Il pistolero, ultimo ruolo magistrale di John Wayne. Fu senz’altro uno dei più grandi interpreti del cinema Usa: girato nel 1976 da un regista d’azione di prim’ordine come Don Siegel, chiuse in maniera esemplare la sua carriera.

   Il pistolero (The Shootist), girato nel 1976 da un regista d’azione di prim’ordine, come Don Siegel – che il pubblico di tutto il mondo ricorda, fra l’altro, per il mitico L’invasione degli ultracorpi – chiude in maniera esemplare la carriera di attore cinematografico di John Wayne, al secolo Marion Michael Morrison (Winterset, Iowa, 26 maggio 1897-Westwood, California, 11 giugno 1979), senz’altro uno dei più grandi interpreti del cinema americano. Wayne sarebbe morto meno di tre anni dopo aver girato quest’ultimo film; e lo girò con fatica, perché il tumore allo stomaco che lo avrebbe portato alla morte – lo stesso male di cui soffre il protagonista della pellicola – gli causava dolori e difficoltà non indifferenti, tanto da poter salire e smontare in sella solamente con grande fatica. Può darsi che questa consapevolezza influisca sullo stato d’animo, e quindi anche sulla imparzialità del giudizio, di chi torna a guardare questo film – che ormai ha più di quarant’anni e si può quindi considerare come appartenente a un’altra epoca – conferendo una particolare tonalità patetica alla storia del vecchio pistolero che torna a Carson City per vendicarsi di tre suoi vecchi nemici, ma soprattutto per andare incontro a una morte rapida e conforme al carattere violento e deciso della sua esistenza. Tuttavia, pur non sentendoci di escludere d’aver subito, a nostra volta, questo fattore emotivo, chiamiamolo così, retrospettivo, resta il giudizio largamente positivo sia sul film, sia su quest’ultima interpretazione dell’attore americano, il quale, riflettendo il proprio destino in quello del suo eroe, sembra aver qui toccato accenti di particolare verità e intensità drammatica. Come simbolo dell’epopea western, infatti, Wayne ha quasi sempre interpretato film nei quali delinea la figura di un eroe positivo, rude, a volte scanzonato e perfino disilluso, però sempre leale, vigoroso, pieno di sano entusiasmo per le buone cause e rispettoso di un certo qual codice d’onore; ne Il pistolero il cliché non cambia sostanzialmente, tuttavia si sente che è la storia di un uomo giunto al capolinea della sua vita, il quale si guarda indietro senza illusioni, nemmeno su se stesso, anzi, soprattutto su se stesso; e che sfugge alla tentazione del cinismo e dell’amarezza, e più ancora del vittimismo e dell’autocompiacimento, sia pure per un soffio, aggrappandosi a quel senso innato di dignità e di risolutezza che lo ha sempre guidato nel corso della sua tormentata carriera di gun-man. D’altra parte, Don Siegel è un uomo di cinema troppo smaliziato per cadere nella facile trappola di un patetismo che fatalmente gli avrebbe potuto prendere la mano, se avesse puntato sin dall’inizio su questa carta. Il fascino di questo eroe del tramonto sta proprio nella sua capacità di soffrire il proprio dramma in silenzio, senza confidarlo agli altri, senza chiedere o aspettarsi pietà; fascino che si accresce, anziché diminuire, quando il bisogno, umanissimo, di trovare una figura amica che lo ascolti, nel caso specifico impersonata dalla vedova Rogers (Lauren Bacall), lo spinge a rivelare il suo segreto, ma senza aspettarsi nulla di più che una gita in calesse per godere il cielo, il verde, l’aria pulita di un bel mattino d’autunno (che gli abitanti del luogo conoscono come falsa primavera).

Il maestro e l’allievo (Ron Howard).

   Le prime carrozze a cavalli su rotaia, scampanellanti per le vie della città; i pioppi già tinti dei sontuosi colori dell’autunno e il cielo limpido, ma freddo, del Nevada; il malcelato disprezzo, condito di segreta invidia, che i benpensanti locali riservano al vecchio pistolero; l’ironia di doversi scusare per il disturbo arrecato e la perdita dei pensionanti dopo che John Bernard Books, il protagonista, ha ucciso, per legittima difesa, due sicari penetrati nella sua camera d’affitto; il giornalista affamato di sensazionalismo, che vorrebbe scrivere una biografia ampiamente romanzata di Books, e lo sceriffo piccolo e sfacciato (Harry Morgan), che vorrebbe usarlo per chiudere i conti con gli altri tre elementi perturbatori dell’ordine – Mike Sweeney, Jack Pulford e Jay Cobb –, prendendosi per sé la gloria e lasciando a lui tutti i rischi dello scontro, sono tutti elementi che collocano questo film in quel particolare sotto-filone western che descrive l’epoca del tramonto del Far West, con la “civiltà”, rappresentata dal treno, dalle macchine e dall’urbanesimo, che fa letteralmente sparire lo spazio dell’avventura – pistoleri, banditi, pellerossa – e si porta via anche il sapore dell’epopea e gli ideali avventurosi dei pionieri. Non c’è più posto, in questo mondo ormai ricondotto all’ordine, per uomini come Books: e quando il vecchio amico dottore Hostetler (James Stewart) gli conferma la gravità del suo male e gli dà pochissimi mesi di vita, l’ormai stanco eroe capisce di esser giunto alla fine e si concentra sulla sua ultima missione: chiudere i conti rimasti in sospeso e cercare la bella morte, non senza aver prima dato un’ultima annusata, senza rimpianti né rimorsi, al profumo della vita che, per lui, se ne sta andando.

  

John Wayne Sheree North

   Books è un uomo che non ha mai chiesto quartiere e che si è formato, nel duro ambiente del West, una sua personale filosofia, alla quale è sempre rimasto fedele: non accettare prepotenze, non subire imposizioni, rispondere con la vendetta a ogni offesa. Ha anche l’opportunità di esporla a un suo giovane ammiratore, Gillom (Ron Howard), il figlio della vedova Books, presso la quale alloggia: il ragazzo stravede per lui, lo considera un mito, però ha anche compreso, o sta per comprendere, il lasciato segreto di quell’uomo rude e tutto d’un pezzo: che la violenza non risolve i problemi della vita e che, alla lunga, non paga. Books è abbastanza intelligente da aver compreso il sostanziale fallimento della sua vita, così ricca di duelli e così povera di affetti: c’è perfino una ex amante (Sheere North) che viene a cercar di spillargli quattrini, sapendo che ha una malattia incurabile, e fingendo nostalgia per i vecchi tempi, ma rivelando poi tutto il suo squallido cinismo. E forse sarebbe anche capace d’imprimerle una svolta, se il destino non avesse deciso che la sua corsa è ormai quasi finita: non c’è tempo per ricominciare; è giusto, allora, chiudere a testa alta, secondo la norma che lui stesso si è dato fin da giovane. Peccato, però, perché la vedova Rogers, che inizialmente lo detesta e poi finisce quasi per innamorarsene, e il giovane Gillom potrebbero essere, per lui, quella famiglia che non ha mai avuto, e potrebbero scaldare quel suo cuore mezzo inaridito, che non è mai stato amato veramente da nessuno; ma Books è un uomo troppo virile e ha vissuto quanto basta per evitare inutili rimpianti e non lasciarsi rammollire da malinconiche fantasie su ciò che avrebbe potuto essere, ma non sarà mai. Una settimana dopo il suo arrivo, il giorno del suo cinquantottesimo compleanno – non è un uomo vecchio, quindi, secondo l’anagrafe; ma è invecchiato precocemente e si è oltremodo indurito a causa della solitudine e della malattia – si veste con gli abiti migliori, allaccia il cinturone, sale sul tram a cavalli e scende risoluto in città, deciso a chiudere la partita con tutti e tre i suoi nemici, che si trovano, ciascuno per proprio conto, al saloon centrale della cittadina, in attesa di vederlo comparire (uno ci è arrivato addirittura con una traballante, rumorosa, pionieristica Oldsmobile: l’epopea dei cavalli e dei cavalieri è davvero conclusa per sempre).

Come ci si libera di un giornalista cialtrone . . .

   Il duello finale è degno delle migliori sparatorie del cinema western. Mentre si versa da bere al bancone, Books ha modo di tener d’occhio le mosse dei suoi tre avversari, ai quali dà le spalle, per mezzo della grande specchiera che occupa tutta la parete di fondo: ciascuno di essi sta seduto per suo conto, non agiranno insieme, non si sono scambiati neppure una parola. Il primo ad aprire i fuochi d’artificio è Jay Cobb (Bill McKinney), che gli spara alle spalle ma fallisce il bersaglio e cade poco dopo sotto i colpi di Books, catapultatosi dietro al bancone; il secondo è il truce Mike Sweeney, quello della Oldsmobile (Richard Boone), che riesce a ferire l’avversario alla spalla, ma cade crivellato, nonostante si sia fatto scudo di un tavolo del locale; il terzo è anche l’osso più duro, il giocatore professionista e baro, Jack Pulford (Hugh O’Brian), l’elegantone, che molti ritengono persino miglior tiratore di Books, anche perché, due sere prima, ha steso con un solo colpo al cuore un avversario, sempre lì nel saloon, da una distanza di ben ventisette passi. Ferito, col sangue che gli cola copioso sulla giacca, Books si lascia scivolare dietro il bancone e attende, nel silenzio spasmodico, che l’altro faccia la prima mossa; e infatti, cautamente, Pulford si affaccia da dietro l’angolo del bancone, pensando che Books sia ormai morto, o morente: e si prede un proiettile preciso in mezzo agli occhi. A questo punto, sia pure malconcio, Brooks può rialzarsi, proprio mentre Gillom, che, dalla strada, aveva visto entrare il suo eroe e udito la sparatoria, si decide a entrare per sapere cosa sia successo. Il ragazzo fa appena in tempo a vedere i tre cadaveri, il vecchio pistolero ritto in piedi e, dietro a lui, il barista che gli punta il fucile alle spalle: il suo grido di avvertimento giunge troppo tardi, e Books cade a terra, con due colpi nella schiena, ad opera non di un degno avversario, ma di un vile barista che ha voluto vendicare Pulford. In una frazione di secondo, Gillom decide di vendicare a sua volta Books e, con la pistola che questi gli aveva regalato, abbatte l’uomo con tre colpi sparati in successione. Poi, chinatosi sul ferito, getta via la pistola; prima di spirare, Books approva con lo sguardo. Muore in pace, perché ha compiuto la sua vendetta e non lascia conti in sospeso; ma anche perché il ragazzo, cui si era un poco affezionato e che avrebbe potuto essere il figlio che non aveva avuto, ha capito che nella società che viene avanti – siamo nel 1901: una data simbolica – non è con la pistola che ci si deve aprir la strada, come dei lupi solitari che conoscono solo la legge del taglione, ma con l’onesto lavoro e nella dolcezza degli affetti familiari.

  

John Wayne, Lauren Bacall.

   Benché assai ben recitato, il film avrebbe potuto scivolare lungo la china pericolosissima che conduce dal patetico al banale, ma si salva anche per l’introduzione di alcune scene brillati, quasi comiche. Il giornalista fanfarone e chiacchierone, che Books sbatte fuori puntandogli la pistola in bocca e poi pigliandolo a calci nel sedere; il proprietario negro della scuderia che contratta accanitamente con Books per l’acquisto del suo bel cavallo (un simpaticissimo Scatman Crothers) e alla fine spunta un dollaro di sconto, 299 dollari invece dei trecento offerti da Books; lo stesso sceriffo megalomane e arrivista, ridicolo col suo cappello enorme, e insopportabile per il cinismo che non tenta neanche di dissimulare, e che viene cacciato dal protagonista, pistola in pugno, con una battuta bruciante e memorabile («Oseresti sparare su di uno sceriffo?»; «Tu non sei uno sceriffo: sei uno stronzo») sono quasi degli sketches, dei siparietti che alleggeriscono un po’ la tensione drammatica della vicenda e aiutano lo spettatore a non immalinconirsi troppo né sulla fine imminente del suo eroe, né sulla tristezza di un mondo dove tutti, anche le donne che un tempo, forse, hanno amato i loro uomini, ora non sono altro che delle commedianti e calcolatrici, sempre a caccia di soldi e incuranti dello squallore di volersi approfittare di un uomo a cui restano solo poche settimane di vita. Del resto, non è solo Books, ma è tutto il suo mondo che è arrivato alla fine: il futuro sarà dei giornalisti da strapazzo che creeranno, a beneficio dei gonzi, una epopea fasulla, e degli uomini di legge cialtroni e millantatori, che racconteranno le loro storie inverosimili ai primi, e fabbricheranno così, insieme a loro, una “storia” completamente romanzata, uccidendo e seppellendo anche le ultime due cose che il vecchio West avrebbe potuto lasciare in eredità alle nuove generazioni: il rispetto del vero e il senso dell’onore. Il dramma non è che spariscano uomini violenti come Books o Pulford, ma che a sostituirli verranno i mediocri, come lo sceriffo; gli opportunisti, come l’ex donna di Books; i vigliacchi, come il barista che spara alle spalle; i ciurmatori e gli scribacchini prezzolati, come il mancato biografo del pistolero, che, alla fine, si mette d’accordo per scrivere le mirabolanti imprese dello sceriffo, del tutto immaginarie. Quando le aquile spariscono, restano solo i cialtroni e gli avvoltoi, i quali trovano sempre la maniera d’intendersi fra loro, alla fine.

L’ultimo bicchiere prima della resa dei conti . . .

   In fondo, la malinconia sottile del film, e il suo fascino innegabile, nascono soprattutto dal fatto che si tratta di un western psicologico, nel quale l’anima dei personaggi, dopo che il regista ha frugato oltre la loro dura scorza esteriore, si rivela per ciò che nasconde al fondo. John Bernard Books ha paura di morire, ma soprattutto ha paura di morire, solo, in un letto d’agonia; la signora Bond Rogers ha paura di soffrire, innamorandosi troppo tardi, lei vedova non più giovane, dell’uomo sbagliato; Gillom ha paura di scoprire che il suo eroe, nella realtà, non regge il confronto con la figura mitica che si era creato nell’immaginazione; Sweeney, Pulford e Cobb hanno paura di essere giudicati dei vigliacchi della gente del paese, se non chiuderanno il conto con Books; e il dottor Hostetler ha paura di vedersi morire il vecchio amico sotto gli occhi, senza poter fare nulla per lui, nemmeno alleviargli i tremendi dolori che presto lo attanaglieranno. Tutti hanno paura di qualcosa, tutti sano di dover affrontare da soli la loro battaglia. La vita non una passeggiata, è una dura marcia per uomini (e donne) forti; non c’è posto per i pavidi e i bugiardi, quelli che non sanno dir la verità neanche a sé stessi. Si sente che la sceneggiatura, basata su un forte nodo psicologico, ha un’origine letteraria, e infatti il film è tratto dal romanzo The Shootist di Glendon Swarthout (1918-1992), pubblicato nel 1975. Non è raro che la letteratura ispiri il cinema e produca, indirettamente, un film notevole. Perché Il pistolero, se pur non è un capolavoro, è sicuramente un gran bel film…

Per gentile concessione:  

Carica ulteriori articoli correlati
Carica altro Francesco Lamendola
Carica altro Ritratti

2 Commenti

  1. Pinuccia

    8 Maggio 2019 a 15:26

    Non ricordo di aver visto questo film anche se di questo attore.ne ho visto un’infinità ma leggendo l’articolo avrei voglia di vederlo speriamo che la TV lo proponga presto grazie

    rispondere

  2. Francesca Rita Rombolà

    8 Maggio 2019 a 12:09

    Sì, bel film che apre la strada ad un mondo nuovo e di certo non migliore. La grande epopea è finita, tutto si lascia travolgere dal progresso che avanza. Niente sarà più come prima. Addio ideali, natura incontaminata e valori giusti e veri.

    rispondere

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Controllate anche

EGOTISMO DELL’UOMO MODERNO

”Assolutizzare la differenza, la radice dell’egotismo. Egotismo: l’esagerata considerazion…