Raccontare quello che fu il martirio della famiglia imperiale dei Romanov, suscita sempre una certa emozione

IL MARTIRIO IRRISOLTO: I ROMANOV

E L’OMBRA DI UN OMICIDIO RITUALE

La famiglia Romanov al completo nel 1913 Wikipedia p.d.

Raccontare quello che fu il martirio della famiglia imperiale dei Romanov, l’infausta notte fra il 16 e il 17 luglio del 1918, suscita sempre una certa emozione. Non tutti, però, hanno il coraggio di posare lo sguardo su un’ombra di quella tragica vicenda che, ancora oggi, non è stata a sufficienza illuminata.

Tutto parte da una dichiarazione del vescovo ortodosso russo Tikhon Skekunov, per molti anni segretario della commissione patriarcale incaricata degli studi sull’omicidio dei Romanov, il quale ha seguito della conferenza dedicata alla memoria degli Zar nel 2017, presso il monastero Sretenski di Mosca, ha dichiarato che «Stiamo considerando la versione dell’omicidio rituale nel modo più serio. Ma non solo, un gruppo considerevole della commissione della Chiesa non ha alcun dubbio su questa spiegazione».

I nomi degli esecutori della condanna sono ben noti: (Yankel Solomon) Yakov Sverdlov, Philippe Goloshchyokin (Shaya-Isay Fram Goloshchekin), Pyotr Voykov (Pinhus Wainer), Beloborodov Alexander Georgievich (Vaisbart Yankel Isidorovich), Konstantin Myachin (Vasily Yakovlev), Georgy Safarov (Voldin). Secondo quanto sempre dichiarato da Tikhon nella medesima circostanza, «il solo fatto che qualcuno abbia ucciso lo zar, anche se dopo la sua abdicazione, in questo modo, e che gli assassini si siano divisi le vittime – la testimonianza di Yuroski (il capo del gruppo di bolscevichi che guidò l’esecuzione, ndr) – e che erano in molti a voler essere gli assassini dello zar, dimostra che consideravano l’omicidio come un rituale particolare».

Gli esecutori e i mandanti della strage. Da sinistra, in alto, (Yankel Solomon) Yakov Sverdlov, Philippe Goloshchyokin (Shaya-Isay Fram Goloshchekin) and Pyotr Voykov (Pinhus Wainer). Sotto: Beloborodov Alexander Georgievich (Vaisbart Yankel Isidorovich), Konstantin Myachin (Vasily Yakovlev) and Georgy Safarov (Voldin).

A seguito di queste parole, la comunità ebraica russa ha reagito duramente, tramite il rabbino Baruch Gorin che ha detto: “Queste dichiarazioni sono un chiaro esempio di oscurantismo medievale. Una teoria del complotto antisemita”. Eppure, il sospetto di un massacro rituale ebraico non è di oggi. Il plotone d’esecuzione che alle 2.30 del 17 luglio 1918, nei sotterranei della casa Ipatiev a Ekaterinburg uccise lo Zar, la zarina, i cinque figli, il medico di famiglia ed alcuni servitori, era composto di 12 persone, che ben stanno a rappresentare le 12 tribù di Israele. Circa gli assassini, alle persone del luogo fu detto che erano “fucilieri lettoni”, ma fra loro c’era anche l’“ungherese” Imre Nagy, futuro capo del Governo a Budapest, senza considerare che molti di loro parlavano tedesco o yiddish. Gli omicidi lasciarono sui muri simboli o segni che furono interpretati come kabbalistici, come ha avuto modo di verificare l’ufficiale bianco Nikolai Sokolov (1882-1924) che, quando le truppe anticomuniste ripresero brevemente Ekaterinburg ai bolscevichi, condusse la prima inchiesta e trovò sul muro, fra le tante, una scritta in tedesco: “BelsaTZAR ward in selbiger Nacht  von seine Knechten umgebrat”,  BaldaZAR venne assassinato  dai suoi servi nella notte:  erano versi del poeta ebreo Heine, una parafrasi della Torah nel libro di Daniele “Quella stessa notte Baldassarre re dei Caldei fu ucciso”. Si tratta del passo dove al re Baldassarre dei Caldei viene annunciata l’imminente rovina con le parole “Mene, tekel, peres”, che il profeta ebraico interpreta così: “Mene: YHWH ha computato il tuo regno e vi ha posto fine. Tekel: tu sei stato pesato sulle bilance e trovato scarso. Peres: il tuo regno è diviso e dato ai medi e ai persiani” (Daniele 5, 26-28).

La scena biblica che ha ispirato Heine per il suo poema, in di Rembrandt dipinto La Cena di Baldassarre da 1635 Wikipedia p.d.

Sono risultate poi note le interessanti conoscenze rabbiniche di altri degli assassini. Il capo del plotone d’esecuzione, Yakov Yurovskij (1878-1938) era nato Jankel Movsev e aveva fatto studi in sinagoga. Il suo braccio destro quella notte, Mikhail A. Medvedev, era probabilmente ebreo, nato Kudrin; fu lui a sparare alla testa dello zar e della granduchessa Marija con la pistola Browning n. 389965 che egli stesso consegnò, nel 1964, prima di morire, al Museo della Rivoluzione. L’incarico di sciogliere i corpi nell’acido solforico se lo accollò il chimico Pyotr Voikov, nato Pinkus Weiner; Philiph (in realtà Isay, un diminutivo yiddish) Isaevic Goloshchyokin, che divenne poi un pezzo grosso della rivoluzione (si deve a lui la morte di 1-2 milioni di persone in Kazakhstan nel 1932-33), si vantava di conservare la testa dello Zar nel suo archivio, in un boccale pieno d’alcol. Il più alto caporione a dare l’ordine del massacro, Yakov Sverdlov, nato Jankel Solomon nel 1885 da un ricco mercante, massone, il più feroce organizzatore del Terrore Rosso contro i contadini e i cosacchi del Don, primo Capo dello Stato sovietico: per la parte che ebbe nell’eccidio dei Romanov, la città dove avvenne, Ekaterinburg, venne ribattezzata col suo nome, Sverdlovsk; il poeta giudeo David Bergelson lo celebrerà come «orgoglio del popolo ebraico». Del resto, prima della Grande Guerra (1914-18) a Varsavia, nei negozi ebraici, si vendeva una cartolina di auguri per lo Yom Kippur in cui si vedeva un rabbino che con la Torah in una mano e un uccello sull’altro braccio: l’uccello portava la testa coronata dello Zar Nicola. allusione ad un sacrificio di una gallina bianca praticato dagli ebrei più religiosi nello Yom Kippur: il fedele si fa passare la gallina sopra la testa poi la sgozza e la dissangua, pronunciando la formula: “Questa è una bestia sacrificale, così sia la mia purificazione”.

Ebrei aschenaziti in preghiera nella Sinagoga durante lo Yom Kippur, di Maurycy Gottlieb (1878) Wikipedia p.d.

Se la ritualità giudaica, in buona parte ereditata anche da varie sette massoniche e cricche sataniste, appare strana ai più, non dobbiamo dimenticare un ultimo dettaglio, di tipo più spirituale: uccidere lo Zar significava uccidere il detentore del potere politico sacro, donatogli da Dio, consacrato con l’unzione, e dunque uccidere colui che, per grazia divina, era il solo in grado di contrastare l’avanzata del regime comunista sovietico. Solo in questo modo, e la Storia ce lo dimostra, è stato possibile procedere nell’iter di trasformazione politica, culturale e religiosa del popolo russo e di tutte le altre nazioni ed etnie circostanti, immettendo nel mondo quello che, proprio in quegli stessi anni, la Madonna a Fatima aveva appellato come «La bestia del Comunismo» che avrebbe sovvertito il mondo e causato la partita della Fede salvifica.

Fare luce su come si svolse il martirio dei Romanov vuol dire riappropriarsi della sacralità politica di un popolo, quello stesso popolo che oggi, dopo settant’anni di regime e trent’anni di ingresso nel mondo globalizzato, si pone come fare di speranza per le sorti del mondo intero.

Lorenzo Maria Pacini

 

 

 

Fonte: IdeeAzione del 19 luglio 2021

Copertina: Storica National Geographic

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