L’ultima ora di Venezia del poeta Arnaldo Fusinato: “Il morbo infuria, il pan ci manca, sul ponte sventola bandiera bianca”? Non è solo il Coronavirus ma una condizione che a noi sembra peggiore di quella cantata dal poeta veneto

Daniele Manin proclama la Repubblica di Venezia (1849). “Viva Venezia! L’ira nemica la sua resuscita virtude antica, ma il morbo infuria, il pan le manca, sul ponte sventola bandiera bianca”

Nella scuola di oggi, progressista e distanziata, in cui si studiano le meraviglie dei più svariati “orientamenti sessuali” e si pensa a rendere obbligatorio il canto di Bella Ciao, probabilmente non si legge

Busto di Arnaldo Fusinato (Parco dei Donatori di sangue, Schio)

più Arnaldo Fusinato(1), il poeta patriota veneto autore dell’Ultima ora di Venezia. Per diverse generazioni di italiani, era cultura comune la strofa, più volte ripetuta, “il morbo infuria, il pan ci manca, sul ponte sventola bandiera bianca”. Così si sente qualche italiano, in una delle ore più buie della Patria. Non è solo il Coronavirus a seminare paura e pessimismo, ma una condizione complessiva che a noi sembra peggiore di quella cantata dal poeta vicentino. Fusinato scriveva da esule nel ricordo della nobile ribellione di Venezia – l’ultima ora di gloria di una potenza in declino – contro gli austriaci nel 1848. Vinse il maresciallo Radetzky(2) e finì il sogno di indipendenza della Serenissima, già calpestata da Napoleone nel 1797. Una delle cause fu il colera – il morbo – che si diffuse nell’umida estate lagunare.

Bandiera bianca (L’ultima ora di Venezia)

Si moltiplicano i segni del crollo anche nel fatidico 2020, anno I dell’era virale. Non è un dramma solo italiano: nell’Europa intera si parla di coprifuoco, chiusura, serrata generale della vita economica e sociale. È il tempo del “distanziamento”, ossia di un enorme esperimento psico sociale diretto dall’alto che il virus sta accelerando. Suonano sinistre le previsioni del “partito di Davos”, l’adunata dei ricchi e potenti del mondo tra le montagne svizzere, che aveva prefigurato gli scenari ai quali stiamo assistendo. No, non andrà tutto bene, come recitava mesi fa il farsesco slogan governativo. Le cronache dal coprifuoco narrano il contrario sotto ogni punto di vista: sanitario, economico, sociale, comportamentale.

Di cosa si parlerà a Davos 2020

Le dittature nascono nella paura e si nutrono di delazione, ossessione del controllo, osceno disprezzo per le libertà più elementari. Ognuna ha la sua giustificazione. Quella odierna si fonda sulla protezione della vita dei cittadini: è quindi apparentemente invincibile, inattaccabile. Eppure, sembra vicina la resa. Quella morale e spirituale è cosa fatta. In altre emergenze, nel pieno di tragedie di ogni tipo, non mancò la voce delle autorità religiose. In questa occasione, il silenzio della chiesa è sconcertante: templi chiusi, celebrazioni e feste rinviate sine die, soprattutto nessun tentativo di fornire una risposta in termini esistenziali e spirituali, di trarre una morale dalle sofferenze e dalle paure.  Se ne sono lavati le mani, e non solo in senso metaforico. Quanto ai poteri pubblici, oscillano tra le smanie da sceriffo di personaggi alla Vincenzo De Luca, un certo fatalismo rassegnato il cui simbolo è il volto e l’espressione intristita del ministro della Sanità, di cognome Speranza (vana) e le pose da statista del primo ministro Conte.

Intanto, mentre il morbo infuria – o almeno non smette di agire – il pan ci manca. Centinaia di migliaia di disoccupati, il crollo di interi comparti commerciali e industriali, statistiche economiche ovunque drammatiche che in Italia assumono il carattere della tragedia. Il PIL cala di dodici punti – in soldoni si tratta di duecentomila miliardi di reddito perduto – ma il ministro Gualtieri, come Nerone all’incendio di Roma, si rallegra perché il calo è lievemente inferiore alle previsioni più pessimistiche. Per il 2021 – virus permettendo – i magliari governativi prevedono un rimbalzo di circa sei punti. Se anche fosse vero, saremmo sotto di centomila miliardi rispetto ai dati, tutt’altro che incoraggianti, del 2019, anno ultimo ante Covid-19.

Si diffonde la paura del contagio, con lo strascico di egoismi, delazioni assortite e incoraggiate, le forze dell’ordine e l’esercito dispiegati non contro nemici esterni o malviventi, ma a controllo della gente comune, io, voi.  Con forza crescente, prende piede la paura sottile che nulla sarà come prima. È così: per quanto “prima” non fosse granché, non solo adesso, ma anche “dopo” sarà peggio. Il pane non manca ancora, ma sono sempre più numerosi i poveri e milioni temono di diventarlo. Sul ponte sventola bandiera bianca, ma non è la resa a discrezione a un nemico in armi, bensì il cedimento, lo scoramento generalizzato di popoli vecchi, impauriti. La vecchia Europa sembra una balena spiaggiata dal corpaccione rugoso, arenata per sfuggire non solo al virus, ma al destino, alla storia, a se stessa. La capitolazione è morale, il crollo è spirituale.

L’Europa istituzionale, dal nome bugiardo di Unione Europea, non sa reagire che attraverso direttive economiche, piani finanziari usurai. Il pan ci manca, ma chi dovrebbe fornircelo lo rivuole indietro a strozzo e impone regole e condizioni che non fanno perdere solo la sovranità, ma l’onore di chi le accetta. Onore: parola già dimenticata che diventa ridicola davanti a masse che invocano solo la nuda vita, la sopravvivenza individuale. Non si leva da nessun lato la voce di una dissidenza che si fa opposizione. Nel pericolo, ci si attacca al potere; per questo l’opposizione non si oppone. Tuttavia, chi non combatte è perdente in ogni caso. Difficile, certo, nel tempo in cui chi eccepisce è visto come nemico della vita del vicino.

Vietato non solo manifestare, ma anche dialogare, riunirsi e discutere. Nella rieducazione antropologica di massa, la distanza è il nuovo principio guida. I più accesi sostenitori del distanziamento sociale sono gli stessi che sino a ieri – l’evo lontano terminato a febbraio del corrente anno – proclamavano abbracci, solidarietà fraterna e abolizione di ogni frontiera. Viene un amaro sorriso al ricordo di una vecchia canzone di Sergio Endrigo che tanto commuoveva le anime belle. “Se tutti i ragazzi, i ragazzi del mondo si dessero la mano, allora ci sarebbe un girotondo intorno al mondo.” Impossibile, dobbiamo stare a distanza, parlarci da sconosciuti attraverso la maschera e attenerci alle disposizioni governative diramate a reti unificate.

In un bar di periferia abbiamo letto un cartello di grande saggezza, l’esortazione agli avventori a non parlare solo di virus e contagi. La vita, in qualche modo, va avanti e con lei i problemi quotidiani. È tornato d’attualità il Meccanismo Europeo di Stabilità, il fondo monetario a cui abbiamo regalato decine e decine di miliardi affinché possa prestarceli a usura con pesanti condizioni politiche ed economiche. I maggiori sostenitori del suo utilizzo sono il Partito Democratico, filiale italiana dell’internazionale finanziaria, e Matteo Renzi. Se facciamo chiarezza, ci accorgiamo che davvero il morbo infuria e il pan ci manca. I soldi del MES sono prestiti, non possono finanziare spese aggiuntive: si possono coprire spese già fatte e vanno a incrementare il debito pubblico. Opinioni di un arcigno sovranista? No, sono le parole testuali pronunciate qualche sera fa, davanti alle telecamere, dal primo ministro Conte.

Se richiederà i finanziamenti del MES, l’Italia entrerà nel mirino degli speculatori. È il rischio che gli analisti chiamano stigma, ed è difficilmente quantificabile. Decine di paesi hanno richiesto il Sure, lo strumento europeo di emergenza contro la disoccupazione, il MES nessuno”. Ancora, è il resoconto stenografico di dichiarazioni pubbliche del capo del governo. Si è dimenticato di citare la natura di credito privilegiato dei prestiti MES. Argomenti assai solidi, a cui si aggiunge lo scarso interesse per il fondo di salvataggio europeo (Recovery Fund) mostrato da Spagna, Portogallo e Francia. I tre paesi latini si limiteranno a richiedere i finanziamenti a fondo perduto, ma si tengono alla larga dai prestiti europei: troppe condizioni, tempi lunghi, pesanti ingerenze nella sovranità economica e finanziaria. Il mitizzato Recovery Fund è autorizzato a fronte di progetti approvati dall’UE, le somme concretamente erogate solo dopo ulteriori esami degli oligarchi. Lo dice chiaramente il “considerando” numero 29, lo ribadisce l’articolo 12 della norma istitutiva. Il termine “sorveglianza” attraversa sinistramente l’intero articolato. Rischio scongiurato, dunque? Per niente, poiché Conte, dopo aver espresso con inusitata chiarezza il suo pensiero, ha dovuto rimangiarselo per le pressioni del partito democratico, longa manus dei poteri forti. Sul ponte sventola bandiera bianca.

George Orwell. La fattoria degli animali

Pur nella tristezza dei tempi, non possiamo non paragonare il buon Giuseppe, espressione di un partito che pensa seriamente che “uno vale uno” e voleva aprire le istituzioni come un scatoletta di tonno, a Napoleone, non Bonaparte, il protagonista della Fattoria degli animali di George Orwell, una delle favole politiche più celebri del secolo XX. Nella fattoria mal gestita dal violento ed alcolizzato Jones, una notte gli animali, capitanati dai maiali, i più intelligenti e risoluti tra loro, si ribellarono e riuscirono a cacciare dalla proprietà il vecchio padrone. Instaurarono una specie di fraternità egalitaria basata su sette comandamenti. Primo: chiunque cammini sui due piedi è un nemico. Due: qualunque essere cammini su quattro zampe o abbia le ali è un amico. Terzo comandamento, nessun animale indosserà vestiti, né – quarto comandamento – dormirà in un letto. Nessuno berrà alcolici e – sesto – non ucciderà nessun altro animale. Il settimo e decisivo comandamento stabiliva l’uguaglianza di tutti gli animali.

Napoleone, il capo, fece fuori un altro maiale, Palladineve, fino a un attimo prima suo compagno e fratello. Inoltre, per essere più efficace nel comando e sopportare meglio il peso delle sue nuove e ardue responsabilità, ritenne necessario trasferirsi nella vecchia casa del signor Jones. E già che ci si trovava, dal momento che aveva lavorato tanto, iniziò a dormire nel letto del signor Jones e a bere un paio di whisky nel pomeriggio, come era solito fare l’ex proprietario. Scelse anche di utilizzare il suo guardaroba e mettere un vestito, sotto lo sguardo attonito del resto degli animali, che ricordavano i comandamenti da lui stesso formulati. Napoleone spiegò che nessuno li aveva letti bene. Nessun animale dormirà in un letto doveva essere interpretato così: in un letto con lenzuola. Anche gli altri comandamenti dovevano essere rivisti: gli animali non devono bere alcolici, ma solo “in eccesso”.  Non uccidere animali “senza ragione”. L’ultimo comandamento, poi, fu il capolavoro di Napoleone: tutti gli animali sono uguali, ma alcuni “sono più uguali di altri”.

La Fortezza Bastiani. Immagine tratta dal film “Il deserto dei Tartari” di Valerio Zurlini, 1976.

Intanto lo Stato d’emergenza di Napoleone Conte, che viola un numero esorbitante di articoli della costituzione “più bella del mondo”, continua e genera nuova paura, diffonde l’egoismo occhiuto di massa e impedisce ogni dibattito. Se ne esce solo con il coraggio, ma il prodotto non è in vendita, né lo distribuisce l’ineffabile Unione Europea. Non parliamo più di libertà, argomento privo di senso nel dilagare delle paure, tuttavia, in ogni tempo e situazione alcuni uomini e donne mostrarono coraggio. Vivere richiede più forza d’animo che sopravvivere, ma questo è il tempo di Don Abbondio, per il quale il coraggio chi non ce l’ha non se lo può dare. Dilagano i nuovi poveri e diventa un esercito chi lavora per quattro euro l’ora. Meglio tacere: solo il virus è l’emergenza.

Lascia interdetti che la Cina chiuderà l’anno con il segno più nel PIL. Eppure il virus è nato proprio lì, tra pipistrelli, pangolini e misteriosi laboratori. Abbiamo il diritto di porci qualche domanda o possiamo solo rinserrarci in noi stessi, a sventolare la nostra personale bandiera bianca? I veneziani del 1848 lottarono, noi, nel fortunato secolo smart, digitale e progressista, alziamo la mascherina oltre il naso e sbarriamo le porte. Invano, a quanto pare. Al tempo del virus, fa sorridere il deserto dei Tartari, la fortezza Bastiani in cui il tenente Drogo sarebbe oggi a guardia dell’invisibile. Presto, la fortezza cadrà da sola, nessuno avrà bisogno di espugnarla, perché la vita è fuggita, al di là del respiro impaurito dei superstiti.

Parigi. Fuori dalla scuola in cui insegnava, fiori in memoria del professore ucciso in Francia, Samuel Paty

Nessun coraggio, fisico, morale e spirituale viene invocato: solo il nascondimento. In Francia c’è chi decapita un uomo per leso Maometto. Nessun progressista si inginocchia alla sua memoria: era francese, bianco e probabilmente eterosessuale. Tuttavia, qual era il concetto di libertà del poveretto, se non la derisione, lo scherno dei sentimenti religiosi tipico di chi sente superiore, il nichilismo diffuso da giornali come Charlie Hebdo, proprietà della galassia Rothschild? Non tutti alzano bandiera bianca, per qualcuno offendere il profeta è peggio del contagio. Nessuna giustificazione per gli assassini, mai, ma il segno – uno dei tanti – di una fine incombente e meritata.

Paura

Il morbo infuria ed è obbligatorio pensare solo a quello, vivere in un’intercapedine per paura di abbattere il muro. Molti medici, inascoltati, avvertono del crollo di accertamenti e terapie relativi a tutte le altre malattie, comprese quelle oncologiche. La paura – fondata – di affrontare l’ospedale, la promiscuità, l’attesa che consuma. La bandiera bianca preventiva di una popolazione già vinta, interiormente stremata. I pochi dissidenti – chi vorrebbe restare in piedi in mezzo alle rovine – sono alle prese con la domanda fondamentale: vale la pena lottare, pensare altrimenti nel deserto?

Ogni ribellione è sì un atto di volontà individuale, ma ha bisogno, per non ridursi a “beau geste” o autodistruzione, di essere e sentirsi esempio, avanguardia, speranza per gli altri. Il dramma più grande non è il morbo che infuria, né il pan che manca, è il disarmo unilaterale, la bandiera bianca esibita in milioni di esemplari. Il distanziamento sociale agisce come uno sciame di termiti: erode, logora e distrugge dal basso. Chi scrive prova un lancinante, inusitato distanziamento interiore dal mondo, dagli altri, dal tempo.

Per non alzare bandiera bianca, forse non resta che diventare stoici, come certi filosofi dell’antichità, o mistici. Sustine et abstine,(3) sopporta, astieniti: per mantenere la dignità e resistere nell’assedio, il rifugio è il castello interiore, la convinzione che ciò che accade è necessario e provvidenziale.

Roberto Pecchioli

 

Note:

(1) Arnaldo Fusinato (Schio, 25 novembre 1817 – Verona, 28 dicembre 1888) è stato un poeta e patriota italiano.

«[…] il morbo infuria/il pan ci manca/sul ponte sventola/bandiera bianca. […]» (L’ultima ora di Venezia)

(2) Josef Radetzky, (Sedlčany, 2 novembre 1766 – Milano, 5 gennaio 1858), è stato un feldmaresciallo austriaco. Nobile boemo, fu a lungo governatore del Lombardo-Veneto. Con un servizio nell’esercito austriaco durato oltre cinquant’anni, è ricordato per essere stato il comandante dell’esercito austriaco durante la prima guerra d’indipendenza italiana.

Fonte

 

 

 

 

(3) «La concezione cristiana, dopo aver riposto nel dolore la garanzia della salvezza, chiede di amare il dolore perché il tormento del presente è la caparra del futuro. Francesco di Sales, che coerentemente con la visione cristiana dell’esistenza fonda questa pedagogia del dolore, è consapevole della distanza che separa il cristianesimo dalla grecità e, in polemica con il substine et abstine stoico, dichiara: “La dottrina cristiana, la sola vera filosofia, è tutta stabilita su questi principi: l’abnegazione di sé che è molto superiore all’astenersi dai piaceri; portare la croce, che è cosa assai più sublime del sopportarla; seguire il Signore, non soltanto nella rinuncia di sé o nel portar la propria croce, ma anche nella pratica di ogni opera buona. Tuttavia il vero amore, più che col rinnegamento di sé e con l’azione, si dimostra nel patire.” L’idea giudaico-cristiana, che giustifica la sofferenza in questa vita terrena e transeunte, in vista di quella eterna senza dolore, mette in circolazione una concezione della vita come malattia, da cui un giorno sarà possibile liberarsi n.d.r.»

 

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