Nel corso del giorno e della notte, nel nostro linguaggio, nei gesti o nei sogni, che ce ne accorgiamo o no, ognuno di noi usa i simboli. Essi danno volto ai desideri, stimolano certe imprese, modellano un comportamento, avviano successi o fallimenti.

Il Gatto


  • “I gatti,
  • le donne e i grandi criminali hanno questo di comune,
  • essi rappresentano un ideale inaccessibile
    e una capacità di amare se stessi che li rende attraenti.”
  • Sigmund Freud

 

La simbologia del gatto è molto eterogenea e oscilla fra tendenze benefiche e malefiche, forse per il suo atteggiamento dolce e insieme sornione. In Giappone è un animale di cattivo augurio, capace, si dice, di uccidere le donne e di prenderne la forma; il celebre e pacifico gatto di Jingorô, a Nikko, sembra avere solo un valore decorativo.

Il gatto che dorme nel santuario

L’Etimologia della parola “Gatto”

L‘addomesticamento del gatto inizia in una zona africana detta “mezzaluna fertile”, territorio che va dall’Egitto all’Iran. Proprio in Egitto nascono i primi termini utilizzati per indicare il gatto. Gli antichi Egizi chiamavano il gatto con il termine onomatopeico miou o myeou corrispondente alla trascrizione fonetica del geroglifico del gatto. A partire da questo termine i Copti (cristiani d’Egitto e dell’Abissinia, oggi Etiopra), diedero al gatto il nome di CHAU, rimasto nel nome del gatto selvatico dell’Egitto e dell’Asia (Chaus).

Nel V secolo a.C., Erodoto ebbe modo di conoscere questo felino e gli diede il nome di Ailouros (“dalla coda mobile”), termine che presto venne sostituito da Gale, vocabolo greco utilizzato originariamente per la donnola, in età tarda si utilizzò invece kàttos da cui gatto.

Nell’antica Roma il gatto selvatico veniva invece detto Felis, da cui derivano il nostro felino, felide ecc. solo dal IV secolo d.C. compare il termine Cattus, forse di derivazione africana (nubiano kadis) o celto-germanica (nei cui idiomi viene variamente riprodotta, ad esempio: irlandese cat, antico tedesco chazza, antico scandinavo kötr).

Nel VII secolo, per designare il gatto, furono usati i termini musio, murilegus o muriceps (cacciatore di topi). Nella lingua italiana il termine gatto appare nei primi testi in volgare, mentre bisogna aspettare la fine del 1200 per trovare lemmi quali gattino, gattaiola, gattamorta.

I gatti sono creature notturne e hanno la capacità di vedere attraverso l’oscurità. Proprio per questo sono da sempre considerati i guardiani dell’Oltretomba in particolare dal popolo celtico. Il Gatto è un animale Mercuriale, un essere lunare, è l’umido, il femminile, la terra, il notturno, contrapposto al maschile, a tutto ciò che è solare. Gran parte delle sue eccezionali qualità dipendono dai sensi. Un udito superfino, un olfatto prodigioso, una vista che funziona anche al buio, sono “strumenti” talmente sofisticati da permettere al Gatto di “vedere” una realtà molto più ampia di quella che è alla nostra portata. Ma sono i baffi del gatto che gli hanno fatto dare il suo nome; senza dubbio essi dissimulano un profondo punto della dottrina, e questa ragione segreta ha fruttato al grazioso felino l’onore di essere elevato al rango delle divinità egizie. E se sapete perché gli Egiziani avevano divinizzato il gatto, non avrete più motivo di dubitare del soggetto che dovete sciogliere; il suo nome volgare vi sarà chiaramente noto. È attraverso i baffi che il gatto si orienta nell’oscurità, con la forma a X del radar di segnalazione e di telemetria e grazie a queste onde di cui il gatto è saturo, sino a non essere talvolta che un crepitio di scintille.

 

IL GATTO NELL’ANTICO EGIZIO

JJohn Reinhard Weguelin, The Obsequies of an Egyptian Cat (1886), Auckland Art Gallery, Auckland.

Tutte le famiglie egiziane avevano un gatto in casa ed Erodoto informa che quando il loro gatto moriva, gli Egizi si radevano le sopracciglia e lo facevano: “… perché la bellezza se n’era andata con lui”.

Ogni casa, ricca o povera, aveva il suo gatto, generalmente tenuto anche come gatto da guardia. I felini egizi infatti, sterminati dalla follia cristiana che ne dovevano far cessare il culto.

E quando scoppiava un incendio ai gatti succede qualcosa di veramente strano. Gli egiziani lo circondano tutt’intorno, pensando più ai gatti che a loro: ma gli animali scivolano sotto o saltano sugli uomini e si gettano tra le fiamme. Quando questo succede, in Egitto, è lutto nazionale.

Gli abitanti di una casa dove un gatto è morto di morte naturale si radono le sopracciglia; ma se vi è morto anche un cane, si radono pure la testa e il resto del corpo. I gatti morti vengono portati in edifici sacri dove vengono imbalsamati e seppelliti nella città di Bubastì”

(Erodoto 485 – 425 a.C.)

Bubastist, l’antica città egiziana dei gatti divini

Da scavi archeologici nelle rovine di Budastisè è stato ritrovato un grandissimo cimitero di gatti mummificati, bendati con gli arti distesi e seppelliti con vicino ciotole per il latte e oggetti per la sopravvivenza nell’aldilà.  Il gatto nero era il prediletto perché associato alla notte misteriosa. Gli antichi egizi chiamavano il gatto con termini onomatopeici che ricorda il suo miagolio, Miou o Myeou. 

“Grande Gatto” che taglia la testa del serpente Apophis

Nella civiltà dell’antico Egitto, gli Egizi raffiguravano la loro dea con sembianze feline, chiamata Bastet, avente corpo di donna e testa di gatto, simbolo della vita della fecondità e della maturità.

Numerose opere d’arte la rappresentano con un coltello in una zampa, mentre taglia la testa del serpente Apophis, il Drago delle Tenebre, che personifica i nemici del Sole e che cerca di far rovesciare la barca sacra durante la traversata del mondo sotterraneo.Tuttavia, l’esistenza di Apophis era necessaria proprio per l’equilibrio del mondo stesso. Le sue spire circondavano il mondo lungo la linea dell’orizzonte, questa posizione era il punto giusto per i suoi attacchi al sole nel momento in cui si avvicinava all’orizzonte. Qual’ era la tecnica del grande serpente? Era quella di tentare con le sue spire di stringere il sole, spire rappresentate da banchi di sabbia. Il sole rispondeva agli attacchi di Apophis e dalle ferite dell’astro colava il sangue che colorava di rosso il cielo dell’alba e del tramonto. Apophis, incarnazione del Nemico Divino, simbolo dei poteri dell’oscurità a volte veniva identificato con Seth, nemico degli dei

In Egitto si usava consacrare i bambini a Bastet, facendo un piccolo taglio sul braccio e mescolando il sangue che gocciolava a quello di un felino. Un uomo che uccidesse un gatto

 

IL GATTO NELL’ANTICA ROMA

Roma un mosaico di gatto

Il gatto arrivò a Roma più tardi rispetto alla Grecia anche se nei reperti archeologici degli etruschi sono state ritrovate piccole statue in pietra raffiguranti un gatto. I Romani, come i Greci, erano soliti usare altri carnivori, come la donnola, la faina e la martora, per il controllo dei topi, ma presto si accorsero che i gatti si addomesticavano più facilmente affezionandosi alla casa e ai proprietari, o almeno ad uno di essi.

Durante le campagne di conquiste i romani li conobbero, li apprezzarono e li portarono con sé contribuendo alla sua diffusione in tutta Europa. Tracce della presenza del gatto sono state ritrovate in tutte le regioni conquistate dai romani.  

Nel 10 a.C. l’imperatore Ottaviano Augusto in una rara manifestazione di ammirazione scrisse per la sua gatta:

La mia gatta dal pelo lungo e dagli occhi gialli, la più intima amica della mia vecchiaia, il cui amore per me sgombro da pensieri possessivi, che non accetta obblighi più del dovuto… mai pari cos’ come pari agli Dei, non mi teme e no se la prende con me, non chiede più di quello che sono felice di dare… Com’è delicata e raffinata la sua bellezza, com’è nobile e indipendente il suo spirito; come straordinaria la sua abilità di combinare la libertà con una dipendenza restrittiva”.

Con il I secolo d.C. il gatto completò la colonizzazione dell’Europa e continuò la sua collaborazione con l’uomo ricoprendo soprattutto ruoli di utilità come disinfestatore di granai e delle abitazioni.

Plinio ne fa una breve descrizione nelle sue “Storie Naturali” ammirato dalla loro agilità:

Anche i gatti in quale silenzioso modo e con che passi furtivi piombano sugli uccelli! Come sanno spiare di nascosto i topi per poi lanciarsi sopra di loro!”

I Celti credevano negli animali come alleati, e attribuivano ai loro Clan intime associazioni con animali specifici. Ogni gruppo etnico si identificava in un animale e ogni membro del gruppo non solo pensava di discendere da un determinato animale (il Totem), ma pensava anche di potersi appropriare, con iniziazioni particolari, delle Qualità di questo animale. Alcuni gruppi etnici si chiamavano “Figli dell’Orsa”, giacché simboleggiavano, nel nome che portavano, la loro discendenza dalla Grande Madre”; altri invece si identificavano con il “Cigno” oppure con l’Oca dal piumato bianco, che rappresentavano il vestito di un Druido.

Un Druido

Nella tradizione celtica d’Irlanda il gatto non gode di buona reputazione, infatti molte leggende celtiche (Caoit, Cat) raffigurano il gatto come un animale feroce, una creatura del male, ma questo può derivare dal fatto che i gatti a quel tempo erano selvatici.

Nel Galles uno dei tre flagelli dell’isola di Anglesey è, secondo le Triadi dell’isola di Bretagna, un gatto abbandonato dalla scrofa mitica Henwen (Bianca-Vecchia); gettato in mare dal guardiano dei porci, viene mauguratamente salvato e impudentemente allevato. È lecito tuttavia domandarsi se, in quesi casi, non si tratta del gatto selvatico piuttosto che di quello domestico. 

Cumhaill

La mitologia irlandese è ampia e complessa, piena di storie di antichi dei, creature maligne e guerrieri sovrumani. Un nome che appare più di ogni altro è Fionn Mac Cumhaill. Fionn era probabilmente il più grande guerriero cacciatore della mitologia irlandese, ed è anche apparso in storie dalla Scozia e dall’Isola di Man. Aveva una banda di fedeli seguaci conosciuti come i Fianna e durante la sua vita ha commesso varie azioni e compiti leggendari. Fionn e Fianna erano così leggendari, infatti, che il loro titolo alla fine fu adottato come il nome del partito politico nazionalista formato durante la lotta per l’indipendenza – Fianna Fail, che significa “guerrieri dell’Irlanda”. Molte delle azioni e delle vittorie di Fionn e Fianna furono raccontate da suo figlio Oisin. Cumhaill fu messo fuorilegge, cacciato e ucciso in una battaglia. Tuttavia, si sono verificate ulteriori complicazioni quando è stato scoperto che Muirne era già incinta. Suo padre la respinse e la volle bruciare a morte, ma il re Conn lo proibì e la consegnò alla sicurezza della sorella di Cumhaill, dove aveva il suo bambino. Inizialmente si chiamava Deimne. 

 

DALLA GRECIA ALL’EUROPA

Gli antichi greci non avevano troppa simpatia per i gatti: li consideravano solo “cacciatori e mangiatori di topi”. Ma a dispetto di questo atteggiamento di sufficienza si deve proprio a loro se questi felini, ritenuti originari dell’Africa, si sono poi diffusi anche in Europa. Narra infatti una leggenda che un generale greco di nome Galstelols avesse sposato in tempi molto antichi una figlia del faraone e, trasferitosi in Egitto, fosse stato nominato dal suocero generale a capo dell’esercito egiziano. Abile e coraggioso, il greco ebbe grande prestigio e fortuna fino al giorno in cui ricevette l’incarico di domare la rivolta degli Ebrei che volevano trasferirsi dall’Egitto alla terra promessa in Israele. Si trattava di impedire e contrastare quella che sarebbe stata una delle più grandi imprese del popolo ebraico, e cioè l’esodo dall’Egitto sotto la guida di Mosè, l’evento che ha ispirato alcune delle immortali pagine della Bibbia. Come sappiamo, per l’esercito del Faraone fu una grande sconfitta.

Il povero Galstelols per salvarsi dalla prevedibile ira del Faraone, decise di fuggire in Portogallo insieme alla moglie che, pur di seguirlo, non esitò ad abbandonare onore e ricchezze. Quello a cui la bella egiziana non volle assolutamente rinunciare, però, fu separarsi dai suoi amatissimi gatti. Perciò se li portò con sé in esilio. Col passare dei secoli, i discendenti dei vecchi gatti egiziani portati in Portogallo si sarebbero poi diffusi in tutta la Spagna e di lì, attraverso la Gallia, sarebbero arrivati anche a Roma. Proprio all’ombra del Colosseo iniziò la vera e propria domesticazione. Regali e silenziosi, erano il miglior rimedio contro la piaga di topi che, già all’epoca, colpiva molte zone dell’Urbe.

Nella mitologia greca il gatto, per le sue doti di cacciatore astuto, era considerato un figlio di Artemide.
Si trattava della stessa dea della caccia che i romani chiamavano Diana: una divinità di straordinaria bellezza, mascolina e combattiva. Artemide avrebbe creato il gatto durante un cimento con suo fratello Apollo, che a quanto pare si diverti-va proponendole le prove più difficili. Non amava forse la dea misurarsi con gli animali per affermare la sua superiorità e il suo coraggio?

E Apollo un bel giorno, credendo di spaventarla, dette vita al leone. Ma Diana non era tipo da impressionarsi e, per tutta risposta, inventò il gatto, cioè una minuscola belva somigliante al “re della foresta” che concentrava nelle forme più minute e aggraziate altrettante doti di intelligenza e di coraggio e altrettanta regale indifferenza. Di fronte a questa divertente parodia del suo temibile leone, Apollo scoppiò in una risata e la fraterna sfida ebbe fine.

I Greci, in generale, erano molto ironici nei confronti di quei popoli, come gli Egizi, che attribuivano ai gatti poteri magici e qualità divine.
Voi vi lamentate davanti a un gatto malato – dice un poeta di Rodi rivolto a un egizio – io invece lo ucciderei per il suo pelo”. Lo stesso Esopo, il grande favolista greco, in tre storie riservò ai gatti i ruoli di protagonisti e li descrisse infidi, malevoli e vili predatori. Tanto poco li amava che proprio un povero gatto fu la vittima di una sua ingegnosa macchinazione. All’epoca Esopo, ex-schiavo divenuto celebre per la sua machiavellica intelligenza e per la sua fine arguzia, era diventato uomo di fiducia e gran consigliere di Licero, re di Babilonia, il quale era in disaccordo con il re d’Egitto, Nictenabo. L’oggetto del contendere erano dei tributi che quest’ultimo avrebbe preteso dal re di Babilonia. Un giorno l’egizio chiese a Licero un uomo in grado di rispondere a tutte le sue domande e questi gli mandò Esopo. Il greco si sentì chiedere delle spiegazioni riguardo a certe giumente egiziane che secondo Nectenabo erano gravide per colpa dei cavalli babilonesi. Il loro nitrito giungeva così alto – si lamentava pretestuosamente il re d’Egitto – che bastava quel suono a farle concepire. Esopo chiese un po’ di tempo per pensare; tornato a casa, invece, assoldò dei ragazzi per catturare un gatto. Il giorno dopo, la povera bestiola fu tenuta costretta in una gabbia piccolissima al centro della pubblica piazza, finché alcuni cittadini non chiesero l’intervento del re per risolvere quella situazione. “Come hai osato”, chiese Nectenabo a Esopo, “maltrattare quel divino animale? E soprattutto, perché l’hai fatto?”. “Perché”, rispose il greco, “quella bestiaccia la notte scorsa è entrata in Babilonia e ha sgozzato un gallo molto caro a Licenro”. “Bugiardo”, si infuriò il re, “come poteva quel povero animale fare in una notte un viaggio così lungo?”. “Non tanto lungo”, ribatté Esopo, “se le tue giumente possono udire il nitrito dei nostri cavalli tanto vicino da restarne incinte…

 

I GATTI NELL’ANTICA CINA

La leggenda del buddismo

Nel paese asiatico, i gatti venivano utilizzati per scambiare la seta più pregiata. L’eleganza e le doti di cacciatore convertirono questo piccolo felino in un protagonista della vita sociale. Per i cinesi, un gatto rappresentava, e rappresenta, amore, pace, fortuna e serenità.

Oggi, i gatti vengono considerati animali domestici esclusivamente adatti alle donne. In ogni casa, la presenza del gatto è richiesta con motivo di superstizione. E’ diffusa la credenza che avere un micio in casa porta buona fortuna e tiene lontani gli spiriti maligni.

Nel mondo buddhistico si rimproverava al gatto di essere stato il solo animale, insieme al serpente, a non essersi commosso per la morte del Buddha, fatto che, da un altro punto di vista, potrebbe essere considerato un segno di superiore saggezza.

In India troviamo statue di gatti asceti che rappresentano la «beatitudine del mondo animale» (Kramrisch); il gatto è anche, all’opposto, la cavalcatura e l’aspetto della yoginî Vidâli.

Nella tradizione musulmana, il gatto (qatt) è invece piuttosto favorevole, tranne se è nero. «Secondo la leggenda, siccome i ratti disturbavano i passeggeri dell’Arca, Noè passò la mano sulla fronte del leone che starnutì buttando fuori una coppia di gatti: per questo il gatto assomiglia al leone». Il gatto dotato di baraka: un gatto perfettamente nero possiede qualità magiche e la sua carne viene mangiata per liberarsi dalla magia; la milza di un gatto nero, avvicinata a una donna che ha le mestruazioni, è capace di fermarle; il suo sangue viene usato per scrivere incantesimi potenti ed esso ha sette vite. Al pari di altre confraternite, gli ganza coltivano il culto di santi e jnûn (plurale di jinn, traducibile approssimativamente come genio o folletto), la cui credenza è perfettamente legittimata dal Coran. 

Il gatto è talvolta ritenuto un servo dell’Infern. I Nias di Sumatra conoscono l’albero cosmico che ha dato origine a tutte le cose; i morti, per salire in cielo, passano un ponte sotto cui si spalanca la voragine dell’inferno. Un guardiano che imbraccia scudo e lancia, è posto all’entrata del cielo e un gatto lo aiuta a scagliare le anime colpevoli nelle acque infernali.

Per gli indiani Pawnee dell’America del Nord, il gatto selvatico è un simbolo di destrezza, di riflessione e di ingegnosità, «è un osservatore, furbo ed equilibratore, e riesce e sempre nei suoi scopi»; per questo è ritenuto un animale sacro, che non può essere ucciso se non per fini religiosi e secondo certi riti.

Dalla destrezza e dall’ingegnosità si passa al dono della chiaroveggenza; per questo nell’Africa centrale molti sacchetti per le medicine sono fatti di pelle di gatto selvatico. 

 

IL CRISTIANESIMO STERMINATORE

 

Inquisizione alle streghe

L’avvento del cristianesimo invece fu per i gatti una vera calamità. Nella follia cristiana di peccato ed espiazione anche gli animali, senza alcun motivo, vennero divisi in benefici e malefici, i gatti rientrarono tra questi ultimi, colpevoli forse di non essere manipolabili come i cani e gli umani, ma soprattutto di essere creature notturne e quindi demoniache. I prelati videro da sempre questo felino come fonte di peccato, accusandolo di portare con sé tutti i malefici possibili.

Per di più, il gatto fu molto presto associato alla stregoneria: le streghe amavano trasformarsi in animali, in particolare gatte; una donna che vivesse con i gatti, ritenuti inviati dal diavolo per aiutarla nei suoi incantesimi, diventava automaticamente una strega.

Il Trionfo della Morte, Pieter Brueghel il Vecchio, 1562

Durante quest’era di oscurantismo, furono presi di mira soprattutto i gatti neri. Papa Gregorio IX (1170-1241) dichiarò i gatti neri stirpe di Satana nella sua bolla papale del 1233, con la quale prese avvio un vero e proprio sterminio di queste creature, torturate e arse vive al fine di scacciare il demonio. Ma il vero demonio era dentro di loro.

Seguono secoli bui e atroci per tutti i gatti che, assimilati a manifestazioni demoniache, subiscono ogni sorta di persecuzione e tortura, finendo spesso sui roghi della Santa Inquisizione insieme alle loro compagne di sventura, le donne, simbolo di tentazione e di peccato. La caccia alle streghe e ai gatti continua per tutto il Medioevo. Solo nelle comunità rurali più lontane da Roma e dagli agglomerati urbani in genere, il gatto si salva e continua a essere insostituibile per la caccia ai topi.

Lo sterminio dei gatti, però, come una sorta di Nemesi, porta ben presto drammatiche conseguenze: non essendoci più il cacciatore storico dei topi, questi proliferano a dismisura e portano con sé le pestilenze che per lungo tempo falceranno milioni di individui, anche questo però considerato come punizione divina per i peccati degli uomini.

 

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