Sea Watch? La verità ultima che giace al fondo della coscienza di questi rampolli ricchi e viziati è che odiano l’Occidente, perché odiano se stessi, avendo sublimato il proprio desiderio di morte con l’iperattivismo umanitario.  

     Ciascuno di noi vive come se la vita gli fosse dovuta, come se il tempo gli fosse dovuto: tutto il tempo del mondo, o comunque tutto il tempo di cui dovesse aver bisogno. Pertanto è assai diffuso l’atteggiamento di tenersi strettamente attaccati alla dimensione terrena, d’immergersi in essa e respirarla a grandi boccate, senza neanche alzare il capo per guardarsi intorno, come il nuotatore che procede bracciata dopo bracciata e respira nell’incavo creato dal suo stesso movimento sulla superficie dell’acqua. In altre parole, la stragrande maggioranza delle persone vive come se la vita fosse il suo orizzonte, come se fosse un delitto o una distrazione distogliere lo sguardo, anche solo per un attimo, dalle cose di ogni giorno; come se uscire dal flusso del contingente fosse una specie di diserzione, una mancanza di coraggio nei confronti del presente. Molto incide sull’uomo contemporaneo l’insieme dei pregiudizi e degli stereotipi della cultura moderna, con tutto il peso del cinema, della pubblicità, dei mezzi di comunicazione di massa.  Lo strumento più recente e più efficace di questo condizionamento, il telefonino cellulare multiuso, ha fatto in modo che tutti o quasi tutti, sin dall’infanzia, siano legati alla catena di un qui e ora che è, oltretutto, pienamente ingannevole, poiché non si tratta di un qui e ora concreto, ma di un qui e ora virtuale: qualcosa d’inafferrabile, di evanescente e d’illusorio, in cambio del quale si baratta la piena e attuale consapevolezza dei gesti, dei pensieri, delle relazioni con l’altro e con se stessi. Basta osservare le persone concentrate sul proprio telefonino, per la strada, mentre guidano l’automobile, o persino al bar e al ristorante: non guardano ciò che hanno intorno, non prestano attenzione alle persone, ignorano persino gli amici e la moglie o il marito: tutta la loro attenzione è rivolta a qualcuno che sta altrove, a qualcosa che non è lì.  Un ragazzino può mandare un messaggio o chiamare al telefono la sua amichetta che è seduta a pochi metri di distanza: si parlano così, in maniera indiretta, anche se sono in vista l’uno dell’altra e a portata di voce. Ciò significa che il tempo e lo spazio si sono relativizzati, si sono dissolti: ma non per lasciar posto a una visione più ampia, bensì per rinchiudersi in una sorta di prigione volontaria, ancorché inconsapevole. È una forma suprema di alienazione, una fuga dalla realtà: altro che oppio dei popoli, questa è una droga più potente dell’eroina, ed è stata creata appositamente per distruggere la coscienza di sé e il senso d’identità e di appartenenza. Da chi? Dalla élite globale dei super-capitalisti finanziari.

Il telefonino cellulare multiuso? questa è una droga più potente dell’eroina, ed è stata creata appositamente per distruggere la coscienza di sé e il senso d’identità e di appartenenza, e da chi se non dalla élite globale dei super-capitalisti finanziari!
 

   Certo che anche loro si servono dei telefonini, ma la differenza è appunto questa: loro se ne servono, non ne sono schiavi. Si servono anche di molte altre cose che, per l’umanità comune, sono fonte di dipendenza e di schiavitù. La loro forza sta nel fatto che, simili a i puritani di un tempo, passano attraverso i beni del mondo e le meraviglie della tecnologia senza minimamente permettere a tali cose di far presa su di loro. Allo stesso modo, sfruttano la compassione e suscitano sensi di colpa nei confronti dei poveri e degli ultimi, preferibilmente dei Paesi lontani piuttosto che nella propria società, ma essi, da parte loro, non si commuovono affatto: si servono di quella gente per i loro fini. La prova della loro insensibilità? Il fatto che non si mescolano mai agli altri; non si sposano e non si frequentano che fra di loro, all’interno della loro minuscola cerchia. Favoriscono in ogni modo

Goyim.

il cosmopolitismo, il pacifismo e la filantropia, perché li usano come mezzi per scardinare l’unità e la saldezza delle nazioni, ma loro non mescolano il loro sangue e non sprecano il loro tempo con chi è estraneo al loro mondo, a meno che ciò serva alla (loro) causa. Possiedono una freddezza veramente rettiliana: esibire il corpo di un bambino, morto annegato sulla spiaggia, è, per loro, cosa del tutto normale: non si turbano certo per così poco, il turbamento lo vogliono provocare negli altri. Ed è logico che non si turbino: non provano alcuna empatia verso gli altri, la massa dei goyim, che disprezzano dal profondo del cuore. Molti di loro appartengono a società segrete di satanisti nelle quali si praticano sacrifici umani, preferibilmente di bambini o di ragazze vergini: pertanto, figuriamoci se la vista del sangue è un problema per loro. Sono animali a sangue freddo che sfruttano le violente emozioni e gl’impulsi irrazionali degli animali bipedi a sangue caldo.

Bergoglio va a gettare una corona di fiori nelle acque ove è affondato un barcone, sibilando Vergogna! (ma rivolto a chi?) con lo stesso stile con cui si reca in Israele a rendere omaggio alle vittime della Shoah. Colpa, sempre colpa. Chi si crogiola nel senso di colpa non si è liberato dall’illusione immanentista, né ha capito che la vita terrena è, sì, preziosa, ma solo come trampolino verso la vita vera, quella eterna; perché, quaggiù, tutto passa e tutto se ne va...
 

   L’interesse delle élite globaliste è che le persone non si destino, non acquistino coscienza di sé, non escano mai dalla bolla virtuale nella quale si sono confinate, anzi, che vi si rinchiudano e vi si sprofondino sempre di più. L’umanità dell’uomo moderno viene colpita al cuore e sempre più indebolita, rimpicciolita, relativizzata: si discioglie nella massa e tende a scomparire, sostituita da comportamenti automatici, indotti, artificiali. Per la prima volta nella storia, l’homo tecnolgicus è sempre meno homo e sempre più succube della sua stessa tecnologia, sempre più lontano da se stesso e dal suo vero centro. Logico: il vero centro dell’uomo non è l’uomo, ma Dio. L’uomo è realmente centrato quando vede, riconosce e privilegia la propria relazione con Dio; ed è tanto più remoto e alienato da se stesso, quanto più si rinchiude nella prigione del proprio io. La relazione con Dio conferisce un alto significato alla vita umana e innalza l’uomo al di sopra di se stesso, dei limiti e delle miserie della sua mortalità, mentre la prigione dell’io fa dell’uomo un essere incompleto, mancato, insensato. Aborto, eutanasia, cambiamento di sesso, oltre ad essere cose malvagie in se stesse, sono anche gli strumenti dei quali si serve l’élite globalista per far sentire l’uomo totalmente padrone di se stesso, totalmente libero di auto-determinarsi, escludendo così dal proprio orizzonte Dio e rinsaldando le sbarre della prigione narcisista. I radicali, sostenitori della totale auto-determinazione dell’uomo, sono, alla lettera, il partito dell’inferno. E il fatto che uno dei più grandi partiti politici italiani sia diventato, come aveva profetizzato mezzo secolo fa il filosofo Augusto del Noce, un partito radicale di massa, mentre allora era, o passava per essere, il partito dei lavoratori e dei ceti più deboli, fa comprendere quanta strada abbia fatto il progetto della globalizzazione, e fino a che punto la percezione del reale da parte delle persone sia stata sovvertita e stravolta, per essere sostituita da una visione virtuale, frutto del martellamento mediatico e del ricatto ideologico buonista.

Sea Watch? La verità ultima che giace al fondo della coscienza di questi rampolli ricchi e viziati è che odiano l’Occidente, perché odiano se stessi, avendo sublimato il proprio desiderio di morte con l’iperattivismo umanitario!
 

 

Carola Rackete.

   Ecco: il ricatto. Esiste un gigantesco meccanismo mediatico il cui scopo è far sentire le persone colpevoli, meccanismo al quale danno il loro volonteroso contributo quei miseri personaggi stipendiati e senza onore che passano per intellettuali e che, in cambio di un po’ di visibilità, di qualche cattedra universitaria e di qualche privilegio editoriale o giornalistico, fanno del loro meglio (o del loro peggio) per accentuare tale disagio interiore nelle persone comuni. Prendiamo, a titolo di esempio, le dichiarazioni di Carola Rackete, la donna tedesca di trentun anni che comanda la nave Sea Watch, quella che ha forzato le acque territoriali italiane e sfidato il nostro governo per costringerlo a far sbarcare l’ennesimo carico di migranti sull’isola di Lampedusa, in questo fine giugno 2019: La mia vita è stata facile, ho potuto frequentare tre università, mi son laureata a 23 anni. Sono bianca, tedesca, nata in un Pese ricco e con il passaporto giusto. Quando me ne sono resa conto, ho sentito l’obbligo morale di aiutare chi non aveva le mie stesse opportunità. Ora, a parte l’ipocrisia di dichiararsi disinteressati mentre si intasca uno stipendio dai duemila euro in su, oltre tutto pagato da filantropi alla George Soros i quali, a loro volta, i soldi li hanno fatti speculando sul debito pubblico di Paesi come l’Italia, e dunque colpendo i ceti più poveri europei (i quali però non destano altrettanta compassione dei poveri migranti, forse perché hanno la pelle bianca), quel che colpisce è il nesso semplicistico, banale, ideologico nel senso peggiore della parola, fra la miseria altrui e il proprio senso di colpa. Tu sei bianco, tu sei nato in Europa, tu hai avuto tutte le possibilità, perciò sei in debito coi poveri di tutto il mondo, devi fare della tua vita una bandiera della lotta contro le ingiustizie, anche se non pagherai nulla di tasca tua ma farai pagare la tua lotta ad altri poveri, per esempio ai pensionati italiani che vivono con poche centinaia di euro al mese e che non riceveranno alcun aumento, né le case popolari come i rom, né i telefonini e i pasti gratis come i falsi profughi, appunto perché il governo italiano dovrà sobbarcarsi il mantenimento di centinaia di migliaia di africani che gentili signorine come Carola Rackete si sentono in diritto e dovere di andare a prelevare sulle coste della Libia e poi, scansando i porti più vicini e quindi più sicuri, come Malta o Tunisi, ci scaricano direttamente in casa, a spese nostre. Non è affatto chiaro, peraltro, cosa c’entrino i cittadini italiani, o qualunque altro abitante dell’Europa, con i sensi di colpa dei rampolli ricchi e viziati che si annoiano e che a ventitré anni fanno le spedizioni al Polo Nord e a venticinque, per evitare le terapie psicanalitiche onde curare la depressione incipiente, abbracciano l’ideologia vegana, pacifista, ecologista e terzomondista di Greenpeace.

Un grande ricatto, una palese mistificazione! hanno creato un gigantesco meccanismo mediatico imponendo un nesso ideologico fra la miseria altrui e il proprio senso di colpa: “Tu sei bianco, tu sei nato in Europa, tu hai avuto tutte le possibilità, perciò sei in debito coi poveri di tutto il mondo!”. E i pensionati italiani che vivono con poche centinaia di euro al mese e che non riceveranno alcun aumento, né le case popolari come i rom, né i telefonini e i pasti gratis come i falsi profughi!
 

   Qui entra in gioco un’altra dinamica, assolutamente tipica di questi ultimi anni: dopo aver creato e alimentato i sensi di colpa dei cittadini occidentali verso i poveri del mondo intero, li si induce a riversare sui propri compatrioti quegli stessi sensi di colpa, perpetuando l’arma del ricatto morale: se tu non mi dai il permesso di sbarcare, allora ciò significa che sei egoista, razzista, inumano; sei un nemico dei Buoni Sentimenti (i Buoni Sentimenti comprendono la rivendicazione del diritto all’aborto, all’eutanasia, alle unioni omosessuali con relative adozioni di bambini, fecondazione eterologa e utero in affitto) e quindi meriti d’essere trattato alla stregua d’un nemico dell’Umanità. La dialettica amico/nemico viene

Carl Schmitt nel 1912.

presa a prestito dal pensiero di Carl Schmitt e riattualizzata in versione radical chic, nonché catto-comunista (ma ormai che differenza c’è fra le due cose?), per escludere chi si oppone al ricatto buonista dallo statuto antropologico, privandolo della qualifica di essere umano. È la stessa mentalità per cui gli aviatori americani scrivevano sulle bombe destinate a massacrare la popolazione inerme di Brema, di Amburgo, di Dresda, di Berlino, di Roma, di Tokyo, delle frasi inneggianti all’allegro sterminio dei nazisti e dei fascisti: evidentemente, per quei piloti seppellire sotto le bombe centinaia di migliaia di vecchi, di donne e di bambini non era poi così terribile, anzi era un’azione meritoria, perché si trattava solo di “fascisti”, cioè di belve assetate di sangue, a causa delle quali era scoppiata la guerra e senza le quali sarebbe tornata la pace. Molto semplice e molto facile da imparare a memoria: così come è molto semplice e facile la lezioncina che la maestra Carola Rackete impartisce, tramite i giornali – che sono quasi tutti dalla sua parte, coi loro direttori e i loro proprietari – a chiunque la voglia o non la voglia ascoltare, cioè ai cittadini dei Paesi indegni, sovranisti e populisti.

La dialettica amico/nemico in versione radical chic, nonché catto-comunista per escludere chi si oppone al ricatto buonista dallo statuto antropologico, privandolo della qualifica di essere umano. È la stessa mentalità per cui gli aviatori americani scrivevano sulle bombe destinate a massacrare la popolazione inerme di Brema, di Amburgo, di Dresda, di Berlino, di Roma, di Tokyo, delle frasi inneggianti all’allegro sterminio dei nazisti e dei fascisti: evidentemente, per quei piloti seppellire sotto le bombe centinaia di migliaia di vecchi, di donne e di bambini non era poi così terribile!
 

   Ci siamo soffermati su questo esempio perché ci sembra quanto mai istruttivo del tipo di mentalità che alimenta milioni di persone, soprattutto giovani, nel “ricco” Occidente, e di come le indirizza psicologicamente e moralmente rispetto alle questioni poste dalla globalizzazione, facendo di loro degli utili strumenti per accelerarne gli aspetti più discutibili, per non dire criminali (è quasi inutile evidenziare che attivisti come la Rackete sono, di fatto se non in linea di principio, i migliori amici degli scafisti, spietati mercanti di carne umana in movimento fra le sponde del Mediterraneo). Ma la verità ultima, la verità che giace al fondo della coscienza di queste persone, è che esse odiano l’Occidente, perché odiano se stesse. E si odiano così tanto da aver sublimato il proprio desiderio di morte con l’iperattivismo umanitario che si traduce, in pratica, nella distruzione progressiva e sistematica della identità occidentale. Non è facile convivere col senso di colpa, specie se qualcuno gira continuamente il coltello nella piaga. La tentazione del suicidio è forte. E allora, niente di più facile che trasferire l’odio di sé su qualcun altro, prendersela con i ricchi, gli egoisti, i populisti, versione riveduta e corretta dei fascisti e dei nazisti degli anni della Seconda guerra mondiale (e anche di parecchi anni successivi, visto che ancora negli ’80 si poteva ammazzare uno studente o un padre di famiglia solo perché rei di essere “fascisti”). Ebbene: chi è divorato dai sensi di colpa, chi ha bisogno di odiare qualcun altro per non desiderare di suicidarsi, non si è liberato dalle catene dell’io, ma ne è divenuto schiavo in misura intollerabile. Non è segno di libertà dall’ipertrofia dell’ego, ma di schiavitù totale, fare quel che fa la signorina Rackete, e che vorrebbero fare milioni di persone in Occidente, specialmente giovani: esprimere tutto il loro odio per la propria civiltà riconoscendo ogni sorta di diritti a chi non le appartiene, ma vuol venirci per distruggerla. In questa logica, si comprendono anche i sensi di colpa dei cattolici verso gli ebrei: del tutto ingiustificati, sia sul piano storico che su quello teologico: ma che importa? Dopo Auschwitz, era difficile sottrarsi, tanto più che il partito ebraico-massonico premeva dall’interno e trovò modo d’impadronirsi della Chiesa col cavallo di Troia del Concilio. Anche i signori della globalizzazione vogliono sfruttare le morti in mare (ribattezzandole “stragi”: come se la responsabilità fosse di chi vorrebbe impedire quelle partenze e non di chi le incoraggia e le finanzia, pur sapendo quanto sono pericolose) per creare un senso di colpa generalizzato. Bergoglio va a gettare una corona di fiori nelle acque ove è affondato un barcone, sibilando Vergogna! (ma rivolto a chi?) con lo stesso stile con cui si reca in Israele a rendere omaggio alle vittime della Shoah. Colpa, sempre colpa. Chi si crogiola nel senso di colpa non si è liberato dall’illusione immanentista, né ha capito che la vita terrena è, sì, preziosa, ma solo come trampolino verso la vita vera, quella eterna; perché, quaggiù, tutto passa e tutto se ne va…

Francesco Lamendola

Per gentile concessione:  

Fonte: Accademia Nuova Italia.

 

 

 

 

 

 

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Un commento

  1. Francesca Rita Rombolà

    1 Luglio 2019 a 15:31

    Gli italiani poveri non hanno più nessun valore… si vada in certi paesini della Calabria, ad esempio, e si veda come vivono certe famiglie: in condizioni di indigenza materiale forse quasi come ottanta, novanta anni fa. Qualcuno ne sa qualcosa in Italia? I giornali o i tg dicono qualcosa, ne parlano?

    A chi può importare in fondo nel marasma post – moderno?
    Eppure sono cittadini italiani da oltre centocinquanta anni.

    rispondere

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