Franck Thilliez, maestro del giallo francese, proprio come la protagonista del Manoscritto, costruisce un intreccio calibrato al millimetro, giocando con i temi perturbanti del doppio e della memoria, incastrando in ogni svelamento un nuovo mistero; il risultato è un thriller implacabile, che non lascerà scampo a nessuno, lettore compreso.

Caleb Traskman, famoso scrittore di thriller, si suicida lasciando incompiuto il suo ultimo manoscritto, che racconta la storia di Léane, a sua volta scrittrice di successo. Sposata con Jullian, ha visto il suo matrimonio naufragare dopo il misterioso assassinio della figlia Sarah, il cui corpo non è mai stato trovato, nonostante un serial killer abbia rivendicato l’omicidio. Sono ormai trascorsi anni, ma Jullian, che ha continuato a indagare, è convinto che sua figlia sia in realtà ancora viva. Gli indizi raccolti dall’uomo sembrano assumere un senso quando, al confine con la Svizzera, due poliziotti ritrovano nel bagagliaio di un’auto il cadavere di una giovane donna dal volto strappato e senza mani. Ma Jullian viene aggredito e perde la memoria: tocca a Léane prendere in carico l’indagine del marito e cercare di rimettere insieme i tasselli di un enigma che, indizio dopo indizio, si rivela sempre più complesso. E tocca al figlio di Caleb Traskman scrivere il finale della storia…

La trama del romanzo.

Gennaio 2014. È un inverno affamato, terribile, implacabile quello che avvolge Sarah e i suoi capelli biondi raccolti sotto un berretto di lana blu e verde, Sarah e le sue mani infilate nei guanti da running e la luce led al braccio, Sarah e i suoi diciassette anni, i suoi occhi di luce azzurra e la sua voglia di correre bene in quelle gare regionali di mezzofondo sempre più vicine. In estate la località pullula di gente che passeggia, che si rilassa e che in gran parte è interessata ad ammirare le colonie di foche che sono lì da un’eternità, tuttavia, quel 23 gennaio del 2014, alle 17.30, nel buio appena bucato dai lampioni, esistono solo i fantasmi dei venditori dei wafel e gli spettri inafferrabili degli aquiloni. In quella mezz’ora la giovane ha incrociato soltanto qualche ombra trascinata da quella del proprio cane, il resto è stato silenzio. Un silenzio totale e impenetrabile. Il rientro a casa, quella porta che aveva lasciato chiusa adesso aperta, chi c’è…?

Sarah è stata rapita quattro anni prima e la polizia ha archiviato il caso come omicidio a opera di un noto serial killer, pur non essendo mai stato ritrovato il corpo della ragazza. Dopo la tragedia, del suo matrimonio con Jullian non è rimasto che un luogo, la solitaria villa sul mare nel Nord della Francia che Léane Morgan considerata la regina del thriller, ma che firma i suoi libri con uno pseudonimo per preservare la propria vita privata, dopo il suo profondo sconvolgimento per la scomparsa di Sarah.

Ma quando il marito viene brutalmente aggredito subendo una perdita di memoria, lei si vede costretta a tornare in quella casa, carica di ricordi dolorosi e, adesso, di inquietanti interrogativi: cosa aveva scoperto Jullian, perso dietro alla ricerca ossessiva della verità sulla scomparsa della figlia?

 

Come inizia. 

  

Prefazione

   «Prima, solo una parola: xifoforo».

   Inizia così il libro di mio padre Caleb Traskman. Ho scovato il manoscritto in uno scatolone in fondo alla sua soffitta, dove aveva la fastidiosa tendenza ad accumulare di tutto. Il pacco di fogli formato A4 si nascondeva in quel caos da un anno, ben al caldo sotto un abbaino che, quell’estate, faceva entrare una bella luce del Nord. Mio padre non aveva mai rivelato l’esistenza di quel manoscritto a nessuno, di sicuro l’aveva scritto da solo nella sua immensa villa, davanti al mare, durante quei dieci mesi in cui mia madre si spegneva in un ospedale, consumata dall’Alzheimer.

  

   Quella storia, all’epoca senza titolo, non l’ha conclusa. Però credo che gli mancassero solo una decina di pagine sulle quasi cinquecento del manoscritto. Non molto di per sé, ma una catastrofe per il genere letterario di cui era diventato uno dei più illustri esponenti. I thriller di mio padre facevano tremare centinaia di migliaia di lettori e avevo tra le mani forse uno dei suoi migliori romanzi. Contorto, labirintico, angosciante come nessun altro. Anche uno dei più neri. La storia di questa scrittrice, Léane, fatta della sua stessa stoffa, mi ha catturato e mi ha ricordato fino a che punto i libri di mio padre fossero lo specchio delle sue paure profonde e delle sue peggiori ossessioni. Penso che fosse in pace con se stesso solo quando riversava sulla carta i suoi incubi. E quanti incubi alla Traskman ci sono in questo romanzo.

   E però, il finale?, mi direte voi. La conclusione dove tutto si sarebbe dovuto risolvere, Dio santo? Perché Caleb Traskman, re dell’intrigo e delle grandiose rivelazioni finali, non aveva fornito tutte le risposte? Perché non era arrivato in fondo al suo diciassettesimo libro?

   Avrei potuto credere che si fosse fermato dopo la morte di mia madre e avesse abbandonato il manoscritto, forse perché già sapeva che tre mesi dopo si sarebbe sparato una pallottola in testa con l’arma di un poliziotto. O forse non era stato in grado di ultimare la storia. Sì, lo avrei potuto pensare se solo certi elementi del testo non mi avessero suggerito il contrario, non mi avessero mormorato all’orecchio che, fin dall’inizio, mio padre sapeva che non l’avrebbe finito. Come se quella “non-fine” facesse parte della trama, del “mistero Caleb Traskman”. Un ultimo colpo di scena prima della sua morte.

   E però sono certo che i più razionali tra voi si domanderanno comunque: perché accanirsi a scrivere un libro senza finale? Perché passare un anno della propria vita a costruire una casa già sapendo che resterà senza tetto? Mentre scrivo c’è ancora un vero enigma da risolvere che riguarda, tuttavia, soprattutto la sua vita privata. 

   Quando Évelyne Leconte, la sua editor di sempre, ha saputo dell’esistenza di questo manoscritto, ha dapprima fatto un salto di gioia fino al soffitto. Ma quando lo ha letto e ha scoperto che il libro si riduceva a un numero di magia senza l’effetto speciale finale, è piombata in una profonda disperazione. Era inconcepibile pubblicare un romanzo postumo di Caleb Traskman senza le sue pirotecniche rivelazioni finali, anche se, presumo, moltissimi suoi lettori ci si sarebbero comunque fiondati sopra.

   Così è arrivato il momento degli incontri, delle teorie, del confronto per risolvere il rompicapo proposto da mio padre. I nostri brainstorming negli uffici parigini sono durati settimane. A ogni riunione eravamo una dozzina attorno al tavolo ad aver letto e riletto il manoscritto, ad averne scandagliato ogni pagina per capire perché Caleb avesse sottolineato i palindromi, perché da quel libro emergesse una tale ossessione per i numeri.

   In quei momenti di incomprensione e dubbio, ci guardavamo in modo ostile. Ci siamo a lungo incaponiti sull’incipit, quel «Prima, solo una parola: xifoforo». Perché quella frase? Cosa significava davvero? Credetemi, non c’è un solo addetto della casa editrice che oggi non sappia che uno xifoforo è un piccolo pesce d’acqua dolce tropicale chiamato anche swordtail per la forma della sua pinna caudale. Tutto molto interessante, vero?

   Poi un giorno, Évelyne, che lo conosceva da più di trent’anni, ha suggerito una soluzione.

   LA soluzione.

   Aveva finalmente trovato la chiave, aveva scoperto l’implacabile meccanica della mente contorta di mio padre. Quel finale era tutto sommato evidente, a ben pensarci, e davanti a noi si presentavano tutti gli elementi fin dalle prime (e dalle ultime) parole. Ma, affidata in buone mani, l’evidenza è talvolta quanto di più difficile ci sia da vedere, in quello stava il genio di Caleb Traskman.

   Restava solo da scriverlo, quel finale, e allora tutti gli sguardi si sono rivolti verso di me. Non ho il talento del mio patriarca ma, da degno erede, qualche anno prima avevo pubblicato due gialli senza pretese. Verso la fine del romanzo troverete quindi una nota che indica il momento in cui ho iniziato a scrivere io. Noterete anche che abbiamo lasciato tali e quali le parole sottolineate e alcuni altri elementi importanti per la trama. Avete tra le mani ciò che l’estate scorsa ho avuto tra le mie.

   C’è qualche punto che non siamo riusciti a risolvere nella stesura di quel finale o che abbiamo dovuto immaginare. Difficile sapere dove mio padre volesse andare a parare esattamente e come avesse previsto di concludere la storia. Di fronte alle lacune che il racconto originale non ci ha permesso di colmare, è stato necessario fare scelte, prendere decisioni che non sarebbero forse state quelle dell’autore. Per misurare la complessità dell’impresa, immaginate la Gioconda senza volto e che chiedano a voi di dipingerlo, quel volto… In ogni caso, spero che la mia conclusione sia all’altezza delle vostre aspettative, ho fatto di tutto perché lo fosse.

   E per rispettare fino in fondo il lavoro di Caleb, mantenere fino all’ultima parola lo spirito di questo libro, serviva un finale come quello che scoprirete. Se siete stati attenti durante la lettura, troverete per forza la risposta alla domanda che vi farete.

   Ah, un’ultima cosa. Penso ai lettori più assidui di Caleb, che saranno anche i più scettici sulla natura di questo prologo. Immagino ciò che pensano: è Caleb Traskman in persona che scrive queste parole, ne sarebbe di certo capace. Il prologo fa parte della storia, il che implica che Caleb ha scritto anche la fine modificando lo stile di scrittura. È vostro diritto crederlo e non potrei mai provare il contrario. Ma in fondo poco importa. Un romanzo è un gioco di illusioni, tutto è vero quanto è falso, e la storia inizia a esistere solo nel momento in cui voi la leggete.

   Questo libro che state per iniziare (o l’avete già iniziato, forse?) si intitola Il manoscritto. È stata una mia idea e tutta la casa editrice ha approvato. Non c’erano alternative. 

J-L. Traskman

Caleb Traskman

Il manoscritto

«Juste un mot en avant: un xiphophore».

Prologo

Gennaio 2014 

   L’inverno. Affamato, terribile, implacabile. Scoraggiava i podisti della domenica e già spazzava via con la sua ala gelida tutti i buoni propositi per il nuovo anno. Sarah ci vedeva al contrario un’ulteriore motivazione per il suo passatempo. Le gare regionali di mezzofondo si avvicinavano e lei voleva fare bella figura.

   Con i capelli biondi raccolti sotto un berretto di lana blu e verde, le mani infilate in guanti da running e la luce led al braccio, la diciassettenne scese di corsa i gradini della villa e si affacciò allo studio.

   «Mamma, io vado!».

   Nessuno le rispose. La madre era di sicuro a passeggiare sulle dune o in riva al mare, in cerca di ispirazione per il nuovo romanzo. E suo padre, direttore in un’azienda che si occupava del recupero di edifici storici, non rientrava mai prima delle 19, se non le 22 negli ultimi tempi. Ai suoi genitori capitava sempre più spesso di non incrociarsi nemmeno, di guardarsi appena, di cenare senza parlare, uno di fronte all’altra, come due pesci rossi. Ecco perché Sarah non si sarebbe mai sposata. Già non superava mai i tre mesi di fila con uno stesso ragazzo, figurarsi diciannove anni nello stesso acquario…

   “L’ispiratrice” svettava dietro le dune della baia dell’Authie, all’estremo nord di Berck-sur-Mer. A Sarah quel nome, “L’ispiratrice”, sembrava stupido, ma era stato tra i muri di quella villa – un rudere comprato a poco prezzo dieci anni primi e allora noto come “La Rosa delle sabbie” – che Léane, sua madre, all’epoca maestra, aveva scritto il suo primo romanzo di successo. Ci si arrivava attraverso un sentiero di asfalto malmesso, trecento metri dopo aver superato il faro bianco e rosso che vegliava sulla costa. La casa in stile normanno segnava in qualche modo la fine della civiltà e l’inizio del regno della natura. Gli unici visitatori erano una manciata di gabbiani, appollaiati sul tetto in ardesia continuamente spazzato da venti carichi di sabbia. Sarah detestava quella sabbia, quella materia ripugnante che penetrava nel minimo interstizio, sferzava le finestre, incrostava le auto.

   Si fece un selfie in cui le ridevano gli occhi, due laghi di luce azzurra, e mandò la foto alla madre con il messaggio «Vado a correre», appoggiò il telefono sul tavolo in sala, uscì e chiuse a chiave la porta. La giovane s sportiva passò davanti alla rimessa dei windkart e imboccò un sentiero attraverso le dune. Poi raggiunse la strada asfaltata che collegava la baia dell’Authie al lungomare.

   In estate la località pullulava di gente che passeggiava, in gran parte interessata ad ammirare le colonie di foche che erano lì da un’eternità. Ma, quel 23 gennaio 2014, alle 17,30, nel buio appena bucato dai lampioni, esistevano solo i fantasmi dei venditori di wafel e gli spettri inafferrabili degli aquiloni.

   Anche se il freddo non le dava noia, Sarah detestava la bassa stagione e aveva fretta di lasciare la Costa d’Opale. Quelle cittadine in capo al mondo, esangui per metà dell’anno, che somigliavano a cimiteri marini. Ristoranti e bar raggomitolati dietro le serrande di metallo, la gente chiusa in casa, a bere o ad annoiarsi vicino al camino, attaccati alla gonna nera dell’inverno… Un vero mortorio. I suoi genitori – in particolare sua madre con i suoi ingenti diritti d’autore – stavano per comprare un appartamento in centro a Parigi. Per lei andava benissimo fare cambio tra una villa di trecento metri quadrati in mezzo alle dune e un appartamento di tre stanze al quinto piano con vista sulla Torre Eiffel. E poi non avrebbero venduto “L’ispiratrice”, era per avere un appoggio nella capitale. Sua madre poteva scrivere le sue storie di omicidi e rapimenti solo davanti al Mare del Nord: aveva quel rapporto particolare con casa sua che di solito hanno i marinai con la propria barca. Era convinta che la villa le portasse fortuna.

   Stupide fissazioni da scrittori.

   In mezz’ora Sarah incrociò solo qualche ombra trascinata dall’ombra del proprio cane. Le onde stanche sbiancavano sotto il molo. Berck colava verso gli abissi come una balena morta. Quando la brina le aveva ormai trasformato il viso in un pezzo di ghiaccio, la ragazza decise di tornare indietro: motivata, certo, ma non pazza.

   Passò accanto all’ospedale marittimo – sfondo perfetto per un film dell’orrore –, superò il faro e il suo occhio da ciclope. Nell’area per i camper c’era comunque una decina di mezzi, parcheggiati tra rimesse per le barche e muri di sabbia. Le fievoli luci all’interno testimoniavano la presenza di pochi irriducibili venuti ad arenarsi sulla costa, nonostante il freddo boia. Se li immaginava tutti in pigiama ad abbrutirsi davanti alla TV o a inebriarsi di partite di carte infinite attorno a una bottiglia di rosso.

   Si affidò all’illuminazione bluastra dei lampioni per tornare al confine estremo della baia. Dopo un centinaio di metri nella sabbia umida e nella nebbia fitta, guidata solo dalla torcia legata al braccio, riuscì finalmente a vedere le luci ovattate della villa, pulsazioni di vita nell’inferno di sabbia. Malgrado gli strati di abiti, il pungente vento da ovest le arrivava fino alle ossa. Già sognava un bel bagno con le cuffie in testa e Happy di Pharrell Williams come sottofondo.

   Prese la chiave da dove l’aveva lasciata e la infilò nella serratura, ma la porta non era chiusa.

   «Mamma, sono tornata!».

   Non notò l’ombra dietro di lei che alzava il braccio per colpire.

   Il dolore alla testa.

   Poi il buio totale. 

   Sei mesi dopo, una ciocca di cinquecentododici capelli – non uno di più, non uno di meno – arrivò per posta all’indirizzo de “L’ispiratrice”. La polizia li identificò come appartenenti a Sarah e riconobbe il modus operandi dell’autore di quattro rapimenti, ancora in libertà. La busta era stata timbrata a Valenza nel dipartimento della Drôme, a ottocento chilometri di distanza.

   Léane e Jullian Morgan non rividero più la loro figlia.

1

Quattro anni dopo, dicembre 2017 

   Pochi minuti dopo aver lasciato la pompa di benzina, Quentin prese il cellulare ultimo grido appoggiato sul cruscotto. Cercò di farlo funzionare, ma l’apparecchio era protetto e servivano le impronte digitali. Lo spense – per evitare di farsi beccare tramite la geo-localizzazione –, lo lanciò sul sedile passeggeri e accese la radio. Nekfeu con Nique les clones sostituì la musica classica del CD spandendo il suo rap acido nella berlina.

   Vedo solo cloni, è cominciato a scuola. Come pensi di fare per cavartela? Qui, tutti recitano sognando milioni di euro. E io sono cresciuto come una rosa tra le ortiche.

   Una rosa tra le ortiche. Quello che aveva pensato di essere nel cuore della città. Un ragazzo diverso, combattivo, che poteva cavarsela: puntava al diploma di meccanico, per riparare le auto. Il suo sogno era vivere sotto i cofani di Ferrari, Porsche, Audi, R8, perché sapeva che non avrebbe mai potuto guidarle, come i capoccia. Ma la città lo aveva preso, ingoiato, digerito come un’ortica, aveva trasformato anche lui in un clone. Non aveva nemmeno la patente. La miseria era come una piovra. Una volta afferrato dai suoi tentacoli, invischiato nel suo inchiostro, era impossibile sfuggirle.

   Quentin si asciugò il sudore sulla fronte, aprì la cerniera del bomber e guardò nello specchietto retrovisore. Nessuno in strada. Solo le curve, la notte e il profilo scuro delle montagne. Nonostante quello che aveva appena fatto, si sentiva bene, sereno, libero. Amava quell’atmosfera da fine del mondo, lontano dal cemento, dal rumore, dalle grida delle donne picchiate dai vicini di pianerottolo. Presto avrebbe lasciato quei giganti di granito e sarebbe tornato alla misera periferia di Échirolles, a dormire tutto il giorno, fumare canne, giocare alla Play, fino alla volta successiva. Il teatro della sua vita infame, riassunto in tre atti.

   Guardò le banconote stese sul sedile passeggeri sotto la Beretta e il cellulare. Non molto, certo, ma un giorno avrebbe avuto abbastanza denaro da parte. Se ne sarebbe andato anche lui, come suo padre, ma non per le stesse ragioni. Accarezzò la croce attaccata a una catenina d’oro appesa allo specchietto retrovisore e sorrise. Dio vegliava su di lui.

   I bagliori blu delle sirene lo sorpresero dopo una curva stretta. Nella luce dei fanali, un uomo con il gilet arancio agitava un bastone luminoso. Nel parcheggio lungo la strada c’era un mezzo pesante che veniva ispezionato da un cane da pastore belga con l’addestratore.

   La dogana.

   Quentin imprecò. Dopo il colpo era uscito dall’autostrada e aveva imboccato i tornanti di montagna per evitare proprio quel genere di seccatura. Alzò il piede. Cosa ci facevano lì quei fuori di testa, a quell’ora e nel mezzo del parco della Chartreuse? I doganieri erano davvero tignosi, non si accontentavano di controllare l’identità, frugavano da cima a fondo e facevano entrare quelle schifezze di nasi a quattro zampe nell’abitacolo o nel bagagliaio. Per una frazione di secondo pensò di fare inversione ma in quella strada, con il parapetto e il burrone, gli ci sarebbero voluti secoli per scappare. E poi ovviamente il doganiere l’aveva visto e gli stava ordinando di accostare e fermarsi nell’area di sosta.

   Respirare, non demoralizzarsi, e riflettere… Cinque agenti, tre auto di cui due 308 turbo. Il ragazzo aveva il vantaggio della sorpresa e comunque non aveva scelta: fece finta di rallentare, di fermarsi e, quando l’agente arrivò all’altezza del finestrino aperto dal lato conducente, spinse con forza sul pedale di destra. Sentì gli uomini in divisa gridare e ne vide due correre verso la loro auto.

   Quentin guidava per la sua vita, per la sua libertà. Lo aspettava una decina di chilometri di curve a gomito fino a Grenoble. Nessuna scappatoia, poteva solo accelerare e sperare di sopravvivere all’inferno di asfalto. Con la fedina penale che già si ritrovava, se l’avessero beccato per lui sarebbero stati casini grossi. Non aveva più niente da perdere.

   Una sirena risuonò nel deserto minerale delle montagne. Quentin continuò ad accelerare e scalare le marce come in un videogioco. Le stesse sensazioni e in più un biglietto per l’inferno. Per poco evitò un parapetto e sfiorò il precipizio. Le ruote posteriori stridettero, il veicolo zigzagò ma non uscì fuori strada. Quentin lanciò un grido di rabbia, aveva distanziato gli inseguitori di una cinquantina di metri. Più forte del suo pilota virtuale sul circuito del Nürburgring.

   Quando, tre curve dopo, la Morte si presentò al suo cospetto, il suo ultimo pensiero fu per la madre. Non si era messo la cintura di sicurezza. Così, al momento dell’impatto contro i blocchi di cemento di un parafuoco, si schiantò contro il parabrezza; la parte superiore del corpo finì sul cofano, l’altra fu trattenuta dall’airbag. Il veicolo sbandò ancora per una decina di metri in un fascio di scintille e si bloccò sull’orlo del dirupo. Il passaggio istantaneo da trenta a zero chilometri orari non fu così violento, la sottile catenina con la croce restò addirittura attaccata allo specchietto, ma Quentin fu invece scaraventato fuori e alla fine cadde a oltre quaranta metri di distanza, come un fiammifero lanciato nel vuoto. La sua scatola cranica si schiantò contro le rocce e la brusca decelerazione gli fece esplodere gli organi interni. Il cuore si staccò dall’aorta, un rene saltò.

   La sua esistenza, i suoi diciotto anni, l’insieme dei suoi ricordi, sorrisi e pianti furono polverizzati in meno di un secondo, su un’anonima strada di montagna, tra Chambéry e Grenoble. L’auto era sopravvissuta, eccetto i vetri in frantumi e la parte sinistra sfondata.

   Marc Norez, controllore della dogana da oltre ventidue anni, al volante della 308, chiamò polizia e pompieri. Una serata che doveva essere tranquilla e invece finiva in un incubo. Prima dell’inseguimento, aveva avuto il tempo di vedere il volto del fuggitivo, al posto di blocco. Di quei lineamenti così giovani restava una minuscola sagoma senza testa, appena visibile nonostante la potenza della sua torcia. Che spreco. Perché era scappato? Di cosa aveva avuto paura? Cosa ci faceva su quella strada isolata a quell’ora?

   Norez parlò cinque minuti con il collega, poi camminò lungo il parapetto e si diresse verso gli altri agenti, appena arrivati. Fecero uscire l’addestratore con il cane da pastore belga e subito l’animale mostrò segni di agitazione. Si lanciò come un fulmine verso il bagagliaio, rimasto intatto, e si mise ad abbaiare. Grattava la vernice con le zampe. Uno degli agenti, armato, spinse il pulsante per aprire.

   Fece un balzo all’indietro quando scoprì il cadavere di una donna.

   Le avevano strappato il viso.

2

   A Vic Altran il bianco lunare dei fanali, la notte in agguato dietro gli alberi, come un rettile pronto a rizzarsi, e il profilo frastagliato delle montagne sullo sfondo ricordarono un quadro di Pierre Seinturier. Il poliziotto della sezione Omicidi non conosceva né l’artista, né le sue opere, ma aveva visto di sfuggita quel nome e un disegno quattro anni prima da qualche parte, forse in una galleria di Grenoble. Il suo cervello era andato a cercare quell’informazione come un braccio meccanico in un juke-box e gliel’aveva messa davanti senza che lui potesse farci niente.

   Fin dall’infanzia, Vic accumulava ricordi inutili. Cinque anni prima era rimasto per oltre quattordici settimane l’uomo da battere in un quiz televisivo di France 2 che lo aveva reso la star della squadra mobile e del quartiere. Aveva vinto l’equivalente di diecimila euro in libri, dizionari, giochi da tavolo da cui non era riuscito a separarsi e che occupavano più posto di un’auto in garage. Poteva rispondere ad assurdità del tipo: «Mi dica il numero di mosse della partita di scacchi Karpov contro Kasparov a Mosca il 9 novembre 1985», o dare la definizione esatta della parola “vinculum”. Diceva di essere stato sconfitto perché aveva trovato uno più forte di lui, all’indomani dei suoi quarant’anni, ma gran parte degli amici e colleghi sapeva che in realtà si era stancato di quell’esposizione mediatica e aveva preferito tornare alla sua vita da poliziotto.

   Sul luogo del dramma c’erano già una quindicina d’uomini al lavoro, imbacuccati nei giacconi e con i berretti in testa. Pompieri, doganieri, pompe funebri, una squadra della polizia scientifica e i colleghi da Grenoble, Ethan Dupuis e Jocelyn Mangematin. Salutò tutti per nome e trovò il suo socio Vadim Morel intento a dare istruzioni al fotografo dell’Identità Giudiziaria.

   Morel gli offrì del caffè forte da un thermos che portava sempre con sé quando le temperature erano tali da congelare le cime degli alberi e le punte delle dita. I due uomini si diressero verso il parapetto con un bicchiere in mano e le sciarpe fin sopra il naso. Da lontano si assomigliavano – tutti e due mori, stessa corporatura media, stessa mezza età, li chiamavano “V&V” – ma Vadim Morel aveva un viso che gli era valso il soprannome “Mr Patata”: labbra grosse, orecchie a sventola e occhi talmente tondi che sembravano essere stati ritagliati e poi incollati vicino al naso.

   «I doganieri avevano il posto di blocco a quattro chilometri da qui, prima di Saint-Hilaire. Controlli di routine. Il conducente della Ford grigia è scappato ed è finito nel dirupo».

   Gli porse la carta d’identità. Quentin Rose, diciotto anni, residente a Échirolles. Un altro viso che Vic avrebbe sistemato nel suo archivio personale. Gliela rese e osservò oltre la barriera tagliafuoco. Più in basso e illuminate nel cuore della notte, osservò le formichine dell’Identità Giudiziaria.

   «Come sono scesi fin laggiù?».

   «Attraverso un sentiero da quella parte».

   Si avvicinarono all’auto dai vetri distrutti di cui era stata aperta la portiera anteriore. Morel indicò gli elementi sul sedile raccolti come prove.

   «Erano per terra dal lato passeggero. Un po’ di soldi, una Beretta e un cellulare con lo schermo in mille pezzi. Ma quello che conta è nel bagagliaio».

   Il baule dell’auto incidentata conteneva il cadavere di una donna, per metà avvolto in un telone verde. Il corpo era stato spinto in fondo dalla violenza dell’urto. La testa, rivolta verso la luce esterna delle alogene, era dentro un sacchetto di plastica trasparente, chiuso da un grosso elastico blu attorno al collo. Nel viso scuoiato – era rosso come una colata di lava – due orbite vuote sembravano aspettare gli occhi. Di lato, c’erano prodotti per la pulizia, candeggina, due secchi, strofinacci, un badile e due sacchi di calce viva.

   Vic sollevò il telone. Mancavano le mani, tranciate di netto. Gli avambracci erano avvolti fino al gomito in sacchetti di plastica che erano stati chiusi con lo scotch e non con gli elastici, come per la testa.

   «Disgustoso. Avresti potuto avvertirmi».

   Vadim Morel alzò il bicchiere in segno di benvenuto.

   «Non sembravi del tutto sveglio. Il divorzio?».

   «Nathalie vuole tenere MammaM (1). No, ma ti rendi conto? È la mia cagnolina e lei la vuole aggiungere alla lista infinita di tutto quello che già mi sta portando via. Che risultato, dopo quindici anni di matrimonio!».

   «Non per scadere in un infelice gioco di parole, ma dai loro un dito e si prendono il braccio. A proposito, se cerchi le mani sono in quell’angolo là».

   Vic si spostò per non essere di ostacolo alla luce artificiale. Lungo la fiancata destra, vicino al cric, trovò uno di quei sacchetti usati per congelare il cibo chiuso anche quello con lo scotch.

   «Erano imballate? Così?».

   «Come le vedi. Nessuno ha toccato niente. Stessa cosa per braccia e testa. Ben impacchettate come normale carne da macelleria. Il tipo era previdente e non voleva sporcare la macchina».

   «E gli occhi? Il viso? Dove sono?».

   «Non lo sappiamo. Non nell’auto, in ogni caso».

   Vic sollevò il sacchetto e lo mise davanti alle lampade. Le mani, con i palmi l’uno contro l’altro, avevano le dita di un colore cereo. Il radio e l’ulna sembravano essere stati tranciati di netto. Morel tirò fuori una gomma da masticare da una scatolina e se la infilò in bocca.

   «Sembra che il cranio sia sfondato nella parte posteriore. Forse le ha strappato il viso con lo scalpello e le ha tolto gli occhi con un cucchiaino, come nei film. Sai, tipo Hannibal Lecter? E pensare che quel bastardo non aveva nemmeno vent’anni».

   Vic rimise a posto il sacchetto e si concentrò sul cadavere. La vittima sembrava essere una giovane donna, con i capelli corti biondi, dall’età impossibile da stimare senza la pelle né gli occhi, con quel sangue che si era indurito sulla superficie, come un magma raffreddato. Forse di circa vent’anni. Vista la presenza del badile e della calce viva che accelera il deterioramento dei materiali organici, sembrava evidente che Quentin Rose contasse di seppellire il corpo da qualche parte.

    «Nessun documento?».

   «Nessuno. E l’autopsia non sarà fatta prima di domani sera, a essere ottimisti. I medici legali sono oberati di lavoro da due giorni per via dell’incidente del pullman a Chamrousse. E non voglio nemmeno pensare a quando avremo i risultati del test del DNA… Tra dieci anni, se siamo fortunati».

   «Ah sì, Chamrousse…».

   Il telefono di Morel suonò.

   «Scusami, è Poirier, ho chiesto una verifica del numero di immatricolazione. Almeno questo passaggio è rapido».

   Si allontanò per parlare. Vic bevve il caffè dal bicchiere stretto tra i guanti spessi. Le mani, così come il viso e gli occhi erano tratti distintivi e identitari. Le impronte digitali, il colore dell’iride, la forma del naso… Evidentemente l’intenzione era rendere la ragazza anonima. Rose contava forse di sbarazzarsi delle mani in un posto e del resto altrove? Dove era diretto? In quel groviglio infinito di larici e pini, dove avrebbe potuto sotterrare la vittima senza l’ombra di un testimone?

   Vic detestava gli inizi di un’indagine, troppe direzioni possibili che gli facevano spesso venire l’emicrania. Con un po’ di fortuna, quella storia sarebbe finita ancor prima di cominciare, perché il loro principale sospettato – un viso su una carta d’identità – era morto. Unico problema: siccome non avrebbe mai potuto rispondere alle loro domande, avrebbero dovuto trovare le risposte da soli.

   Il poliziotto scrutò i dintorni, quei flash delle macchine fotografiche che crepitavano, i pini sullo sfondo, la curva dell’asfalto con le linee bianche, il suo capo che parlava con il sostituto procuratore, anche lui tirato giù dal letto nel pieno della notte. Nella sua memoria si stava dipingendo in tempo reale un quadro lugubre, un’immagine di orrore di un’estrema precisione, rubata al momento presente. Nell’ora a venire, il magistrato avrebbe autorizzato la rimozione del corpo, l’auto sarebbe stata caricata su un carro attrezzi e sarebbe iniziata l’inchiesta, a una settimana esatta da Natale. In teoria, le ferie di Vic dovevano iniziare quel venerdì. Le sue prime vacanze da solo con il cane, senza la figlia né la moglie, con la convocazione in tribunale per il 12 gennaio, giorno in cui Nathalie gli avrebbe tolto la custodia di Coralie. Non si poteva dire che la seconda parte della sua vita iniziasse sotto i migliori auspici.

   Dopo aver riattaccato, Vadim Morel corse verso il loro superiore, poi fece segno a Vic di seguirlo.

   «C’è stata una rapina alla stazione di servizio, a una ventina di chilometri da qui, sulla A41, tra Chambéry e Grenoble. Poco prima delle 22. Sono venuto con il capo, quindi prendiamo il tuo rottame».

   Si infilarono nell’abitacolo. Morel sollevò dal sedile passeggeri la pila di fogli e le lattine vuote di Coca Cola e lanciò tutto dietro.

   «Lo stesso casino che c’è nella tua testa. E poi c’è puzza di cane, cazzo. Quando ti decidi a dare una ripulita qui? Adesso capisco perché non vuoi che passi da casa tua. Senza tua moglie, dev’essere come Chernobyl».

   «Lascia in pace me, mia moglie, il mio cane e dimmi piuttosto perché ci interessa una rapina mentre abbiamo due cadaveri sul groppone».

   Morel dovette forzare sulla cintura per allacciarla. Sputò la gomma da masticare, prese una caramella alla menta da un sacchetto sul cruscotto e la esaminò prima di mettersela in bocca.

   «Il tizio è spuntato dal nulla, ha preso qualche centinaia di euro dalla cassa e se l’è filata a bordo di un’auto rubata dopo aver minacciato il conducente che stava facendo benzina».

   «Fammi indovinare: Quentin Rose ha rubato una Ford grigia?».

   «E il cadavere all’interno, sì».

(1) Così nell’originale, come in seguito tutte le sottolineature.

3

   C’era già un’auto della gendarmeria di Touvet quando V&V arrivarono nell’area di servizio dell’autostrada, circa un’ora dopo. Il posto era deprimente con le quattro pompe chiuse dopo la rapina, il parcheggio vuoto e il negozio illuminato dai neon smorti.

   Il gestore, un tipo corpulento con i baffi, sembrava calmo e stava parlando al telefono tra due scaffali. I due poliziotti si avvicinarono al capitano della gendarmeria Patrick Rousseau, il primo a sapere della rapina. Un vero montanaro, infagottato nel parka bianco e blu che gli faceva le spalle da mediano ancora più larghe. Tese loro la mano.

   «Mi hanno avvertito mezz’ora fa dell’arrivo di due uomini della Omicidi di Grenoble, senza dirmi altro. Potete spiegarmi qualcosa voi?».

   Vic gli arrivava al mento e la sua mano magrolina fu inghiottita da quella del gendarme. Si fece avanti lui mentre Morel osservava il luogo:

   «Siamo stati chiamati dai colleghi della Dogana che hanno rincorso la Ford fino a quando non si è schiantata su un parapetto, al chilometro 47 della D30. Il conducente, il vostro presunto rapinatore, è stato sbalzato fuori ed è morto in fondo a un burrone».

   Con le braccia incrociate, Patrick Rousseau era espressivo quanto la facciata di un crematorio. Era di quelli convinti che un piccolo delinquente in meno su questa terra fosse un regalo all’umanità. In lontananza, scattò il compressore di un frigorifero o di un congelatore. Vic si lasciò distrarre per qualche secondo da quel borbottio, poi continuò:

   «Siamo qui in seguito alla verifica dell’immatricolazione: la Ford grigia targata JU-202-MO, un numero falso, è stata segnalata da una sua unità come l’auto rubata qui in tarda serata. Nel bagagliaio abbiamo trovato il cadavere di una donna sulla ventina non identificata. Viste le mutilazioni, è chiaro che era morta da prima dell’incidente».

   «Ho capito. Questo spiega il comportamento del proprietario dell’auto rubata. Se n’è andato a piedi senza aspettarci. Abbiamo le riprese della scena. Venite».

   Li portò dietro il bancone. Vic non poté fare a meno di analizzare il prezzo delle barrette di cioccolato alla cassa, sedici centesimi più care di quelle al supermercato davanti a casa sua. Sentì la sua mente partire per altri deliri comparativi e si riprese in tempo. Ritornò allo schermo del computer. Il gendarme cliccò su una directory e fece partire una prima sequenza.

   «Nonostante la pessima qualità delle registrazioni, abbiamo un’idea precisa di quanto è successo. Addirittura in bianco e nero, come se una videocamera a colori non costasse ormai meno di cento euro. Sempre così quando uno ha bisogno di una registrazione, vero?».

   Morel annuì in silenzio.

   «Comunque, prima la videocamera della pompa 2, 21,42. Guardate, il rapinatore esce dal furgone, lato passeggeri. Siamo riusciti a fermare l’automobilista giusto in tempo all’uscita di Chambéry. Sembra che non c’entri niente e dice di aver caricato il ragazzo fuori Grenoble. Gli aveva detto che voleva andare a Chambéry ma, una volta arrivato alla stazione di servizio sull’autostrada, gli ha chiesto di fermarsi, ha detto di aver ricevuto un messaggio durante il tragitto e che qualcuno sarebbe passato a prenderlo lì».

   L’occhio di Vic immagazzinava anche il minimo pixel dell’immagine. Quentin Rose, con il berretto in testa e il viso nascosto da una sciarpa, si allontana dal furgone e si nasconde, immobile, in un angolo. Una rapina opportunistica, pensò il poliziotto: non aveva un obiettivo preciso e aveva colpito in un luogo sicuro e senza rischi. Il gendarme appoggiò il dito sullo schermo.

   «Vedete, aspetta il momento migliore per agire. Il furgone è ripartito. Passo alla videocamera 4, la pompa più lontana dal negozio. Tre minuti dopo, la Ford grigia arriva a una pompa non automatica, si ferma…».

   Vic osservava e memorizzava i due video in parallelo. Rose è appena entrato nel negozio, mentre il conducente della Ford esce dall’auto, con un berretto scuro in testa. Con quell’angolazione, i vestiti invernali e la poca luce, era difficile intravedere altro che una massa dentro un pesante piumino. Chiude la portiera, apre il serbatoio, prende l’erogatore senza fretta. Si guarda intorno senza mostrare segni di nervosismo. Non alza mai lo sguardo verso la videocamera.

   Morel passava da uno schermo all’altro.

   «Notevole sangue freddo, malgrado il cadavere dal viso scuoiato nel baule. A quell’ora non si dovrebbe passare dalla cassa prima di servirsi?».

   «A partire dalle 22, è scritto all’ingresso. Se fosse arrivato dieci minuti dopo sarebbe stato inquadrato dalla videocamera del negozio, di fronte e illuminato come un albero di Natale».

   Nella videocamera interna del negozio, si vede adesso Rose che punta l’arma sul gestore per costringerlo ad aprire la cassa. In meno di trenta secondi, si mette in tasca la manciata di banconote ed esce dal negozio, diretto verso la Ford. Lo sconosciuto lo vede, ma è troppo tardi: il ragazzo ce l’ha sotto tiro e gli ordina di allontanarsi. L’uomo però non si muove, sembra voler contrattare. Parte un colpo di pistola rivolto a terra. Questa volta, il proprietario della Ford fa due passi indietro. Tenendolo sotto tiro, Rose rimette il tappo al serbatoio, si infila nell’abitacolo e parte subito dopo. Lo sconosciuto rimane prima immobile per qualche istante, poi scompare dal campo della videocamera. Il gendarme fermò le registrazioni.

   «Pensiamo che si sia allontanato di corsa nel senso opposto dell’autostrada. Sulla destra dell’area di servizio c’è una fila di alberi e poi il nulla. C’è un’uscita dall’autostrada a cinquecento metri, con intorno diversi villaggi e strade secondarie. Visto il suo comportamento nonché il fatto che guidasse con una targa falsa, non vi ho aspettati per allertare le gendarmerie della zona. È notte, le probabilità che lo trovino sono poche, ma non si può mai sapere».

   «Ha fatto bene. Altri testimoni?».

   «Nessuno in quel momento. Il gestore era sotto choc dopo la rapina e non ha notato nulla. Ho fatto il giro delle varie videocamere. Questo è il meglio che abbiamo».

   «Quindi, niente volto. Bisognerà comunque dare un’occhiata allo storico dei video, confrontare i modelli di auto. Forse il nostro uomo è già passato di qui a far benzina con la targa vera».

   Vic uscì, accompagnato dai due uomini, e andò alla pompa numero 4. Il gendarme indicò l’erogatore a terra.

   «Forse è possibile recuperare il DNA dalla pistola?».

   «Aveva i guanti, si vede dal video. Ma non si preoccupi per il DNA, ne raccoglieremo caterve nella sua Ford».

   Vic si allontanò nella notte e osservò i bagliori delle case sulle alture, aggrappate alle montagne. Centinaia di lampi di vita argentati sospesi nello spazio. Il loro uomo era scomparso in quella miriade di stelle. Da dove veniva con il cadavere mutilato nel bagagliaio e dove andava? Il poliziotto pensò alla giovane vittima dalle mani mozzate. Forse i suoi genitori aspettavano sue notizie in una di quelle case. Forse la madre le aveva già telefonato, il padre aveva chiamato le amiche. Non l’avrebbero mai rivista.

   Si accorse che stava contando quelle luci, che una voce maledetta nel suo fottuto cervello di pazzo furioso voleva a tutti i costi sapere quante luci accese si vedessero dall’area di servizio, uscita Touvet, dipartimento dell’Isère, come se si trattasse di un’informazione di vitale importanza. Altri numeri gli giravano per la testa, come l’euro e trentacinque delle barrette di cioccolato – sedici centesimi più care –, i cinquantasette litri e trentatré centilitri visti sullo schermo digitale della pompa 4, gli orari di apertura e chiusura del negozio. E si sarebbe ricordato di tutti quei numeri perfino sul suo letto di morte, senza per forza sapere a cosa collegarli. Vedeva Morel parlare con il gendarme, sicuramente gli stava spiegando che il suo collega era strano, che non parlava molto ma che lui ci andava d’accordo, da più di dieci anni.

   Con un sospiro, Vic fece una telefonata a un tecnico dell’Identità Giudiziaria rimasto sul luogo dell’incidente, chiese di verificare se il numero di telaio fosse leggibile – precisò che in quel modello di auto era marchiato a freddo nella parte anteriore destra sotto il parabrezza –, poi riattaccò dopo aver ottenuto la risposta. Tornò dai due uomini e si rivolse al collega:

   «Il numero di serie del telaio dell’auto è stato cancellato».

   «Prudente, il tizio. Niente viso, targa finta, niente numero di serie. E una Ford grigia, come ce ne sono un bel po’ in giro. Non sarà facile risalire a lui tramite l’auto».

   Vic affondò le mani nelle tasche.

   «Per quanto possa aver preso tutte le precauzioni del caso, stanotte siamo piombati nel suo piccolo mondo senza che se lo aspettasse. Spero che saremo il suo più bel regalo di Natale».

4

   «I suoi libri affrontano spesso i temi del doppio, dell’usurpazione di identità, della memoria e dei ricordi. Il manoscritto non fa eccezione. Forse è il suo libro più crudo e violento, affronta argomenti che possono urtare gli animi più sensibili, come la tortura, il sequestro e lo stupro. Voleva scioccare i suoi lettori?».

   Léane Morgan si contorceva sulla sedia. L’intervista era iniziata da appena un quarto d’ora e lei già non ne poteva più. Dopo oltre quattro anni di assenza, i lettori si erano gettati sul nuovo thriller di Enaël Miraure. Il romanzo era uscito ai primi di dicembre ed era subito entrato nella top ten dei libri più venduti. Bisognava però incastrare gli incontri fino a Natale per assicurarne la promozione.

   «Non c’è nulla di calcolato. Ho scritto così come mi è venuto. È violento, certo, ma lei pensa che non lo sia il mondo in cui viviamo?».

   Léane tacque e Pamela, la sua addetta stampa seduta al tavolo accanto, la guardò di traverso. L’articolo valeva oro: per le feste era prevista l’uscita di una doppia pagina su «Twin», il mensile femminile più letto da un pubblico difficile da conquistare. La giornalista Géraldine Scordel scarabocchiò sul suo taccuino, con le labbra strette. Léane si prestava al faticoso gioco delle interviste ma rifiutava le registrazioni audio, le radio e le TV, voleva rileggere gli articoli prima della pubblicazione per assicurarsi che parlassero di lei al maschile. Niente foto, naturalmente, nessuno doveva vederne il viso. Pochissime persone sapevano che Enaël Miraure era Léane Morgan e il grande pubblico ignorava che dietro l’autore delle loro notti in bianco si celava una donna. La scrittrice era sempre stata brava a nascondere la propria vita privata, fino ad alzare le barriere più dolorose.

   «Come riassumerebbe il suo romanzo? Cioè, la trama?».

   «Lei l’ha letto?».

   «Leggo tutti i libri di cui scrivo. Ma voglio la sua versione».

   Léane bevve un sorso di chardonnay per nascondere il nervosismo. Aveva sempre avuto difficoltà a parlare dei suoi libri. L’intervista si svolgeva in un anonimo caffè del decimo arrondissement di Parigi, lontano dai quartieri eleganti e dai luoghi tradizionali per quel genere di incontri. Fece uno sforzo per ripetere quello che aveva già raccontato una decina di volte.

   «È la storia di Judith Moderoi, una donna comune, una maestra, che ha una relazione con un anziano scrittore solitario, un uomo dal passato tormentato che vive in un’immensa villa su un’isola bretone, Bréhat, e non pubblica libri da anni».

   «Janus Arpageon…».

   «Arpageon, sì. Fa leggere a Judith il manoscritto per cui non ha ancora trovato il titolo e di cui non ha parlato a nessuno: si tratta di una sordida storia di stupri e omicidi di adolescenti commessi da uno scrittore, Kajak Moebius; Arpageon deve ancora scrivere le ultime dieci pagine e, soprattutto, rivelare ai poliziotti nel libro il luogo in cui sono sepolte le vittime di Kajak. A Judith il romanzo sembra magnifico, non sa che Arpageon in realtà ha scritto la sua storia e che il protagonista Kajak è lui stesso».

   «Una specie di autobiografia romanzata».

   «La lunga confessione di uno stupratore e omicida multirecidivo, mai catturato, e che ha deciso di confessare tutto attraverso un romanzo, da anziano. Quando quest’ultimo annuncia che intende mandare il manoscritto al suo ex editore nell’attesa di scrivere il finale, Judith decide di sequestrarlo e torturarlo perché finisca il romanzo».

   «Come in Misery, di Stephen King. L’ha letto?».

   «Certo, e sono consapevole che alcuni lettori faranno lo stesso collegamento che ha fatto lei adesso. Ma il modo in cui affronto il tema è completamente diverso. È più un omaggio che altro».

   «Passaggi difficili… c’è la scena di uno stupro commesso da Arpageon nel passato. E poi lei descrive con estrema precisione la costruzione di uno strumento di tortura che Judith utilizza per distruggergli il piede, fornisce perfino la lista dei materiali da comprare al negozio sotto casa. Spiega come distruggere il DNA con la candeggina, ricorda che la calce viva permette di seppellire i corpi senza lasciare tracce né odori, svela alcune tecniche di indagine della polizia. Non teme che questo renda più difficile il lavoro delle forze dell’ordine? Che persone malintenzionate possano utilizzare le idee dei suoi libri per scopi malvagi?».

   «L’eterno dibattito… Noi, scrittori di gialli, contribuiamo ad aumentare la violenza nel mondo? Crede che le persone malintenzionate, come dice lei, aspettino il mio romanzo per passare all’azione? Che lo useranno come un libro di ricette? Chi uccide o stupra è mosso da una pulsione, da odio, collera o da traumi subiti nell’infanzia. Il romanzo è solo un pretesto o un elemento scatenante, se vuole. Ma torniamo alla mia storia, era quello l’argomento, no?».

   «Prego».

   «Arpageon tiene testa alla sua seviziatrice e si ostina a non scrivere il finale. Allora Judith lo uccide sparandogli in testa con una Sig Sauer, l’arma dei poliziotti, e si libera del corpo usando una tecnica che lo stesso Arpageon descrive nel proprio libro: con la calce viva, una fossa scavata nel bosco, a un metro e mezzo di profondità…».Léane fece un sorriso forzato e proseguì:

   «Sì, lo so, questo va contro ciò che le ho appena detto sul fatto che i delinquenti non si ispirano alla fiction, ma questa è fiction nella fiction, capisce, resta quindi nella fiction».

   «Capisco».

   «Insomma, andiamo avanti. Poi Judith inventa il finale, che deve rivelare il famoso luogo dove si trovano le vittime».

   «E scrive da sola la conclusione. Una decina di pagine sulle cinquecento di cui si compone il manoscritto».

   «Sì, si arrangia come può, deve fare delle scelte, prendere decisioni che forse non sarebbero state quelle dell’autore, ma se la cava piuttosto bene. E trova un titolo ironico, Il manoscritto, poi manda il libro a un editore che lo pubblica immediatamente».

   «Una truffa editoriale perfetta. Pubblica un libro che non ha scritto e che ha rubato a un altro…».

   «Esatto, solo che poi la cosa le si rivolta contro. Naturalmente lei ottiene un grande successo, fino a quando a casa sua non arriva la polizia. Una sola persona sapeva che i delitti descritti nel libro erano avvenuti davvero: l’assassino. A quel punto capisce che Arpageon era un vero serial killer, che aveva scritto la sua stessa vita. E che lei, rubandogli la storia, si era sostituita a lui».

   La giornalista, che prendeva appunti, aveva una grafia illeggibile.

   «E la trappola si chiude su di lei. Bella idea, ottima trovata per il finale, devo ammetterlo, molto riuscito».

   «Grazie».

   «Sono sincera. È anche una “mise en abyme”, una particolare messa a fuoco del suo mestiere. Lei, scrittrice, racconta la storia di uno scrittore, Arpageon, che racconta la storia di uno scrittore, KajakMoebius. E tutti questi personaggi sovrapposti sono chiaramente tormentati. È come un affondo nella psiche dell’essere umano, nel labirinto della mente, fino agli strati più profondi. Kajak Moebius è monolitico, bestiale, una rappresentazione dell’istinto violento. Arpageon, invece, è più sfumato, attraversato da paure e ossessioni. Un po’ come lei, no?».

   «Non lo so, io… ho l’impressione che, senza, non avrei nulla da raccontare. Ho bisogno che i miei personaggi soffrano. Sono come… flash, quando scrivo. Come coltellate nella mia testa».

   La giornalista lanciò un’occhiata all’addetta stampa e si schiarì la voce.

   «Qualcosa che ha a che fare con il suo passato?».

   «Ho avuto un’infanzia felice, normale, se è quello che vuole sapere. Dietro uno scrittore di thriller non c’è per forza un essere umano tormentato o uno psicopatico».

   «C’è spesso una ragione profonda che spinge a scrivere, ma lasciamo stare. La scena finale si svolge sulle falesie di Étretat, all’altezza della passerella e del faraglione che lei chiama Faraglione cavo. Dopo Stephen King, un omaggio a Maurice Leblanc?».

   «Maurice Leblanc, Conan Doyle, Agatha Christie… Un omaggio alla letteratura poliziesca in generale, al giallo deduttivo, quello in cui il lettore si chiede “chi è il colpevole”. Ma, la prego, non parli del finale del romanzo nell’articolo».

   «Naturalmente. Passiamo ad altro. Per chi come me ha rapporti con la polizia o segue la cronaca nera, saltano agli occhi i punti in comune tra il modus operandi dell’assassino nel suo romanzo e quello di Andy Jeanson, che non ha invece nulla di fiction».

   Le dita di Léane si strinsero attorno al bicchiere.

   «Forse, prendo ispirazione anche dall’attualità. E quindi?».

   Géraldine Scordel appoggiò la penna, si tolse gli occhiali e si massaggiò gli occhi.

   «Senta, andrò dritto al sodo. Ho saputo da fonte certa che una certa Sarah Morgan è una delle vittime del “Viaggiatore”, anche se il serial killer non ha ancora reso noto dove sia sepolto il corpo. So anche che ancora non è stato processato e non intendo correre il rischio di parlarne nell’articolo senza che lei mi dia la sua versione dei fatti. So che vuole restare anonima, ma immagini la notizia: Enaël Miraure è in realtà una donna e si confida sul dramma che ha vissuto – la scomparsa della figlia, quattro anni fa – e tutto ciò che ne è seguito, fino all’arresto del serial killer Andy Jeanson due anni fa».

   Si girò verso l’addetta stampa.

   «Vi garantirei non due pagine, ma uno speciale di sei. Con un primo piano simile faremmo impennare le vendite, per voi come per noi. Successo assicurato».

   Quando si girò di nuovo verso Léane, la donna era in piedi, con i pugni sul tavolo.

   «E alla mia vita non pensa? Vada a farsi fottere! Riveli una sola parola sulla mia identità o su questa storia e la querelo per diffamazione e violazione della privacy, lei e il suo giornale».

   Si mise il cappotto, prese la borsa e uscì dal caffè senza girarsi. Pam la raggiunse sul marciapiede.

   «Mi dispiace, Léane. Non sapevo che sarebbe arrivata a questo punto».

   «Eri d’accordo anche tu, è così?».

   «Assolutamente no. Accidenti, mi credi capace di una cosa simile? Conosci Géraldine Scordel, è una professionista. Sistemerò le cose, lei non farà cenno a questa storia se è questo che vuoi. Ma se…».

   Léane fermò un taxi.

   «Certo che è questo che voglio! Non ci sono né “se” né “ma”, Pam. È fuori questione. Non ho passato dieci anni della mia vita a nascondere chi fossi per distruggere tutto con uno squallido articolo. Non voglio mai più affrontare l’argomento. Punto e basta».

   «Come vuoi. E l’intervista a “Libération” alle 18,20?».

Continua a leggere… 

 

L’autore

Franck Thilliez è ingegnere e scrittore francese. Nel 2004 pubblica il suo primo libro Train d’enfer pour Ange rouge. Ha vinto i premi Prix des lecteurs Quai du polar 2006 e Prix SNCF du polar français 2007 con il libro La chambre des morts. In Italia sono stati pubblicati soltanto quattro dei suoi romanzi da NORD: La stanza dei morti (2007), Foresta nera (2008), La macchia del peccato (2009) e L’Osservatore (2011). Il Manoscritto (2019) è suo il quinto romanzo pubblicato da Fazi Editore (collana Darkside).

  •     Il manoscritto
  •     Franck Thilliez
  •     Traduttore: Federica Angelini
  •     Editore: Fazi
  •     Collana: Darkside
  •     Anno edizione: 2019
  •     Pagine: 478 p., Brossura

Acquista: € 13,50

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