Se ci chiedessimo qual è il nostro rapporto col tempo, la prima cosa che ci verrebbe da pensare probabilmente sarebbe l’orologio

IL TEMPO OLTRE L’OROLOGIO

S. Dalì, La persistenza della memoria (1931)
  • Scenari impensabili prendono forma, laddove pensieri ed emozioni espandono il proprio raggio di azione,
  • attraverso un confronto ravvicinato da parte del soggetto con l’alterità del passato (tempo vissuto)
  • e del futuro (tempo a venire), entrambi irriducibili all’identità del presente (tempo vivente).

Se ci chiedessimo qual è il nostro rapporto col tempo, la prima cosa che ci verrebbe da pensare probabilmente sarebbe l’orologio, ovvero la misurazione dei singoli istanti, identici ognuno all’altro quantitativamente e scanditi dallo scorrere dei secondi, dei minuti e delle ore. Ora, questo modo di rapportarsi al tempo è sicuramente utile per articolare le nostre esperienze e predisporre la vita quotidiana: esso ci consente di fissare un appuntamento, organizzare i vari impegni nell’arco della giornata, ecc.

Siamo sicuri però che sia l’unico modo in cui è possibile concepire il tempo?

D’altra parte, questa modalità non ci dice niente sulla nostra vita vissuta, se non appunto l’aspetto prettamente convenzionale, misurabile. Ma che dire delle nostre emozioni e dei nostri pensieri? Anche questi avvengono nel tempo e sono scanditi dal tempo, ma la percezione che ne abbiamo è diversa da quella relativa al tempo misurato. Quando ci rapportiamo a pensieri ed emozioni, lo scarto tra un momento e l’altro non è segnato dalla lancetta dell’orologio, ma da una frattura nel vissuto.

Non è un caso che talvolta, vivendo particolari situazioni, ci sembra che il tempo passi più o meno velocemente rispetto a quello registrato dalla misurazione. Questo tempo, vissuto ma anche vivente e a venire, in quanto non si rapporta solo al passato, ma si esercita nel presente e tende al futuro, è un tempo scandito dalla modalità in cui si sviluppano le nostre disposizioni affettive e cognitive. Un tempo che posso dire effettivamente mio in quanto unico e insostituibile, in un certo senso.

Tuttavia, esso acquista consistenza quando è condiviso, ovvero nel momento in cui, all’interno di una situazione dove il soggetto si trova in rapporto con altri, la condivisione di pensieri ed emozioni consente di stabilire un lasso temporale comune, un andamento diverso rispetto a quello dell’orologio. Dovremmo porre attenzione anche a questa modalità di rapportarsi al tempo, spesso lasciata in disparte. Essa è sicuramente meno convenzionale rispetto al modo di scandire il tempo dell’orologio, ma non per questo è irrilevante. Il motivo risiede nel fatto che, se considero il rapporto tra tempo e vita, nel tempo scandito numericamente ogni istante è uguale al successivo e perciò la mia vita, in questa prospettiva temporale, non sarebbe altro che una ripetizione continua dell’identico, dove la novità non è ammessa e la percezione di vivere in un eterno presente prende il sopravvento.

Quest’ultima condizione, cioè il fatto di vivere in un eterno presente, non è realmente percorribile. Quando Crono, nel mito, cerca di allontanare la caducità del tempo divorando i suoi figli, alla fine rimane spiazzato dal fatto di non poter vivere in un tempo immobile, indisposto al mutamento.

Rubens Crono divora il figlio

Prestando attenzione ai nostri pensieri, alle emozioni e ai desideri attraverso la condivisione con altri, si apre un’altra strada per il tempo. Questa via è meno certa e netta, più ambigua e spinosa, esposta al rischio. Tuttavia, penso valga la pena di percorrerla, perché consente di costruire senso per la nostra vita, e quindi di dare direzione e benessere alla vita collettiva. Inoltre, ciò permette anche di proporre una risposta al nichilismo imperante, assai diffuso nel nostro tempo. Il nichilismo «definisce in tono polemico atteggiamenti o comportamenti ritenuti rinunciatari oppure volti alla distruzione di qualsivoglia istituzione o sistema di valori esistente» (Enciclopedia Treccani). Il nichilismo non consente di rapportarsi in maniera propositiva alle costruzioni di senso della nostra vita. Quest’ultima direzione è invece uno degli obiettivi insiti nel nuovo cammino aperto grazie a un tempo diverso rispetto a quello dell’orologio.

S. Dalì, “La disintegrazione della persistenza della memoria”, (1952-54)

La frattura, lo scarto e la rottura della continuità segnano il tempo vissuto, vivente e a venire. Ciò consente di distinguere un fatto passato da un evento presente e da quello prospettato per il futuro e viceversa. Significa, in sostanza, fare attenzione a noi stessi e agli altri, perché i cambiamenti di pensieri ed emozioni maggiormente significativi avvengono solo confrontandosi con altri, attraverso una disposizione costante all’ascolto.

Da qui emerge una nuova impostazione temporale per affrontare la nostra vita, non più scandita da un ritmo incessante sempre identico, che riconduce tutto al qui ed ora dell’istante, ma da un intercedere di strappi, che solo a poco a poco riesco a razionalizzare e a ricucire attraverso nuove formulazioni. Lo faccio ogni volta in maniera parziale e provvisoria, perché non posso pretendere una comprensione esaustiva di un pensiero o un’emozione. Essi rimandano sempre oltre la loro immediatezza esperienziale. Pensieri ed emozioni infatti lasciano aperta al proprio interno una zona ancora inesplorata, da percorrere a piccoli passi, che a loro volta aprono nuovi lidi. Passando per questo varco si intravedono possibilità inedite, ed è necessario disporsi in un atteggiamento consono ad accogliere lo strappo temporale successivo, che non tarderà a presentarsi. 

Disporsi in un atteggiamento di ospitalità e accoglienza in questo modo di rapportarsi al tempo non consente solamente di conoscere meglio noi stessi, ma anche di aprirci verso la costruzione di un bene condiviso. Ciò avviene dal momento in cui il rapporto che stabilisco col tempo e con gli altri (che procedono di pari passo in questa prospettiva) lascia sussistere l’alterità di ciò che non posso comprendere fino in fondo. L’alterità non rappresenta necessariamente qualcosa di ostile proveniente dall’esterno, da rimuovere, scacciare oppure da assorbire in una struttura più ampia circa la nostra comprensione della realtà. L’alterità indica anche l’imprevedibile, l’inimmaginabile, ciò che sta fuori di noi ed è impossibile da inglobare. Tuttavia, la stessa alterità pungola continuamente le nostre esistenze, anche se decidessimo di non volerci fare i conti. Di conseguenza, l’atteggiamento ospitale consente l’arricchimento reciproco delle parti coinvolte, cioè il soggetto e l’altro, mettendo in primo piano della relazione intersoggettiva che, inevitabilmente, scombussola, altera e inquieta i partecipanti alla relazione.

Seguendo questo ragionamento, per comprendere meglio il rapporto che viene ad istaurarsi tra la dimensione temporale e la dimensione dell’alterità può essere utile una proporzione schematica, di cui cercheremo di tratteggiare alcune linee. Il tempo presente sta all’identità come il tempo passato e futuro stanno all’alterità.

Il soggetto esprime la propria identità nel presente, attraverso i vari processi della coscienza intenzionale, che consente di cogliere, rappresentare e comprendere gli oggetti a sua disposizione, in modo da orientarsi adeguatamente nel mondo. Passato e futuro sono irriducibili alla direzione conoscitiva che può darne il presente, altrimenti risulterebbero inglobati dal presente stesso. Da un lato, il passato in quanto tale non può essere recuperato in maniera complessiva, nemmeno tramite l’attività della memoria; d’altro lato, il futuro non si conforma mai esattamente alle predisposizioni del soggetto a proposito dell’avvenire. Per questo motivo, passato e futuro esprimono l’alterità rispetto all’identità soggettiva che viene a configurarsi nel tempo presente. Come non si dà presente senza passato e futuro, così non si dà nemmeno identità senza alterità, senza relazione intersoggettiva.

Quest’ultima è autentica ogni volta che viene rispettata l’alterità e quindi l’asimmetria tra me e gli altri. La relazione, infatti, è tale in quanto composta da termini connessi tra loro, ma a sua volta distinti, non intercambiabili. Se il soggetto riduce l’altro a sé nel tempo presente della comprensione e dell’assimilazione, non consente a quest’ultimo di sussistere in quanto altro, riconducendolo alle proprie categorie interpretative e cancellandone le peculiarità. L’alterità, quindi, non riducendosi al presente della rappresentazione, rimanda a un tempo altro. Il tempo vissuto, vivente e a venire viene a costituirsi partendo dalle differenti articolazioni di pensieri ed emozioni nello scambio tra soggetti. Ogni novità sorprende, ribalta, eccede le capacità proprie di un singolo individuo preso nel suo presente. La relazione con altri rende concreto tutto ciò e consente di non appiattirsi sul presente istantaneo, in modo da confrontarsi con le altre dimensioni temporali del passato e del futuro. Tutto ciò ha origine a partire dalla condivisione intersoggettiva di pensieri ed emozioni. Scenari impensabili prendono forma, laddove pensieri ed emozioni espandono il proprio raggio di azione, attraverso un confronto ravvicinato da parte del soggetto con l’alterità del passato (tempo vissuto) e del futuro (tempo a venire), entrambi irriducibili all’identità del presente (tempo vivente).

 

Lorenzo Carbone

 

 

Fonte: Gazzetta Filosofica del 7 febbraio 2022

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