La «letteratura animale» resta un genere tentato da molti ma portato a buon compimento da pochissimi. Sì c’è Il gatto che aggiustava i cuori dell’inglese Rachel Welss e poi… ecco che i titoli non abbondano, specie se si escludono le allegorie «pure».

La «letteratura animale» resta un genere tentato da molti ma portato a buon compimento da pochissimi (se si dovesse trovare un esempio italiano recente forse l’unico sarebbe Discorso fatto agli uomini dalla specie impermanente dei cammelli polari di Giuseppe Genna, Duepunti, 2010). Certo, c’è il catalogo Garzanti, dove Alfie, Il gatto che aggiustava i cuori (e che insegnava a essere felici) dell’inglese Rachel Welss pare aver rubato una bella fetta di palcoscenico a Pier Paolo Pasolini, ma se della narrativa di consumo ci si sposta alla dimensione prettamente letteraria, ecco che i titoli non abbondano, specie se si escludono le allegorie «pure».

Tocca tornare al 1905 di Io sono un gatto di Natsume Soseki o al 1906 dello Zanna bianca di Jack London per trovare una maestria sufficiente a realizzare il transfert nella mente animale senza finire nel mieloso. Questo, almeno fino a oggi, dato che per la collana «Gli altri» di Francesco Brioschi Edotore arriva Il mondo secondo Savelij dello scrittore, attore e musicista russo Grigory Sluzhitel’, classe 1983, già finalista del Big Book Award.

Il protagonista, il cui nome scopriamo fin dal titolo, è infatti un gatto, e nelle 300 pagine del romanzo si raccontano, dal suo punto di vista (salvo una breve parentesi “umana”), quelli che possono plausibilmente essere gli eventi capitati a un felino domestico che ha avuto una vita un po’ più avventurosa della media: la nascita, l’adattamento a una nuova casa, l’imprevisto, la fuga, le sperimentazioni con erba gatta e valeriana, l’amore (nonostante il nostro sua castrato e, a quanto pare, felice di esserlo), la morte degli amici, fino alla scoperta di certe nuove fissazioni degli umani, come i cat café.

Siamo, quindi, in epoca moderna, e la Mosca «vista dal basso» del Mondo secondo Savelij è quella capitalista, lontana sia dall’oleografia, sia dai memorabilia sovietici («a destra si ergeva il monastero di Sant’Andronico», racconta Savelij, e «in basso scorreva la Jauza; a sinistra, nella nebbia mattutina che copriva Mosca, si faceva avanti la famiglia, non ancora al completo, dei grattaceli della City. Refrattarie e ignifughe, le torri riflettevano colori cangianti come una pelle di serpente, si avvolgevano come spirali di Dna, sembravano tubetti giganteschi tesi verso il cielo») e tuttavia non priva di echi dai classici: «Mentre dava da mangiare agli uccelli – racconta il nostro gatto in un altro squarcio del volume – il signore recitava dei versi con voce nasale. Mi sembra che fosse Puškin: E a lungo mi amerà il popolo mio… Sul ponte sferragliava un treno regionale. Lampeggiavano nelle cornici dei finestrini le sagome scure di chi stava andando alla casa in campagna, quella dei migranti, dei poliziotti, dei pensionati e dei semplici moscoviti tormentati dai postumi della sbornia e dall’insopportabile puzza di bruciato delle torbiere».

Se l’uscita di un così buon romanzo a tema felino porterà a un ulteriore aumento dei manoscritti con animali protagonisti, ce ne faremo una ragione, ricordando con affetto le avventure del buon Savelij.

La trama del romanzo

Le note dell’Amoroso di Vivaldi, il profumo della filipendula, una scatola di banane firmata Chiquita. Ecco i primi ricordi di Savelij, della sua infanzia vissuta nel giardino della palazzina dei Morozov. Savelij altro non è che un gatto moscovita che coglie del destino ogni opportunità. Dal giorno in cui il giovane Vitja decide di adottarlo e portarlo a casa con sé, la vita di Savelij si rivoluziona improvvisamente e si riempie di incredibili avventure: passa dal convivere con un pappagallo stonato ad essere assunto alla Galleria d’arte Tret’jakov, dall’accompagnare in bicicletta un fattorino kirghiso nelle consegne a domicilio a dividere la cuccia con un brabantino strabico. E poi… poi arriverà Greta, la sua piccola Greta, la sua ragione di vita. Intanto lui tiene gli occhi ben aperti e le orecchie ben tese per raccogliere di quel che lo circonda, soprattutto dell’amata Mosca, ogni particolare e ogni dettaglio. E alle sensazioni che si annidano nel suo animo impara a dare un nome: amore, amicizia, nostalgia, perdita. Un romanzo moderno e ironico che esplora le più umane riflessioni sulla vita attraverso la voce inedita di un gatto, che guardando il nostro mondo sa dire di noi, del nostro modo di pensare e di amare, più di quanto ci aspettiamo.

Come inizia

A Ermione, a Platone,
e a tutti gli amici che non sono più con noi.

  • Ricorderai ancora i nostri giorni più luminosi?
  •  Quando, ogni mattina, aspettavamo
  • che il sole sorgesse sul fiume Jauza
  • e poi lo seguivamo in via Bol’šaja Poljanka?
  • Ricorderai ancora le nostre tranquille passeggiate
  • lungo via Baumanskaja?
  • Ricorderai ancora come ondeggiavamo le code all’unisono
  • scendendo per via Basmannaja?
  • Sorriderai ancora come quando il primo raggio di sole
  • cadeva sulla cupola dorata della chiesa di San Niceta Martire
  • e ti accecava gli occhi verde smeraldo?
  • Ricorderai le vie Pokrovka, Soljanka, Chochlovka?
  • O Signore, che fine ha fatto tutto questo?
  • Che fine ha fatto?

1.

La vecchia palazzina

“Se mi capitasse di nuovo di avere un bambino,

affiderei le sue sorti a questa istituzione.”

Commento di Clementina Churchill

al Libro d’Oro del reparto maternità Klara Tsetkin.

   Lo ammetto, fin dall’inizio mi toccò una particolarità rara fra i miei simili: vidi il mondo ancor prima di ritrovarmici. Per essere precisi, non si trattava del mondo, ma di quell’alloggio temporaneo meglio noto come utero materno. Volete un paragone? Era… era come stare dentro a un’arancia calda e pulsante. Attraverso le pareti torbide e madreperlacee intravedevo appena le sagome delle mie sorelle e di mio fratello. All’epoca io stesso non ero sicuro che loro non fossero me. Perché io stesso non ero ancora nessuno. Ma che cosa fosse ciò che non era ancora me, non lo saprei dire con certezza.

   Da qualche parte in lontananza proveniva un ronzio. Un ronzio tutt’altro che piacevole. A volte provavo addirittura a tapparmi le orecchie con le zampe. O meglio, provavo a tappare ciò che erano le mie orecchie con ciò che erano le mie zampe. Bisogna dire che allora le zampe non erano molto diverse dalle orecchie, e le orecchie non erano molto diverse dalla coda. Ma in generale qualsiasi cosa non era molto diversa dal resto. Tutto era liscio e caldo. Tutto era tutto. Meravigliosa indistinguibilità. Niente sapeva di essere e niente aveva un nome.

   Io non mi rendevo conto di crescere, ovvio. Pensavo piuttosto che fosse il mio abitacolo a rimpicciolirsi. Passavo il tempo nel più piacevole dei modi e, se avessi potuto scegliere, quasi sicuramente avrei preferito restare. Qui lo dico e qui lo nego però, dato che, dopo la nascita, spesso mi sembrava di non aver lasciato il sacco amniotico. Ad ogni modo, per qualche motivo, a Lui era necessario che altre quattro zampe calpestassero questa terra, che un altro paio di occhi (sviluppatisi prima del termine stabilito, come dicevamo) osservassero questo mondo e, per la trilionesima volta, a tutto questo provava a dare un ordine mentale il seppur piccolo ma pienamente funzionante groviglio di sinapsi del cervello di un gatto.

   Però sono andato un po’ troppo avanti. Lasciate pertanto che vi descriva le circostanze che avvolsero le prime settimane, l’alba della mia esistenza.

   Dunque, la mamma si sgravò di me, di mio fratello e delle mie due sorelline a giugno. Fu un parto facile e veloce: quando sentì che era il momento, si piazzò sotto a una Lada coperta da un telone e si mise ad aspettare. La macchina era parcheggiata nello stesso posto da molti anni, l’asfalto sotto le ruote aveva ceduto e il telone si era consumato qua e là. La Lada non aveva più né il volante, né i sedili, né i fari, né il posacenere, né i pedali, né le maniglie per alzare i finestrini, né nessun altro organo interno. Se ne stava parcheggiata così, rosicchiata e sventrata come il cadavere di un animale selvatico nel bosco. Che fine aveva fatto il suo padrone? A questo pensava la mia mamma mentre aspettava che cominciasse il parto. Ticchettava una sottile pioggerellina a ciel sereno ma, prima che smettesse, noi eravamo già nati.

   Il mondo non si scompose per la mia venuta, niente campane a stormo nell’alto dei cieli. Ah, a proposito dell’alto dei cieli. Quell’estate fuori città bruciavano le torbiere, e il cielo era coperto da una caligine giallognola. Un altro cielo non lo conoscevo, e perciò quello mi sembrò bellissimo. Anche perché da quella caligine sbucò il muso di mia madre.

   La mamma aveva un bel nome: Gloria. Era giovanissima. Il suo pelo era corto, morbido, grigio scuro. Negli occhi blu, dei puntini si facevano più grandi e più scuri nei momenti di rabbia o di pericolo. Il sopracciglio sinistro era tagliato di traverso da una linea bianca che le conferiva una sorta di espressione tragica. I baffi erano lunghi, intatti – mamma si era sempre curata del suo aspetto, anche nei periodi più duri. Ci annusò per bene, uno ad uno, e ci leccò con cura dappertutto. Dopo di che ci ripulì dal liquido amniotico e ci trasferì uno alla volta in una scatola di banane che aveva tenuto pronta. Appiccicati come caramelle, emettevamo miagolii sibilanti e ci crogiolavamo al sole. Oh, la mia bella scatola! La mia culla imbottita di batuffoli di semi di pioppo che odorava di Chiquita marce! Contenitore di sogni d’infanzia, di aspettative, paure eccetera eccetera. Sfruttando il privilegio della vista, scavalcai gli altri cuccioli, scelsi il mio capezzolo preferito (a sinistra, seconda fila) e mi ci attaccai subito. Mia madre mi spostò delicatamente con la zampa di dietro e mi chiese:

   – Ma tu, tu mi vedi? Davvero mi vedi?

   – Sì, mamma! Non dico bugie, ti vedo molto bene. Direi addirittura benissimo! – risposi, e succhiai più forte di prima.

Mamma rimase sovrappensiero.

   – Non è normale per un gatto.

Feci ancora un sorso, mi pulii il muso contro il suo sottopelo e replicai:

   – Hai perfettamente ragione, mammina! Non è normale per un gatto! Credo che la natura abbia fatto in modo di confermare la regola un’altra volta, usando me come eccezione!

   – Ne sei proprio sicuro?

   – Niente affatto, mammina.

Sazio, mi distesi su un fianco e mi misi a pensare. Non sta bene che un gatto vada in giro senza nome, anche se è nato soltanto da poche ore.

   – Mamma, come mi chiamo?

   Lei ci pensò un po’ su e poi mi chiamò Savelij. Perché Savelij? Non lo so. Probabilmente in onore della sua marca di ricotta preferita, Savvuška, con il tre per cento di grassi, della quale si era nutrita durante tutta la gravidanza. La cassiera Zina portava questa ricotta sul retro del negozio di alimentari ABK, e la mamma diceva che era stato merito suo se non eravamo morti di fame. In segno di gratitudine verso la gattara, chiamò le mie sorelle una Zina e l’altra Abk. A mio fratello, invece, non fece in tempo a dare un nome, perché… Insomma, non si accorse nemmeno di essere nato. E forse dal suo punto di vista (ammesso che ne avesse uno) era andata bene così. Perché quando sei ancora così vicino a un lato del non-essere, l’altro lato non fa poi così tanta paura. In fondo la paura è un presentimento della perdita e, se non hai ancora niente, allora non c’è niente di cui avere paura. Credo che la mamma questo lo capisse bene e che proprio per questo non avesse preso la morte del figlio come una tragedia. Si rivolse a una squadra di talpe funebri che consegnarono mio fratello alla terra vicino al grande pioppo nel giardino. La vita dei gatti è breve. Il destino ci fa sempre i grattini contropelo.

   La mia vita cominciò nel vecchio quartiere dei mercanti chiamato Taganka, in via Šelaputinskij, sulla riva alta del fiume Jauza. La nostra scatola si trovava presso la vecchia palazzina dei Morozov. Ebbene sì, il mio famoso omonimo, mercante, uomo di teatro e suicida, era un discendente di questa stirpe. L’edificio, risalente al diciannovesimo secolo, all’inizio del nuovo millennio era già completamente tumefatto e incartapecorito. Sulla facciata pendeva la rete strappata di un’impalcatura, le finestre erano annerite dalle vampate di fumo degli incendi passati. Un paio di corvi si erano insediati nella soffitta. Il lucernario rotondo sul frontone era sorretto ai due lati dalle mani premurose di due paffuti cupidi e, quando i corvi tiravano fuori i becchi, assumeva l’aspetto di un medaglione di famiglia. Uno stormo di ninfe correva saltellando lungo le parti del rilievo rimaste intatte. Due satiri le inseguivano scalmanati senza riuscire mai a raggiungerle. La testa e il piffero di uno dei satiri si erano staccati da tempo, e una ninfa si era persa un piede e un ginocchio durante la corsa. Il tema goliardico del rilievo era un po’ in contrasto con la destinazione d’uso dell’edificio: all’epoca dei Morozov era stato un ricovero per i membri della stessa gilda, durante il periodo sovietico aveva ospitato il reparto maternità Klara Tsetkin. La vecchia palazzina era circondata da una panciuta recinzione di ghisa, e attraverso le sue estremità appuntite le querce allungavano i rami come prigionieri affamati con le braccia tese verso una ciotola di brodaglia.

   Quella palazzina custodiva molte storie. Per esempio, le talpe raccontavano che negli anni Ottanta l’edificio abbandonato era stato meta delle visite di un giovane studente dell’istituto d’arte Surikov, un certo Belacquin (l’istituto si trovava proprio lì vicino, in via Tovariščeskij). Lo studente disponeva i vari strumenti di lavoro: treppiede, cavalletto, tavolozza, e per mezza giornata riproduceva sulla tela le sue impressioni delle pittoresche rovine. È difficile dire fino a che punto avesse fatto carriera come pittore, sta di fatto che solo verso la fine degli anni Duemila, quando era già un vecchio grasso e con la barba incolta, per chissà quale motivo aveva scelto i ruderi del reparto maternità come dimora permanente. Qualcosa lo attirava qui. Sentiva un richiamo. Di cosa esattamente? Con gli anni lo capii: presto o tardi finiamo per assomigliare alle cose che amiamo.

   Il giovane pittore era così affascinato dal decadimento che aveva deciso di trasformare in un rudere la sua stessa vita. A sentir le talpe, inoltre, da qualche parte nello stesso edificio il pittore sarebbe passato a miglior vita. Il suo cadavere, comunque, nessuno lo aveva visto, e per questo le talpe non lo avevano potuto seppellire.

   Dicevamo, lo scrigno si aprì. E venne il tempo felice in cui si accumulano le prime impressioni. Pietruzze, fili d’erba, fiammiferi, brandelli di sole e di note, sogni e dormiveglia, polvere, lanuginosi batuffoli di polline, le luci della sera che si accendevano e si spegnevano. Tutte queste cose venivano messe da parte e sistemate con ordine, e si sedimentavano sul fondo limaccioso della mia coscienza, per determinare la cifra della mia esistenza, darmi un significato, affermare che io c’ero. Erano il mio tesoro senza senso, una fantomatica ricchezza. E non mi importava che con il tempo, delle speranze, non sarebbero rimaste che le ultime fumate dei roghi sulle colline. Ma di questo vi parlerò più avanti.

    Invece adesso… Sì, adesso il mondo mi accoglieva con benevolenza e, come a confermarlo, i lavavetri celebravano la mia venuta con ampi, ariosi movimenti delle braccia. Dal balcone di fronte proveniva una melodia. Più precisamente, l’Allegro tratto dall’Amoroso di Vivaldi. L’umano che abitava al terzo piano, Denis Alekseevič, vedovo e misantropo, lo ascoltava dalla mattina alla sera. Secondo me non aveva una grande opinione del mondo in cui era capitato sessantaquattro anni prima. No, non ci avrebbe scommesso nemmeno un copeco sul nostro pianeta. Però amava la musica. Aveva messo sul balcone un vecchio giradischi Vega-117, con le casse rivolte verso la strada. La musica si diffondeva tutt’intorno e, come giustamente riteneva Denis Alekseevič, elevava almeno un po’ gli animi dei buoni a nulla che abitavano il quartiere. Quella fu a tutti gli effetti la colonna sonora della mia prima infanzia! Ma che ve lo dico a fare! Provate ad ascoltarla anche voi. Giusto qualche nota, solo l’inizio.

   Meraviglioso, no? Quanto mi piaceva questa musica! Accordai la mia vita sulle battute dell’Amoroso. All’ora di pranzo spingevo con le zampe sul seno della mamma alternando la destra e la sinistra al ritmo di un allegro: a volte il latte mi scorreva dentro come un lungo e sostenuto legato; altre, invece, veniva giù a piccole dosi, staccato. Durante gli addestramenti mi rincorrevo la coda a ritmo di musica. Scavalcavo con un balzo le crepe nell’asfalto sforzandomi di atterrare sugli accenti forti! Quando divenni più robusto, imparai ad arrampicarmi da solo sotto alle finestre di Denis Alekseevič per ascoltare meglio, e in quei momenti mi sembrava che persino i piccioni si fossero appollaiati sui tralicci a disegnare il pentagramma della mia opera preferita.

   Alla mamma non piacevano le mie fughe. Anche se i trasporti pubblici aggiravano con sussiego la strada in cui abitavamo e le macchine passavano di rado, il fatto che potessero comparire all’improvviso era ancora più pericoloso. Mamma mi correva incontro, mi afferrava per la collottola e mi portava di nuovo nella scatola. Mentre mi teneva appeso al suo muso, io dondolavo a mezz’aria: azzurro cielo, verde prato; azzurro cielo, verde prato. Una capriola: il fondo della scatola.

   Imparai molto presto a trasformare una punizione in un divertimento. Un giorno, finito per l’ennesima volta nella scatola, chiusi bene le ante superiori, con gli artigli feci tanti piccoli buchi nelle pareti e mi misi a osservare il mondo di fuori. Da tutti e quattro i lati i raggi del sole fendevano il buio del mio rifugio. Mi divertiva troppo sapere di esserci e non esserci contemporaneamente. Dagli angoli mi arrivavano correnti fredde al gusto di banana. Io infilavo il muso sotto ai caldi fasci di luce, e starnutivo. Dai buchi vedevo le mie sorelle che se ne stavano beate sul prato, i ragazzini intenti a dar fuoco alla striscia di lanugine ammucchiatasi nel solco lungo il marciapiede. Il mondo, così affaccendato, mi faceva sentire tranquillo e prometteva di accogliermi alle condizioni che avrei stabilito io. Mi chiedevo: e se questa gioia di vivere fosse una specie di pagamento anticipato, la promessa di un premio che arriverà più avanti? O di una punizione? Che in realtà sono la stessa cosa, se ad essere in gioco è la domanda: ma alla fine ci sarà comunque qualcosa, ci sarà questo tanto atteso grand après, o non ci sarà un bel niente? E fa poi tanta differenza come sarà dopo?

   – Savva! I gatti sono esseri fragili e indifesi – mi diceva la mamma. – Gli artigli e le zanne sono un vantaggio soltanto rispetto a chi è più debole di noi. Davanti al trasporto a motore non siamo niente. Non sfidare il destino. Non è vero che hai nove vite! Non tenere il conto di quante te ne sei già bruciate. Savva, abbi coraggio, ma sta’ attento e agisci con giudizio!

   – Mammina mia! Si fa presto a dire che è una sola, ma la verità è che, comunque vada, la vita scorre via giorno dopo giorno, come l’acqua da un abbeveratoio bucato. Non comincia mica ogni mattina, la vita. Si continua a suonare finché delle dita sconosciute premono i tasti. Poi ci affievoliamo fino al silenzio. Quanto durerà la mia pausa? Quanto? – la mia domanda si disperdeva già nel vuoto, la mamma era scappata via e stavo parlando da solo…

   Eh, questi puntini di sospensione. Siano benedetti i tempi in cui gli scrittori disseminavano le loro narrazioni di puntini di sospensione, così che il lettore non arrivasse a capire se si trattava di un errore di battitura, della censura, o se semplicemente l’autore si era dimenticato cosa voleva dire.

   Ed ecco che di notte, dopo estenuanti prove atletiche ed esercizi di intelligenza, stringendomi nella culla alla pancia della mamma e mordicchiando la coda di mia sorella, pensavo: “Come sono fortunato ad avere una famiglia, anche se non al completo (capirete che, come nella maggior parte delle famiglie feline, anche noi non affrontammo mai la questione della paternità). Che fortuna avere la mamma e le mie sorelline a cui volere bene, anche se sono due stupide. Un tetto sulla testa, anche se perde dal soffitto. Delle pareti, che saranno pure di cartone, ma sono mie! Delle pareti impregnate dell’odore di Chiquita marce. Una semplice ciotola di ricotta. Una vaschetta di acqua fresca. Ce ne sono tanti meno fortunati di noi!”

   E allora pensavo anche a quelli che avevano a cuore le nostre fragili esistenze. Che ci davano da mangiare e da bere, che ci accudivano. Infatti, come una stella morta da tempo continua a brillare, così l’edificio cadente che ci ospitava continuava a svolgere la funzione di reparto maternità e di ricovero per i poveri. Dopotutto era proprio lì che eravamo nati, e proprio lì una piccola, premurosa équipe di umani si prendeva cura di noi.

   Per esempio, il custode Abdulloch, cittadino della Repubblica del Tagikistan, originario del villaggio Parčasoj, dove aveva lasciato dieci bocche da sfamare, di cui otto figli, una moglie, e sua nonna. Al comune era registrato presso la palazzina. Tutte le mattine Abdulloch usciva per andare al lavoro fresco di barba, si sedeva sul cornicione alle spalle dell’edificio e giocava da solo a dadi. Qualche volta prendeva la scopa e si metteva a pulire. Con misurati movimenti delle braccia spazzava via dai viali batuffoli di polline, foglie, animaletti stecchiti, e anche boccioli e altra sporcizia che non si sa da dove fosse arrivata. Tutte queste cose si alzavano in volo e si libravano nell’aria.

   Ben presto Abdulloch si accorse della nostra scatola di banane. Sbirciò dentro e disse:

   – Ohi, ma che bei gattini!

   Poi andò all’ABK e tornò con una bottiglia d’acqua e una grande busta di cibo per gatti. Rovesciò la gelatina su un giornale, e io mi precipitai all’istante sul cibo, facendomi al tempo stesso un’idea della situazione politica nel paese e dell’andamento mondiale dei prezzi degli idrocarburi. Dopo mangiato mi misi a riposare tra i cespugli. Il custode mi accarezzò la pancia con un dito e io, con la coda dell’occhio, colsi il tremolio quasi impercettibile della guaderella, del biancospino, del nocciolo e dell’amareno quasi maturo.

    Il nostro giardino dimostrava una sorprendente tolleranza per le più diverse varietà di flora: la fusaggine conviveva felicemente con la filipendula, la balsamina non creava nessun fastidio alla rosa selvatica e, non ci crederete, il pero corvino condivideva pacificamente il terreno con il sempiterno di montagna. Intorno al giardino cresceva un fitto anello di ortiche. Abdulloch ammassava flemmatico le foglie appassite in piccoli mucchi. Quando sulle sue guance la barba cominciava a punzecchiare, era segno che la giornata di lavoro volgeva al termine. Rimetteva i dadi nel sacchetto di velluto e si allontanava. Teneva la scopa appoggiata sulla spalla in modo pittoresco e con la mano libera batteva su un tamburo invisibile seguendo il ritmo di una melodia che sentiva solo lui. Di norma Abdulloch ci dava da mangiare ogni mattina alle otto.

   Ma lui non era l’unico che, a modo suo, aiutava la nostra famiglia. Verso mezzogiorno sentivamo qualcuno schioccare le labbra, allora lasciavamo perdere i giochi, ci raccoglievamo vicino alla mamma e la seguivamo mentre attraversava la strada fino al numero 45/2. Subito dietro l’angolo compariva Mitja Pljaskin, gattaro e attacchino per grazia di Dio. I suoi lunghi piedi dimoravano in scarpe da ginnastica con tre strappi. Sulla testa diventata calva prima del tempo portava un berretto di stoffa con la visiera di plastica alzata all’insù e sul naso dei grossi occhiali fuori moda con le stanghette arricciate. Indossava pantaloni grigi a zampa d’elefante, un cardigan di maglina e, sotto al cardigan, sempre la stessa camicia gialla. Lungo la schiena pendeva una tracolla alla cui estremità sbatacchiava una vecchia scarsella di pelle. I palmi delle sue mani erano sempre uniti sul petto come in preghiera, le dita si toccavano quasi che Mitja stesse studiando un piano diabolico, la bocca era semiaperta, e lo sguardo esprimeva una leggera sorpresa.

   Mitja incollava ai muri e ai pali della luce annunci per l’affitto, la ricerca e la vendita di case. Il modo in cui li affiggeva merita una particolare attenzione. Innanzitutto misurava a occhio l’area di lavoro per qualche minuto: abbassava la testa da un lato e dall’altro, faceva un quadrato con le dita. Dopo di che cominciava la fase pratica. Mitja grattava accuratamente la superficie con la spatola, rimuovendo i residui delle vecchie pubblicità, e soltanto dopo disegnava una X con la colla e, muovendo il rullo con cautela, incollava il volantino. Nessuna piega, nessuna bolla. E per finire: con le forbici, in corrispondenza delle linee tratteggiate in basso, Mitja tagliava le linguette degli annunci. La frangia di numeri di telefono tremolava a lungo nel vento. Tremolava fino a quando l’annuncio non si trasformava negli stessi residui che Mitja grattava via meticolosamente per attaccarci un volantino nuovo. Ma gli appartamenti nel nostro quartiere non erano molto richiesti, perciò il lavoro di Mitja in un certo senso era inutile.

   “Micini, piccolini miei! Micetti!”, esclamava con gioia Mitja battendo le mani. Alzava in aria uno dopo l’altro tutti i membri della famiglia, inclusa la mamma, ci baciava tre volte sui baffi e ci accarezzava sulla fronte. Poi si premeva la guancia con la mano e, dispiaciuto, diceva: “Ma voi avete fame!” Assentivamo con forti miagolii. Allora lui si affrettava all’ABK accompagnando i passi con larghi movimenti delle braccia. La porta di vetro non aveva ancora finito di oscillare che lui già stava uscendo reggendo tra le mani la ricotta Savvuška con il tre per cento di grassi e una confezione di gelatina per gatti.

   E ovviamente bisogna ricordare ancora una volta la cassiera Zina. Oltre alle provviste con cui aveva rifornito la mamma durante la gravidanza e nei primi e più difficili mesi della nostra vita, era stata proprio lei a offrirci in dono la scatola vuota delle banane Chiquita. Senza chiedere nulla in cambio. Era andata nel deposito e aveva portato alla mamma una scatola vuota. E questo senza tenere conto della crisi del mercato immobiliare a Mosca. Se solo sapeste la crisi che c’era.

   Eccoli, i nostri tre principali benefattori! Il pranzo (ma anche la colazione, la merenda e la cena) lo trascorrevamo strettamente in famiglia. A tavola ci scambiavamo le impressioni della giornata, discutevamo i piani per la sera e per l’indomani: dove fare la passeggiata, dove aspettare il tramonto. Ma qualsiasi cosa decidessimo per qualsiasi altro giorno della settimana, ogni domenica andavamo nel quartiere della diga sul fiume Jauza, dove viveva la sorella della mamma, zia Madeleine. La sera prima andavo a dormire presto proprio per accelerare l’arrivo della tanto attesa mattina. Non appena mia madre mi leccava la fronte, io prendevo sonno, invaso da una gioia misteriosa, e impaziente che arrivasse il giorno dopo. Mi piaceva molto zia Madeleine. E, devo ammetterlo, ancora più della zia, mi piaceva il percorso fino a casa sua.

   La mattina presto, quando la nebbia copriva ancora l’avvallamento alle spalle della palazzina, quando nell’aria vibrava ancora il suono delle campane di San Martino, noi uscivamo di casa. Dopo aver rincorso la coda in un verso e nell’altro, interrompevamo la ginnastica e andavamo a fare colazione. Poi osservavamo la tradizione russa di stare un minuto seduti in silenzio prima del viaggio, e quindi ci mettevamo in cammino.

   In prima fila c’era la mamma, con la sua vispa andatura, la seguiva ciondolando assonnata Abk, dietro di lei Zina cercava di tenere il passo, e io chiudevo la processione. Considerando le pause per riposare, ci voleva circa un’ora per arrivare alla diga. Si faceva prima percorrendo l’avvallamento appena dietro la palazzina, ma la mamma, giusta mente, temeva che i suoi figlioletti potessero scivolare sulle foglie e ruzzolare in strada, e per questo aveva deciso di fare il giro lungo.

   Passammo davanti allo scantinato in cui si trovava la bottega di riparazioni Da Zio Kolja. Sull’insegna comparivano una mela morsicata e una mano che ricuciva il pezzetto mancante. Intorno alla mela si attorcigliava un nastro con le curve e con le estremità biforcute che sembravano uscire fuori dal disegno. Sul nastro la scritta: “Tu rompi, io riparo!” Ma di cose da riparare nella bottega ce n’erano poche. O gli abitanti del quartiere erano particolarmente parsimoniosi, o preferivano parlarsi di persona, fatto sta che i telefoni non gli si rompevano quasi mai. Gli affari della bottega non andavano alla grande: attraverso la grata attorcigliata, notte e giorno potevamo vedere il padrone della bottega, zio Kolja, intento a giocare a Solitario al computer. Al muro era appeso un calendario sbiadito con l’immagine di San Nicola di Bari, suo protettore. Che miracolo poteva fare il santo al suo omonimo? Forse poteva fare in modo che i gadget della gente del posto si guastassero il più spesso possibile, che gli schermi si spaccassero, che i cavi si consumassero e che le batterie andassero fuori uso.

   Sul lungofiume Nikolojamskij le parrocchiane si recavano alle messe rispettivamente nella chiesa di Sant’Alessio, in quella di San Sergio di Radonež e in quella di San Martino. La gente del quartiere si distingueva in fatto di devozione e, appunto per i loro bisogni spirituali, in uno sputo di terra, nel giro di un chilometro quadrato, erano state costruite ben tre cattedrali.

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L’autore

Grigory Sluzhitel

Il russo Grigorij Sluzitel’ nato a Mosca nel 1983 è un attore del Teatro ArteStudio di Mosca e frontman e chitarrista della band O’Casey. Il mondo secondo Savelij è il suo primo romanzo.

 

 

 

 

 

 

 

  • Il mondo secondo Savelij
  • Grigory Sluzhitel
  • Traduttore: Sydney Vicidomini
  • Editore: Brioschi
  • Collana: GliAltri
  • Anno edizione: 2020
  • In commercio dal: 30 gennaio 2020
  • Pagine: 306 p., Brossura
  • EAN: 9788899612511.  Acquista € 15,30

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2 Commenti

  1. Virginia Della Pietra

    15 Febbraio 2020 a 16:16

    Vorrei sapere il titolo originale in russo del romanzo Il mondo secondo Savelij. Appena torno a San Pietriburgo lo compro alla Libreria Singer sulla Prospettiva Nevsky

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