Il nomos della tecnica il tramonto della politica. Il capitalismo nella sua forma globalitaria e tecnoscientifica ha spazzato via al grido “non c’è alternativa” ogni visione del mondo ad esso non riducibile in una partita truccata.

Ozioso chiedersi chi controllerà le informazioni raccolte. Noi non saremo più padroni del nostro corpo, vivisezionato virtualmente dalle tecnoscienze e siamo già espropriati dello spirito, neutralizzato dal circo del consumo e delle immagini. L’anima non esiste, era un imbroglio dei preti, tutto è permesso, fuorché essere padroni di se stessi.

Terabyte. Zettabyte.

Le informazioni cui accedono quotidianamente gli utenti di Internet potrebbero riempire 170 milioni di DVD.  I motori di ricerca conservano e compravendono i dati relativi. La NSA li archivia per decenni. È la nuova eternità, in attesa di quella cibernetica promessa dal transumanesimo. C’è chi vende programmi di intrusione, apprezzati dallo spionaggio commerciale e da chi tiene d’occhio i dissidenti. La mole di informazioni ha richiesto una specifica unità di misura, lo zettabyte, un miliardo di Terabyte, corrispondente a 2 byte alla quarantesima potenza. Senza parole.

L’intelligenza artificiale è un progetto delle multinazionali tecnoscientifiche insieme con l’élite finanziaria e le strutture profonde dell’Intelligence occidentale. Le nuvole informatiche controlleranno e riverseranno nel reale i programmi di una mente alveare formata da un’integrazione transpersonale e tecnoculturale, la cloud society(1), ma che sarà della coscienza individuale, della persona irripetibile e preziosa di ciascuno di noi?

Aldous Huxley(2), autore del Nuovo Mondo, romanzo anticipatore con l’occhio dell’insider inserito nel ganglio più elevato del potere, parlò di rivoluzione definitiva, esponendo le tesi del transumanesimo. Per Huxley il traguardo finale è intervenire sulla mente ed il corpo dell’uomo. Gli sviluppi tecnologici, spiegò, “permetteranno di far sì che la gente comune ami la propria sottomissione.” Previde un profilo uniforme per tutta l’umanità, con modelli riprodotti in massa e incasellati. La strategia è quella della comodità e piacevolezza delle innovazioni per l’uomo medio, così seduttive che gli faranno accettare ciò che in condizioni normali avrebbe rifiutato.         

La notte del mondo è non sapere più che non si pensa.

Le sue non erano profezie, ma informazioni di un iniziato. Basta libero arbitrio, un microchip cerebrale risolverà tutto, la genetica riscriverà il profilo delle razze e le caratteristiche della specie. Mefistofele domandò molto meno a Faust, solo l’anima, un concetto poco frequentato; inoltre, chiese, non pretese. L’ingresso nella mente alveare potrebbe invece essere un obbligo non eludibile. Téchne fa il lavoro di Dio meglio del creatore.

Serve uno sforzo intellettuale per fornire la cassetta degli attrezzi, un manuale d’uso con indicazioni e controindicazioni, qualche antidoto alla pozione che ci viene somministrata senza possibilità di scelta. Giordano Bruno ammonì così dagli effetti della conoscenza: “Se questa scienza che grandi vantaggi porterà all’uomo non servirà all’uomo per comprendere se stesso, finirà per rigirarsi contro di lui”.

Le tecnoscienze sembrano la concretizzazione del Golem(3), mitico essere antropomorfo di argilla a cui viene data la vita attraverso riti esoterici. Come un robot privo di pensiero e di emozione, esegue gli ordini del suo creatore. Sulla fronte è scritta la parola emet, verità; per distruggerlo, si cancella la prima lettera;metsignifica morte. Il creatore è il tecnocapitalismo, che controlla e domina, possiede la tecnologia e ne decide gli usi, una forza inesorabile che avanza e distrugge ciò che trova sul proprio cammino.

Emanuele Severino afferma che tutte le verità sono sconfitte dalla tecnica, l’unica possibilità è realizzare “tecnicamente” tutto quanto è fattibile. I greci fondarono la civiltà sul concetto di limite, contrapposto alla hybris (superbia, orgoglio ndr), la rivolta dell’uomo contro il volere divino, sulla prudenza e il principio di non contraddizione. Una filosofia che si alleasse con la tecnica commetterebbe un tragico errore. La tecnica deve solo funzionare, è estranea al giudizio, scopo del pensiero speculativo.

La conoscenza umana altro non diverrebbe che la copertura della legge di Gabor(4). Il fisico ungherese affermò che tutto ciò che si può realizzare “tecnicamente”, si farà, tutte le combinazioni saranno tentate. Il pensiero forte richiama l’uomo al dovere del giudizio morale, accettare o rigettare l’avanzata della tecnica in base al criterio di bene e di male. È imperativa la richiesta della tecnica di essere giudice di se stessa, anzi abrogare il giudizio: diventa realtà tutto ciò che è “tecnicamente” fattibile. È abolito il criterio etico, ma anche l’opportunità e il principio di cautela. La macchina avanza da sé, unico limite è il vantaggio economico, la capacità di alimentare il mercato, nessun tabù frena il nomos della tecnica. Il senso del sacro è espulso. Il tempio è sacro perché non è in vendita, ma mercato e tecnica hanno stretto un’alleanza per il dominio assoluto sul creato, con l’uomo ridotto a codice a barre.        

L’esito è l’abolizione del pensiero moralmente orientato. Il Signore paga la ricerca elettronica, genetica, cibernetica, chiede applicazioni sempre nuove. La filosofia, coscienza critica rassegnata all’estinzione, si limita a sterili giochi linguistici, finendo per fornire la giustificazione all’avanzata della Tecnica.

Il pensiero forte ha il compito di essere “katechon(5), ciò che frena, sottopone a giudizio, pone i padroni della Tecnica di fronte alle loro responsabilità. La volontà di potenza fondata sulla Tecnica priva la ragione dello sfondo morale. Questa sarebbe “la coerenza estrema dell’Occidente”, un superstato retto da una governance scelta dagli iperpadroni. Chi paga i suonatori decide la musica. Nessun potere è tecnico, ma sempre politico poiché determina rapporti di forza della polis.  Il dominio tecnico è morte del pensiero.

Si deve proclamare l’inganno del potere globalitario che riduce tutto a procedura, avendo asserito il proprio carattere di legge naturale, proclamato la propria eternità e l’assenza di alternative. Un totalitarismo singolare, le cui sbarre non sono meno ferree per il fatto di risultare poco visibili. La riduzione di tutto a tecnica è responsabile del tramonto della politica. La tecnica è un mezzo. I mezzi servono a scopi, il rapporto invertito tra i meccanismi e gli obiettivi è una menzogna ad uso di chi decide i fini, la cupola finanziaria ed industriale che ha privatizzato scienza e ricerca.

La tecnica è impersonale, non si può mettere ai voti, né essere oggetto di dissenso. Il trucco è far coincidere il sapere tecnico con il pensare tecnico. Ci viene insegnato che per conseguire un risultato, si deve seguire un percorso scandito da certi gesti e solo da quelli, poiché, in caso contrario, non funziona. È la concretizzazione del “si” di Heidegger: si fa, si dice, si deve. La notte del mondo è non sapere più che non si pensa. Al Signore va bene così: la tecnica è un cruscotto fabbricato per suo conto, un quadro di strumenti da azionare secondo il libretto di istruzioni. Ai vari livelli corrispondono differenti profili di accesso: la stragrande maggioranza può solo pigiare i pulsanti della tastiera, lo schermo suggerirà in anticipo che cosa digitare. Qualcuno potrà accedere a comandi più sofisticati, pochissimi conosceranno quello che c’è dentro, le leggi che lo governano, perché esiste.  La tecnica ignora l’eticità, la trascendenza e l’alterità. “E”, sta, incombe, e ogni domanda o obiezione è sconsigliata, superflua e indegna di risposta.

Sappiamo chi ha commissionato il libretto delle istruzioni. Il destinatario non è l’uomo senza qualità alla Musil(6), ma il Peter Pan che rifiuta di diventare adulto, connesso in attesa delle novità, affascinato dalla nuova macchinina. La tecnica vuole miliardi di soldatini intercambiabili per digitare pulsanti e padroneggiare una tastiera, migranti del virtuale, una plebe con desideri compulsivi, da accontentare con risposte predefinite alle FAQ, le domande suggerite. Un’umanità che confonde la mappa con il territorio e non squarcia il velo di Maya. Ciò che conta è che la tecnica esiste, dunque è utile e razionale.

Presto, diverrà un reato pensare e pronunciare dei no. Sarà drammatico il consenso della maggioranza alla schiavitù.

Alexis de Tocqueville ritratto da Théodore Chassériau.

L’impersonalità della tecnica è il contrario dell’impersonalità attiva di Evola(7), la fortezza morale dell’uomo differenziato. Tocqueville(8) intuì il “potere immenso e tutelare” di un mondo ridotto a procedure, meccanismi e false libertà, impegnato a mantenere i sudditi nell’immaturità permanente, nel gioco infantile. Attraverso la tecnica, il Signore tecnocapitalista ha portato a compimento il suo capolavoro, l’uomo senza dissenso, privo di interiorità, senza profondità, senza Dio, orfano di padri e principi, milioni di hardware identici con etichetta del prezzo.

Gramsci parlò della riduzione degli uomini a gorilla ammaestrati che hanno introiettato le regole tecniche come uniche e vincolanti. L’esito è “libertà è schiavitù”, nella neolingua di Orwell. La Tecnica è il sistema operativo del capitalismo globalitario con una dogmatica e una visione del mondo, il nomos a cui è proibito sfuggire, pena la stigmatizzazione e l’esclusione dallo spazio pubblico, è l’abolizione di ogni limite, il divieto del giudizio morale mascherato da autonomia, conquista di civiltà. Non ci si può aspettare un dibattito: da un lato, la potenza devastante di chi ha tutto, dall’altro molti uomini, ma isolati, il cui dissenso non viene neppure registrato.

Come può contare la cosiddetta opinione pubblica in un mondo dove le notizie sono filtrate da cinque-sei agenzie di stampa, possedute da gruppi che controllano il sistema mediatico e pubblicitario?  È forte la tentazione di rispondere sì alla domanda se il destino dell’umanità sia segnato dal controllo mentale, sociale e morale dell’impero tecnico.

Invece no. Gli uomini persuasi di essere nel giusto non hanno bisogno del successo per perseverare nella lotta. Scrive Jean Raspail (esploratore e romanziere francese ndr), “quando si rappresenta una causa (quasi) perduta, bisogna suonare la tromba, saltare sul cavallo e tentare l’ultima sortita senza la quale si muore di triste vecchiaia in fondo ad una fortezza che nessuno assedia perché la vita se ne è andata. “

Immagine descrivente il debunking di una presunta impronta di uno-Yeti.

La prima autodifesa dal tecnoinferno travestito da opportunità è non credere alle versioni ufficiali. Finché ce lo lasciano, il cervello è nostro. Facciamolo funzionare accettando la fatica di raccogliere informazioni, produrre idee e visioni alternative. In attesa della stretta contro la libertà delle Rete, Internet resta una grande speranza. Se si inquietano per le notizie che circolano è segno che resistono tracce di libertà e verità. Mobilitano frotte di “debunker” per smontare le versioni sgradite al potere: significa che il dissenso colpisce il bersaglio

Lavorano per separare l’essere umano da se stesso e controllarlo senza apparente costrizione fisica. Qualche anno di vita in più, maggiore prevedibilità delle nostre esistenze: questo offre Téchne in nome dell’avidità e della dismisura.

La strategia è quella della comodità e piacevolezza delle innovazioni per l’uomo medio, così seduttive che gli faranno accettare ciò che in condizioni normali avrebbe rifiutato.

Le meraviglie della scienza e della tecnica, come Circe, promettono agli Ulisse del futuro, giovinezza, salute, un domani senza paura, privo di rischi, oltre l’umano. Tutto previsto nell’algoritmo definitivo. In cambio di promesse, pretendono tutto. Senza lavoro – lo svolgeranno i robot – indifferenti alla dignità, vivremo di sussidi registrati con tecnica precisione su un microchip impiantato nel corpo, da spendere in consumi obbligatori. Il flusso di immagini virtuali diverrà la droga di cui saremo dipendenti, distratti dalla condizione di prigionieri in un Panopticon di nanotecnologie, robot androidi, computer e connessione perpetua. La realtà aumentata più l’intelligenza artificiale meno noi stessi.

La vita privata è un’anomalia. Presto, diverrà un reato pensare e pronunciare dei no. Sarà drammatico il consenso della maggioranza alla schiavitù. La scommessa è il ritorno ad Itaca. Ulisse, prigioniero degli incantesimi di Circe, infine capì, volle tornare uomo e volgere la prua alla sua isola, il luogo dell’anima dove è dolce vivere ed essere sepolti alla fine del cammino.

L’Itaca a cui fare ritorno è lo spirito, ma anche la dimensione comunitaria. È la politica, innanzitutto, lo spazio pubblico in cui si pensa, si litiga, si accetta il conflitto, ma si costruisce la vita partecipando, assumendo responsabilità. È lo Stato, l’unione di volontà che si danno una legge, entro la dimensione comune; è il recinto delle relazioni non economiche, vernacolari, con il lessico di Ivan Illich(9). Stato è sovranità, con norme, statuti e limiti che a nessuno è consentito oltrepassare, anche se si chiamano multinazionali, banche d’affari, giganti dell’economia digitale. Perfino se si tratta della scienza e della tecnica, che vanno sottoposte al tribunale dell’etica, della prudenza e della misura.

Antigone condannata a morte da Creonte, Diotti Giuseppe, 1845, pittura a olio su tela.

Deve ritornare il sentimento che mosse Antigone a sfidare un re per dare sepoltura al fratello, poiché ciò che è giusto conta più delle leggi transitorie del potere. Itaca è cultura, trasmissione, memoria. Ci stanno espropriando del sapere di millenni. Conta solo ciò che serve a lorsignori: azionare delle macchine, digitare sulle tastiere, mettere a disposizione il nostro corpo, possedere conoscenze strumentali per una vita da utensile, in attesa di diventare rifiuti da smaltire.

Ci viene impartita un’istruzione che chiude la mente, addestra su “come si fa”, nozioni senza cultura, la rinuncia ai saperi che hanno fondato ciò che siamo, umanistici perché destinati all’uomo, ma che non servono il meccanismo del Grande Orologiaio tecnico. Un’istruita ignoranza riduce la scienza a specializzazione sempre più minuta. Esperto è uno che sa sempre più cose su sempre meno cose, fino a sapere tutto di nulla.

Dobbiamo diventare hacker, corsari e ribelli. Rimettere al centro la creatura imperfetta chiamata uomo, una scintilla divina e mille difetti, creare reti, diffondere informazione e verità. Soprattutto pronunciare dei no, esigere di conoscere tutto ciò che ci riguarda. “Homo sum, humani nihil a me alienum puto”. Sono un uomo, nulla di umano mi è estraneo. Estraneo, nemico è il transumano, il Golem, la tecnica autoreferenziale. Tornati ad Itaca, opponiamo al mondo tecnico e virtuale che trasforma nel totalmente Altro, il familiare universo dell’uomo reale, radicato.

Tecnopolis luccica, ma acceca. Toglie molto più di quello che dà. Non accetta opposizione e perplessità. Impone con apparente morbidezza il giogo con cui le pecore raggiungono disciplinatamente l’ovile, poi il mattatoio. È una pseudo religione fanatica e intollerante. Il futuro transumano è disumano. Obbliga al male, cambiandogli nome: opportunità, civiltà, progresso, emancipazione. William Shakespeare, che la tecnica seppellirà tra miliardi di file in un cloud, fa dire a Cassio: non è colpa degli astri, caro Bruto, ma di noi stessi, se restiamo schiavi.

Il pensiero comprende pienamente i fatti solo dopo che si sono prodotti, ma può presidiare le scogliere di marmo e respingere il male. L’uomo è una corda annodata fra l’animale e l’Oltreuomo, tesa sopra un abisso. La tecnica ci sta gettando in quell’abisso. Disse Zarathustra: “Il deserto cresce. Guai a chi cela deserti dentro di sé! ”

NOTE

(1) La World Economic Forum (WEF) ha stimato non fino a cinque milioni di posti di lavoro potrebbero essere perse per l’automazione entro il 2020.

(2) Aldous Huxley (1894-1963). È stato uno scrittore britannico. Famoso per i suoi romanzi, alcuni dei quali, come Il mondo nuovo e L’isola appartengono al genere della narrativa distopica. Oltre alla laurea in Lettere, conseguì a Oxford, nel 1915, quella in Scienze Biologiche. Huxley era un umanista e pacifista, ma è stato anche interessato a temi spirituali come la parapsicologia e il misticismo filosofico. Era noto anche per sostenere e fare uso di allucinogeni.

(3) Golemè una figura antropomorfa immaginaria della mitologia ebraica e del folclore medievale. Il termine deriva probabilmente dalla parola ebraica gelem, che significa “materia grezza”, o “embrione”, presente nel Tanakh (Salmo 139,16) per indicare la “massa ancora priva di forma”, che gli ebrei accomunano ad Adamo prima che gli fosse infusa l’anima. In ebraico moderno golem significa anche robot.

(4) Dennis Gabor (1900-1979). È stato un ingegnere, fisico e inventore ungherese naturalizzato britannico. Nel 1971 ricevette il Premio Nobel per l’invenzione dell’olografia.

(5) Catéchon(o katéchon, dal greco antico è ciò che trattiene o colui che trattiene), è un concetto biblico legato all’idea di dilazione. L’origine del termine è in Paolo di Tarso che se ne serve, nella Seconda Lettera ai Tessalonicesi (2 Tes. 2:6-7), in un contesto escatologico, per indicare il potere che tiene a freno l’avanzata dell’Anticristo prima dell’apocalisse finale e della parusia di Cristo. Il termine è usato nella teologia cristiana per indicare un’entità collegata alla manifestazione dell’Anticristo.

(6) Robert Musil (1880-1942) È stato uno scrittore e drammaturgo austriaco. La sua opera principale è il romanzo (incompiuto) Der Mann ohne Eigenschaften (L’uomo senza qualità, una delle pietre miliari della letteratura di tutti tempi, di cui il primo volume pubblicato nel 1930, prima parte del secondo volume edita nel 1933, e ultima parte, rimasta incompiuta dopo la morte dell’autore).

(7) Julius Evola (1898-1974). È è stato un filosofo, pittore, poeta, scrittore ed esoterista italiano. Fu personalità poliedrica nel panorama culturale italiano del Novecento, in ragione dei suoi molteplici interessi: arte, filosofia, storia, politica, esoterismo, religione, costume, studi sulla razza. Le sue posizioni si inquadrano nell’ambito di una cultura di tipo aristocratico-tradizionale e di tendenze ideologiche in parte presenti nel fascismo e nel nazionalsocialismo, pur esprimendosi spesso in chiave critica nei confronti dei due regimi. Da parte sua il filosofo nutre una pacata ammirazione nei confronti del Duce.

(8) Alexis Henri de Tocqueville (1805-1859). È stato un filosofo, politico, storico, precursore della sociologia, giurista e magistrato francese. È considerato uno degli storici e studiosi più importanti del pensiero liberale. «Ai miei occhi le società umane, come gli individui, diventano qualcosa solo grazie alla libertà.» (Alexis de Tocqueville, Epistolario, da una lettera a Joseph Arthur de Gobineau)

(9) Ivan Illich (1926-2002). È stato uno scrittore, storico, pedagogista e filosofo austriaco. Personaggio di vasta cultura, libero pensatore, capace di uscire da qualsiasi schema preconcetto e di anticipare riflessioni affini a quelle altermondiste. Estraneo a qualsiasi inquadramento precostituito, la sua visione è strettamente affine all’anarchismo cristiano. Il suo essenziale interesse fu rivolto all’analisi critica delle forme istituzionali in cui si esprime la società contemporanea, nei più diversi settori (dalla scuola all’economia e alla medicina), ispirandosi a criteri di umanizzazione e convivialità, derivati anche dalla fede cristiana, così da poter essere riconosciuto come uno dei maggiori sociologi dei nostri tempi.

Fonte: Wikipedia. 

                                                                    

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