Per celebrare i 150 anni di attività la multinazionale Pirelli ha rilanciato il suo storico slogan…

IL POTERE È NIENTE SENZA CONTROLLO

 

Per celebrare i 150 anni di attività la multinazionale Pirelli ha rilanciato il suo storico slogan “power is nothing without control”, un richiamo che solo un paio d’anni fa sarebbe finito nel mucchio delle promozioni commerciali, adesso invece no. Dietro la consueta carrellata di faccine multietniche la voce narrante parla di power, di adrenalina, di ego, della sensazione che dà tutto questo. Soprattutto oggi che abbiamo la fortuna di avere a disposizione molto più potere rispetto a ieri, e di averlo nelle nostre mani insieme a infinite possibilità di connetterci, di parlare a milioni di persone nello stesso istante, di decidere le sorti di una nazione o di un paio di scarpe, di fermare l’odio e diffondere il rispetto. È un attimo che la potenza si trasformi in caos, per questo c’è bisogno di una forza altrettanto dirompente, si chiama CONTROLLO e non puoi fingere di averlo. La potenza è nulla senza controllo.
Immagino il commento di molti: si vede che il 65% del capitale Pirelli è attualmente controllato da China National Chemical Corporation. In Occidente il nome «Cina» è ormai un sinonimo di «controllo sociale» esercitato attraverso perversi algoritmi e big data. Pochi sanno tuttavia che l’automazione nel paese del dragone è ancora in alto mare, né esiste laggiù alcun “Certificato di Obbedienza” sotto forma di codice QR simile a quello uscito dal laboratorio-Italia, dove si misura la resistenza dei cittadini sottoposti a tensioni e privazioni che vanno oltre la soglia di criticità.

Siamo prevenuti? Ebbene sì, lo siamo. Ad oggi la Cina non potrebbe introdurre neanche volendo un regime di controllo distopico-orwelliano su scala nazionale, glielo impediscono la vastità dei suoi territori e la consistenza demografica del Paese. Persino la famigerata tessera di credito sociale è limitata all’ambito economico, difatti ne fanno uso in prevalenza le aziende (73,3%), marginalmente i cittadini (13,3%) e in modo residuale le organizzazioni (3,3%).

Alla base della sua istituzione si trova una considerazione elementare: assodata l’ineluttabilità delle azioni illegali individuali e/o collettive, che a conti fatti sono le più dannose per il sistema economico e di welfare, meglio arginarle attraverso una serie d’incentivi anziché avviare la causa persa della lotta alla trasgressione. In questo modo le aziende che rigano dritto (pagano le tasse, corrispondono le quote di assicurazione sociale, stanno alle regole, etc.) e i cittadini onesti (fanno volontariato, evitano d’indebitarsi, si prendono cura dell’ambiente, etc.) guadagnano punti/soldi mentre i soggetti che si comportano in modo riprovevole li perdono.

Bastone e carota

Può darsi che «dare voti» non sarà giudicata dai posteri la trovata del secolo, ma l’ultimo che può ergersi a giudice di tale scelta è l’Occidente in versione 4.0 con la sua arroganza, l’improvvisa svolta totalitaria, le restrizioni personali, i ricatti professionali, i confinamenti, le multe, i divieti, le punizioni. Senza dimenticare l’ingiustificabile ingratitudine verso gli «obbedienti», che al posto di essere premiati hanno il permesso di poter fare ciò che hanno sempre fatto.
In Cina invece il cittadino modello che ha più di 1.050 punti sulla tessera di credito sociale ottiene in cambio un’assicurazione pensionistica più alta, sussidi per il trasporto pubblico, un buon piazzamento dei figli nelle graduatorie scolastiche, la possibilità di richiedere prestiti senza interessi, una corsia preferenziale nella ricerca del posto di lavoro e via dicendo.

In linea generale il governo cinese non ha interesse a fomentare il malcontento dei suoi cittadini infliggendo castighi e punizioni. Non perché sia un campione di bontà o un esempio di specchiate virtù, semplicemente vuole proiettare all’esterno l’immagine di una società affidabile e di un sistema economico solido per accattivarsi la clientela.
Sarà anche un atteggiamento ingannevole e furbesco, ma comunque meno dannoso del bullismo esercitato ultimamente da alcuni governanti europei, felici come ragazzini scemi all’idea di poter vessare le categorie di cittadini più restie a sottomettersi al CONTROLLO. Fino a pochi anni fa nessun autentico Capo di Stato, o rappresentante di governo, si sarebbe sognato di minacciare quanti manifestavano un pensiero divergente con frasi intimidatorie del tipo “vi renderemo la vita impossibile” o “vogliamo farvi arrabbiare”, correndo così il rischio di radicalizzare i conflitti con conseguenze imprevedibili. Ma oggi, purtroppo, gli apparati statali occidentali sono nelle mani dei «tecnici», non più dei politici.

Molti di questi personaggi progettati a tavolino escono dalla scuola dei Young Global Leaders gestita da Klaus Schwab a margine del World Economic Forum, sono intrisi di ideologia fino al midollo e spesso hanno avuto un’adolescenza difficile, per cui una volta investiti di potere e instradati in un senso unico proseguono come panzer sulla linea stabilita. La vita in Occidente si svolge ormai all’insegna del politicamente corretto, ovvero del moralismo più sfrenato, all’opposto della Cina del XXI secolo che apprezza sopra ogni cosa la moralità.

Klaus Schwab e Young Global Leaders

Moralismo e moralità

Sopravvissuta al fallimento della rivoluzione maoista, alla tremenda austerità che ne è seguita, a un inaspettato boom economico durante il quale le aziende hanno sfruttato e inquinato a più non posso, la Cina moderna ha investito tutto sul concetto di chéngxìn, ovvero sulla correttezza, l’onestà, l’integrità. Rientra in questa visione anche il sistema di credito sociale: se ottieni un punteggio sufficientemente alto sei affidabile, se il punteggio è basso invece no.
Giusto o sbagliato che sia, decideranno i posteri. Noi moralisti europei possiamo solo chinare la testa e guardare in casa nostra, cercando magari di leggere in modo meno altezzoso le altrui dinamiche sociali. L’Occidente non è «il migliore dei mondi possibili», né la Cina esercita un opprimente governo orwelliano che vuole controllare in modo ossessivo ogni istante di vita dei propri cittadini.

Nel paese del dragone esiste piuttosto uno psico-potere (alla Byung-chul Han) che ha spostato la conflittualità dalla società al singolo individuo. I dirigenti chiedono al popolo auto-disciplina anziché disciplina. Una mossa decisamente astuta. Spinto dal desiderio di diventare sempre più performante l’individuo si scontra così in privato, tra sé e sé, lasciando al sistema centrale solo il disturbo di raccogliere il frutto maturo caduto dall’albero. Anche qui la volontà di esercitare il controllo sociale è ben presente, cambiano però le modalità di realizzazione.
Se i Global Leaders occidentali pretendono obbedienza a suon di divieti e restrizioni (dalla vita non hanno imparato niente), i dirigenti cinesi creano obbedienza puntando su una società armoniosa (héxié shèhuì) capace di eliminare al suo interno i potenziali elementi di conflittualità e politicità. Sempre di CONTROLLO si tratta, su questo non ci piove, ma il modo in cui viene esercitato è differente, così come lo sono i risultati.

L’ideale sarebbe una via di mezzo, anche perché sono meno inconciliabili di quel che sembra il moralismo liberista e la filosofia confuciana tesa a porre grande enfasi sulla moralità del singolo. Dopotutto stiamo parlando di posizioni concettuali uscite dalla stessa matrice culturale eurasiatica, quella indoeuropea, che per quanto battano strade diverse portano alla stessa meta: la stabilità e il consolidamento del potere centrale. Entrambi gli attori hanno ben chiaro in mente che non basta produrre ricchezza, la potenza è nulla senza controllo.

Il Regno del Terrore, realtà o leggenda?

Secondo alcuni l’Europa odierna si starebbe «cinesizzando», quando in realtà stiamo assistendo alla progressiva «israelizzazione» di tutti i sistemi. Con caparbia ostinazione la UE, una cricca lobbistica assai lontana dai popoli che dovrebbe rappresentare, le sta tentando tutte per staccarsi dal proprio continente-madre (l’Eurasia), dalla propria cultura, dalla propria Storia, quasi fosse costretta da una forza maggiore.
Banche, servizi segreti, multinazionali, traffici di armi, poteri scientifici, industria cinematografica, editoria, spettacolo, organizzazioni non governative. La rete degli accordi sottobanco è talmente fitta da occultare ogni cosa. S’intravede solo il nodo iniziale dell’intreccio: un puntino minuscolo, l’anno 1773, in cui si sarebbe consumata una vicenda al limite dell’incredibile mai confermata né smentita.

Tutto sarebbe partito dall’idea di elaborare un piano per “dominare le ricchezze, le risorse naturali e la forza lavoro di tutto il mondo”, ovvero per assumere il pieno CONTROLLO del pianeta, che Mayer Amschel Bauer presentò a una cerchia ristretta di 12 pari (un numero eloquente). L’esperienza suggeriva che sarebbe stato stupido imporre una dittatura, vista la breve durata di queste forme di governo, tuttavia un regime totalitario ottenuto lentamente, passo dopo passo, convincendo la gente con le buone e con le cattive, poteva dare i risultati sperati.
Non subito, probabilmente, ma non c’era fretta. Ciò che non si sarebbe realizzato in una generazione avrebbe trovato riscontri in quella successiva, a patto che i partecipanti e i loro discendenti seguissero per filo e per segno il piano, a cominciare dalla consegna tassativa della segretezza e dell’anonimato. Proprio per questo motivo la veridicità della storia è incerta, sebbene non faccia una grinza il discorso del ricco banchiere desideroso di trasformare la potenza del suo danaro in caos per suscitare una forza ancora più dirompente: il CONTROLLO.
Complottismo, teoria della cospirazione? Ognuno è libero di pensarla come vuole ma per chi le sa vedere, scriveva Arthur Machen, le coincidenze portano abiti trasparenti. Certamente potrebbe trattarsi di coincidenze, agli accadimenti storici degli ultimi due secoli e mezzo però fa riscontro la scaletta del piano: eliminazione della cultura, diffusione di violenza e terrorismo, corruzione della politica, lotta di classe, smantellamento dei regolamenti vigenti, diffusione tra i giovani di alcol e droghe, organizzazione di guerre e rivoluzioni, indebitamento degli Stati, panico finanziario, asservimento della stampa, ipnosi di massa per controllare le folle, delegittimazione di ogni voce fuori dal coro, esproprio dei beni della classe media, istituzione di grandi monopoli.
Nella stessa seduta il giovane Amschel Bauer, che all’epoca dei fatti aveva una trentina d’anni, avrebbe inoltre rivendicato agli avi la paternità della Rivoluzione Inglese (1640-60), ammettendo gli errori commessi. Il periodo rivoluzionario era stato troppo lungo, l’eliminazione dei reazionari troppo morbida, la sottomissione delle masse da parte del neo-Regno del Terrore troppo indecisa. Tuttavia, i finanziatori erano riusciti a stabilire il proprio CONTROLLO sull’economia e sul debito pubblico inglese, mandando in buca la loro prima palla. Dunque valeva la pena di concedersi una seconda occasione: la Rivoluzione Francese.
Qualche tempo dopo Amschel decise di cambiare il suo cognome da Bauer (cioè «contadino») in Rothschild, dal tedesco “rot” (rosso) e “schild” (scudo), diventando così Amschel Mayer Rothschild, detto “il pio Rothschild” dagli ebrei dell’Europa orientale fondatori del Movimento Mondiale Rivoluzionario, una corrente ideologica piuttosto violenta che agiva sotto la bandiera rossa (sangue).
Il medesimo vessillo diventerà di lì a poco l’emblema della Rivoluzione Francese (1789) e di ogni altra rivoluzione a partire da quel momento. Lo stesso Lenin, finanziato dai banchieri per rovesciare il governo russo e stabilire la prima dittatura totalitaria (1917), adotterà una bandiera rossa aggiungendovi la falce, il martello e la stella a cinque punte.

Il popolo di Parigi assalta la fortezza della Bastiglia il 14 luglio 1789, divenuta l’immagine-simbolo della Rivoluzione francese

Dire, fare, baciare, lettera, testamento

La prossima volta che l’istinto vi spinge a invocare la rivoluzione quale rimedio a una situazione generale divenuta insostenibile, chiudete gli occhi e contate fino a cento. Concedetevi una pausa, due passi nel parco, un giro in bici, una fetta di torta. A bocce ferme date poi una sbirciatina ai moti rivoluzionari che hanno costellato la Storia producendo grandi cambiamenti all’apparenza necessari. È impressionante il numero di «azioni popolari» che sfruttando la buonafede della gente sono riuscite a spianare la strada all’avanzata dei carri armati del CONTROLLO.
Per quanto ne sappiamo, c’è un solo modo per fare la rivoluzione: disobbedire. L’autentico rivoluzionario è un testardo non-violento capace di opporsi non solo agli ordini diretti ma soprattutto a quelli indiretti, subdoli e ingannevoli, che viaggiano sottotraccia per mettere le persone una contro l’altra e pilotare gli eventi. Lo dice la Storia degli ultimi decenni, non io.
Giudicata inutile nella misura in cui non riusciva a fare cassa la cultura «alta» (nel mirino delle autorità civili fin dal XIII secolo) venne ridimensionata dal nascente liberalismo che mal tollerava le corporazioni universitarie legate al Papato, troppo indipendenti e dotate di particolari diritti e libertà. In maggioranza religiosi squattrinati gli accademici non servivano alla causa dei banchieri, né alla spregiudicata iniziativa privata. Come pure i nobili, spesso in bancarotta e poco produttivi, dati in pasto alla plebe affamata della Rivoluzione francese o sacrificati ai filosofi illuministi, che in barba al decantato spirito critico spingevano tutti i paradigmi precedenti al limite dell’incredulità per poi poterli screditare, ovvero rivisitare, secondo i dettami suggeriti dalla mano invisibile che prestava i soldi e pagava i conti.
La stessa manina diede fuoco alle polveri di varie guerre civili, e persino di due guerre mondiali, al fine di fermare l’ascesa della borghesia manifatturiera e rimodulare l’economia del Vecchio Continente (Seconda Rivoluzione e Terza Rivoluzione Industriale). Ancora lei mise un freno al benessere della classe media occidentale scombussolandola con la lotta politica armata e le «rivoluzioni giovanili» sessantottine. Sempre lei gettò nel caos delle «rivoluzioni colorate» le legittime aspirazioni d’indipendenza delle ex-colonie.
Cosa dobbiamo aspettarci in concomitanza con la Quarta Rivoluzione Industriale, attualmente in corso d’opera?(P.I.) Qualcuno sta già minando il campo? Obbedienti contro ribelli, disoccupati contro lavoratori, giovani contro vecchi, bianchi contro neri, etero contro gay, sani contro malati, magri contro obesi, profeti del clima contro produttori di plastica, salutisti contro consumatori di cibo spazzatura.
Insegnavano i primi teorici del terrore che un governo capace di promuovere, mantenere e prolungare il disordine e la paura, ha già svolto metà del suo compito. Il resto può essere delegato a una narrazione pubblica ripetuta fino allo sfinimento e all’azione infallibile della «tirannia della moltitudine», da sempre deputata a mettere in riga gli animi inquieti. A tempo debito l’organo di CONTROLLO potrà così applicare leggi liberticide che in tempi normali il popolo non avrebbe mai accettato.

Scherzi del destino

Bias

Tocca rassegnarsi, il dado è tratto, non c’è più niente da fare? Tutto l’esistente è già stato detto, o scritto, o pensato, non ci sono alternative? Evidentemente la costruzione di una società globale aziendalizzata popolata da cretini è giunta a buon punto, non si può negare una cosa che sta sotto gli occhi di tutti. È in atto un bias cognitivo che ignora i contenuti per accogliere acriticamente la voce insulsa dell’intrattenimento mediatico ormai padrona dell’immaginario politico, sanitario, sociale, religioso, così che risulta praticamente impossibile realizzare un’idea al di fuori dello spettacolo stesso.
Manca, però, un ultimo tassello al coronamento del sogno totalitario: la realizzazione dell’uomo trans-umano. E il destino è beffardo, ha sempre voglia di scherzare. La tessera mancante potrebbe arrivare quando ormai i venti di guerra ne hanno spazzate via altre, impedendo così il completamento dell’intero quadro. Senza contare gli inciampi in cui è facile urtare quando si pensa di avere la vittoria a portata di mano; ne sono un esempio la pericolosa accelerazione di tutti i processi e la creazione di milioni di Invisibili estromessi dalla società, ovvero incoraggiati a formare «comunità nella società», proprio da parte di chi ha predicato per secoli l’invisibilità come presupposto delle azioni indisturbate.
Due a zero per la moralità, perde il moralismo. A livello individuale però c’è ancora spazio per lavorare sull’auto-disciplina personale, come fanno i cugini cinesi. Intanto non abbiamo niente da perdere, visto che in Occidente la disciplina non paga.

Lupo con la maschera d’agnello

Incompresa per chissà quante generazioni rimarrà invece l’amarezza per l’assoluta ingenuità con cui ci siamo lasciati abbindolare, proprio noi Europei, i figli del dio della Bibbia. “Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro son lupi rapaci. Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi? Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni. Ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco. Dai loro frutti, dunque, li potrete riconoscere.” (Matteo, 7, 15-20).

Rita Remagnino

 

 

 

Potrebbe Interessarti

«L’ANTI SOCIETÀ POST-UMANA»

Fonte: Ereticamente del 12 febbraio 2022

Carica ulteriori articoli correlati
  • «C’ERA UNA VOLTA …»

    ”Ma quando la cronaca diventa fiaba, che fine fanno le vere fiabe? …
  • «A FUOCO LENTO»

    ”Nell’arco di pochi decenni l’Europa è riuscita a sbilanciare «equilibri» costruiti in mil…
  • «MERCANTI E MERCATI»

    ”Dai venditori girovaghi ai ricchi uomini d’affari …
Carica altro Rita Remagnino
Carica altro SOCIETÀ

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Controllate anche

«C’ERA UNA VOLTA …»

”Ma quando la cronaca diventa fiaba, che fine fanno le vere fiabe? …