

  1. Francesca Rita Rombolà

    18 Marzo 2019 a 16:06

    Pochi oggi non soffrono del “male oscuro”. Non servono di certo i farmaci per contrastarlo, a volte basta una cosa anche scontata, tenere nelle braccia un cucciolo di gatto impaurito e maltrattato trovato per caso tra i rifiuti o guardare un fiore dai petali rigogliosi sotto il primo sole primaverile, e la depressione va in fuga. Possibile che l’uomo non si renda conto di quanto siano importanti le piccole cose, le cose semplici e naturali dell’esistenza? Non è in grado di capirlo più? Allora è davvero perduto.

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