Tradizione religiosa e mutamenti culturali nella società contemporanea.

«Il mese della Madonna e quello del gay pride»
Da maggio dedicato alla devozione mariana a giugno consacrato al Gay Pride: una riflessione critica sul cambiamento dei simboli, dei valori e dell’immaginario pubblico dell’Occidente.
di Roberto Pecchioli
Partendo dal contrasto tra il tradizionale mese mariano e le manifestazioni del Gay Pride che caratterizzano giugno, Roberto Pecchioli propone una riflessione polemica sullo stato culturale dell’Occidente contemporaneo. Attraverso l’analisi dei linguaggi, dei simboli e delle rappresentazioni pubbliche legate all’universo LGBTQ+, l’autore denuncia quello che considera il rovesciamento dei riferimenti spirituali e morali che hanno plasmato la civiltà europea. Particolare attenzione viene riservata al coinvolgimento dei minori nelle manifestazioni pride, interpretato come il segno di una trasformazione educativa e antropologica destinata ad avere conseguenze profonde sul futuro della società. (N:R.)
Non c’è che dire, il progresso avanza a grandi passi nella postmodernità terminale. Prima avevamo maggio, il mese delle rose e della Madonna, ora ci tocca giugno, il mese del gay pride, l’orgoglio omobitransessuale e più ne ha più ne metta. Gli orientamenti sessuali, guai a chiamarli diversamente, sono decine; di qui il segno + in coda alla litania LGBTQI. L’epicentro è quest’anno Torino e – al di là della guerra sui numeri dei partecipanti al baccanale – l’evento non delude le aspettative. Soliti eccessi, ostentazione di ogni perversione (pardon gioiosa modalità di esprimere le pulsioni libidinali), oscenità assortite, provocazioni, bizzarrie, insulti, blasfemia. L’happening situazionista della società dello spettacolo, ormai stucchevole e ripetitivo, ha tuttavia modificato il copione con l’inserimento dei bambini. I primi effetti dell’”educazione affettiva” omo che ha raggiunto le scuole o la malsana follia di qualche genitore 1,2, 3, gestante o non gestante, naturale (mi correggo, biologico) o in affitto. Un maschietto di circa otto anni brandiva un cartello con la scritta arcobaleno “più froci, meno fasci”. Insigne programma politico che dovrebbe inquietare persino l’Anpi. Lì accanto, altri bimbetti osservavano apparentemente divertiti le discutibili performance, gli eccessi e le mise imbarazzanti di alcuni/e appartenenti alla parrocchia LGBT.
Possibile che solo il vecchio scrivano si indigni dinanzi a un indottrinamento infantile così sfacciato? Nessuno protegge i bambini? Se qualcuno usa la parola frocio – o finocchio – si aprono le cateratte del cielo, ma loro possono tutto, orgogliosi araldi della postmodernità rovesciata. Un gruppetto di LGBT cattolici è riuscito a imbarazzare il vescovo di Padova – loro amico – organizzando una “frocessione”. Dell’umana gente le magnifiche sorti e progressive. Chi scrive compulsa il calendario delle manifestazioni del gay pride (adesso sbrigativamente solo “pride”, l’orgoglio per antonomasia, il solo ammesso) tutte con il patrocinio comunale, allo scopo di non imbattersi nella confraternita. L’orgoglio genovese è disporre di una consulente per le tematiche LGBT con budget di 156 mila euro annui. Costei si è segnalata per dichiarazioni violente e volgari contro gli orrendi “omofobi” ed ha accusato la chiesa cattolica di assassinio. Silenzio assordante della curia. Meglio tacere che dire sciocchezze. Al tempo del primo provvedimento del sindaco Silvia Salis, la registrazione anagrafica di una bimba con due madri, l’arcivescovo affermò come un Don Abbondio qualsiasi che si trattava di decisioni insindacabili dell’autorità civile.
A Torino i teorici del pride hanno lamentato l’assenza di alcuni “diritti”. Quali, di grazia? Forse gli omosessuali, i transessuali e il resto della galassia queer non possono lavorare, parlare, diffondere il loro verbo? Qualcuno li caccia dal territorio nazionale? Occorre svolgere alcune considerazioni, pacate ma non troppo. Chi scrive, prima dell’esplosione omosessualista degli ultimi vent’anni, non aveva nulla contro di loro. Disapprovava ma prendeva atto della libertà di comportarsi come aggrada tra adulti. Ma il troppo stroppia. La condizione omosessuale è diventata un vanto, una medaglia al valore; nulla di strano nella civilizzazione che muore di progresso, diritti e false libertà. Resta il dovere morale di dissentire. A partire dall’uso delle parole. Non rimpiango definizioni volgari o offensive, ma rifiuto la parola gay. Diventata globale- come tutto ciò che è detestabile – significa gaio, felice. Per quale arcano motivo è felice la condizione dell’omosessuale e non quella del soggetto sessualmente normale (straight, nell’inglese pre- globish) o, se avete accettato la neolingua nemica, dell’etero o cisgender? La maggioranza degli uomini e delle donne sono forse tristi o corrucciate perché hanno inclinazioni intime “normali”?
Perché deve essere ostentata come orgoglio una condotta fino a pochi decenni fa considerata ufficialmente un disturbo o una patologia? Forse non lo è, ma una società non regge, si estingue e muore meritatamente tra dubbi piaceri rovesciati, divenuti scopo dell’esistenza ed elemento centrale di identità, se santifica modelli e stili di vita opposti a ciò che ha stabilito la natura. Può, forse deve tollerarli per amore di libertà, ma non può proporli come modelli, tanto meno chiamarli orgoglio. Io non avverto fierezza nel provare attrazione per l’altro sesso; ritengo semplicemente di corrispondere al progetto della natura, dell’evoluzione o di Dio sul creato. Che ci è stato trasmesso in quanto le generazioni si sono succedute attraverso la nascita di nuovi membri per mezzo dell’incontro affettivo e sessuale tra maschio e femmina. Forse sono troppo ignorante per considerare normale (la parola proibita…) l’orgoglio dell’inversione.
Fuorviante, oltreché ideologicamente orientata, è l’espressione omofobia. Significa – o dovrebbe significare, in termini linguistici- parola dell’uguale. Un imbroglio. Da qualche anno la parola– di cui va sottolineato l’insistito approccio patologico, giacché le fobie sono malattie nervose- è unita alla trans fobia, l’avversione o il timore dei transessuali e persino alla bi-fobia contraria ai bisessuali. Chi scrive ammette un’avversione invincibile per il tentativo di diffondere la transessualità nei minorenni e perfino nei bambini, per mezzo della disforia di genere, l’asserita non corrispondenza tra il sesso reale e l’autopercezione sessuale, un altro groviglio dell’esausta postmodernità.
Non resta che augurarsi che agli eventi del mese “al contrario” ci si abitui sino all’indifferenza, come successe al marziano a Roma di Ennio Flaiano, ma non capiterà. Alzeranno costantemente l’asticella e continueranno a fare male alle generazioni più giovani, sino ai bambini portati in corteo, esibiti con cartelli, abbigliamento e talora atteggiamento incompatibile con l’età e la retta educazione alla vita. Non gli omosessuali in quanto tali- molti dei quali estranei alle ostentazioni – ma certi teorici e militanti sono personaggi insopportabili, se si può ancora dire senza incorrere nel delitto di odio. Facciano ciò che vogliono tra adulti nelle loro camere, ma lascino stare minori e bambini, né chiamino orgoglio ciò che prediligono. In una civiltà non ancora marcita, le adunate arcobaleno verrebbero travolte non dal moralismo ma dal ridicolo.
Nella postmodernità progredita, liberata, libertaria e libertina, possiamo solo cercare di tenercene alla larga. Il gaio, orgoglioso suicidio della civilizzazione che fu la nostra civiltà avanza tutto l’anno e raggiunge il suo acme a giugno. Era meglio maggio, tra rose profumate, nozze tra uomini e donne, devozione a Maria. Oggi giugno significa gay pride, ma domani andranno alla Mecca. La pena del contrappasso.
Roberto Pecchioli

QUEI LEGAMI TRA LOBBY LGBTQI+ E CAPITALISMO
Tra il 2013 e il 2014 Soros ha dato 99.690 dollari all’Arcigay per il progetto “LGBT Mob-Watch Italy-Europe 2014“. Fuori dall’Italia, Soros ha sostenuto nel 2013 con 100mila dollari la Gay Straight Alliance, un’associazione per la promozione dei diritti Lgbt con sede ad Oakland e molto attiva in California, e nello stesso anno ha beneficiato di detrazioni fiscali per 2,7 milioni di dollari per avere supportato la causa dei matrimoni gay e dei diritti LGBTQI+
Nota redazionale
La celebre locuzione latina ubi maior, minor cessat – dove prevale il maggiore, il minore si ritira – apparteneva a un mondo che riconosceva nella maggioranza un principio ordinatore della vita collettiva. La modernità occidentale ha invece imboccato una strada diversa: quella della tutela delle minoranze, principio nobile e necessario quando serve a garantire dignità, libertà e uguaglianza davanti alla legge.
Tuttavia, una domanda continua ad affacciarsi nel dibattito pubblico contemporaneo: fino a che punto la tutela delle minoranze può trasformarsi in una forma di egemonia culturale? In Italia, secondo le stime disponibili, le persone che si identificano come omosessuali o bisessuali rappresentano una quota minoritaria della popolazione. Eppure il tema dell’identità sessuale occupa oggi uno spazio mediatico, educativo e politico spesso superiore al suo peso demografico.
Non si tratta di negare diritti a nessuno. I diritti individuali appartengono a tutti e non dipendono dal numero. La questione è un’altra: se una società democratica debba limitarsi a garantire libertà e rispetto reciproco oppure se debba assumere come centrali, simboliche e prioritarie le rivendicazioni di gruppi numericamente minoritari.
Il paradosso emerge quando si immaginano situazioni speculari. Un Gay Pride è considerato una manifestazione legittima di orgoglio identitario; un ipotetico Etero Pride verrebbe probabilmente giudicato da molti provocatorio, superfluo o persino offensivo. È un’asimmetria che merita almeno di essere discussa. Perché ciò che appare normale e maggioritario tende a diventare invisibile, mentre ciò che è minoritario acquisisce una particolare protezione simbolica.
Forse il punto non è stabilire chi abbia ragione in base ai numeri. Le maggioranze possono sbagliare e le minoranze possono avere intuizioni giuste. Ma una democrazia matura dovrebbe evitare che il confronto pubblico si trasformi in un sistema nel quale alcune identità godono di una legittimazione preventiva e altre vengono scoraggiate o ridicolizzate. La convivenza civile non si fonda sul silenzio della maggioranza né sull’immunità critica delle minoranze, bensì sulla possibilità di discutere ogni questione senza tabù e senza scomuniche.