Dalla luce al volto, due secoli di fotografie. Il diritto al ritratto come il suffragio universale.

IL MIRACOLO DELLA FOTO: METTE IN SALVO I VOLTI

di Marcello Veneziani

Nessuna invenzione è apparsa così silenziosa e necessaria come la fotografia. Nata timida, quasi un’ombra di luce strappata al sole, la foto ha compiuto il miracolo più grande: salvare i volti, trattenere le vite, concedere all’umano comune ciò che un tempo era privilegio di pochi. È stato un diritto alla memoria, come un diritto al volto, staccato dal fluire del tempo, a dire: “Io c’ero”. E in questo atto semplice, uno scatto dopo l’altro, la fotografia ha fatto la storia e la famiglia, il monumento e l’album, unendo in un solo gesto la storia pubblica e la nostalgia privata.

Due secoli fa la fotografia nacque dal sole, prima che dalla luce, e da allora non ha smesso di custodire i volti, salvandoli dall’oblio. Dall’eliografia di Niépce al dagherrotipo di Daguerre, dalla foto in bianco e nero ai colori, fino al selfie onnipresente, la fotografia ha attraversato le età come una sorella silenziosa della storia e del socialismo, come osservavano Barthes e Benjamin. Ma se da un lato la foto ha testimoniato eventi e monumenti, dall’altro ha concesso a tutti, come un suffragio universale del volto, la possibilità di restare. Album di famiglia, ritratti, ricordi: la fotografia privata è diventata il luogo dove si trattengono lembi di vita, un miracolo muto che salva dal nulla, e nel suo scatto trattiene una speranza di immortalità. (Nota Redazionale)


View from the Window at Le Point de vue du Gras, Joseph Nicéphore Niépce

 

 

Due secoli fa nasceva la fotografia, ma il suo nome di battesimo fu eliografia: un omaggio al sole, prima che alla luce. A vederlo quel primo campione dopo tanti tentativi, che Joseph Nicéphore Niepce titolò Point de vue du Gras, sembra poco più che una macchia indistinta, tra oscurità e chiarore. Poi alcuni anni dopo, nel 1839, la fotografia apparve più verosimile; fu chiamata dagherrotipo, dal suo autore Louis Daguerre, ed ebbe un soggetto che ne avrebbe fatto di strada: Boulevard du Temple, il Viale del Tempo. La fotografia ha una storia piuttosto recente, ma ciò non toglie che abbia un’età antica, un medio evo e un’età moderna: la prima è quella del dagherrotipo, la seconda delle foto in bianco e nero, la terza del colore. Poi venne l’età contemporanea e si passò alla foto digitale, al selfie, al photoshop, al time-lapse e allo smartphone onnifacente. (1)

Selfi Roger Rabbit

Roland Barthes fece notare che la fotografia nacque nel secolo della storia e Walter Benjamin invece notò che la fotografia è sorella del socialismo. I due paragoni sono pertinenti: la fotografia è in fondo il documento che fa storia, e nella riproduzione seriale della fotografica c’è un destino parallelo all’industria e agli operai in fabbrica. La fotografia ha avuto una vita pubblica, storica, vorrei quasi dire monumentale, legata a eventi e personaggi storici; e una vita privata, riferita alla gente comune, alle famiglie e ai loro album, ai ritratti e agli affetti di casa.

A differenza del ritratto in pittura riservato a nobili e benestanti, il ritratto fotografico riconobbe “il diritto al volto” esteso a tutti, come nel suffragio universale. La fotografia privata è stata il luogo elettivo in cui trattenere i ricordi, salvare lembi di vita e ha avuto un inevitabile valore nostalgico.

In un saggio sulla fotosofia che ho pubblicato in appendice a C’era una volta il sud, ho parlato dell’Attimo fulgente, che immortalava attraverso un flash quel momento, quei volti, quell’incontro. La foto può avere tre moventi principali: estetico, ovvero la bellezza dell’immagine ritratta; documentario, ossia comprovare un fatto, un incontro, un avvenimento; evocativo, perché rammenta, ricorda care figure e momenti del passato. La fotografia racconta una breve eternità, una piccola immortalità su lastra o pellicola. A volte hai l’impressione, guardando le foto del passato, che quei ritratti ti guardino a loro volta, come notava Katja Petrowskaja in La foto mi guardava (Adelphi).

Imago lucis opera expressa sarebbe stata la definizione latina della fotografia secondo Roland Barthes. Il cuore di una foto per lui è l’aria, che somiglia all’aura di cui scriveva Benjamin che di solito si perde quando un’opera d’arte è riproducibile in più copie. Ma fa eccezione, spiegava lo stesso Benjamin, il ritratto fotografico dei cari, che benché riproducibile e in più copie, conserva l’aura dovuta al “culto del ricordo dei cari lontani o defunti”; “Nell’espressione fuggevole di un volto umano dalle prime fotografie, emana per l’ultima volta l’aura”.

Un ritratto di Secondo Pia  La prima fotografia della sacra sindone 

La prima «fotografia» ante litteram riconosciuta e adorata dai cristiani è la Sacra Sindone, il ritratto impresso del volto di Gesù Cristo dopo la crocifissione. Non è una foto e non è il ritratto di un pittore, ma il timbro miracoloso e pietoso di un volto martoriato, impresso in un lenzuolo di lino; l’immagine sacra in un’impronta umana, sigillo di sofferenza; la divinità che lascia un’orma di sangue nella storia. Al di là delle controversie sulla sua autenticità e sull’effettiva datazione, per i credenti è la prova «fotografica» di Gesù che si è fatto uomo ed è morto in croce.

La fotografia è una rappresentazione del Giudizio universale, sostiene Giorgio Agamben, che si confessa incantato dalle fotografie proprio per il loro significato profetico. L’immagine fotografica, per Agamben, è più che un’immagine, è il luogo di passaggio tra il sensibile e l’intelligibile, tra la copia e la realtà, tra il ricordo e la speranza.

J.L. Borges

Tra i ritratti fotografici più memorabili ricordo quello di J.L. Borges che avvenne in un giorno particolare, giusto cinquant’anni fa. Era stato concordato col fotografo Richard Avedon, da tempo, ma quel giorno, l’8 luglio 1975, era morta la madre del poeta, a cui era legatissimo e con la quale aveva convissuto per tutta la vita. Il fotografo pensava che Borges avrebbe disdetto l’appuntamento. Invece, racconta Geoff Dyer nel suo saggio sulla fotografia, L’infinito istante (il Saggiatore), Borges lo conferma e alle quattro del pomeriggio, seduto su un divano immerso in una luce grigia, si lascia ritrarre dal fotografo. Nella stanza accanto giace il corpo di sua madre. Solo Borges poteva sublimare il dolore di una perdita così importante nell’immagine illusoria e grottesca del suo ritratto in quel giorno ferale; ritratto che la sua cecità non gli avrebbe permesso di vedere. Sicché quel ritratto fu un’apparizione tra due scomparse: la vista e la madre.

«Una pittura che sembra una fotografia – notava Leonardo Sciascia- non è una buona pittura, e una fotografia che sembra una pittura non è una buona fotografia.» A Sciascia si deve forse la definizione più acuta del ritratto fotografico nella sua essenza: entelechia, espressione aristotelica usata anche da Dante che indica una realtà vivente che ha dentro di sé lo scopo (telos) della sua vita. In un ritratto cogli ciò che anima quel volto: la sua origine, la sua passione, il suo tormento, la sua sorte. Il destino racchiuso in una camera oscura. La fotografia trasforma la vita in mito. Poi venne lo. Smartphone…

La Verità – 14 giugno 2024
(Panorama n.28)

 

 

 

 

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«FOTOGRAFIA E NUDO: L’EROTISMO D’EPOCA CHE HA DOMINATO GLI ANNI ’20»

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