Il muro con cui si scontrerà il nuovo governo sarà il connubio tra sinistra e potere economico

IL PUNTO DI FUSIONE TRA SINISTRA E CAPITALE


Il muro con cui si scontrerà il nuovo governo sarà il connubio tra sinistra e potere economico, asse cruciale del sistema. Chissà se avrà il coraggio, l’intelligenza e la forza per affrontarlo ma è decisivo se vuol governare davvero.
Quando è avvenuto il passaggio della sinistra da contropotere a potere, da Piazza a Palazzo? Cosa è successo che ha trasformato una forza antagonista del Capitale a guardia rossa del Capitale e parte integrante del ceto dominante?

Lo diciamo tante volte ma ci sfugge il passaggio chiave. Gli indizi di superficie sono molteplici e fin troppo noti: a est il fallimento delle esperienze comuniste, a ovest il collasso dello statalismo assistenziale; sul piano intellettuale il tramonto di Marx e dell’idea di Rivoluzione e sul piano sociale l’inclusione di militanti, agenti e funzionari della sinistra nell’apparato pubblico, nel settore privato e nella magistratura, nella scuola, nell’università, nell’editoria, nello spettacolo. Inclusione che oltre gli effetti politici e ideologici ben noti, ha comportato anche l’inevitabile “imborghesimento” del ceto progressista e l’upgrade nell’establishment.

Possiamo anche periodizzare questo processo: è avvenuto dopo il ’68, lungo gli anni Settanta, poi espandendosi negli anni seguenti fino a integrarsi e compenetrarsi coi poteri e le istituzioni. Il vantaggio è reciproco: al Capitale ha dato una “buona coscienza” etica e una legittimazione culturale sul piano dell’emancipazione e della difesa dei diritti umani e civili; e alla Sinistra ha dato un potere d’influenza e d’interdizione, e la direzione culturale e civile.

Ma tutto questo ancora non spiega il motivo centrale del connubio tra sinistra e capitale, la saldatura di due egemonie, tra potere economico e potere culturale. Cosa ha determinato quella convergenza? È il comune proposito di sostituire il mondo comune fondato sulla realtà con il mondo uniforme fondato sui desideri indotti; il desiderio di un mondo nuovo per la sinistra e di nuovi mercati per il capitale.

«Come avviene questo cambio? Cancellando, disprezzando e spezzando i legami, i confini, i limiti. Quel che a sinistra chiamano emancipazione, liberazione, progresso; e in gergo capitalistico chiamano sviluppo, consumo, modernizzazione. La parola chiave di ambedue è sradicamento, l’identità si dissolve: è ritenuto uomo libero chi non ha legami né appartenenze, fluido in un mondo liquido, proiettato nei suoi desideri anziché ormeggiato alle sue eredità e alla sua natura; connesso al suo tempo e al web ma sconnesso dal suo luogo e dai suoi legami comunitari. In tal modo diventa cittadino del mondo, uomo senza confini (anche sessuali), individuo emancipato e globale, secondo il sogno convergente dell’internazionalismo di sinistra e della globalizzazione capitalista.

Il mondo da abbattere non viene denominato per quel che è – la realtà dei legami religiosi e civili, famigliari e comunitari – ma viene ribattezzato in negativo come razzismo, fascismo, omotransfobia, antifemminismo.
Questa convergenza ha una precisa ricaduta sociale: dichiarare guerra al mondo comune, alla realtà, alla natura, al contesto in cui vive l’uomo da sempre, significa rompere con i popoli e ripartire dalle élites. Oligarchie economiche e finanziarie, politiche e intellettuali, nemiche del comune sentire, delle radici popolari e dei legami. È la ribellione delle élite di cui scrisse nel 1994 un lucido sociologo americano, Cristopher Lasch,(L.C.) che faceva il verso alla ribellione delle masse di Ortega y Gasset (1930).

Nelle sue opere Lasch notava quel che acuti osservatori nostrani di opposta estrazione come Augusto Del Noce e Pierpaolo Pasolini avevano già colto: i contestatori, i rivoluzionari, la sinistra radicale dichiaravano guerra al capitalismo ma poi combattevano il patriottismo, la religione, la famiglia tradizionale, ritenendo così di colpire il cuore e le retrovie del capitalismo. La loro lotta, invece, era del tutto funzionale al capitalismo, che voleva abbattere proprio quegli argini e disfarsi di quei legami che si opponevano all’instaurazione di una società compiutamente sradicata di individui soli, facile preda del consumismo. Anche Marx nel Manifesto aveva spiegato che con il capitalismo “si dissolvono tutti i rapporti sociali stabili e fissi, con il loro seguito di concezioni e di idee tradizionali e venerabili”. Per ottusità, presunzione o malafede, la sinistra ha ignorato il Manifesto di Marx (non un autore reazionario) ed è diventata il sicario della società tradizionale, con la benedizione del capitale… Cancellando i credenti, i famigliari, i patrioti, restano solo i consumatori; di merci e di ideologie. “Ci si libera dalla tradizione solo per piegarsi alla tirannia della moda” nota Lasch nel saggio Contro la cultura di massa (edito ora da Eleuthera).

La libertà consiste nello scegliere tra marchi, prodotti, “opinioni preconfezionate e ideologie progettate da opinion makers”; il processo avverrà, notava trent’anni fa Lasch, “distruggendo la memoria collettiva, sostituendo un’autorità responsabile con un nuovo star system”, oggi diremmo con gli influencer e le fabbriche del consenso manipolato. Resterà come illusoria gratifica quel “narcisismo di massa” di cui scrisse Lasch ne La cultura del narcisismo: è il nuovo oppio dei popoli, ridotti in formato single davanti allo specchio (alias uno smartphone).

Lasch auspicava un’alleanza per resistere all’assimilazione, allo sradicamento e alla modernizzazione forzata. Per Simone Weil chi è sradicato sradica; per Lasch “lo sradicamento sradica tutto, salvo il bisogno di radici”.
Ecco dov’è il punto di fusione tra sinistra e capitale: nella dissoluzione dei legami naturali, religiosi e comunitari spacciata per emancipazione e liberazione dai mostri. Ti tolgono tutto e poi ti dicono: hai meno pesi e vincoli, ora sei libero di correre. Poi ti dicono pure dove andare, cosa comprare e che strada percorrere…

 

Libri Citati

 

 

  • Contro la cultura di massa Condividi
  • di Christopher Lasch (Autore)  Andrea Libero Carbone (Traduttore)  Nino Muzzi (Traduttore)
  • Elèuthera, 2022

Acquista € 6,99

Descrizione

In anticipo di decenni, Lasch individua chiaramente i guasti che il processo di modernizzazione in atto avrebbe provocato nella società contemporanea: la fine delle culture popolari autonome, rimpiazzate da una cultura di massa tarata sulle esigenze del mercato; la crisi della democrazia, ormai confusa con la libera circolazione delle merci; l’estinzione tanto della comunità solidale quanto di un’idea di individuo del tutto estranea all’atomizzazione perseguita dal neoliberismo. Ma se questa modernizzazione avviene indubbiamente sotto l’egida del capitalismo finanziario, essa è però avallata da una sinistra, radical e liberal, incapace di interpretare il processo in corso. Forse perché ne condivide, come ben evidenzia Michéa, la medesima visione sociale e politica di stampo illuminista, a cominciare dall’idea di Progresso. Nulla ha dunque impedito a quel processo di trasformare la cultura in merce e il popolo in una massa anonima composta da Io minimi, consumatori narcisi e anime perse: una deriva largamente prevista, contro la quale Lasch, nel suo modo lucido e appassionato, ci aveva messo in guardia.

 

  • La cultura del narcisismo. L’individuo in fuga dal sociale in un’età di disillusioni collettive Condividi
  • di Christopher Lasch (Autore)  Marina Bocconcelli (Traduttore)
  • Neri Pozza, 2020

 Acquista € 14,40

Descrizione

Alla fine degli anni Settanta, dopo aver pubblicato una serie di libri dedicati alla crisi del liberalismo, Christopher Lasch dà alle stampe “La cultura del narcisismo”, l’opera che annuncia il tramonto dell’uomo economico e l’avvento di un nuovo tipo di uomo: il narcisista.

«L’uomo economico è stato… sostituito dall’uomo psicologico dei giorni nostri – il prodotto finale dell’individualismo borghese. Il nuovo narcisista è perseguitato dell’ansia e non dalla colpa. Non cerca di imporre agli alteri le proprie certezze, ma vuole trovare un senso alla sua vita. Libero dalle superstizioni del passato, mette in dubbio persino la realtà della sua stessa esistenza»

A distanza di più di quarant’anni dalla sua pubblicazione, il libro non soltanto non cessa di parlarci, ma svela forse soltanto ora la sua piena attualità. Mescolando analisi psicologica, sociologica, letteraria e filosofica, Lasch ritrae l’uomo che appartiene alla nostra epoca, l’epoca della fine dell’etica del lavoro e della fiducia nel progresso sociale. Il narcisista, che ne emerge, non è un mero egoista in preda a uno stato mentale per cui il mondo non è altro che lo specchio dell’Io, ma un essere perseguitato dall’ansia, tutt’altro che pago di sé. Esige una gratificazione immediata e vive, perciò, in uno stato di inquietudine e di insoddisfazione perenne. Superficialmente tollerante, è in realtà privo di ogni solidarietà e vede in ciascuno un rivale con cui competere. Si ritiene affrancato dai tabù, e non ha tuttavia alcuna serenità sessuale. Loda il rispetto delle norme e dei regolamenti, ma nella segreta convinzione che non si applichino nei suoi confronti. Non ha interesse per il futuro, e nemmeno per il passato, che gli appare come un insieme di modelli superati, con mode e atteggiamenti antiquati. Vive, così, in un mondo dell’eterno presente che rispecchia pienamente la miseria della sua vita interiore, un mondo che fa della nostalgia «un prodotto commerciale del mercato culturale» e che «rifiuta immediatamente l’idea che in passato la vita fosse, per certi aspetti rilevanti, migliore di quella d’oggi». L’uomo economico dell’etica del lavoro è stato, insomma, sostituito da un tipo d’uomo che presenta tutti i tratti di un narcisismo patologico, un narcisismo che permea a tal punto la società contemporanea che l’unica speranza sembrerebbe quella di riuscire a sopravvivere al suo crollo. Per Lasch, tuttavia, la volontà di costruire un mondo migliore non è affatto estinta. Continua a sussistere insieme a sopravvivenze di tradizioni locali e iniziative collettive che hanno solo bisogno della prospettiva di «una nuova società, una società decente, per riconquistare nuovo vigore».

La Verità – 14 ottobre 2022

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