Spengler e l’idea di un’Europa giunta alla fine della sua parabola storica

«Il profeta piangente dell’Occidente al tramonto»

Il tramonto non come catastrofe, ma come compimento di una civiltà diventata macchina.

di Marcello Veneziani

A più di un secolo dalla pubblicazione de Il tramonto dell’Occidente, il nome di Oswald Spengler continua a riemergere ogni volta che l’Europa interroga la propria crisi e il destino dell’Occidente. Marcello Veneziani rilegge il grande pensatore tedesco liberandolo da due equivoci persistenti: il tramonto evocato da Spengler non coincideva con la fine dell’Occidente, ma con il declino della centralità europea, né annunciava una rovina improvvisa, bensì il compimento storico di una civiltà giunta alla sua fase terminale. Nel suo sguardo, la civiltà vive come organismo spirituale, mentre la civilizzazione ne rappresenta l’irrigidimento tecnico e meccanico. È il passaggio dall’umano alla tecnica, dalla cultura alla macchina, dal destino alla pura funzionalità. E forse proprio per questo Spengler continua a parlarci: perché aveva intuito che una civiltà può vincere il mondo e, nello stesso istante, perdere la propria anima. (N.R.)


Non c’è giorno che qualcuno non citi quel titolo che è diventato mantra epocale, profezia, luogo comune e modo di dire da più di cent’anni. Ogni libro dedicato all’Europa e all’Occidente è un’ennesima postilla al Tramonto dell’Occidente. Oswald Spengler, il suo autore, nacque e morì in maggio, quando non aveva compiuto 56 anni, l’8 maggio del 1936. La sua opera segnò l’inizio di un filone copioso che non è mai finito. E tuttavia il suo titolo formidabile reggeva su due equivoci. Il primo è che fosse cominciato davvero con la Prima guerra mondiale il tramonto dell’Occidente mentre si trattava, in realtà, del tramonto dell’Europa, perché il Novecento fu poi il Secolo americano. Il secondo è che il Tramonto dell’Occidente (1)fosse l’annuncio di una catastrofe mentre ciò che si ricava dalla sua opera fu piuttosto l’idea di un compimento, una parabola che si conclude. Infatti, l’Occidente declina nel momento in cui conquista il mondo, coincide con la globalizzazione che nasce come occidentalizzazione del mondo; come se avesse esaurito il suo destino. Quel destino a cui Spengler dava le chiavi del mondo e della storia. “L’idea di destino domina l’immagine complessiva della storia”, scrive nel suo capolavoro. L’alter ego della storia, la sua antitesi, è la natura. Destino vuol dire per lui avere una direzione. La civiltà tramonta quando al suo posto arriva la civilizzazione: la civiltà è un organismo vivente, la civilizzazione è un meccanismo semovente. Il predominio della tecnica sull’umano attesta che siamo passati dalla dimensione organica alla dimensione meccanica. “Le civiltà sono degli organismi. La storia mondiale è la loro biografia complessiva”. Hanno una parabola, nascono, crescono, muoiono. Non sono eterne. Da qui il suo relativismo storico ma anche sul piano etico-morale: “Non esiste una morale valida per l’umanità in generale”. Ogni civiltà e ogni epoca ha la sua. Ma non solo: la storia non ha uno scopo, la sua traiettoria è un decorso naturale, senza finalità superiori se non quella di vivere, nascere, crescere, invecchiare, morire. Il suo pensiero tragico oscilla tra vitalismo e nichilismo. Poi dice qualcosa che ci riguarda da vicino: “L’uomo è senza storia, non solo prima del sorgere di una civiltà ma anche, di nuovo, non appena una civilizzazione si realizza nella sua forma definitiva, chiudendo lo sviluppo vivente di una civiltà”. Ecco la fine della storia secondo Spengler: siamo giunti a quel punto col dominio planetario della Tecnica, a cui Spengler poi dedicherà un importante saggio?

In questa chiave si spiegano anche le sue affermazioni in contrasto con l’idea stessa di civiltà: “Preferisco un acquedotto romano a tutti i templi e le statue di Roma”. Baratta la tecnica con il sacro, preferisce il progresso tecnico a ciò che dà un volto, un’anima e un destino a una civiltà? E non solo: oggi i migliori filosofi, aggiunge, sono gli inventori, i diplomatici, i finanzieri. I nuovi cesari saranno i magnati, i nuovi generali saranno i tecnici, annuncia e in fondo non sbaglia, a giudicare dall’oggi. Anche se poi aggiunge che “un’era irreligiosa è un’epoca di decadenza”. E nelle pagine finali annuncia la lotta finale tra il sangue e l’oro (lo dirà pure Mussolini) e il trionfo della spada sul denaro, che sarà ai suoi occhi, lo scontro tra capitalismo e socialismo, tra denaro e diritti dei popoli. Ecco, il socialismo epico e prussiano di Spengler.

Come possiamo definire Spengler? Un conservatore tragico e scettico, ispirato da Nietzsche e dal Faust di Goethe, senza una prospettiva religiosa o metafisica, ammiratore del vigore dei Cesari, dei condottieri e dei soldati ma anche dei popoli e dei loro capi “socialisti”. Si sente odore di Hitler e di Mussolini nelle sue pagine? In realtà Spengler non ebbe mai un buon rapporto con Hitler, con il nazismo e col razzismo. “L’unità della razza – spiega Spengler – è una frase grottesca di fronte al fatto che da millenni tutte le razze si sono mescolate…chi parla troppo di razza dimostra di non averne alcuna”. Stroncò la bibbia del razzismo, Il mito del XX secolo di Alfred Rosenberg, definì l’idea di superiorità delle razze “un camuffamento retorico della stizza nei confronti della superiorità ebraica”, e poi “un’ideologi tipica della povertà spirituale”. Spengler definì i nazisti “picchiatori” e “barbari”. Hitler ricambiò dicendo di non essere affatto un seguace di Spengler e di non credere affatto al Tramonto dell’Occidente, e lo ribadì in un discorso tenuto il 1° maggio del 1935. Già Goebbels in una sua circolare del 1933 aveva invitato a boicottare l’opera di Spengler e il suo “disfattismo”; e la sorella di Nietzsche, Elizabeth, gli rinfacciò in una lettera del 1935, di essere contro il Reich e il suo Führer. Diverso invece fu il rapporto con Mussolini. Spengler firmò nel 1928 con Mussolini la prefazione al libro di Korherr Regresso delle nascite, morte dei popoli. Nel ’33 Mussolini ricevette a Roma Spengler, recensì elogiativamente la sua opera Anni della decisione sul Popolo d’Italia e firmò la prefazione all’edizione italiana. Il duce rivelò poi di essere rimasto colpito quando l’8 maggio del 1936, prima di proclamare dal balcone di Palazzo Venezia la nascita dell’Impero apprese la notizia che quello stesso giorno era morto Spengler. Ne è traccia nei Taccuini mussoliniani a cura di Yvon de Begnac. Tuttavia, Spengler fu molto avversato dalla cultura italiana anche durante il fascismo; i Dioscuri Croce e Gentile gli erano ostili, ma anche gli spiritualisti cattolici lo erano. E traccia di quell’ostilità è nel Dizionario di politica edito da Treccani nel 1940, a cura del Partito Nazionale Fascista. Gli si rinfacciava paradossalmente la sua adesione al regime nazista (con cui il regime fascista si accingeva ad affiancarsi nella guerra) e l’esaltazione della missione tedesca, tacendo del tutto sui suoi contrasti con il regime. E alla voce Spengler, Felice Battaglia lo liquidava così: “il valore teoretico di queste dottrine può ben dirsi nullo nel piatto determinismo naturalistico che lo caratterizza”. Il dizionario fascista si accodava ai vari antifascisti Croce, Ernst Cassirer, Thomas Mann nel giudicare il suo pensiero “una pseudofilosofia”. E dire che in Italia lo aveva introdotto proprio Mussolini… Scimmia di Nietzsche, iettatore, ciarlatano, così Spengler fu insultato da letterati e pensatori di rilievo. Oltre i seguaci spengleriani, come furono in Italia, Adriano Tilgher, Lorenzo Giusso e Vittorio Beonio Brocchieri, il miglior saggio su di lui lo scrisse Theodor Adorno. Anche Julius Evola, che De Felice definì curiosamente “mistico spengleriano”, oppose alla visione storica di Spengler quella, a suo parere più solida, più organica e metafisicamente fondata, di Giambattista Vico, nonostante Vico richiamasse un Ospite indigesto per Evola: la Divina Provvidenza. D’altra parte, se i suoi presupposti sono il determinismo e il relativismo, l’assenza di scopo e di senso della storia, la riduzione biologica delle civiltà (in questo fu parallelo al nazismo), il primato assoluto dell’azione e della forza, Spengler non solo fu profeta del nostro tempo, ma ne fu, per certi versi, il precursore “ideologico”.

Resta di lui, al di là del successo mondiale del suo capolavoro, l’immagine di un uomo malinconico, piangente, dalla salute malferma. Quell’indole emerge dai suoi pensieri autobiografici, raccolti da Adelphi nel volumetto “A me stesso”. In fondo, dietro l’annuncio del tramonto del mondo c’era anche un caso di depressione personale.

La Verità – 14 giugno 2024
La Verità – 10 maggio 2026

 

 

 

Consigli di lettura

(1)

 

 

 

Descrizione

Immensa costruzione ideologica e mitologica, in cui una grande congerie di dati è ordinata in modo da costituire una struttura ciclica della storia, l’opera di Spengler ebbe una ricezione imprevedibilmente ampia. Dall’introduzione di Stefano Zecchi: “Tutto ciò che passa è soltanto un simbolo, dice Spengler ricordando un verso del Faust, che ritorna come un leitmotiv wagneriano in “Il tramonto dell’Occidente”. Ma anche, aggiunge, il movimento dell’esistere e del conoscere ha un significato se ha un valore simbolico. Spengler riabilita così i concetti di simbolo e destino che la cultura moderna ha deriso e avvilito, credendo di poterli sostituire con quelli di segno e progresso, più funzionali alla filosofia analitica e al controllo tecnico-scientifico dell’esistenza. Ma questo non significa che “Il tramonto dell’Occidente” possa essere letto come una tradizionale reazione allo spirito dell’Illuminismo, anche se proprio a questa interpretazione deve il suo grande successo”.

 

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