«A Manrico era rimasta una ferita nella coscienza. Quel suicidio lo aveva segnato. Non aveva mai più dimenticato che davanti a lui non c’erano soltanto sospetti, indagati, testimoni reticenti, potenziali delinquenti, in qualche caso veri assassini. C’erano innanzi tutto esseri umani. E ora spuntava er Farina.»

Con “Il suo freddo pianto”, edito da Einaudi, Giancarlo De Cataldo è arrivato al terzo romanzo con protagonista il suo magistrato Manrico Spinori, la cui vita famigliare – una madre contessa, affetta da ludopatia, il suo solerte e affezionato maggiordomo Camillo, la moglie separata Adelaide, in trasferta di lavoro negli Usa e il figlio Alex, aspirante musicista – fa da sfondo insieme al altre relazioni, di lavoro in particolare e, più altalenanti, di tipo sessual-sentimentali e alla passione per la musica lirica, ai casi criminali che, di volta in volta, si presentano alla ribalta dei lettori.

C’è da dire che ci troviamo davanti a dei piccoli capolavori di compostezza narrativa, perfetti in ogni loro parte, e forse quest’ultimo romanzo è, in questo senso, l’esempio migliore, privo com’è di qualsiasi sbavatura (ben inteso, non che gli altri lo fossero di meno, anzi!).

La storia che narra – quella di un vecchio delitto di dieci anni prima e relativa condanna del presunto colpevole, condanna comminata dallo stesso PM Spinori, che un “pentito” spiffererà nel corso delle sue rivelazioni alla giustizia, essere un errore, così turbando l’animo del magistrato – si incastona narrativamente con ammirevole equilibrio in ogni aspetto del giallo.

Il vecchio delitto, risalente al 2009, riguarda l’omicidio di un trans di alto bordo, tale Francesco Lo Moro che si prostituiva con il nome di Veronica e che aveva tra i suoi clienti personaggi di spicco della vita pubblica, sociale, politica e militare. La dinamica dell’omicidio, la raccolta delle prove, e quant’altro avevano portate tutte a un alto rappresentante dello Stato che, per la vergogna, si era suicidato in modo da confermare la colpevolezza, sulla quale poi la magistratura, a cominciare da Manrico Spinori, ha fatto sonni tranquilli per dieci anni nella convinzione, da vedere se falsa o meno, di aver fatto giustizia.

La trama del romanzo

Sembra un periodo abbastanza tranquillo per il Pm romano Manrico Spinori della Rocca, detto «il contino». A parte gestire una complicata vita sentimentale e tenere a bada la madre ludopatica, ha il tempo di dedicarsi con calma alla sua passione, la lirica. Ma all’improvviso un vecchio caso riemerge dal passato. E rischia di travolgerlo.

Una frase buttata lí da un pentito, all’apparenza in modo casuale, produce un piccolo terremoto in procura. Perché a dar retta a er Farina – spacciatore con contatti importanti nella malavita organizzata – dieci anni prima il dottor Spinori non aveva fatto un buon lavoro occupandosi dell’assassinio di Veronica, escort transessuale d’alto bordo. Del delitto era stato accusato un uomo che, a causa dello scandalo, si era tolto la vita. Le prove erano schiaccianti, eppure, adesso, tutto torna in discussione. Un colpo al cuore per un magistrato attento come Manrico, che diventa ombroso e, nel generale scetticismo, riapre le indagini, scoprendo un intrigo di cui nessuno poteva sospettare. Questa volta, piú del solito, avrà bisogno della sua squadra, un affiatato gruppo di formidabili investigatrici che, per l’occasione, registra anche un nuovo ingresso.

Come inizia

   I.

   Quando il presidente della sesta sezione del tribunale gli dette la parola, Manrico Spinori della Rocca, pubblico ministero in Roma, si alzò e, prima di pronunciare la requisitoria, si soffermò sugli imputati, seduti accanto al loro avvocato, con sei nerboruti agenti della polizia penitenziaria piazzati a gambe larghe e braccia conserte alle loro spalle. Lei doveva essere stata una bellezza, prima che la coca iniziasse la sua opera devastatrice. Il basista era un bellimbusto dall’aria stolida: lì la coca doveva aver già fatto strage di neuroni. Quanto al terzo, aveva rinunciato a comparire. Tossici e rapinatori. Una delle tante storiacce di cocaina, neanche fra le piú turpi, per una grande città come Roma. Il caso era elementare.

   Manrico si schiarì la voce, osservò che i fatti erano chiaramente provati e chiese condanne miti, poi tornò a sedersi, in attesa dell’arringa. Aveva sperato che la richiesta di una pena ragionevole inducesse il difensore degli imputati a una maggiore sobrietà espositiva. Speranza vana. Un’ora dopo l’avvocato Raffuciello non aveva ancora esaurito gli argomenti a sostegno di una tesi difensiva che, facendosi beffe della realtà, puntava all’assoluzione piena. Era il primo lunedì di gennaio. Il peso del ritorno al lavoro si avvertiva nell’aria estenuata degli avvocati che presidiavano i banchi in attesa del proprio turno, nelle palpebre pesanti del cancelliere, negli sguardi di odio dei tre giudici che non avevano nessuno strumento per porre freno alla logorrea dello scatenato Raffuciello. Manrico sospirò. La giornata si profilava complicata. Erano le undici passate e stavano trattando il terzo dei dodici processi in calendario. Di questo passo si sarebbe fatta notte. Con un cenno Manrico chiese il permesso di allontanarsi al presidente, che lo concesse con un lampo d’invidia nello sguardo: beato te che puoi almeno sgranchirti le gambe. Nel corridoio illuminato dal freddo neon ministeriale chiamò Camillo: il fedele maggiordomo e sua madre sarebbero rientrati quel pomeriggio da Cortina.

   – Signor contino.

   – Tutto bene? Siete già in aeroporto? Senti, non potrò venire a prendervi. Udienza impossibile. Mandami un sms quando siete a Fiumicino. Vi mando un taxi con l’app.

   Seguì un breve silenzio che Manrico, conoscendo a fondo il suo interlocutore, attribuì subito a imbarazzo. Cosa aveva combinato questa volta la sua impossibile genitrice?

   – Camillo, che è successo?

   – Per la verità, signor contino…

   – Vieni al dunque, per favore.

   – Abbiamo perso l’aereo.

   – Camillo!

   – Ma nessun problema, – si affrettò il maggiordomo, – abbiamo noleggiato un Ncc e siamo già sulla strada.

   – Un Ncc! Da Cortina! Ma…

   Un rumore confuso, e la voce di sua madre che si sostituiva a quella del domestico.

   – Hai ragione, l’Ncc è un’imperdonabile caduta di stile. Infatti avevo pensato a un elicottero. Poi Camillo mi ha convinto a desistere. Pare che sia un mezzo di trasporto molto pericoloso. E io ci tengo troppo a rivedere il mio unico, amatissimo figlio…

   Manrico simulò un deficit di linea; per evitare ulteriori complicazioni mandò un sms a Sandra Vitale: «Spengo apparecchio. Per comunicazioni mi trovate alla sesta penale» e rientrò in aula. L’avvocato Raffuciello era ancora impegnato nella sua maratona oratoria.

   Quanto sarebbe costato un Ncc da Cortina a Roma? Manrico non era mai stato avaro. Semmai, il contrario. Ma niente riusciva a eguagliare il talento per la dissipazione di sua madre, la contessa Elena. Che in meno di una generazione si era giocata il patrimonio accuratamente accumulato in secoli di ruberie dalla sua altolocata schiatta. Ludopatia diagnosticata. Controlli asfissianti e il buon genio di Camillo costantemente all’erta per evitare disastri. Occhi perennemente puntati sugli esecrabili estratti conto. La casa in cui vivevano, per dire, palazzo Van Winckel, nel cuore di via Giulia: ceduta a un fondo svizzero. In nome della trascorsa bellezza di Elena e di un amore impossibile, l’amministratore del fondo suddetto le aveva concesso un usufrutto a vita. Un brutto giorno Manrico Leopoldo Costante Severo Fruttuoso Spinori della Rocca dei conti di Albis e Santa Gioconda si sarebbe potuto ritrovare a vagare per le strade della capitale in cerca di un’ordinaria dimora borghese. Il che, tutto sommato, poteva anche essere cosa buona e giusta.

   – Signor presidente, signori giudici, io ho terminato, vi ringrazio per l’attenzione e mi scuso se ho abusato della vostra pazienza…

   Un fremito di sollievo percorse l’aula. Prima ancora che Raffuciello ultimasse i saluti, i giudici schizzarono lesti in camera di consiglio, temendo forse che il leguleio riprendesse la parola.

   Manrico depose la toga sulla seggiola del Pm, indossò il giaccone e uscì all’aperto. Gior nata fredda, ventosa, triste. Gruppuscoli di addetti ai lavori sostavano fumando sotto la statua di Mercurio, messaggero degli dèi, protettore, per inciso, pure dei ladri, dunque di casa in quei luoghi. Un tempo inclemente, depressivo, alquanto intonato al suo umore degli ultimi giorni. Le vacanze appena trascorse avevano segnato per Manrico un nuovo successo professionale. Con l’aiuto della sua fidata squadra, e nell’ostilità generale, era venuto a capo di un delicato caso di omicidio. Avrebbe avuto piú di un motivo per sentirsi all’apice dell’appagamento. Eppure, una sottile malinconia strisciava dentro di lui…

   – Dottor Spinori, è appena arrivata questa.

   Il tocco leggero di Sandra Vitale lo fece sobbalzare, immerso com’era nei suoi pensieri. Salutò con un sorriso affettuoso la sua storica collaboratrice. Non si vedevano da prima di Natale. Qualche giorno prima della sacra ricorrenza, Sandra aveva beccato il marito in flagrante adulterio. La coppia, che sembrava solidissima, si era sfaldata. Sandra era andata letteralmente in pezzi. Aveva piantato casa e si era ritirata in Abruzzo. I figli invocavano l’unità perduta della famiglia e rischiavano di voltare le spalle alla madre. Sandra era tornata a Roma, in Abruzzo c’era finito il marito. L’uomo stava nel frattempo cercando un faticoso recupero. Rispetto ai primi giorni, lei pareva meno affranta. Ma il suo volto scavato recava ancora le tracce della recente sofferenza. Manrico aprì la busta gialla, con la scritta «riservato» a penna.

   Al dr Giuseppe Blumenstein, riservata personale. Si informa la SV che nel corso del colloquio investigativo del 27 dicembre u.s., nel quadro delle indagini relative al procedimento nr. 5767 RGPM a carico di MANCINI GIUSEPPE, imputato ex artt. 73-74-80 co. 2 DPR 309/90, il predetto rendeva dichiarazioni afferenti all’omicidio di tale LO MORO FRANCESCO, commesso in Roma il 27 agosto 2009. Lo scrivente ha accertato che all’epoca a occuparsi del caso fu il Pm dr MANRICO SPINORI. Lo scrivente rappresenta alla SV l’opportunità di trasmettere la presente nota al dr Spinori: come accaduto in casi analoghi, il Pm a suo tempo titolare dell’indagine potrebbe essere interessato ad ascoltare il Mancini. Tanto si riporta alla SV. Con ossequio.

Isp. sup. Menerello Luca

   Caro Manrico, ho pensato che la cosa possa interessarti. Se vuoi ne parliamo a voce. Un caro saluto.

Pino Blumenstein

Tel. 347-7777669

   Manrico si rigirò il biglietto fra le mani, perplesso.

   – Notizie importanti? – chiese la poliziotta.

   – Non glielo so dire. Un collega mi avvisa che forse dovrei parlare con un tizio di un omicidio avvenuto dieci anni fa. Solo che io non ne ricordo nulla…

   Echeggiò un tuono lontano, seguito da una folata di vento sostenuto. Sulla soglia della palazzina A si affacciò il cancelliere, e prese a richiamare a gesti Manrico.

   – Faccia una cosa, Sandra. Chieda a Gavina di preparare una ricerca su questo… Lo Moro.

   – Gavina e Deborah rientrano domani, dottore. Posso occuparmene io

   – Grazie. E cerchiamo di capire se c’è stato un processo, condanne… Ora devo andare. Ci vediamo dopo.

   – Va bene, dottore.

   Lo Moro… Lo Moro… Perdeva colpi. Eppure la sua memoria non faceva quasi mai cilecca. Ma questo Lo Moro… Il collegio era già rientrato. Aspettavano lui, in piedi, il presidente e i due a latere. Manrico si scusò. Il presidente lesse il verdetto con un certo compiacimento: colpevoli, e questo era scontato, e pena aumentata di un anno rispetto alle richieste del Pm. E questo era meno scontato: ma forse sulla severità dei giudici aveva inciso la prolissità del difensore…

   L’udienza riprese e si trascinò stancamente, fra un piccolo spaccio e un incomprensibile abuso d’ufficio, sino alle due. Il presidente sospese per una breve pausa pranzo. Manrico se la cavò con un panino al prosciutto e un’acqua naturale. Il suo ufficio era deserto. Si rammentò di accendere il cellulare. Messaggio della Vitale: il fascicolo Lo Moro doveva trovarsi in archivio, era scesa a controllare. Non aveva avuto tempo di assumere notizie in rete. Messaggio vocale di sua madre, che da quando aveva scoperto questa funzione si divertiva un mondo a sfruttarla: «Non preoccuparti per la cena. Ho ordinato un catering da Riccioli. Ostriche, tanto siamo quasi a febbraio, e linguine all’astice».

   I casi erano due: o la contessa era sfuggita alla sorveglianza di Camillo, o aveva sbancato il casinò.

   Cercò di mettersi in contatto con il collega Blumenstein. Telefono spento. Gli mandò un sms, pregandolo di chiamarlo a sua volta. L’udienza riprese. Due processi saltarono causa certificato medico di imputato e difensore. Seguì un caso di maltrattamenti in famiglia fra gente della buona società: sfondo in apparenza drammatico, come sempre nelle questioni di famiglia che approdano in un’aula di giustizia, ma componente principale la commedia. Un burbero maschio alfa, bazzotto e sovrappeso, si era esercitato a coprire di contumelie la consorte – rentier lui, lei solo piú giovane – la quale lo aveva ricambiato complottando con l’amante per ridurlo sul lastrico. Le reciproche chat offrivano squarci illuminanti sulla natura umana.

   Fu soltanto dopo il tramonto che Manrico poté recuperare la libertà. Le avvisaglie di maltempo si erano tradotte in una di quelle piogge insistenti e perniciose che mettono a dura prova l’amore dei romani per la loro città. Blumenstein continuava a risultare non raggiungibile. Sandra Vitale aveva optato anche lei per un messaggio vocale: «Dottore, mi scusi. In archivio mi hanno detto che non potranno consegnare il fascicolo prima di domani mattina. È uno di quelli non ancora digitalizzati, possiedono solo il cartaceo. Poi volevo chiederle se quella ricerca posso farla piú tardi, ci sono un po’ di cose a casa che…»

   Rispose sollecito che era tutto a posto, a domani.

   E alla fine, appena il flusso delle acque celesti si ridimensionò, decise di tornarsene a piedi. L’amore dei romani è piú forte del maltempo, e dopotutto Roma è così bella anche quando piove!

   Elena e Camillo erano già rientrati. La contessa era raggiante. Il viaggio a Cortina era stato il regalo di Natale di Manrico. Era come se le avessero tolto dieci anni dalle spalle. A tratti, nel suo volto pure invecchiato, risplendevano tracce di quella bellezza che l’aveva resa leggendaria. Camillo, armato di parannanza, coltello in corno e guanto in maglia di acciaio, si dedicava alle ostriche.

   – In freezer abbiamo una bottiglia di Fidèle, signor contino. So che apprezza quell’etichetta…

   Madre e figlio si abbracciarono. Elena prese Manrico per mano e lo condusse nel grande salone dove un tempo si erano tenute serate musicali, e dove faceva bella mostra di sé un prestigioso Steinway a coda: beninteso, di proprietà anch’esso del fondo svizzero.

   – Noti niente, mio caro?

   Manrico odiava quel tipo di domanda a trabocchetto. Costringeva a fingere di abboccare per compiacere l’interlocutore e in piú presumeva un particolare spirito di osservazione di cui lui era sprovvisto.

   – No, mamma.

   – Guardati intorno.

   – Lo sto facendo. Ma non noto niente che…

   – Caro, sforzati. Se non altro per accontentare la tua anziana madre…

   Manrico percorse e ripercorse con lo sguardo la stanza. La libreria rigidamente divisa in due settori, classici imperdibili da una parte, l’effimero dall’altro (i settori, in realtà, si mescolavano secondo i variabili umori della contessa madre): a posto. I divani e le poltrone Frau, la chaise-longue, il tavolo alabastrino, le sedie Thonet e i tappeti, lo Shiraz e il Qum, il Balla e il Sironi, il tavolino di Yves Klein… tutto al suo posto.

   – Ma insomma, – sbottò infine la contessa, – sotto la vetrata liberty, alla tua sinistra, guarda, Camillo ha persino acceso il faretto!

   E finalmente lo vide.

   Geacolor. Il vaso realizzato da Venini su disegno di Gae Aulenti. Memoria di salotti milanesi dei bei tempi andati. Quando grandi intellettuali e principi della mondanità avevano corteggiato la bella Elena. Manrico scosse la testa, ammirato e preoccupato. Quella vitrea meraviglia che aveva il potere di catturare le piú misteriose vibrazioni della luce, frantumarne e ricomporne le rifrazioni rimandandole all’occhio come la sintesi mirabile di un pulviscolo naturale filtrato dal genio umano. Un arcobaleno in miniatura, simile al gatto quando lo si definisce tigre in scala ridotta donata agli umani perché possano godere del privilegio di assistere ai suoi giochi bizzarri e imprevedibili…

   Ma il vaso – se «vaso» poteva così riduttivamente chiamarsi quell’opera d’arte – il vaso era stato impegnato in occasione di uno dei tanti rovesci finanziari della ludopatica…

   – Be’? L’ho riscattato, figlio! – trionfò la contessa.

   – La signora contessa ha goduto di una significativa, costante serie di vincite…

   Camillo si era materializzato alle spalle di lei. Le ostriche aperte luccicavano sul vassoio di Sheffield.

   – Come dicono gli americani, my little winning streak… – approvò Elena.

   Manrico avvertì un immenso moto di affetto per l’indistruttibile distruttrice. Prese a canticchiare «brava la vecchia, brava la vecchia», poi le cinse la vita e accennò qualche passo di danza. Lei finse di ritrarsi con un sorriso sdegnoso. Assestava al figlio piccoli colpi sul petto coi pugni chiusi. Lo chiamava «screanzato, mascalzone».

   Camillo stappò lo champagne.

   Un paio d’ore dopo, ebbro, Manrico si ritrovò davanti alla collezione dei vinili, incerto su quale opera scegliere per congedarsi da quella giornata che gli aveva regalato molto spleen, ma anche qualche momento esaltante. Sua madre si era ritirata, stanca, orgogliosa. A cena gli aveva raccontato, sotto lo sguardo ammirato di Camillo, quanto era stato semplice ripulire le vecchie galline della buona società convenuta a Cortina per le vacanze. E anche al casinò era andata di lusso. Ma che cosa ascoltare, adesso? Una triste Traviata? Un piú gagliardo Trovatore? O quel leggiadro Gianni Schicchi poc’anzi evocato? Poi c’era il pensiero di quel caso. Lo Moro. Lo Moro. Continuava a non dirgli niente. Decise di richiamare il collega Blumenstein. Come al solito, aveva dimenticato il telefonino in fondo a qualche tasca. Lo recuperò dopo accurata perquisizione. Blumenstein lo aveva cercato a piú riprese. Consueta figura da distratto, o, peggio, da snob. Compose il numero.

   – Manrico! Finalmente riusciamo a sentirci…

   – Colpa mia, ho…

   – Senti, scusami se ti sembro sbrigativo, ma ho promesso a mia figlia di dedicarle la serata… sai, la triste sorte dei padri separati eccetera eccetera… facciamo così: io domattina ho un interrogatorio con questo Mancini, vieni con me, cosí sentiamo che cosa ha da dirti, passo a prenderti alle otto, se per te va bene…

   – Ma… dovremmo avvisare il procuratore, almeno.

   – Penso a tutto io. Ti faccio mettere in delega per questo verbale, poi si vede se è una cosa seria. A domani.

   – A domani.

   – Aspetta aspetta: abiti sempre in quella reggia a via Giulia?

   – Finché non mi cacciano.

   – Contino, fammi il piacere.

   E così, di lì a poche ore il mistero del misterioso Lo Moro si sarebbe chiarito. Tornò ai vinili. Allora… Notifica sul cellulare. Un messaggio di Stella Dubois. Tuffo al cuore. C’erano due donne nei suoi pensieri, e tutte e due si riaffacciarono prepotentemente in quel preciso istante. La donna che voleva con tutte le sue forze rivedere, e che si negava. E quella che stava cercando in ogni modo di evitare, e che si era appena manifestata. Era forse questa l’origine del malessere che, a sprazzi, lo aveva visitato negli ultimi giorni?

   Spense il cellulare. E a ogni buon conto, si affidò a Gianni Schicchi.

   II.

   Blumenstein si presentò alle otto in punto su una Giulietta ultimo modello scortato da due marcantoni, uno dei quali scese e aprì premurosamente lo sportello posteriore. Manrico si sedette accanto al collega, un uomo di una decina d’anni piú giovane che sfoggiava con legittimo orgoglio una kippah, era molto attivo nella comunità ebraica di Roma, era un magistrato serio e scrupoloso e, cosa che non guastava, dotato di un buon senso dell’umorismo. Inoltre, sebbene non ne fosse un fanatico cultore, era comunque interessato all’opera: un paio d’anni prima si erano incontrati per caso alle Terme di Caracalla, dove ogni estate, in uno scenario mozzafiato, si replicano famose opere liriche a uso e consumo di una platea per una volta tanto non presidiata dai soli melomani incalliti. Manrico lo aveva visto commuoversi sul Va, pensiero, e aveva commiserato per l’ennesima volta quei mentecatti che, in anni trascorsi, avevano contrabbandato per litania padana il lamento struggente degli ebrei in cattività. Da quella sera lui e Blumenstein avevano preso a sentirsi di tanto in tanto.

   – Anno nuovo, macchine nuove? – lasciò cadere il contino, alludendo al cronico pauperismo dell’Amministrazione, dove ci si batteva all’ultimo sangue per un passaggio sull’ultima scalcagnata Panda.

   – Servizio centrale di protezione, – precisò il collega, – questo Mancini Giuseppe inteso Farina sono due mesi che canta come un canarino.

   Un pentito, dunque. Blumenstein gli spiegò che er Farina, sino ad allora ritenuto uno spacciatore di piccolo rango, era stato pizzicato con quaranta chili di cocaina di alta qualità, una boliviana rosa pura al novantacinque per cento. Dopo un patetico tentativo di accreditarsi come responsabile di una improbabile «retta», vale a dire di passare per custode di roba altrui, davanti alla prospettiva di una ventina di meritati anni di galera, aveva saltato il fosso. O, come usavano ancora dire certi malandrini della vecchia guardia, s’era buttato a Santa Parla.

   – Era entrato nel giro grosso. Ha fatto nomi, molti bei nomi, una parte dell’inchiesta è ancora riservata. Ci ha fatto trovare un bel po’ di roba, fornendo indicazioni alquanto precise. Persino una valigia con un migliaio di dosi di Fentanyl.

   Il Fentanyl, un potente antidolorifico che anche in modicissima quantità poteva provocare l’overdose, era diventato negli ultimi anni l’incubo delle squadre antidroga dell’intero emisfero occidentale. Da come ne parlava Blumenstein, dunque, questo Farina si stava rivelando una fonte attendibile. Un colpaccio, per la Procura. Quanto all’omicidio di quel tal Lo Moro, vale a dire la ragione per la quale Manrico si trovava in quella Giulietta che si stava agitando discretamente nel traffico di un martedì di gennaio, er Farina, in un momento di difficoltà (parole sue), aveva accettato un «contratto». Omicidio a pagamento, in altri termini.

   – Poi all’ultimo si è tirato indietro, – spiegò Blumenstein, – ma ha fornito indicazioni molto precise sui mandanti, gli interessi in gioco, eccetera.

   Insomma, si stava meritando la patente di affidabilità. Ma a lui, a Manrico, ’sto Lo Moro continuava a risultare, pace all’anima sua, un perfetto sconosciuto. Blumenstein tirò fuori una sigaretta elettronica.

   – Ti spiace se svapo?

   – Fai pure. Sono un ex.

   – Questa è proprio la giornata dei pentiti.

   Dopo una buona mezz’ora di slalom stradale, e con sorpresa di Manrico, l’Alfa Romeo si arrestò davanti a una graziosa villetta di nuova costruzione in una tortuosa stradina affluente di via Cassia. Niente Regina Coeli né Rebibbia, per er Farina pentito, ma una dimora tutto sommato confortevole. Dove questo ultimo prezioso alleato delle forze dell’ordine, spiegò Blumenstein con convinta ironia, «potrà rifarsi una vita con la sua famiglia». E infatti, quando i due marcantoni di scorta ebbero ottenuto via libera dagli altri tre marcantoni che presidiavano l’edificio, a venire per prima incontro ai due magistrati fu una giovane donna con un pancione sui sette mesi e in collo una bimbetta riccioluta dall’aria assonnata. Blumenstein la salutò con un cenno cortese del capo, che lei ricambiò arrossendo, e fece un buffetto alla bambina, che volse il capo dall’altro lato assumendo l’espressione della principessa sdegnata.

   – Vi faccio un caffè? – si offrì la donna; vago accento fra ciociaro e pontino.

   – Volentieri, Dayana, grazie. Anche per il collega, – e Blumenstein indicò Manrico, che annuí.

   – Prima vi accompagno da Peppe?

   – Grazie, conosco la strada.

   La donna si dileguò. Dayana come lady Dayana, immaginò Manrico. Lui e il collega seguirono i due agenti che li avevano accompagnati lungo un corridoio sul quale si affacciavano porte chiuse. Il quartetto approdò a un saloncino con divanetto e poltrone rosse stile Ikea, su una delle quali, davanti a un televisore senza sonoro che rimandava una vecchia partita di calcio, sedeva un quarantenne in tuta. Er Farina, appena si accorse di Blumenstein, scattò in piedi; sul suo volto affilato, in cui spiccava un naso rotto da pugile senza sorte, spuntò un gran sorriso.

   – Dottor Blumenstein! Come sta? Le faccio fa’ subito un caffè…

   – Ci sta pensando Dayana, grazie

   .– Accomodatevi, accomodatevi, benvenuti…

   Presero posto sul divano. L’uomo sembrava davvero contento di vedere il «suo» magistrato. In passato Manrico aveva «gestito» un paio di collaboratori di giustizia. Era fondamentale instaurare da subito un clima di reciproca fiducia. Ma non ci si poteva arrivare senza prima un confronto. Anche aspro: dopo tutto bisognava accertarsi che chi sino a ieri aveva spacciato, sparato, rapinato, ora fosse davvero disposto a vuotare il sacco. Bisognava sempre tener presente il senso del limite. Evitare di spendere parole impegnative come «amicizia». Ma si doveva pure evitare la trappola del moralismo. Hai davanti a te chi ha fatto del male, ed è proprio per questo che, adesso, vi ritrovate dalla stessa parte. Se lo giudichi, non lo comprenderai mai, e lui lo capirà, e si chiuderà, negandoti le informazioni delle quali hai bisogno. O, peggio, te ne darà di fasulle. E quando ti diranno che stai premiando uno che ha ammazzato cinque persone, dovrai avere la forza di rispondere: «Pensa a tutti quelli che sta salvando con le sue parole». Dayana portò il caffè. La bimbetta, che l’aveva seguita sgambettando, si lanciò in braccio al padre. Er Farina le diede un bacio. La piccola ricambiò con deliziose smorfiette. Visto lì, quel tipo non sembrava poi così cattivo. E come tanti prima di lui votati al male, nel cuore custodiva un modesto ideale piccolo borghese: una casa, una donna, una famiglia…

   – Ci lasciate soli, per favore?

   All’ordine di Blumenstein, madre e figlia, quest’ultima con una certa riluttanza, uscirono dal saloncino. I due poliziotti le seguirono. Blumenstein si sporse verso er Farina.

   – L’ispettore Menerello ci ha detto che lei gli ha parlato di un certo omicidio. Questo è il collega Spinori, che dovrebbe essersi occupato di quel caso. Dunque. L’avvocato sta arrivando. Per il verbale ufficiale dobbiamo aspettarlo. Se intanto ci vuole anticipare qualcosa…Er Farina si grattò la testa.

   – Senta, dottore, io ho parlato di tante cose con Menerello. Magari se…– Ci stiamo riferendo all’omicidio Lo Moro, – intervenne Manrico.

   Er Farina allargò le braccia.

   – Me dovete scusa’, ma a me ’sto nome nun me dice gnente…

   I due Pm si scambiarono un’occhiata stupita: sembrava sincero.

   – Su, si sforzi, – lo sollecitò Blumenstein, – il collega è venuto qui apposta!

   – Senta, dottore, io ho parlato di tante cose con Menerello. Magari se…

   – Ci stiamo riferendo all’omicidio Lo Moro, – intervenne Manrico.

    Er Farina allargò le braccia.

   – Me dovete scusa’, ma a me ’sto nome nun me dice gnente…

   I due Pm si scambiarono un’occhiata stupita: sembrava sincero.

   – Su, si sforzi, – lo sollecitò Blumenstein, – il collega è venuto qui apposta!

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L’autore

Giancarlo De Cataldo (Taranto, 1956), è magistrato, drammaturgo, sceneggiatore. Ha scritto molti romanzi (il più noto è di certo Romanzo criminale, edito nel 2002 per Einaudi e vincitore l’anno successivo del Premio Scerbanenco: da questo libro Michele Placido ha tratto un celebre film, seguito poi da una serie tv), sceneggiature per cinema e televisione e testi teatrali.
Collabora a quotidiani e a riviste come, tra le altre, «la Repubblica», «Il Messaggero», «L’Unità» e «Corriere della Sera Magazine». Nel giugno del 2007 esce nelle librerie Nelle mani giuste, ideale seguito di Romanzo criminale, ambientato negli anni ’90, dal periodo delle stragi del ’93, a Mani Pulite e alla fine della cosiddetta Prima Repubblica; i due libri hanno alcuni personaggi in comune. Nel 2009 esce per Einaudi La forma della paura, scritto a quattro mani con Rafele Mimmo. Dell’anno successivo è Il padre e lo straniero, sempre per Einaudi. Nel 2012 esce Io sono il Libanese, e nel 2013 De Cataldo firma con Gianrico Carofiglio e Massimo Carlotto un volume di racconti intitolato Cocaina, pubblicato da Einaudi Stile Libero. Sempre del 2013 è Suburra (Einaudi), di cui è autore insieme a Carlo Bonini. Tra gli altri suoi libri ricordiamo: I semi del male (Rizzoli 2014), Nell’ombra e nella luce (Einaudi 2014), Alba nera (Rizzoli 2019), Quasi per caso (Mondadori 2019), Un cuore sleale (Einaudi 2020) e Il suo freddo pianto (Einaudi 2021).

 

  • Il suo freddo pianto. Un caso per Manrico Spinori
  • Giancarlo De Cataldo
  • Editore: Einaudi
  • Collana: Einaudi. Stile libero big
  • Anno edizione: 2021
  • In commercio dal: 1 giugno 2021
  • Pagine: 232 p., Brossura
  • EAN: 9788806249410.  Acquista € 16,62

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