Quando la guerra contro le società civili diventa strategia e non più eccezione.

«Il “modello Gaza” fallisce in Iran»
Dal Libano a Gaza fino all’Iran: la dottrina della “pressione totale” sulle popolazioni mostra i suoi limiti politici e militari.
Il Simplicissimus
Negli ultimi conflitti mediorientali si è progressivamente affermato un paradigma operativo che presenta i bombardamenti su infrastrutture civili come strumenti di “precisione” o di “autodifesa”, mentre sul terreno essi producono effetti di logoramento collettivo e distruzione sistemica. La cosiddetta strategia sperimentata a Gaza — basata sulla pressione indiscriminata sulla società più che sulla neutralizzazione dell’avversario militare — sembra essere stata replicata in Libano e, in forma diversa, anche in Iran. Tuttavia proprio l’estensione di questo modello ne rivela i limiti: la deterrenza non si trasforma automaticamente in vittoria politica, e la punizione delle popolazioni non sostituisce la soluzione del conflitto. Il risultato è una guerra sempre più rivolta contro le strutture civili e sempre meno capace di produrre esiti strategici stabili. (N.R.)
I media mainstream parlano spesso con lingua biforcuta di “attacchi di precisione” e “autodifesa” per rassicurare sul fatto che non si tratta di stragi e massacri gratuiti, che l’etica occidentale dopotutto rimane salva e salda, ma la realtà sul campo è completamente diversa: Israele e gli Stati Uniti hanno instaurato una brutale dottrina di guerra basata sulla distruzione massiccia delle infrastrutture civili e sulla punizione collettiva di intere popolazioni. Non è una novità: prima l’impero britannico e poi quello statunitense hanno fatto degli obiettivi civili, volti a fiaccare la volontà delle popolazioni, la più durature delle dottrine militari a cominciare dai tempi della Compagnia delle Indie.(1) Tuttavia con Gaza questa strategia ha raggiunto il suo massimo sviluppo diventando il vero e proprio asse portante della dottrina bellica occidentale: gli israeliani non sono stati in grado di sconfiggere Hamas, anzi nemmeno ci hanno seriamente provato, si sono limitati a colpire nel mucchio, certi che i massacri sarebbero stati sufficienti ad ottenere una resa senza condizioni. La stessa cosa si è verificata in Libano dove le truppe israeliane le hanno prese di santa ragione da Hezbollah ma si sono vendicate, accanendosi con intensi bombardamenti su Beirut, senza alcun obiettivo militare specifico, ma solo con l’intento di terrorizzare la popolazione. E la stessa cosa è avvenuta in Iran dove, a parte la decapitazione di buona parte dell’élite di governo, di obiettivi militari veri e proprio ne sono stati colpiti ben pochi.
Scuole, ospedali, palazzi sono il facile e vero obiettivo perché ovviamente, mentre le strutture militari sono difese, è pressoché impossibile farlo con tutte le strutture civili. La stessa cosa, del resto, è visibile nella guerra in Ucraina dove appunto sono le strutture civili o persino le spiagge, ad essere prese di mira visto che è molto più facile fare vittime e si corrono meno rischi. Anche prima gli americani – e se è per quello anche gli israeliani – lo facevano e lo dimostrano il Vietnam e ancor più il Laos e la Cambogia, Paesi estranei alla guerra, dove furono uccise più di ottocentomila persone nel tentativo di chiudere la via di Ho Chi Min. Ma in precedenza o queste cose venivano tenute segrete o si parlava di errori, si cercava insomma di nascondere una strategia volta all’aggressione della popolazione civile, adesso queste azioni vengono orgogliosamente rivendicate. Per quanto riguarda Israele esiste una consolidata strategia detta “Dottrina di Dahiya”, dal villaggio in cui venne applicata durante la guerra del Libano del 2006 e consistente nella distruzione mirata delle infrastrutture civili come punizione collettiva per cercare di sollevare la popolazione contro i gruppi armati. Il generale Gadi Eisenkot lo affermò chiaramente all’epoca: “ciò che è accaduto a Dahiya deve accadere in ogni villaggio da cui vengono sparati colpi contro Israele, con forza sproporzionata e distruzione diffusa”.

Gli esperti militari statunitensi considerano ormai esplicitamente questo approccio culminato col genocidio di Gaza come un modello per future “operazioni di combattimento su larga scala” ad esempio contro la Cina. In questo contesto, le norme del diritto internazionale umanitario vengono interpretate in modo sempre più permissivo. Professori come Geoffrey Corn confermano che i metodi delle Forze di Difesa Israeliane corrispondono a quelli che l’esercito statunitense impiegherebbe in scenari analoghi. La caratteristica centrale di questa nuova dottrina è che non ci sono più negoziati, ma solo una “soluzione” militare attraverso una violenza massiccia e la distruzione deliberata di infrastrutture civili. Che si tratti di Gaza, del Libano o dell’Iran, lo schema è identico. Mentre i media mainstream spesso riportano i fatti in modo parziale i fatti ed emarginano le voci critiche, le fonti indipendenti e i dati concreti dipingono un quadro diverso: una spirale di escalation che destabilizza intere regioni e causa incommensurabili sofferenze umane. Ma c’è un ostacolo: con l’Iran non ha funzionato affatto, il regime non è entrato in crisi e la fondamentale rete di difesa del Paese è rimasta completamente in piedi, perché sostanzialmente forze armate che utilizzano questi metodi perdono la capacità combattiva. Una volta esauriti i missili di attacco a lungo raggio anche gli aerei devono raggiungere gli obiettivi sul territorio iraniano, rivelandosi vulnerabili e a rischio: così anche i Top Gun abituati a donne e bambini cominciano ad avere disturbi intestinali. Il modello Gaza, insomma, si è rivelato praticabile solo su piccola scala e a costo di un’enorme scala di degrado etico.

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(1)