Lo so, recensire Martin Heidegger è un atto di presunzione, uno sfregio ai lettori e allo stesso autore

Martin Heidegger

IL NIPOTE DEL CALZOLAIO CHE RIFONDÒ IL PENSIERO


Lo so, recensire Martin Heidegger è un atto di presunzione, uno sfregio ai lettori e allo stesso autore, l’Incompreso e l’Incomprensibile per antonomasia. Ma possiamo trattare il maggior filosofo del Novecento come una Belva inavvicinabile, per giunta respingendolo a priori perché in odore di nazismo? 

Proverò a parlarvi del quinto volume dei suoi Quaderni, uscito di recente da Bompiani, dopo aver letto anche gli altri quattro. Sono quaderni del dopoguerra, tra il 1948 e il 1951, e non entrerò nel merito del suo pensiero, non cercherò di decrittare frasi come “nel mondeggiare del mondo che mondeggiando ritiene il coseggiare della cosa”; è arduo farlo e probabilmente non riuscirei a render chiaro il pensatore oscuro, o per taluni oracolare. Stride, peraltro, il suo linguaggio e la sua teoria con la sua indole contadina, il suo vivere in una baita, così come è stridente immaginare il suo pensiero complesso in camicia bruna al seguito di Hitler. Estrapolerò pensieri fior da fiore, anche slegati, in apparenza, pensieri interrotti, per parafrasare una sua opera assai presente in questi taccuini e a suo dire assai equivocata. 

Esordiamo con una sua riflessione epocale: “Dittatura totale e anarchia si corrispondono reciprocamente”; ambedue, spiega, odiano tutto ciò che torreggia e risplende, detestano l’inutile e lo straordinario. Una fotografia del nostro mondo global. Per Heidegger anche l’Oltreuomo di Nietzsche – solitamente noto come Superuomo – appartiene all’ambito dell’ultimo uomo e resta nella sfera biologica. Colui che ancora pensa – scrive – non può oggi abbandonarsi alla brutalità di una dimensione pubblica. “L’amore supremo accade tra i solitari. Fratellanza nella solitudine”. È l’emigrazione interiore che unì la baita di Heidegger al buen retiro di san Casciano nella natia Plettenberg di Carl Schmitt, e nella foresteria di Wilfingen del ribelle Ernst Junger, nel suo passaggio al bosco. Fratelli di solitudine.

Al liceo s’insegnava Heidegger includendolo nell’ambito dell’esistenzialismo. Sentite cosa scrive lui in proposito: “l’unico filosofo dell’esistenza è Karl Jaspers”, mentre l’esistenzialismo è nello “scribacchiare di Jean Paul Sartre”. Il più genuino “esistenzialista” per lui è Gabriel Marcel. Questi autori, a suo parere, utilizzano il suo pensiero ma non lo pensano a fondo. E aggiunge: “Fino a oggi (ottobre del ’49) non è ancora nato un fruttuoso e temibile avversario del mio pensiero”. Non ne riconosceva nessuno all’altezza. Altezza solitaria delle aquile; refrattario al ritorno a insegnare, che taluni caldeggiavano nel “proposito vendicativo di tenermi lontano dal sentiero di campagna”. 

Sagaci le sue riflessioni sulla “perdita del centro”, teorizzata da Hans Sedlmayr: il centro, per Heidegger, è già la perdita, è l’oblio dell’essere, di cui è solo un allestimento metafisico. Poi scrive: “Come facciamo a perdere quel che non abbiamo mai trovato (e nemmeno cercato)”?

Per Heidegger “il mondo tramonta nel cristianesimo che gli americani finanziano”; anche se a un certo punto nota che per la Chiesa sarebbe “più cristiano dedicarsi all’assistenza dei profughi”. Nella Chiesa la gerarchia cede alla democrazia e la teologia cede alla psicanalisi; ecco per lui alcune tracce del tramonto della cristianità.

Le bestie nere di Heidegger sono le scienze e i giornali. Le scienze “sono la rovina del pensiero”, si arrogano il diritto di rappresentare tutto, un sapere sconfinato che alla fine sfocia in una fede, anzi in una superstizione; e conducono infine nei pressi del giornalismo. Dei giornali Heidegger detesta in particolare le pagine culturali; il giornalismo, a suo dire, concorre a dissolvere la storia nella storiografia, è segno di confusione e desertificazione; i giornalisti, per Heidegger, mettono a tacere, insultano, saccheggiano il suo pensiero, in combutta con “i letterati cristiano-cattolici”.

Ma la sua critica si estende alla filosofia che pensa troppo poco e si fa fede filosofica; direi che la filosofia non costruisce ma ostruisce il pensiero. Per Heidegger il pensiero è “acquietare, non riposarsi ma fondare; abitare nel silenzio del mondo”, non si cura si rappresentare, avere effetto o “valere”.

Cita di sfuggita Hitler notando che “nessun vincitore è stato capace di vincere”; e ciò riguarda le condizioni del mondo e non le “folli malefatte di Hitler”. 

Poi lamenta l’abuso che si è fatto del suo pensiero: “Dannoso è trascinarlo troppo presto e troppo a lungo di qua e di là nel pubblico”, attribuendogli requisiti nati dall’agire immediato. Il pensiero ha un altro respiro.

Sconsolante il quadro odierno ai suoi occhi: “L’Europa è perduta, L’Occidente è seppellito. L’Europa ha venduto le sue forze e le sue fonti d’energia, l’Occidente si impedisce di andare verso il suo inizio”, resta dunque nel Tramonto; la Salvezza dell’Occidente di cui si parla indica per lui il tentativo della Chiesa di salvarsi. Heidegger rigetta i paragoni fuorvianti tra l’epoca odierna e la tarda antichità: “non ci sono analogie”. 

Il mio pensiero, nota Heidegger, viene inteso come “mistico”; ciò ha un senso seppure in negativo se vuol indicare che va oltre la logica abituale. “Una filosofia il mio pensiero non lo è di certo, bensì è solo pensiero. Forse un giorno qualcuno scoprirà che ogni “filosofia” si fonda su questo pensiero”. Un sussulto di egocentrismo d’autore, non del tutto ingiustificato. Quel pensiero che, scrive in altro passo, è “colto da un lucore della verità dell’essenza dell’Essere” e questo “dev’essere davvero una grazia”. La solitudine “profetica” a volte crea stati d’ebbrezza anche in Heidegger, il nipote del calzolaio, che portava il suo stesso nome, Martin. Di lui Heidegger ricorda la lampada, il cui bagliore faceva luce sul suo lavoro. La lampada del calzolaio in suo nipote si fece lume del pensiero.

Teofilo Patini, “Il ciabattino”

 

 

Fonte: MV, La Verità (15 aprile 2022)

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