Una nazione pensata prima ancora che costruita

«Il pensiero italiano in breve»

Da Dante al Novecento, il lungo filo del pensiero che ha immaginato l’Italia prima di darle forma storica

di Marcello Veneziani

Nel giorno quasi dimenticato del 17 marzo, anniversario dell’Unità d’Italia, prende forma una riflessione che va oltre la semplice celebrazione storica: l’Italia, prima di essere uno Stato, è stata un’idea. Marcello Veneziani ripercorre in sintesi la parabola del pensiero italiano, una vicenda secolare che nasce nel Medioevo e attraversa i secoli fino al Novecento. Non si tratta di una storia della filosofia in senso stretto, ma del percorso di quei pensatori che hanno concepito l’Italia come destino, identità e progetto. A inaugurare questo cammino è Dante Alighieri, padre non solo della lingua ma di una visione civile e spirituale della nazione, sospesa tra memoria della romanità e profezia di un’unità futura. Da lui si dipana un filo che intreccia poesia, politica e filosofia, passando per Petrarca e giungendo alle grandi sintesi del pensiero moderno. In questa traiettoria, l’Italia emerge come costruzione culturale prima ancora che realtà politica, frutto di una lunga elaborazione intellettuale. Il testo si propone così come una mappa essenziale ma densa, capace di restituire il senso profondo di un’identità che non nasce nel 1861, ma si compie – forse solo provvisoriamente – in quella data. Un invito, insieme, a riscoprire le radici di un pensiero che ha dato forma non solo a una nazione, ma a un modo di guardare il mondo. (N.R.)


Va’ pensiero nel giorno del compleanno dell’Italia unita, nata il 17 marzo del 1861, che non ricorderà nessuno. E riprende in sintesi come nacque e da chi l’idea dell’Italia. Il pensiero italiano è una parabola durata sette secoli. Nacque nel Medioevo finì nel Novecento, salvo imprevisti. È possibile esporre e definire il pensiero italiano? Non la storia della filosofia italiana ma dei filosofi che pensarono l’Italia. Su proposta della “Dante Alighieri” che veicola l’italianità nel mondo a partire dalla nostra lingua, mi sono cimentato a sintetizzare in dieci brevi video-pillole il cammino del pensiero italiano, che si snoda parallelo alla nascita e diffusione della lingua italiana.

Il primo a pensare l’Italia fu proprio Dante Alighieri. Egli, infatti, non è solo il padre della lingua italiana ma è il padre della civiltà italiana e ha pensato l’Italia quando era un ricordo e una profezia, “nave sanza nocchiere in gran tempesta”: un ricordo della civiltà italica ormai alle spalle, cresciuta all’ombra della romanità; e un’attesa, un presagio, dell’Italia ventura. Oltre che poeta massimo, Dante fu per Giovanni Gentile un vero pensatore; e in opere come il Convivio, in parte nel De vulgari eloquentia e poi nel de Monarchia, Dante espose un pensiero italiano ispirato da Platone e da Aristotele, dalla tradizione romana e cristiana, con profonde implicazioni spirituali e civili. Sul piano poetico Petrarca proseguì il filo sommerso dell’invocazione lirica all’Italia. Ma sul piano del pensiero politico la vigorosa ripresa avvenne con Niccolò Machiavelli.

Il suo Principe è universale, come la Monarchia dantesca ma il suo pensiero è rivolto a colui che dovrà unire l’Italia, seguendo la lezione degli antichi. Il suo pensiero si può sintetizzare in tre punti: la trascendenza degli scopi sui mezzi, che poi fu volgarizzato nella massima il fine giustifica i mezzi, in realtà Machiavelli distingueva la transitorietà degli strumenti rispetto alla nobile finalità degli scopi (oggi i mezzi si sostituiscono ai fini); l’autonomia della politica dalla morale e dalla fede, che non escludeva tuttavia la decisiva importanza del legame religioso nel tenere uniti i popoli; e infine la questione che al principe non basti solo essere, occorre pure sembrare; ossia è importante l’arte politica, l’estetica, la comunicazione, la capacità di impressionare. “Amo la patria mia più che l’anima mia”, il suo rovello.

Nell’umanesimo e poi nel rinascimento il pensiero dell’Italia trovò corpo in Marsilio Ficino, che fondò a Firenze l’Accademia platonica e tradusse le opere dei classici e il de Monarchia di Dante. Poi trovò espressione nel pensiero fiorito a sud, tra Bernardino Telesio, Giordano Bruno e Tommaso Campanella che pure non esprimono un pensiero dell’Italia. I filosofi antichi venivano ripresi per fondare un pensiero laico e civile, con forti ascendenze magiche e naturalistiche, gettando le basi eroiche all’individualismo. Il rinascimento è il presupposto del risorgimento sul piano del pensiero, ne costituisce l’antefatto storico e ideale.

Il pensiero dell’Italia assunse un preciso contorno con Giambattista Vico che dopo aver scoperto le matrici italiche dell’antichissima sapienza, oppose il pensiero mediterraneo, italiano, cattolico e romano al razionalismo cartesiano, che poi sarà illuminismo, e al protestantesimo del nord Europa, soprattutto di Olanda e Germania. Vico sottolineò il nesso vitale tra pensiero e geografia, prefigurò il risorgimento delle nazioni, oppose al primato della ragione il valore del mito e della fantasia creatrice, la centralità della storia, del sentire comune e delle tradizioni. Con la sua Scienza nuova prende corpo un pensiero italiano e universale come già fu con Dante e con Machiavelli.

Il versante tragico del pensiero italiano fu espresso da Giacomo Leopardi; egli non fu solo poeta, ma come sostennero Gentile e poi Severino, pensatore esistenziale e cosmico; pensò l’avvento del nichilismo prima che si palesasse. Con lui l’Italia si fa rimpianto e invettiva, nasce quel filone (già dantesco) degli antitaliani, severi con i costumi decadenti del proprio paese, antiretorici. Leopardi pensò e amò l’Italia ma ne descrisse l’impossibile rinascita rispetto al glorioso passato.

Diversa tempra e diverso atteggiamento invece prevalse tra quegli autori che sulla scia di Dante, Machiavelli, Vico diedero vita al pensiero risorgimentale. A partire da Vincenzo Cuoco, allievo di Vico, poi Giuseppe Mazzini e Vincenzo Gioberti, ad Antonio Rosmini, fino ai fratelli Spaventa e Francesco De Sanctis. L’impronta del pensiero risorgimentale è spiritualista e romantica, anche se via via si allontana dal pensiero religioso per farsi pensiero civile, secolare e laico. Ma sul terreno filosofico resta profondamente spiritualistico e percorso da un afflato religioso.

Quando l’Italia si unì, Benedetto Croce fu il più alto interprete dell’Italia post-risorgimentale. Considerato a ragione da Gramsci il Papa laico della cultura italiana, esercitò il suo magistero nell’ambito del pensiero, della storia e della letteratura italiana. Ma il suo pensiero oscillò tra il sud (Napoli in particolare) che rappresentava il legame con la storia passata e l’Europa, che costituiva il futuro nella sua visione liberale. Sullo sfondo la lezione dei fratelli Spaventa, a cui Croce era legato anche da vincoli familiari, in tema di “circolazione del pensiero europeo”. Croce porta l’Italia in Europa.

Il pensiero italiano invece fu il filo conduttore costante dell’opera di Giovanni Gentile. Egli legò in una linea coerente tutti gli autori prima citati; la sua filosofia sarebbe stata l’esito finale di quel percorso. Gentile pensò l’Italia come nazione e paradigma del pensiero mondiale. Parallelamente a Gentile sorse in Italia agli inizi del Novecento l’interventismo della cultura, tra esteti armati (D’Annunzio e Marinetti prima di tutti) e Papini, Soffici e Prezzolini, esponenti di quell’Idealismo militante che voleva tradursi in nazionalismo senza però disdegnare influssi e riferimenti a culture europee.

All’ombra di Croce e di Gentile ma nei ranghi del socialismo e poi del comunismo, crebbe Antonio Gramsci che pensò l’Italia nella chiave del marxismo rivoluzionario e della sua filosofia della prassi. Elaborò il nazionalpopolare, ripensò la letteratura nazionale, attribuì al partito comunista il ruolo di Intellettuale Collettivo e di Principe, erede dunque sia del pensiero religioso che del potere politico, teorizzò l’egemonia culturale come premessa per la conquista politica e sociale. Con Togliatti e con l’italo-marxismo sorse in Italia l’egemonia postuma del gramscismo, poi ibridato col pensiero di Gobetti e di Salvemini e si fece gramsciazionismo, come lo definisce Dino Cofrancesco: un nuovo illuminismo per le masse, per liberarsi dal predominio cattolico e tradizionale.

Finite le grandi narrazioni del Novecento, il pensiero italiano si slegò dal contesto nazionale: scientismo e neopositivismo, esistenzialismo e filosofia analitica, lo stesso marxismo furono filosofie senza territorio, globali, contro il provincialismo. Non mancarono autori di notevole incidenza, da Pareyson ad Abbagnano, da Sciacca a Spirito, da Garin a Geymonat, da Calogero a Bontadini fino a Vattimo e Severino, solo per citarne alcuni; ma il loro pensiero non si configurò come italiano, non ebbe cioè diretta attinenza con l’idea dell’Italia. Filosofi italiani ma senza un pensiero dell’Italia. L’ultimo che pensò la tradizione italiana e prefigurò un nuovo risorgimento fu il pensatore cattolico Augusto del Noce. L’ultimo tentativo di ricostruire un profilo del pensiero italiano è di Roberto Esposito nel Pensiero vivente (2010).

Chi assegna valore al pensiero nazionale è tacciato di provincialismo: mi chiedo se non sia più provinciale sentirsi periferia di un impero globale e seguire le sue tendenze come riflessi condizionati. Resta la domanda finale: è ancora possibile un pensiero italiano, venendo meno sia il pensiero che l’italianità? Si avverò la tesi di Hegel: la filosofia è il proprio tempo appreso con il pensiero. Il proprio tempo, dunque, non il proprio luogo, la matrice nazionale. Il pensiero restò spaesato, non ebbe più casa. E si perse nel tempo.

La Verità – 14 giugno 2024
La Verità – 17 marzo 2026

 

 

 

Nota della Redazione

Esiste ancora un’idea di italianità? La domanda non è retorica, e soprattutto non è nostalgica: è una domanda reale, quasi inevitabile, in un tempo che sembra aver dissolto le appartenenze senza riuscire a sostituirle con qualcosa di altrettanto solido.

Per lungo tempo, l’italianità è stata una costruzione lenta e stratificata: lingua, memoria storica, patrimonio artistico, senso del limite e della misura, persino una certa visione tragica e insieme ironica dell’esistenza. Non un’identità monolitica, ma una costellazione di elementi riconoscibili, capace di tenere insieme differenze profonde.

Oggi quella costellazione appare più sfocata.

La globalizzazione ha uniformato linguaggi e modelli culturali; la tecnologia ha accelerato i tempi e ridotto la profondità; la politica, spesso, ha smesso di elaborare visioni per limitarsi a gestire l’immediato. In questo contesto, l’italianità rischia di sopravvivere più come estetica — cucina, paesaggio, stile — che come pensiero.

Eppure non è scomparsa.

Sopravvive in forme meno dichiarate:

  • nel modo di abitare lo spazio e il tempo

  • nel rapporto con la storia e con la bellezza

  • nella persistenza di una lingua che, pur mutando, conserva una straordinaria densità espressiva

E forse proprio qui si gioca la partita: l’italianità non è più un progetto esplicito, ma un sottofondo. Non è più proclamata, ma attraversa ancora — spesso inconsapevolmente — il nostro modo di guardare il mondo.

Il rischio, semmai, è un altro: non la sua scomparsa, ma la sua inconsapevolezza.
Perché un’identità non pensata finisce per diventare decorativa, e ciò che è solo decorativo, prima o poi, si perde.

Resta allora una possibilità, e insieme una responsabilità:
tornare a pensare l’Italia, non per ripeterla, ma per comprenderla.

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