La dimensione del muro è proporzionale al senso di importanza personale che ne ha diretto l’edificazione

IL MURO

C’è un muro intorno a noi.

Viviamo entro una roccaforte che non vediamo. Scorrazziamo liberi nei suoi cortili che crediamo il mondo, senza avvederci del limitato spazio che ci è concesso.

Accade ad alcuni di divenirne consapevoli. Si dà allora la responsabilità della passata costrizione e castrazione a qualcuno o a qualcosa. Sempre però si tratta di capri espiatori che permettono di nascondere a se stessi la verità ultima alla quale, nuovamente, ad alcuni accade di accedere. E quando ciò succede, ciò che era segreto diviene banalità. Sotto una permanente spinta biografica, che per ontologia, non contraddice mai se stessa, realizziamo il nostro unico destino disponibile. Sempreché qualcosa in noi non evolva. Sempreché non ci si riconosca architetti e muratori del nostro muro di fondo e di circostanza. Allora, ogni singola pietra, mattone e colpo di cazzuola, serviti per erigere il muro, non sono più opera altrui ma nostra. Sebbene la cultura – come muro eretto da altri – non la scegliamo, interrompendo l’attribuzione di responsabilità o di realtà oggettiva, possiamo emanciparci da quella in cui capitiamo. Ovvero, possiamo riconoscere le sue ragioni storiche, la sua necessarietà filosofica e anche la sua arbitrarietà e la sua strumentalità. Cioè, la sua effimera natura scambiata per definitivo muro. Il percorso necessario per avvedersi del grande slittamento di piano che tutto muta e travolge è lavoro che compete all’individuo.

Il muro e le varie coperte di Linus sono geneticamente figli del medesimo genitore: la necessità di sostenere il proprio io. Sono rifugi, habitat, bioregioni in cui possiamo garantire la nostra sopravvivenza. In cui possiamo affermare la nostra forza, la nostra verità, identità e differenza.

La dimensione del muro è proporzionale al senso di importanza personale che ne ha diretto l’edificazione. E l’importanza personale è a sua volta in funzione del gradiente di consapevolezza che l’io non è che un muro costruito intorno a noi.

Identificare se stessi con il proprio io è la conditio per determinare la delimitazione del proprio dominio. Entro il quale siamo, fuori dal quale non siamo. Entro il quale sappiamo sempre dov’è il nord, fuori dal quale siamo spaesati. Entro il quale percorriamo la via del vero, del bello e del giusto. Fuori dal quale le vie sono del falso, del brutto e dello sbagliato.

Chi è dominato dal proprio giudizio ferma la realtà, la definisce e reifica col suo stesso giudizio. Chi non è dominato dal proprio ego osserva il fluire del reale, ne vede le forze, grette e sottili, che su essa agiscono. In ciò che osserva riconosce sempre una verità. Nel primo caso, domina il fermo immagine, in cui si osserva una realtà corrispondente a una fotografia, la cui composizione è determinata dal nostro muro. Ad essa corrisponde sempre un nostro vantaggio. Nell’altra situazione si vede il film del divenire, la parabola della storia e la sua permanente legittimità. Una condizione che permette di sciogliere anche i muri più refrattari.

Autoreferenziali dal nostro muro procediamo a testa alta come paladini della giusta morale, della giusta politica, del giusto impiego della forza. Il muro, un passo alla volta, ci conduce in luoghi che mai avremmo sospettato, ci produce realtà che mai avremmo voluto. In tutte le circostanze il muro impone sempre la sua legge per la sopravvivenza della nostra metafisica.

Attraverso il grande portale di accesso alla nostra fortezza transitano solo i sodali: solo le idee che non ci turbano e che confortano le nostre posizioni. Oppure, per uscire in proselitica battaglia. Dalle feritoie osserviamo il mondo esterno pronti alla difesa in caso di attacco. Una difesa spesso frutto di reazioni difensivo-emotive, incapaci di riconoscere il senso di quanto ci viene incontro. Messaggi in forma varia raramente vengono considerati, accolti, masticati, digeriti e infine fatti propri.

Per quanto le battaglie tra le idee si svolgano con armi razional-dialettiche – le sole che nel dominio razionalistico della nostra epoca, siano ritenute intelligenti – all’insaputa di tutti, i soli proiettili che colpiscono sono quelli emozionali. Il resto sono salve intellettuali che, bene che vada, toccano la pelle e mai raggiungono il cuore.

E sono credute razionali, quindi le più forti e durature, pure le singole pietre che compongono il muro e gli argomenti che portiamo a sostegno della loro messa in opera. Ma è superstizione protoscentista. Di fatto, non lo sono affatto forti e resistenti, semmai ondivaghe e ribaltabili. Infatti, anche quelle pietre, ognuna di quelle è posta da una forza emozionale con ragioni esclusivamente emotive. Tutta la cosiddetta e presunta razionalità ha genitori emozionali.

L’hanno ampiamente raccontato due biologi e sociologi Humberto Maturana e Francisco Varela. Ma, nonostante la loro visione abbia la potenza culturale paragonabile a quella fisica di una fusione nucleare, essa è rimasta circoscritta a tesi di laurea e a quisquiglie accademiche.

autopoiesi

L’autopoiesi di noi stessi – dicevano i due ricercatori cileni – corrisponde al muro. La cui natura è di essere parzialmente permeabile solo da ciò che è compatibile con quanto crediamo di noi. Accettiamo ciò che già in noi, che con quello si integra. Non solo. Tale compatibilità è misurata da un regolo di tipo emozionale. Per schematizzare, si può dire che il medesimo argomento può essere accettato/rifiutato se fornitoci in tempo differente. E che, nel medesimo tempo possiamo accettare/rifiutare un identico argomento se fornitoci da fonti differenti. Il primo caso dipende dal variare della nostra intima condizione/convinzione. Il secondo dal giudizio che generiamo – e con cui ci identifichiamo – nei confronti dell’emittente.

La popolare formula apertura mentale, vorrebbe contenere questo oceano e queste profondità, così facilmente, ignoti a noi stessi. L’apertura mentale di una madre nei confronti delle malefatte del figlio tende ad essere massima. Nella circostanza il suo muro è totalmente abbattuto o permeabile. Nessun giudizio tiene a distanza il figlio. Nessuna alterazione si propaga nella madre.

Diverso accade con le ideologie conclamate o minimali che siano. Lo scontro tra queste è garantito, così come l’importanza personale dei duellanti.

Con la consapevolezza che l’altro è un universo diverso, che ha quindi ritmi, vibrazioni, rotazioni e quadrature – che sono solo un accenno di un corposo elenco – possiamo rivolgerci al linguaggio, al modo e al tempo per provare ad avvicinare il prossimo, per rischiare di coniugare il nostro pensiero e il nostro spirito con il suo. In una parola, modulare il linguaggio significa ascolto. E questo allude all’assunzione di responsabilità di ciò che accade quando il muro dell’altro si dimostra impermeabile; quando dalla sua feritoia partono dardi infuocati diretti a noi.

Così come la debolezza è direttamente proporzionale alla consistenza del muro, la forza lo è indirettamente. Questa, raggiunge il suo massimo nell’ascolto, dove il muro appare minimo o abbattuto.

Nella consapevolezza che l’identità è un’infrastruttura di noi, che essa non corrisponde al nostro sé universale, disponiamo di fermezza e duttilità, depurate dagli inquinamenti tossici dell’importanza personale.

E allora, i traumi sono devastazioni del muro, sono sottovalutazioni del nemico.

Le terapie sono consapevolezza che siamo noi a costruirlo e che difenderlo a testa bassa ci procurerà altri inconvenienti, tra cui la follia. Uno stato in cui il muro è così stretto intorno a noi da impedire il passaggio perfino alla luce.

La saggezza non sta nel non edificare la barriera ma nel prendere le distanze da esso, nel liberarsi dall’importanza personale, nel riconoscere con compassione i propri e altrui muri.

Combattere diventa allora recitare una parte, eventualmente per noi doverosa. Come per il Samurai, per il quale il nemico vinto avrà l’onore delle armi.

Lorenzo Merlo

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