Tra mode alimentari, identità smarrite e imitazioni culturali

«Il parmigiano del nostro scontento»

Quando il gusto smette di essere tradizione e diventa conformismo.

Il Simplicissimus

Dall’esclusione dai mondiali a una più profonda crisi d’identità, il testo riflette su un Paese che sembra aver perso il legame con sé stesso, con i propri luoghi e persino con i propri sapori. Dietro la difesa rituale delle eccellenze gastronomiche si nasconde spesso una cultura dell’imitazione che segue mode, tendenze e modelli imposti dall’alto. Il destino simbolico dell’aglio, bandito in nome dell’eleganza e della rispettabilità sociale, diventa così la metafora di un’Italia che rinuncia progressivamente alla propria autenticità per inseguire un ideale artificiale di modernità. Un viaggio ironico e amaro nel «parmigiano del nostro scontento», dove il gusto racconta molto più del cibo. (N.R.)


E va bene, non partecipiamo ai mondiali, ce ne faremo una ragione: dopotutto la specialità italiana da quasi un secolo è esattamente quella di non partecipare mai alle decisioni che ci riguardano da vicino, ma semmai quella di essere decisi da qualcun altro. Il fatto è che stiamo svanendo, non conosciamo più il territorio, né le città abbandonate a un opaco turismo dai calcoli bottegai, alla gentrificazione, ai cosiddetti investimenti che vengono da lontano e che lentamente ci stanno espropriando. Nemmeno nel gusto siamo più quelli nonostante l’accanita e affettata difesa del cibo: siamo gourmand solo quando televisioni e social creano una moda, perché a quella nessuno rinuncia. Così venne Berlusconi e abbiamo deciso, per imitazione, che l’aglio doveva essere bandito perché al volgarissimo Cavaliere pareva plebeo. E poi l’alito dove lo mettete? Dopotutto in ogni momento può essere necessario essere al massimo della propria insipienza, usata in questo caso come dato concreto. Bisogna essere liofilizzati, insapori, inodori per essere eleganti.

Ora ho l’idea che Silvio avesse l’alito pesante anche mangiando petali di rosa, ma al di là di questa impressione, da allora, da quella messa al bando dell’aglio dal meraviglioso mondo della gourmandise da shampiste, tutti hanno voluto passare da allenatori in pectore, a golosi di professione. Immediatamente una nutrita serie di persone si trasformò in sommelier, imparando a memoria tutto quanto si doveva sapere delle etichette, delle lavorazioni, delle annate. Magari non si sapeva distinguere davvero il vino in cartone dalla buona bottiglia, ma tanto occorreva solo dare l’impressione di essere esperti e dunque fighissimi … “che ci beviamo cara, questo Dolcetto, sembra interessante” … Ma sì, falla bere un po’ che tanto il vino della casa farebbe lo stesso effetto, ma vuoi mettere? Subito dopo questa ondata enologica sono tutti diventati esperti di birra e in seguito anche produttori artigianali della medesima bevanda come fossero trappisti belgi, con quella leggera corruzione neoliberista: startup o stappup, questo è il problema? E infine le trasmissioni di cucina condotte da chef furbastri che contrabbandavano orride brodaglie colorate in fondo al piatto, stagni con qualcosa di forse commestibile al centro, come il sublime concretizzarsi di tradizione – innovazione, hanno imposto un’idea di cucina che ha ben poco a che vedere con il cibo in sé, quanto con le aspirazioni sociali e/o essere trendy. E da allora, sia dannato chi non fa l’impiattamento con regole astruse e variabili di anno in anno, ma che è possibile solo se le quantità sono minime. Talmente piccole che non si può nemmeno dire che l’occhio vuole la sua parte, diventa tutta la parte.  Il che talvolta può essere una vera fortuna per il commensale alla moda.

E via a maledire gli “anni ’80″una frase fatta e insensata che testimoniava della sudditanza intellettuale alla televisione, perché in realtà erano già in minoranza quelli che in quel periodo andavano per trattorie e ristoranti. In realtà tutto questo ha corrisposto con la depravazione del gusto che alla fine si rifugia negli orrendi cheddar industriali, in quelle salse di oscura origine e sapore ancor più problematico, in patatine fritte che avrebbero bisogno del viagra per essere decenti, mentre la moda del sushi prima e del ceviche poi ci impedisce di accedere a pesci non prima abbattuti, a meno di non andar per mare con le lampare. Odiamo la panna perché lo dicono gli stessi che al suo posto mettono latticini con un sapore latteo molto più deciso. Ma lo chiamano effetto wow, la vera specialità delle testoline.

Ed ecco il colmo, nemmeno sappiamo più distinguere una delle nostre glorie nazionali, il tanto proclamato umami domestico, ovvero il parmigiano. Un piccolo video agghiacciante mostra come parecchia gente preferisca il parmezan russo.

Solo foto

E che dire, alla fine di tanta evoluzione, siamo alla frutta. Ma esotica per consolarci un po’.

Redazione

 

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Controllate anche

«Ue, voto truccato per far passare la sorveglianza in rete»

Libertà digitali sotto l'offensiva delle istituzioni europee …