La notte del 4 novembre 1803, mentre contempla le acque del Mare del Nord infrangersi contro i legni del Victoire, il veliero battente bandiera francese su cui si è imbarcato per approdare a Londra, il fisico Giovanni Aldini ignora la portata degli eventi in cui verrà coinvolto nella capitale del regno inglese, ma sa perfettamente cosa va cercando: un cadavere fresco e non mutilato.

Il sottotitolo del romanzo può far pensare al lettore che la storia che si accinge a leggere sia una rivisitazione di Frankenstein o che sia un nuovo Frankenstein creato sulle orme dell’ormai famoso mostro di Mary Shelley, ed invece non è così!

Giovanni Aldini è lo scienziato che ha influenzato la scrittura dell’autrice di Frankenstein perché Aldini è nato prima della scrittrice britannica e i suoi spettacoli con i cadaveri erano precedenti allo scritto sul mostro del 1818.

Giovanni Aldini

Quindi era ancora difficile sperimentare senza innervosire benpensanti, religiosi e chi doveva mantenere l’ordine, anche se di nascosto i suddetti contravvenivano

Esperimenti eseguiti da Giovanni Aldini nel 1804

alle regole morali. Si doveva mantenere la facciata, una parvenza di perfezione che si abbandonava poi nell’angolo più buio, ma Aldini, al contrario, eseguiva i suoi spettacoli davanti ad un pubblico di moralisti, curiosi, lassisti, un pubblico con divergenze di pensiero, quindi ogni volta rischiava che lo incarcerassero per dubbio comportamento. Giovanni Aldini è davvero esistito ed ha condotto i suoi esperimenti dapprima a Bologna e poi in Inghilterra.

Allo scienziato servivano cadaveri tenuti bene e in Inghilterra la pena di morte era l’impiccagione quindi preferiva avere quei corpi interi più che quelli ghigliottinati. La pratica suscitava ribrezzo e curiosità al tempo stesso e i religiosi e i timorati di Dio puntavano il dito contro chi usava dissotterrare cadaveri e usarli per scopi medici.

I corpi usati erano quelli di criminali della peggior specie, ma anche in questo caso vigeva la regola che un morto doveva riposare e non poteva essere disturbato. Aldini, che aveva come mentore suo zio Luigi Galvani, fisico che dimostrò l’attitudine dei tessuti biologici di provocare energia elettrica sperimentando sulle rane, riprodusse gli studi dello zio sugli esseri umani.

Luigi Galvani

Nel romanzo scritto da Beccati però Aldini incontra non pochi problemi, molti ostacoli ai suoi studi. Viene visto come un sacrilego! E non solo… viene anche accusato di altro perché operando con i cadaveri, per alcune persone, potrebbe anche fare in modo di uccidere per disporne. Già ne sapeva qualcosa ai suoi tempi Leonardo da Vinci, padre dell’anatomia, anche lui alle prese con problemi di cadaveri. Andando avanti nei secoli l’anatomia non si è fermata come scienza, ma è progredita grazie agli esperimenti nascosti di medici e scienziati che operavano sui morti.

Galvani prima e Aldini dopo si son spinti oltre e da questi studi sono nati l’elettroshock, che in seguito non è stato usato al meglio o solo per scopi terapeutici magari su soggetti che necessitavano davvero, e il più moderno defibrillatore che riporta le persone dal regno dei morti in quello dei vivi in molte occasioni. È una scienza che fa paura, macabra che Aldini dimostrava platealmente mandando in scena un cadavere attaccato a fili elettrici che si muoveva in modo convulso quando riceveva stimoli. Per avere materiale di studio faticava non poco e dopo aver fatto una richiesta legale si ritrovò a vestire panni che non aveva mai indossato per scoprire la verità e per scagionare la sua persona.

Giorgio I Re di Gran Bretagna e Irlanda

Solo che Aldini non sospettava che qualcuno lo osservava nell’ombra per farlo cadere quando meno se lo aspettava! Anche il lettore mentre scorre le pagine del libro prova le stesse emozioni del pubblico dell’epoca. Siamo in Inghilterra, nell’età di Giorgio I e c’è fermento nella società per l’ascesa della borghesia, il fasto dell’architettura, delle spese folli, della fame di cultura, insomma c’è fermento per una rincorsa ad illuminare le menti, ma anche se l’apparenza è positiva esiste anche l’altra faccia che mostra povertà, prostituzione, alta criminalità, sfruttamento minorile, di cui lo scienziato inala fetidi effluvi passando per le vie del popolo.

Il lettore pensa che Aldini dovrebbe piazzarsi tra le menti illuminate come innovatore, ma la sua è una scienza pericolosa e non ancora concepibile purtroppo. Grazie alla scrittura lineare dello scrittore, il lettore viene guidato nei cupi meandri di una scienza che rimane ancora nell’oscurità e che genera incubi, dove incontra personaggi sudici da una parte e menti brillanti dall’altra; il lettore rimane in tensione davanti alle descrizioni dei cadaveri nel momento in cui si fornisce loro energia.

Buona lettura!

 

 

La trama del romanzo

 

Quale legge può permettere a un uomo di sostituirsi a Dio?

Con teatrale lentezza, Aldini attacca i morsetti ai polsi del cadavere e li collega alla pila. La corrente si infila famelica nei cavi e raggiunge le membra del condannato.

La notte del 4 novembre 1803, mentre contempla le acque del Mare del Nord infrangersi contro i legni del Victoire, il veliero battente bandiera francese su cui si è imbarcato per approdare a Londra, il fisico Giovanni Aldini ignora la portata degli eventi in cui verrà coinvolto nella capitale del regno inglese, ma sa perfettamente cosa va cercando: un cadavere fresco e non mutilato. Con un’adeguata stimolazione elettrica, opportunamente distribuita fra le membra, è possibile restituire la vita a chi l’ha perduta: è questa la convinzione su cui lo scienziato bolognese ha fondato i suoi recenti studi e le spettacolari, quanto chiacchierate, dimostrazioni eseguite in Italia e in Francia sui corpi di animali. Ma l’Inghilterra, che non conosce la ghigliottina, significa altro. Significa pene capitali inflitte tramite impiccagione, la possibilità di avere a disposizione corpi integri di reietti appena deceduti. Sbarcato in una Londra sordida, traboccante di miseria e disperazione, che la penna di Beccati ricostruisce con la vividezza che solo i maestri del genere sanno regalare, Aldini si getta a capofitto nel suo progetto visionario. Ma l’ambizione folle e la cieca fede nel progresso lo porteranno presto a fare i conti con le paure e i dilemmi morali che da sempre si annidano nel cuore dell’essere umano.

 

Come inizia

 

  • Il confine che divide la vita dalla morte
  • è, al meglio, ombreggiato e vago.
  • Chi potrebbe dire dove uno finisce e l’altro inizia?

Edgar Allan Poe

I

Londra, notte del 3 novembre 1803

Due loschi figuri strisciano tra le tombe del cimitero di Highgate, un sobborgo a nord della città dove basse ciminiere non smettono mai di eruttare un fumo rossastro che si appiccica alle cose e alle persone.

   Si chiamano entrambi William. Birke fa luce con una lanterna dalla fiamma flebile e Hore ha in mano una vanga.

   Una leggera pioggia obliqua li induce a proteggersi infossando il collo nelle giacche lise e striminzite. I polsini delle camicie, sporchi e sfilacciati, fuoriescono dalle maniche. I due uomini indossano tube calate sopra le orecchie. Le scarpe dalle suole di legno affondano nella melma delle tombe, così vicine che pare si siano strette le une alle altre per farsi coraggio.

   Avanzano senza far rumore tra croci e lapidi sghembe per via del terreno cedevole intriso d’acqua.

   Un gufo ripete incessantemente il suo verso, che alle loro orecchie riecheggia come un rimprovero, una risata denigratoria.

   I ladri di cadaveri non godono di grande stima ma spesso il lavoro porta a guadagni cospicui e, in fondo, facili. Il materiale non manca di certo. Tra epidemie, carestie e miseria, a Londra si seppelliscono fino a centocinquanta persone ogni giorno. Morti dimenticati in fretta per cercare di sopravvivere o evitare di finire nel novero di quelli del giorno successivo. Tra studenti, medici,anatomisti e depravati la richiesta di cadaveri non conosce crisi.

   I due William cercano una tomba con la terra smossa di fresco.

   Una sepoltura recente.

   Girano alla cieca per alcuni minuti e ne scovano una proprio al centro del cimitero, accanto a una cripta serrata da lucchetti e catene, a cui fa la guardia un angelo con le ali spiegate, una daga in mano e, sul volto di bronzo, l’intenzione di usarla.

   La tomba è coperta da una lapide di marmo nero italiano, per loro fortuna poco spessa e non troppo pesante da sollevare.

   I William sono “resuscitatori”, come i giornali definiscono gli appartenenti a questa categoria di delinquenti. Non devono stare attenti alla legge perché rubare un cadavere non è reato; il pericolo viene dai parenti del defunto, soprattutto con tombe come quella, proprietà di gente facoltosa.

   Siccome sono davvero tanti i casi di salme trafugate dalla loro ultima dimora, molti congiunti corrono ai ripari escogitando deterrenti davvero ingegnosi, come piazzare una pistola che faccia fuoco appena il coperchio della bara viene rimosso. Più di un ladro di cadaveri è stato trovato morto accanto alla tomba che avrebbe voluto saccheggiare. Altri, invece, si contentano di seppellire i propri cari dentro casse blindate, difficili da forzare. E comunque ci vuole tempo, ed è meglio per i profanatori risolversi a scegliere un obiettivo più facile.

   Senza accorgersene, passano accanto a un’ombra del colore della terra. Appena le sono vicini, un molosso si rizza sulle zampe e abbaia mostrando canini formidabili che risaltano nel buio. I due uomini arretrano terrorizzati e fuggono lungo un vialetto. Poi si guardano alle spalle e si accorgono che la bestia non li sta inseguendo. Con cautela, tornano indietro rendendosi conto che è legata a una catena assicurata alla croce di una tomba. Sebbene il cane li abbia spaventati, sanno che è un buon segnale.

   È ciò che speravano di trovare, sono esperti e hanno tutto quello che serve per sbrigarsela in fretta.

   Capita sempre più spesso che i parenti del morto adottino questo stratagemma per impedire che la salma venga rubata. Tengono un cane feroce a guardia della tomba, almeno per i primi giorni, i peggiori, poiché i ladri cercano cadaveri freschi, i meglio pagati. La clientela è esigente.

   Hore dà una stretta d’intesa all’avambraccio del compare. Senza bisogno di parole, Birke toglie dalla tasca un cartoccio con della carne rancida e lo getta verso il cane. Il molosso annusa il boccone, senza addentarlo. Buon segno, pensano: non è affamato. Significa che il corpo è stato seppellito quello stesso giorno o al massimo il precedente.  

   Finalmente il cane abbassa la testa e si mette a mangiare, ignorando gli uomini. Quando l’animale sente un sibilo è troppo tardi. La vanga cala di taglio con forza sulla testa della bestia. Il muso dell’animale si copre della materia cerebrale grigiastra che cola lucida, intrisa di sangue.

   Sghignazzando, si apprestano a riesumare il cadavere.

   La terra è soffice e viene via con facilità. Con un balzo saltano nello scavo. Facendo leva con un piede di porco aprono la bara e portano allo scoperto la salma di una giovane donna. Per prima cosa, Birke illumina il corpo alla ricerca di qualcosa di prezioso. Trova un piccolo anello al dito e strappa dai lobi degli orecchini d’argento con una pietra dura di colore azzurro. L’altro apre la bocca del cadavere e mette allo scoperto un paio di denti d’oro. Li estirpa entrambi con una pinza. Sfila alla morta la sciarpa di organza che ha al collo: alla moglie quel regalino piacerà senz’altro. Un bottino aggiuntivo alla lauta ricompensa offerta da chi comprerà il cadavere.

   Se la polizia li sorprendesse in questo istante rischierebbero anni di galera dura, non per il cadavere ma per il furto. La proprietà rimane tale anche nella tomba, dice la legge.

   Uno per parte, sollevano il corpo fuori dalla fossa. Per la pioggia e il terreno scivoloso incespicano più volte e sono costretti a lasciare la presa sul fardello che cade nel fango. Infine, dopo ripetuti sforzi, riescono a infilare la salma in un sacco di tela grezza. Hanno ancora parecchia strada da fare, meglio celare il macabro maltolto. Il più robusto dei due, Hore, si carica la morta in spalla. Birke rischiara il cammino con la lanterna ed escono dal cimitero. Poco più avanti, sulla strada, c’è un carretto ad aspettarli. Vi ripongono il cadavere e spingono con l’allegria di chi ha fatto il proprio lavoro.

II

Londra, la stessa notte

Dorothy, una donna non ancora sciupata dagli anni e dalla fatica, lava inginocchiata il pavimento di granito fessurato. Quando lo straccio è lercio lo tuffa nell’acqua dentro un secchio di legno. Alla bisogna, si terge il sudore con la manica del vestito rattoppato.

   Cerca di fare poco rumore poiché il figlio Ken, di otto anni, sta dormendo su un pagliericcio in fondo alla stanza.

   Quando ha terminato, apre la porta e si lascia inghiottire dal buio della notte. L’illuminazione pubblica non arriva fino alle case dei miserabili. Piegando la schiena in una specie di inchino, svuota il secchio nella canaletta di scolo maleodorante che corre lungo la via.

   D’improvviso si sente abbrancare per la vita e ricacciare in casa.

   «Che fate! Non…»

   Scalcia e tenta di ribellarsi, di togliersi dalla morsa, ma è inutile. L’aggressore chiude la porta con un calcio e la inchioda alla parete mettendole una mano sul collo, con l’altra sollevandole la gonna umida. Le abbassa i mutandoni sdruciti e sporchi d’ogni umore. L’uomo si slaccia la cinta ed è già pronto a penetrarla. Dorothy lo graffia per allontanare le mani callose e il sesso turgido che le cercano le parti intime. Allora lui la schiaffeggia colpendola di striscio. Poi le stringe la mandibola costringendola ad accogliere una lingua che sa di vino di pessima qualità. Dorothy riesce a gridare: il figlio Ken si sveglia di soprassalto e si precipita a difendere la madre. L’aggressore si volta e lo colpisce con un calcio allo stomaco che lo manda a sbattere contro il muro. Dorothy grida disperata. L’uomo la zittisce premendole una mano sulla bocca. Le dita dell’aggressore si bagnano delle lacrime della donna, che intanto cerca invano di morderlo. Ken si è ripreso e corre nell’altra stanza per tornare con un coltello, dal manico rivestito di pelle, che stringe con entrambe le mani. Intima all’aggressore di lasciare la madre e minaccia di colpirlo. L’uomo lo deride e allora il bimbo gli muove contro la lama, ma l’affondo va a vuoto. Lo sconosciuto lo colpisce al volto con un pugno potente, uno schizzo di sangue arriva fino alla madre, terrorizzata. Barcollando sulle gambe, il figlio si rialza, ma l’energumeno gli è addosso e lo disarma torcendogli il polso, impossessandosi del coltello. Come una bestia impazzita e senza speranza Ken fa un balzo verso di lui e finisce contro la lama, che gli si conficca nel fianco, raggiungendo il cuore. Il bambino si appoggia al muro, lo sguardo smarrito.

   Nella stanza riecheggia l’urlo atavico di dolore di una madre. L’uomo la volta e le schiaccia il viso contro il muro per farla stare zitta. Poi la penetra da dietro.

   Sono colpi disperati, sempre più ravvicinati. Fino a quando lo stupro termina in un grido rauco e soffocato. L’uomo appoggia la guancia alla schiena della donna, pungendole la pelle con la barba ispida. Solo ora Dorothy riesce a divincolarsi, aiutata dalla disperazione, e abbraccia il suo piccolo che le muore tra le braccia. Furente, si getta contro l’assassino menando calci, pugni rabbiosi, tentando di raggiungere la faccia per cavargli gli occhi con le unghie. L’uomo la colpisce alle costole procurandole un dolore atroce. Lei rantola, ma non demorde. Afferra da terra il coltello che ha scannato il figlio e tenta di conficcarlo nel petto dell’aggressore. Con uno scarto improvviso, l’uomo la disarma e ora è lui a brandire la lama. Per ridurla all’impotenza e sfogare la collera continua a pugnalarla, fino a sfinirsi. I fumi del vino gl’impediscono di comprendere l’orrore di cui si è macchiato.

   Poi lascia cadere il coltello accanto ai cadaveri e fugge via.

   Un rivolo del sangue di Dorothy corre sul pavimento ancora bagnato, verso il corpo esanime del figlio. Sangue del suo sangue, anche nella morte.

   In strada passi che si allontanano. Due voci che si sovrappongono concitate.

III

Mare del Nord, alba del 4 novembre 1803

Le vele gonfie come le gote di un suonatore di chiarina spingono il veliero francese Victoire sopra il mare livido che conduce in Inghilterra.

   Il natante è salpato da poco dal porto di Amsterdam e s’incunea senza timore nell’ignoto della notte, in bocca ai mostri marini disegnati sulle mappe. Le onde si rincorrono come bimbi che non vogliono rincasare per continuare a giocare.

   Un persistente odore di pece bruciata si diffonde sopra le paratie e non cede neppure al vento che soffia di traverso.

   Un’ombra spettrale si allunga a poppa. Dietro alle vele di scorta si materializza la figura di Giovanni Aldini, che si tiene in disparte dagli altri passeggeri e beve una sorsata di laudano; poi una seconda, fino a vuotare la fiaschetta da tasca. Da anni, ormai, non ha più la scusa del dolore alla schiena, eppure continua ad abusarne. Si lecca le labbra, la tintura di oppio scende in gola, un bruciore benefico gli raschia l’esofago e s’insinua nelle viscere. Accusa una sorta di stordimento che sa riconoscere, gli è amico.

   Giovanni Aldini è un italiano di quarant’anni, alto e magro, volto spigoloso, spalle sfuggenti ma solide. Naso lungo e affilato, un accenno di stempiatura che gli scopre la fronte. Occhi ravvicinati e obliqui. Emana una forza e un carisma fuori dall’ordinario, che mettono a disagio chi lo incontra.

   Osserva la lunga scia che il veliero si porta dietro, un’interminabile coda d’uccello bianco. S’inebria del profumo del mare, ben più intenso di quello dell’Adriatico con cui ha dimestichezza.

   In momenti come questo, i dubbi o i rimpianti hanno gioco facile. Aldini si chiede se aver intrapreso un viaggio lungo e disagevole, da Bologna fino a Londra, sia stata una decisione giusta. Sa che l’esito non è scontato. Gli inglesi saranno in grado di comprendere l’utilità e la portata innovativa della sua scienza? Oppure verrà osteggiato, o addirittura biasimato e allontanato come depravato ed empio? I pensieri volano più in alto dei gabbiani, i quali uno alla volta smettono di seguire l’imbarcazione non appena s’accorgono che non c’è nulla da mangiare.

   Un passeggero ossuto di mezza età, che indossa abiti di una taglia evidentemente troppo grande, gli si avvicina. Una cicatrice gli corre perpendicolare all’occhio destro. Saluta e si mette al suo fianco, appoggiato alla balaustra.

   «Non sarà un viaggio lungo» dice per attaccare discorso.

   «Per fortuna no, signore.»

   Per darsi un contegno, apre una scatola e raccoglie, stringendola tra pollice e medio, una presa di tabacco. La infila nella narice destra e tira.

   «Volete favorire?»

   «No, grazie. Ho vizi ben più grandi.»

   L’uomo sorride per cortesia, non avendo compreso, e domanda: «Cosa vi porta a Londra? Affari?».

   «No, studio.»

   «Interessante. E quali studi, se posso chiedere…»

   «Mi dispiace, ma è un argomento su cui preferisco serbare il segreto.»

   «Detto così sembra qualcosa d’illegale. In questo modo solleticate irresistibilmente la mia curiosità. Che sarà mai? Noi non ci conosciamo, dunque non potrei tradire le vostre confidenze…»

   ­­­­­­­­­­­«Non me ne vogliate, ma non posso.»

   Per fortuna di Aldini, infastidito dalla tediosa insistenza del tabagista, sopraggiunge il capitano della nave.

   «Mister Aldini, mi chiamo Houlò, Alain Houlò. Al comando di questo veliero. Le do il mio benvenuto a bordo. Sappiate che è un grande onore essere al servizio di un gentiluomo del vostro calibro.»

   Lo sniffatabacco capisce d’essere di troppo e si defila bofonchiando delle scuse.

   L’italiano stringe con vigore la mano che il marinaio gli porge.

   «Piacere di conoscervi, capitano. Avete un magnifico vascello.»

   «Non io. L’armatore» lo corregge l’altro sorridendo.

   «Certo, ovviamente.»

   «Qualunque cosa vi occorra, non esitate a rivolgervi a me. Sono a vostra completa disposizione e farò tutto quanto in mio potere per compiacerla.»

   Il capitano se ne va toccando con le dita la piccola visiera del cappello di lana, contento in cuor suo di allontanarsi da quell’individuo che lo inquieta.

   Alcune persone, e tra queste anche membri dell’equipaggio, si avvicinano spinte dalle voci sulla notorietà dell’italiano.

   Nella piccola folla di curiosi Aldini scorge tuttavia un passeggero più interessato alle onde che a lui. Ha la faccia di un pallore mortale e tenta di nasconderla nell’alto bavero del cappotto.

   Si muove in modo scomposto, innaturale, cercando di non darlo a vedere.

   Un’improvvisa folata corre lungo la poppa, a scompigliare capelli e pensieri, gonfiando le lunghe gonne e facendo volare via un ombrellino. I passeggeri si ritirano nelle loro cabine, ben poche in verità e destinate ai facoltosi. La maggior parte dei viaggiatori è ammassata nella stiva, intrisa di umidità e di pessimi presentimenti. I prepotenti si accomodano sdraiati sopra le assi di legno dei letti a castello; gli altri, i meno fortunati, stanno aggrappati ad anelli di corda per non essere sbatacchiati contro le fiancate. Chi patisce il mare dà di stomaco, vomitando sopra gli altri malcapitati passeggeri. Risse, ruberie e stupri sono all’ordine del giorno in queste traversate, e nessuno interviene a scongiurarle: per indifferenza e per paura.

 

Continua a leggere…

 

L’autore

Lorenzo Beccati

Lorenzo Beccati nato a Genova, nel quartiere di Cornigliano è un autore televisivo e scrittore, collaboratore stretto di Antonio Ricci è celebre per i suoi doppiaggi e per aver dato voce al Gabibbo nel programma televisivo Striscia la notizia, è anche la voce dei doppiaggi di Paperissima con il celebre tormentone “ti voglio bene, dobbiamo stare… vicini vicini!”. Secondo un aneddoto raccontato da Beccati la voce del Gabibbo sarebbe quella di un ex-ergastolano che lavorava come piastrellista, con un atteggiamento di meraviglia e stupore, che si andava a mescolare con il tipico comportamento dei ragazzi della periferia genovese di quando Beccati era giovane.

Ha ricevuto premi quali il Burlamacco e il premio alla satira per Striscia la notizia. Ha dichiarato che non esiste un segreto dietro il suo successo, ma tanto lavoro misto ad una naturale simpatia: ad esempio da quando il Gabibbo è nato non ha avuto bisogno di ridisegnarsi, difatti è stata la satira di una politica in continua mutazione che gli ha concesso il rinnovamento gratuito. Risulta essere contrario a una televisione troppo spontaneista, difatti anche se concorda con alcuni atteggiamenti naturali che un personaggio può avere, è convinto che bisogna prepararsi il lavoro, come ai tempi del Drive in che si arrivava a lavorare 22 ore consecutive per essere sicuri di avere le giuste battute sui giusti personaggi.

I suoi libri:

 

 

 

 

 

 

 

 

  • Il Resuscitatore. Il romanzo del Dr. Frankenstein italiano
  • Lorenzo Beccati
  • Editore: DeA Planeta Libri
  • Anno edizione: 2019
  • In commercio dal: 30 aprile 2019
  • Pagine: 219 p., Brossura
  • EAN: 9788851171216Acquista € 15,90

Carica ulteriori articoli correlati
Carica altro Riccardo Alberto Quattrini
Carica altro PARLIAMO DI LIBRI

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Controllate anche

«Se tornasse Cicerone… Sustine et abstine»

”Una lingua “morta” che però continua a godere di ottima salute. Quante volte, nel parlare…