Il nomos della tecnica il tramonto della politica. Il capitalismo nella sua forma globalitaria e tecnoscientifica ha spazzato via al grido “non c’è alternativa” ogni visione del mondo ad esso non riducibile in una partita truccata.

Il pensiero forte prende posizione sui temi che riguardano vita e futuro di chi vive e veste panni. Uno è la tecnica. Nel presente vige un “nomos della tecnica”, un senso comune, una falsa credenza che situa i mezzi, le tecniche, al di sopra di ogni altro principio, celando il fini: la demolizione delle identità personali e comunitarie per ridurre gli uomini ad automi manipolabili.

Ezra Pound(1) osservava che ogni tempo ha un’idea base, un nomos. Fu la teologia per il medioevo, l’arte per il Rinascimento, la ragione per il Settecento, l’economia per il secolo XX. Non possiamo comprendere la contemporaneità senza riflettere sulla tecnica, il mezzo che si è fatto sistema, l’alleanza tra le oligarchie del denaro e dell’industria, più i giganti di Silicon Valley, all’ombra della potenza politico militare degli Stati Uniti. La tecnica è diventata il fattore determinante della società. Né buona, né cattiva, ambivalente, si riproduce seguendo la propria logica. Calpesta la libertà, esaurisce le risorse naturali, uniforma le culture. La sua rivoluzione rappresenta il passaggio dal controllo dei popoli attraverso la leva economica – l’indebitamento – al dominio attraverso strumenti tecnologici. La Tecnica ha cambiato natura, diventando sistema attraverso l’informatica che ha unificato i sottosistemi, permettendole di trasformarsi in un tutto organizzato che modella, sfrutta, trasforma, pervade: un sistema cieco che si autogenera e non corregge i propri errori, se non quelli tecnici.

Charlie Chaplin, Tempi moderni.

La trappola si chiude a seguito del grande sviluppo delle reti di comunicazione telematica e all’alba di una nuova rivoluzione, l’intelligenza artificiale. Tutto è interconnesso in una massa immensa di dati in grado di incrociarsi e generarne di nuovi, i metadati, il cui controllo e commercio innesca lotte tra giganti, sposta cifre enormi con in palio il controllo delle vite di miliardi di persone.  La società è una Megamacchina di cui gli uomini sono gli ingranaggi, come intuì Charlie Chaplin in Tempi Moderni. Il grande assente è la libertà. Eppure, a condizione di consumare, lavorare, vivere in modo conforme alle direttive tecniche, l’uomo si sente libero, persuaso di avere aumentato a dismisura le sue possibilità.

Terra di Mezzo o terra delle ombre.

Si tratta di una libertà artificiale, tanto che esige eroismo uscire dal cerchio della Tecnica posseduta dagli oscuri signori di Mordor(2). È in massima parte compiuto il passaggio di tutti i processi rilevanti dalla gestione politica e economica a quella tecnica. I mercati finanziari funzionano attraverso algoritmi, automatismi dal quale è rimosso l’intervento umano. Il futuro è nello sviluppo dell’intelligenza artificiale e della cibernetica, nelle macchine in grado di sostituire l’uomo.

Abbiamo indicato il nemico. Non la tecnica, ma i suoi padroni e i loro fini. Il saggio guarda la luna, non il dito che la indica. Capire il nomos della tecnica è il passaggio per individuare i punti di frattura del potere. Noam Chomsky(3) ha parlato, riferendosi alle cupole della finanza, della tecnologia e dell’industria transnazionale, di padroni dell’universo. Prima di lui, Jean Ziegler(4) aveva definito privatizzazione del mondo i fenomeni di concentrazione di proprietà dopo il crollo del comunismo. La tecnica si è trasformata in strumento di dominazione e sorveglianza, sottratta al controllo degli Stati, ovvero della dimensione pubblica.  Attraverso l’irruzione di nuove discipline, avanza un’estensione della Tecnica, il transumanesimo, raggelante ideologia distillata nei pensatoi delle oligarchie economiche e finanziarie, l’accelerazione dello sviluppo scientifico orientato alla trasformazione della specie umana attraverso la genetica, la cibernetica, le neuroscienze.

La tecnica esprime il rigetto per l’idea di limite su cui si è fondata la civiltà occidentale dal pensiero greco. “La volontà che si organizza con la tecnica fa violenza alla terra e la trascina all’esaustione, nell’usura e nelle trasformazioni dell’artificiale. L’uomo stesso diventa materiale umano”. (Heidegger(5)) Cessiamo di essere persone, ci trasformiamo in cose, manufatti plastici da manipolare ed impiegare secondo piani prestabiliti. Siamo incatenati alla tecnica, pensiero che non pensa sia che l’accettiamo con entusiasmo, sia che la neghiamo con veemenza. Ma siamo ancora più in suo potere se la consideriamo neutrale; questa rappresentazione ci rende completamente ciechi di fronte alla sua essenza. Ciechi ed impotenti, non riusciamo a cogliere la non neutralità della tecnica e la sua natura di fine teso a un dominio planetario. Il nomos della tecnica non è compreso nel suo significato di desertificazione delle libertà, abolizione della dimensione morale, dell’intimità, rimodulazione delle personalità.

Tutto è interconnesso in una massa immensa di dati in grado di incrociarsi e generarne di nuovi, i metadati, il cui controllo e commercio innesca lotte tra giganti, sposta cifre enormi con in palio il controllo delle vite di miliardi di persone.

Tuttavia, l’uomo è l’essere “tecnico” per eccellenza. Arnold Gehlen(6), fondatore dell’antropologia filosofica, definì l’uomo essere che prende posizione. Una specie priva di una condotta determinata dagli istinti, lacunosa, non specializzata. Max Scheler parlò di creatura aperta al mondo, plastica; Herder di essere carente. La specializzazione nostra è la cultura, la capacità di accumulo di conoscenze, la tendenza all’azione, la volontà di potenza. Attraverso tali caratteristiche, l’uomo si “esonera”.

L’esonero è la somma di prestazioni cognitive che moltiplicano le possibilità ed il padroneggiamento dell’esistenza. L’uomo è tanto più esonerato quanto più avanza la sua capacità di indagine. La novità è che siamo ad una svolta in cui l’umanità esonera se stessa e si affida a ciò che è altro da sé, le macchine da lei stessa costruite, sino alle ultime forme artificiali di vita “cosciente”, l’Altro assoluto. I pericoli sono immensi, e fanno temere l’irreversibilità del cammino verso l’uomo 2.0. Gli interessi in gioco, le conseguenze antropologiche ed esistenziali sono incalcolabili. Il futurologo Yuval Noah Harari(7) immagina che sostituiremo la natura con l’intelligenza artificiale e la nuova religione si chiamerà dataismo, poiché il mondo è un gigantesco flusso di dati.   

Il rischio è la regressione dell’umanità tecnicizzata. Lo psichiatra Vittorino Andreoli afferma che la connessione continua sta modificando mente e cervello, che, “in virtù della sua plasticità, perde la razionalità e l’affettività, mettendo al loro posto una logica binaria dello yes or not e un sapere detenuto da pochi straricchi”. La nuova memoria è al litio, sta nell’immenso magazzino degli apparati tecnici. Non ricordiamo i numeri di telefono, non eseguiamo più operazioni matematiche, i giovani, abituati al linguaggio elementare e binario, non riescono a comprendere i testi che leggono ed ignorano il pensiero astratto. La regressione che Maurizio Blondet sintetizza nell’espressione selvaggi con telefonino raggiunge strati sempre più ampi della popolazione. La tecnica ci esonera da azioni e decisioni, dunque tende a eliminare il pensiero. Computer e smartphone ci rendono dipendenti, ma anche autistici.

Si affievoliscono le resistenze a subordinare le esigenze dell’apparato tecnico, ovvero dei suoi padroni, alla persona umana. Ancora Martin Heidegger(8): “La cosa di gran lunga più inquietante è che l’uomo non è preparato a questo radicale mutamento di mondo. Più inquietante ancora che non siamo capaci, attraverso un pensiero meditante, ad un confronto adeguato con ciò che sta veramente emergendo”.

Lo scopo è forgiare un’umanità che nasce, vive e muore sotto la regia del Grande Fratello tecnologico.

Progetto di Panopticon, 1791.

La tecnica è cieca, ma non neutrale. Il rischio è che le moderne tecniche di condizionamento non siano comprese nel loro significato di riduzione all’identico e rimodulazione della personalità individuale dentro il Panopticon(9)“ciò che vede tutto”, la costruzione dell’utilitarista Jeremy Bentham(10), carcere razionale radiocentrico con un unico sorvegliante non visto. L’invisibilità del guardiano è nota agli osservati, tenuti in uno stato di tensione permanente che induce a praticare la disciplina come se fossero sempre scrutati. La coazione a ripetere determina un unico modello di comportamento modificando indelebilmente il carattere.

La tecnica è nichilista, ha un unico scopo, funzionare. Non risolve, non redime, non offre scenari di salvezza. Dobbiamo quindi prendere posizione, non esonerarci, ritessere il filo e riconoscerne gli effetti, pur accettando i vantaggi pratici. C’è un tempo della natura ed un tempo della tecnica: misura ed equilibri vanno ristabiliti. Ne va della creatura uomo e del creato.

Una caratteristica della tecnica è il soluzionismo. Male, malattia, morte, non sono che problemi tecnici, a cui la tecnica fornirà, prima o poi, una soluzione. Una promessa accattivante che ci espropria, un passaggio di proprietà della nostra vita. Per risolvere tutto, cliccate qui. E l’aberrazione del soluzionismo tecnologico, con una domanda retorica fondamentale: perché dovremmo appoggiarci a leggi, Stati, o pubbliche istituzioni, quando abbiamo a disposizione dei sensori e dei circuiti di retroazione? 

È un modello di governo, un perfetto programma politico. Ha un difetto: è concepito contro la persona umana e le libertà. Anziché governare le cause dei problemi, operazione che richiede coraggio, immaginazione, flessibilità mentale, si limita a controllare gli effetti. La dolce droga per schiavi che Aldous Huxley(11) chiamò soma. Un banditore della nuova ideologia è Mark Zuckerberg, l’inventore di Facebook, il cui manifesto, Costruire la comunità globale, è un’inquietante distopia universalista destinata a realizzarsi se milioni di persone non ne comprenderanno il potenziale antiumano. È l’atto di fondazione della falsa repubblica digitale, in realtà un impero con al vertice la cupola di coloro che possiedono le conoscenze tecnologiche, indirizzano la ricerca scientifica, controllano il denaro, la comunicazione e, detenendo tutti i mezzi, determinano tutti i fini.

L’ideologia che sorregge il progetto è un libertarismo estremo, sia nel campo economico sociale sia nell’ambito dei “nuovi diritti”. Lo scopo è forgiare un’umanità che nasce, vive e muore sotto la regia del Grande Fratello tecnologico. Basta con il potere degli Stati, dei popoli e delle nazioni. Polverizzate le comunità legate a prossimità e condivisione, superate anche le società fondate sul contratto e l’interesse. Iperindividualista, rinchiuso nel guscio della connessione, del consumo compulsivo e nella serialità profilata – il gusto di massa declinato in senso fittiziamente soggettivo – l’uomo nuovo è un tronco intagliato da una macchina industriale, alla deriva in un mare in cui è un detrito. 

Carl Schmitt: “è in azione una macchina psicotecnica della suggestione di massa che lavora con le parole e con i significati e ri-forma un’umanità plastica”. L’uomo, derubricato a materiale umano viene spostato da uno spazio di luoghi ad uno di flussi, informazioni controllate, dati catalogati e collegati in una ragnatela che avvolge individui privi di punti di riferimento, spettatori paganti e plaudenti, acquirenti. Il fine è un potere convertito in dominio attraverso lo strumento tecnico.

Chip sottocutaneo.

Si è formato con la tecnica un rapporto coatto che costringe ad una lingua unica, neutra, depotenziata, ed a procedure che esentano dal ragionamento e dalla sperimentazione. Per farci accettare il controllo sociale, ci drogano di libertà astratta. Inquietala possibilità di impiantare chip sottocutanei con tutti i nostri dati. Dati, sempre dati: siamo l’esito di un modello matematico… per il nostro bene, per la nostra salute. Ci siamo abituati, e diamo il consenso – quando ce lo chiedono – a forme sempre nuove di controllo. Le visite a siti e reti sociali vengono annotate ed incrociate, anche le tessere dei supermercati parlano di noi.

Basta con il potere degli Stati, dei popoli e delle nazioni. Polverizzate le comunità legate a prossimità e condivisione, superate anche le società fondate sul contratto e l’interesse.

La vita diventa un metadato frutto dell’aggregazione del nostro traffico telefonico ed elettronico, la navigazione in rete, l’uso delle carte con microchip. I padroni sono i GAFA (Google, Apple, Facebook, Amazon) oltre a Microsoft, all’ombra degli apparati riservati di informazione. La raccolta dei metadati permette la profilazione, cioè la ricostruzione completa delle nostre esistenze, e impone una nuova identità, l’identità digitale. Siamo una sequenza matematica che conserva e rielabora l’insieme delle informazioni esistenti su di noi. L’identità digitale contiene il nostro profilo, l’interazione tra i vari database in cui, volenti o meno, consapevoli o no, siamo presenti.

L’identificazione implica un rapporto di subordinazione a potentati privati, da millenni riservato alla sfera pubblica. Inoltre, l’identità personale è un costrutto culturale e sociale, ora rovesciato in un rapporto di dipendenza. Mille volte al dì, la chiamano democrazia!  

Il sistema di intrattenimento e la televisione completano l’opera di ricostruzione di esseri trasformati in recettori passivi di mille canali diversamente uguali per taglio, scelta delle notizie, immagini violente o compiacenti, orientamento. A scandire i tempi, la pubblicità, madre e maestra, con tono, apparenza e linguaggio ora mellifluo, ora insinuante, basato sugli istinti più triviali. Per i devianti non connessi, la punizione è l’esclusione: dal riconoscimento sociale, dal dibattito culturale, dal mercato. È totalitarismo.

Avanza un’ossessione per la sicurezza che è paura dell’altro. Lo aveva capito José Ortega y Gasset(12): nell’era delle masse la società si frantuma in miriadi di gruppi reciprocamente ostili. Se mille occhi elettronici ci osservano, i nostri comportamenti cambiano, prima consapevolmente, poi inavvertitamente. Diventiamo come ci vuole il potere: disciplinati, autocensurati, conformi alle mode, automi dalle condotte programmate.

Continua… (Parte seconda)

NOTE

(1) Ezra Pound (1885-1972) è stato un poeta, saggista e traduttore statunitense, che trascorse la maggior parte della sua vita in Italia. Visse per lo più in Europa e fu uno dei protagonisti del modernismo e della poesia di inizio XX secolo. Costituì, assieme a Thomas Stearns Eliot, la forza trainante di molti movimenti modernisti, principalmente dell’imagismo (a) e del vorticismo (b), correnti che prediligevano un linguaggio d’impatto, un immaginario spoglio e una netta corrispondenza tra la musicalità del verso e lo stato d’animo che esprimeva, in contrasto con la letteratura vittoriana e con i poeti georgiani. Durante gli anni trenta e quaranta espresse ammirazione per Mussolini, Hitler e Oswald Mosley; trasferitosi in Italia nel 1924, sostenne il regime fascista fino alla caduta della Repubblica Sociale Italiana. Catturato dai partigiani, venne consegnato alle forze armate degli Stati Uniti d’America, dove fu sottoposto a processo per tradimento. Dichiarato incapace, fu detenuto tredici anni in un manicomio giudiziario fino a quando, liberato, tornò in Italia dove trascorse gli ultimi anni della sua vita. (a) L’Imagismo è una corrente letteraria nata e diffusasi negli USA e nel Regno Unito nei primi anni del Novecento. In rottura con la tradizione poetica tardo romantica, l’imagismo sosteneva la necessità di un linguaggio poetico conciso e chiaro, basato sulla precisione e l’immediatezza con cui si presentano le immagini. (b) Vorticismo è un movimento culturale che prende vita in Inghilterra nel 1913, e che nella raffigurazione di forme a vortice vuol esprimere il concetto di energia e di forza inserendo nella pittura movimento e dinamismo.

(2) Mordor (Terra Oscura). È uno dei regni di Arda, l’universo immaginario fantasy creato dallo scrittore inglese J.R.R. Tolkien. Si trova nella Terra di Mezzo. Le catene montuose che racchiudono Mordor sono l’Ephel Dúath (Montagne dell’Ombra) a sud e ad ovest, mentre a nord vi sono gli Ered Lithui (Monti Cenere). Le vie principali di accesso alla Terra d’Ombra, come viene anche chiamata Mordor, sono i Cancelli del Morannon ed il valico di Cirith Ungol.

(3) Avram Noam Chomsky (Filadelfia, 7 dicembre 1928) è un linguista, filosofo, scienziato cognitivista, teorico della comunicazione, accademico, attivista politico e saggista statunitense. Docente emerito di linguistica al Massachusetts Institute of Technology, è riconosciuto come il fondatore della grammatica generativo-trasformazionale, spesso indicata come il più rilevante contributo alla linguistica teorica del XX secolo. Parallelamente a ciò, Chomsky è particolarmente noto per il suo attivismo ed impegno politico, d’ispirazione socialista libertaria.

(4) Jean Ziegler (Thun, 19 aprile 1934) è un sociologo e politico svizzero, autore di numerosi saggi sui temi della povertà e sugli abusi e le storture dei sistemi finanziari internazionali.

(5) Martin Heidegger (1889-1976) è stato un filosofo tedesco. È considerato il maggior esponente dell’esistenzialismo ontologico e fenomenologico, anche se ha sempre rigettato quest’ultima etichetta.

(6) Arnold Gehlen(1904-1976). È stato un filosofo, antropologo e sociologo tedesco. Der Mensch. Seine Natur und seine Stellung in der Welt (L’Uomo. La sua Natura e il suo posto nel mondo) pubblicato per la prima volta nel 1940, per poi giungere ad una sesta edizione profondamente riveduta e corretta negli anni ’70. Considerato uno dei classici dell’antropologia filosofica, è la base teorica su cui si costruisce l’intero pensiero gehleniano.

(7) Yuval Noah Harari (Kiryat Ata, 24 febbraio 1976). È uno storico, saggista e professore universitario israeliano. Nel 2012 è stato membro della Giovane Accademia israeliana delle scienze, insegna all’Università Ebraica di Gerusalemme ed è noto soprattutto per aver pubblicato nel 2014 il best seller Sapiens: A Brief History of Humankind.

(8) Martin Heidegger (1889-1976) è stato un filosofo tedesco. È considerato il maggior esponente dell’esistenzialismo ontologico e fenomenologico, anche se ha sempre rigettato quest’ultima etichetta.

(9) Panopticonpanottico è un carcere ideale progettato nel 1791 dal filosofo e giurista Jeremy Bentham. Il concetto della progettazione è di permettere a un unico sorvegliante di osservare (opticon) tutti (pan) i soggetti di una istituzione carceraria senza permettere a questi di capire se siano in quel momento controllati o no. Il nome si riferisce anche a Argo Panoptes della mitologia Greca: un gigante con un centinaio di occhi considerato perciò un ottimo guardiano. L’idea del panopticon ha avuto una grande risonanza successiva, come metafora di un potere invisibile, ispirando pensatori e filosofi come Michel Foucault, Noam Chomsky, Zygmunt Bauman e lo scrittore britannico George Orwell nel romanzo 1984.

(10) Jeremy Bentham(1748-1832) è stato un filosofo e giurista inglese. Fu un politico radicale e un teorico influente nella filosofia del diritto anglo-americana. È conosciuto come uno dei primi proponenti dell’utilitarismo e dei diritti degli animali, e influenzò lo sviluppo del liberalismo.

(11) Aldous Huxley(1894-1963). È stato uno scrittore britannico. Famoso per i suoi romanzi, alcuni dei quali, come Il mondo nuovo e L’isola appartengono al genere della narrativa distopica, ha inoltre pubblicato saggi, racconti brevi, poesie e racconti di viaggio. Oltre alla laurea in Lettere, conseguì a Oxford, nel 1915, quella in Scienze Biologiche. Huxley era un umanista e pacifista, ma è stato anche interessato a temi spirituali come la parapsicologia e il misticismo filosofico. Era noto anche per sostenere e fare uso di allucinogeni. È uno dei più eminenti membri della famosa famiglia Huxley. A partire dalla fine della sua vita Huxley è stato considerato, in alcuni circoli accademici, un leader del pensiero moderno e un intellettuale del più alto rango.

(12)  José Ortega y Gasset (1883-1955) è stato un filosofo e saggista spagnolo. «Massa è tutto ciò che non valuta se stesso – né in bene né in male – mediante ragioni speciali, ma che si sente “come tutto il mondo”, e tuttavia non se ne angustia, anzi si sente a suo agio nel riconoscersi identico agli altri.»

Fonte: Wikipedia. 

 

 

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