Fin dalle epoche più remote gli esseri umani hanno venerato gli animali come fossero Dei. Cani, uccelli e cavalli non solo hanno fornito supporto agli uomini nelle loro attività quotidiane…

Fin dalle epoche più remote gli esseri umani hanno venerato gli animali come fossero Dei. Cani, uccelli e cavalli non solo hanno fornito supporto agli uomini nelle loro attività quotidiane, ma hanno assunto in tutte le tradizioni una vera e propria funzione simbolica. Un simbolo può essere definito come la matrice da cui prende vita ogni forma di pensiero e di comportamento, sia per ciò che riguarda

Romolo e Remo traggono auspici dal volo degli uccelli. (Wikipedia)

la vita spirituale che materiale di una persona o di un popolo. Il linguaggio simbolico è universale e rivela sotto forma di immagini o ideogrammi qualità e proprietà invisibili di oggetti concretamente visibili. Dal culto dell’animale di potere all’animale totemico, la presenza del simbolismo animale ha caratterizzato i rituali religiosi, le pratiche magiche, l’insieme dei miti dell’intero bagaglio culturale di ogni società. Gli esseri umani hanno utilizzato le altre forme di vita come mezzo per comprendere se stessi e le leggi che regolano la vita in natura. Ancora oggi tendiamo inconsciamente a paragonarci alle altre creature. Basti pensare a quante espressioni gergali come “essere furbo come una volpe, coraggioso come un leone, veloce come un giaguaro”, siano mutuate dal comportamento animale. L’uomo associa da sempre agli animali un’idea, un valore o delle qualità particolari. I greci, gli etruschi e i romani attraverso l’ornitomanzia (la lettura del comportamento

degli uccelli) interpretavano gli auspici, il buono o il cattivo presagio di un raccolto o di una battaglia. L’ornitomanzia si basava sul principio di interdipendenza tra l’Uno e il molteplice, tra macrocosmo e microcosmo. Le pratiche divinatorie non erano da considerarsi soggette al principio di causa-effetto; non erano gli uccelli a influenzare gli eventi in sé per sé. Gli uccelli avevano determinati comportamenti in quanto riflettevano nel mondo sensibile ciò che avveniva sul piano cosmico e soprasensibile.

Lupa capitolina. Artista medievale (la Lupa) e Antonio del Pollaiolo (i Gemelli) Data XII-XIII (lupa) e fine XV secolo (gemelli) Materiale bronzo. Musei Capitolini, Roma. (Wikipedia)

Nei miti delle società tradizionali abbondano racconti di uomini e bestie. Ad esempio l’immagine del lupo evoca immediatamente nel nostro immaginario la Lupa capitolina, simbolo di Roma e animale sacro al Dio Marte, o il lupo reso mite da San Francesco nella celebre

Il dio Odino in trono con in mano la lancia Gungnir insieme ai lupi Geri e Freki e i corvi Huginn e Muninn. Illustrazione del libro Walhall di Felix e Therese Dahn, 1888. (Wikipedia)

leggenda. Nella mitologia Norrena, Odino, Re degli Dei, è accompagnato da quattro animali: due lupi, Geri e Freki, due corvi Huggin (pensiero) e Munnin (memoria) e un cavallo a otto zampe chiamato Sleipnir. I due corvi viaggiano per il mondo dall’alba al tramonto per raccogliere e portare informazioni al Dio. Per questo motivo, il corvo fu un animale particolarmente rispettato e venerato tanto da venire disegnato sulle bandiere di guerra e inciso sugli scudi. Nel Ragnarok, (tramonto degli Dei) prima della battaglia finale compaiono anche altri due lupi, Skoll e Hati che divoreranno Sol e Mati, (il sole e la luna) dopo averli inseguiti fin dalle origini del mondo, facendo precipitare la terra in una tenebra eterna. La guerra tra le potenze celesti e le forze oscure sarà annunciata da tre galli. Uno avviserà i giganti nello Jotunheim, un altro i morti del regno di Hel, e il gallo Víðópnir, dalla cima di Yggdrasil, avvertirà gli Dèi. Il grande albero, che contiene nei suoi rami e nelle sue radici i Nove Mondi, tremerà scuotendo l’universo con terribili terremoti che squarceranno la Terra distruggendo intere montagne. Il Dio Loki e suo figlio Fenrir, il grande lupo, si libereranno dopo una lunga prigionia e vagheranno per il mondo seminando morte e distruzione. Anche il serpente del mondo, figlio di Loki, finora confinato nelle profondità oceaniche,

Berserker

riemergerà dalle acque, provocando maremoti e alluvioni.  Nella storia Norrena la relazione uomo-animale è particolarmente importante. Basti pensare al ruolo che hanno avuto i guerrieri Berseker e Ulfheðnar. Questa casta di sciamani-guerrieri la cui vita era completamente consacrata a Odino non portava armature, ma pellicce di orso (berseker) e di lupo (ulfheðnar.) Armati con spade e asce scatenavano la loro furia senza seguire nessuna strategia militare. Attraverso rituali che compivano prima di una battaglia, venivano pervasi da una furia sovrumana poiché ritenevano fosse lo stesso spirito di Odino a scendere dentro di loro per renderli forti come orsi o lupi. Furono proprio le storie sugli ulfheðnara contribuire alla diffusione delle leggende sui lupi mannari.

In tutta la mitologia indoeuropea esiste un filo sottile che collega Dei, uomini e animali. Nella mitologia induista, Vishnu cavalca un’aquila che si chiama

Garudasana il messaggero di Vishnu

Garuda; Shiva cavalca un toro di nome Nanda; Ganesha, il Dio Elefante cavalca un topo. Nell’Antica Grecia, fin dalle sue prime raffigurazioni Atena è dipinta con una civetta posata sulla testa. Più volte Omero definisce la Dea Greca della sapienza, della saggezza e della strategia militare come “Dea dal

Shiva sul suo Toro Nanda

volto di civetta”. La stretta associazione con il rapace notturno sottende probabilmente alla capacità di muoversi senza farsi sentire, alla saggia pianificazione strategica. Va ricordato che Atena è infatti protettrice di Ulisse, eroe e stratega per eccellenza. Tutti i rapaci notturni possiedono delle caratteristiche che rendono possibili molti parallelismi con i comportamenti umani. Ad esempio, la loro retina funziona in condizioni di scarsa visibilità, sono in grado di ruotare il collo fino a 270°, e soprattutto, grazie alla lunghezza delle loro ali rispetto a un corpo molto piccolo, riescono a muoversi nella notte senza farsi sentire dalla preda. Gli uccelli rapaci hanno da sempre avuto un ruolo di prim’ordine in ogni cultura come simbolo di potere. Julius Evola in Simboli della tradizione Occidentale pone enfasi nell’evidenziare il carattere dell’aquila nella tradizione occidentale, più precisamente nell’ambito delle culture a carattere spiccatamente olimpico. Scrive Evola:

Il simbolismo dell’aquila ha un carattere tradizionale in senso superiore. Dettato da precise ragioni analogiche, è tra quelli che testimoniano un “invariante”, cioè un elemento costante e immutabile, in senso ai miti e ai simboli di tutte le civiltà di tipo tradizionale. Le particolari formulazioni che riceve questo tema costante sono però naturalmente diverse a seconda delle razze. Qui diciamo subito che il simbolismo dell’aquila nella tradizione delle genti arie ha avuto un carattere spiccatamente “olimpico” ed eroico, cosa che ci proponiamo di chiarire nel presente scritto con un gruppo di riferimenti e di ravvicinamenti. Circa il carattere “olimpico” del simbolismo dell’aquila, esso risulta già direttamente dal fatto, che quest’animale fu sacro al Dio olimpico per eccellenza, a Zeus, il quale a sua volta non è che la particolare figurazione ario-ellenica (e poi, come Jupiter, ario romana) della divinità della luce e della regalità venerata da tutti i rami della famiglia aria. (…) era parimenti nella tradizione classica, e poi specificatamente romana, che l’aquila fosse segno di vittoria, cioè l’idea, che attraverso la vittoria della gente aria e romana fossero le forze stesse della divinità olimpica, del Dio della luce, a vincere; la vittoria degli uomini, riflesso di quella stessa di Zeus su forze antiolimpiche e barbariche, era preannunciata dall’apparire stesso di Zeus, dall’aquila(1).

Atena con la sua compagna Pallade

Da queste parole si evince come l’aquila, l’uccello iniziatico per eccellenza, è il mezzo attraverso il quale l’uomo si eleva a divinità passando attraverso la gerarchia degli stati dell’essere simboleggiati dagli uccelli su cui regna l’Aquila stessa. Il raggiungimento di questa condizione fa sì che l’iniziato, al pari dell’aquila, possa penetrare direttamente i segreti divini, acquisirne il segreto e procedere alla propria rigenerazione spirituale.

Il significato iniziatico degli animali

Asclepio Da Ostia Antica, esposto ai Musei Vaticani. (Wikipedia)

Il ruolo assunto dagli animali nelle società arcaiche può essere definito iniziatico e terapeutico. Basti pensare ad esempio al simbolismo del serpente. Nell’Antica Grecia Asclepio Dio della medicina portava in mano un bastone con attorcigliato un serpente. Quando il serpente viene posto in alto e avvolto intorno all’asse verticale di un albero, la sua sapienza occulta diventa terapeutica. Nella Grecia Antica i malati si recavano ad Epidauro per guarire dalle malattie. Dopo aver purificato l’anima nei bagni del tempio, i malati entravano nel tempio di Asclepio. Nella notte ricevevano un sogno o una visione. La malattia, creata dagli Dei veniva curata dagli Dei. Asclepio sarebbe entrato col suo serpente nell’anima del malato per liberarla. L’individuo si sarebbe lasciato mordere dal serpente per ricongiungersi ai suoi antenati. Da questa esperienza sarebbe uscita purificato e rigenerato proprio come un serpente che in primavera cambia pelle. Nella Genesi il serpente iniziatore seduceva Eva facendole mangiare dall’albero della conoscenza. Il serpente rappresenta la conoscenza della morte e della rinascita simboleggiata dal suo annuale stato di ibernazione durante il quale muta la propria pelle e riappare quasi fosse rinnovato. Simboleggia la

Scalinata d’ingresso a forma di nāga del tempio Wat Phra Tat Lampang Luang, nella provincia di Lampang, in Thailandia (Wikipedia)

funzione trascendente della psiche. In India i serpenti sono dei Naga, demoni della divina energia tellurica, simboli di fertilità e vegetazione (2). Nelle società antiche, gran parte delle attività svolte con gli animali avevano un significato sacro. Ad esempio, nel Medioevo la Falconeria, ossia la caccia con falchi addestrati, non era un semplice passatempo, ma l’espressione manifesta del potere regale. Vide trai suoi più illustri esponenti Carlo Magno e i suoi discendenti, Enrico I di Sassonia detto appunto l’Uccellatore fino a Federico II di Svevia, autore del più celebre trattato sulla Falconeria, Il De arte Venandi cum Avibus (3).

Particolare – due falconieri (Wikipedia)

A partire dall’anno mille, nel momento in cui la Falconeria si diffuse in tutto l’Occidente, solo i nobili possedevano un falco. Il motivo è da ricondursi al fatto che certe pratiche erano destinate solo agli Arya, i rappresentanti dell’elemento divino. Una delle prime testimonianze proviene dall’arazzo di Bayeux, narrazione iconografica della conquista normanna dell’Inghilterra, dove i più nobili tra i guerrieri a cavallo sono individuabili grazie al falco sul pugno. Esiste infatti una stretta associazione simbolica tra gli uccelli rapaci e la gerarchia sociale. Nel libro di Saint Albain, un trattato sui costumi della nobiltà del Trecento, erano indicati la gerarchia dei rapaci associata al rango sociale del falconiere. All’imperatore era destinata l’aquila, al Re il girfalco, al principe il falco pellegrino, al cavaliere il falco Sacro, al nobile di campagna l’Astore. Il falco nella Tradizione occidentale era l’animale consacrato al Dio Horus, il Dio dalla testa di falco. Rappresenta il principio di evoluzione superiore a cui deve aspirare l’uomo. A livello biologico, oltre ad essere l’animale più veloce in natura, (un falco pellegrino in picchiata riesce a raggiungere anche i 350 Km/h), grazie alla sua vista riesce a vedere ogni minimo movimento sia in cielo che in terra senza essere abbagliato dal sole. Per questo motivo, il falco esprime simbolicamente il potere della visione. Sin dall’età più remota gli egiziani adoravano alcuni animali come immagine sacra: lo sciacallo come personificazione del Dio Anubi, lo sparviero, iconografia in forma animale della Dea Iside, Il coccodrillo che allude a Sobek, Dio della fertilità e l’Airone Cenerino associato il dio Benu, simbolo di rinascita e resurrezione (4).

Ogni animale nella sua espressione simbolica e archetipica era per gli antichi un’energia portatrice di significato. Offriva visioni, presagi attraverso una comunicazione diretta, non mediata dalla razionalità. Nei riti di caccia delle civiltà tribali, ancora oggi gli uomini prima delle battute sono soliti indossare pelli e maschere di animali. Questa pratica ha lo scopo di entrare in contatto diretto con l’anima dell’animale per assicurarsi la buona riuscita dell’impresa. Il grande studioso delle religioni Mircea Eliade descrive così l’identificazione dello sciamano con l’animale:

Sappiamo che lo sciamano recita una parte ben precisa nell’assicurare sia l’abbondanza di selvaggina che la buona sorte dei cacciatori. Ma non dobbiamo dimenticare che i rapporti tra lo sciamano (e in realtà il primitivo in generale) e gli animali, sono di natura spirituale e di un’intensità mistica tale che è difficile immaginare per una mentalità moderna desacralizzata. Indossare la pelle dell’animale era diventare quell’animale, sentirsi trasformato in animale. Abbiamo ragione di credere che il risultato di questa trasformazione magica fosse un “uscire da se” che, molto spesso, trovava la propria espressione in una esperienza estatica(5).

Oggi, gli esseri umani hanno scelto di allontanarsi sempre più fisicamente dalla natura. Al contrario dei suoi antenati il borghese moderno, nella società del politicamente corretto sa vestirsi con raffinatezza, è sensibile, delicato nei modi, ma è totalmente incapace di cavarsela quando è in contatto con gli elementi; Non solo: ha un’idea desacralizzata e umanizzata sia della natura che degli animali. Il massimo del rapporto uomo animale è quello con il cagnolino col gattino di casa, che il più delle volte viene sterilizzato col fine di renderlo mansueto e meno selvaggio. L’uomo medio, dentro al suo casermone di periferia, protesta contro la caccia, ma continua a mangiare Hamburger. Vive sempre meno internamente la natura, salvo poi fotografarla per gettarla in pasto ai mi piace. Eppure, la perdita del contatto con la natura, anche nei suoi aspetti più selvaggi corrisponde a una perdita di una parte di se, un allontanamento dagli istinti. Come avevano già osservato gli psicoanalisti Jung e Hilmann, la rimozione dell’istinto porta inevitabilmente all’aumentare delle nevrosi che si manifestano esternamente attraverso conflitti, malattie e guerra. Ci troviamo di fronte a un paradosso: se da un lato il barbaro, l’incivile violento che fatica a integrarsi armonicamente in una società, non riesce a controllare le proprie pulsioni e ad addomesticare la propria natura animale vivendo ancora allo stato selvatico, l’uomo medio, nel sopprimere i propri istinti, ha aumentato paradossalmente la propria aggressività. Più cerca di diventare conciliante, buono, inclusivo a tutti i costi, più diventa aggressivo, violento, separato dall’altro. Basta aprire un social Network per rendersi conto come sentimenti di rabbia e ostilità siano all’ordine del giorno. Il processo di civilizzazione passa proprio attraverso il dialogo(A) con le parti oscure. Si diventa civili a patto di continuare ad ascoltare il proprio animale interiore. Attraverso il dialogo con le parti istintuali e arcaiche è possibile realizzare quella complexio oppositorum che può rendere omogenee e compatibili le pulsioni e le motivazioni individuali profonde con le esigenze della vita collettiva. Oggi più che mai abbiamo bisogno di riscoprire una sacralità animale un rapporto autentico con la natura.

La desacralizzazione della natura, che va di pari passo con la distruzione delle zone incontaminate e la perdita di parte del patrimonio faunistico, rischia di distruggere quel luogo fisico e metaforico senza il quale non è possibile un recupero dell’ordine fuori e dentro se stessi. Quando una cultura tende al disfacimento deve tornare invece alla foresta, alla fonte della vita per rigenerarsi e rinnovarsi. La cultura moderna ha dimenticato che esiste una ricchezza della terra da conservare, una ricchezza che sfugge alle logiche di profitto, di cui possiamo godere senza bisogno di uno scambio in denaro (6). Pecchiamo di Hybris (tracotanza, superbia – blog) quando pensiamo che la tecnologia ci consenta di fare a meno della natura e del divino. Allontanandoci dalla natura selvaggia si diventa sempre più deboli spiritualmente finendo per fratturare quel legame con gli aspetti simbolici e archetipici che ci legano al resto della creazione. In un mondo sempre più dominato da una tecnica priva di anima, è urgentemente necessario un passaggio al bosco (7).

Manuele Testai

 

 

 

Fonte: Ereticamente del 31 Gennaio 2021

Note:

  • 1 – Julius Evola. Simboli della Tradizione Occidentale. Arktos 1988 p. 63
  • 2 – Neil Russack. Animali Guida. Nella vita, nel mito, nel sogno. Moretti e Vitali2006 pp. 52,58
  • 3 – Nel trattato sull’Arte della Falconeria De Arte venandi cum avibus. (Laterza 2000, pp.30) scritto da Federico II di Svevia, sono elencati i sovrani che si dedicavano alla caccia col falco. Figurano tra questi Pipino Il breve, Carlo il Calvo, Enrico I di Sassonia. La caccia col falco fu prerogativa della casta guerriera.
  • 4 – Jean Marquès – Rivière. Storia delle dottrine esoteriche. L’aspirazione dell’uomo al divino nell’insegnamento spirituale di ogni tempo.  Edizioni Mediterranee 1997 pp. 30. Secondo la cultura religiosa egizia l’essenza autentica di una divinità elude la comprensione sensoriale. Gli Déi si manifestavano, in parte o in toto, con aspetto umano o con figure della fauna o della flora o in attributi e simboli. Ad ognuno degli Dèi egiziani, era associata l’immagine di un animale. Un esemplare, scelto con particolari criteri, era considerato l’immagine vivente della divinità, il corpo nel quale aveva stabilito di “abitare” per vivere con gli uomini. Sin dall’età più remota gli egiziani adoravano alcuni animali come immagine sacra: lo sciacallo, lo sparviero, l’ibis ed il coccodrillo.
  • 5 – Fonte già citata in Animali Guida. Nella vita, nel mito, nel sogno. Moretti e Vitali. 2001. pp.42 in riferimento al testo Shamanism di Mircea Eliade
  • 6 – Lo psicanalista Claudio Risè, nel saggio “Vita Selvatica. Manuale di sopravvivenza alla modernità”. (Lindau 2017. pp 19,20) mette in relazione l’aumento delle nevrosi con la perdita del contatto con gli istinti e la natura. Secondo l’autore, di formazione Junghiana, il perfetto equilibrio psichico è reso possibile dal dialogo tra le pulsioni arcaiche e selvagge dell’essere umano con le necessità imposte dalla vita civile.
  • 7 – Il concetto di passaggio al bosco, (P.I.) seppur con accezione differente è un riferimento al pensiero di Junger espresso Nel Trattato del Ribelle. Adelphi Edizioni 1990.

Approfondimenti bibliografici

James Hilmann. Presenze animali. Adelphi 2016

Georges Dumézil.Gli Dei dei Germani. Adelphi 1974

Gianna Chiesa Isnardi. I miti Nordici. 1991

Julius Evola. Rivolta contro il mondo moderno. Edizioni Mediterranee 1998

Mircea Eliade. Lo sciamanesimo e le tecniche dell’estasi. Edizioni Mediterranee1983

Massimo Cisternino. Natura e anima nel pensiero di Ralph Waldo Emerson. Stamen 2015

Massimiliano Kormuller. Iniziazione alla Divinazione Etrusca. Edizioni Mediterranee 2018

Giorgio Zauli. Animali e cacce nella Divina Commedia. Dante falconiere ed etologo -Sarnus 2009

Carl Gustav Jung. Psicologia e Alchimia. Bollati Boringhieri 2006.

Dati sulla deforestazione

 

La perdita globale di foreste ha raggiunto livelli record tra il 2016 e il 2018

 

 

 

 

 

Trattato sulla falconeria De Arte Venandi cum avibus

 

 

 

 

 

L’AQUILA E IL FASCIO LITTORIO, SIMBOLI COSMICI (I PARTE)

 

 

Note del blog

(A) DIALOGO

Dialogo, che non è assolutamente una cosa dolce, rilassante, tranquilla, perché il dialogo è guerra. La parola «dia-logo», come tutte le parole greche che cominciano per «dia», indica la massima distanza tra due punti della circonferenza come nel caso del dia-metro, tra due posizioni di pensiero diametralmente opposte come nel caso del dia-logo. Per questo Eraclito poteva dire: «Il logos è guerra», perché è «armonia» di opposti contrastanti che si compongono attraverso il dia-logo, dove gli opposti si fronteggiano. Si fronteggiano per capirsi, non per elidersi. Per questo ci vuole «tolleranza» che non significa tollerare la posizione dell’altro restando convinti che la nostra è quella giusta, ma ipotizzare che la posizione dell’altro possieda un grado di verità superiore al nostro, e quindi disporsi, nel confronto con l’altro, a lasciarsi modificare dall’altro.

 

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