Quando l’impero si gonfia per non sgonfiarsi.

IL VENEZUELA E IL PESCE PALLA DI WASHINGTON
La strategia dell’aggressività come ultimo rifugio della debolezza.
Il Simplicissimus
Nel mondo animale fingere di essere più grandi è una tattica di sopravvivenza. L’uomo, invece, ne ha fatto un’arte politica. Così l’Occidente, fragile nella produzione e in ritardo nella tecnologia militare, tenta di intimidire il Sud del mondo gonfiandosi di potenza e minacce. L’episodio venezuelano — tra pretesti di narcotraffico e mire sul petrolio — diventa il simbolo di un impero che, come il pesce palla, si dilata per paura di esplodere. Dietro la retorica della sicurezza, si nasconde il panico di un sistema che ha smarrito la misura di sé. (Nota Redazionale)
Nel regno animale è una tattica di successo: lucertole che sembrano spaventose, bocche che si allargano contro ogni previsione, pesci palla che triplicano le dimensioni, il cuculo che imita il verso dello sparviero o i lemming che emettono stridii molto acuti e infiniti altri: sono tutti trucchi per mostrarsi più grandi e forti all’avversario quando si è all’angolo. Questa è una tecnica che gli umani hanno sviluppato in un numero impressionante di varianti, una delle quali è mostrarsi aggressivi per spaventare o arginare i nemici quando questi ultimi sono più potenti. Ed è quello che sta accadendo oggi: in campo manifatturiero l’Occidente complessivo è molto più debole del Sud del mondo e anche sul piano militare mostra segni di arretratezza, non riuscendo più a stare dietro alle innovazioni degli avversari. Proprio per questo deve compensare lo svantaggio mostrandosi prepotente e brutale come non era mai stato, nella speranza che gli altri si spaventino di fronte alla follia di cui fanno mostra.
In questo contesto si inserisce anche la grottesca vicenda venezuelana, con preparativi di un’invasione e di bombardamenti a fronte di un pretesto ancor meno credibile delle famose armi di distruzione di massa che furono all’origine della seconda guerra in Iraq: si dice di voler contrastare il narcotraffico, quando il Venezuela non è mai stato noto né per la distribuzione, né per la produzione di droghe. Possiede invece enormi riserve di petrolio su cui gli Usa vogliono mettere le mani per placare il loro drammatico problema del debito. E questo possono farlo solo attraverso un sanguinoso cambio di regime, perché Maduro e il governo socialista sono determinati a far fruttare il petrolio per il popolo venezuelano, con gran dispetto dell’alta borghesia ultrareazionaria di Caracas che prima controllava il commercio di oro nero tenendosi per sé ciò che fruttava e, dopo l’avvento al potere di Hugo Chavez, si è sentita spodestata delle sue rendite. Ma il Venezuela è un Paese molto grande, vasto tre volte l’Italia, con un territorio montuoso e spesso densamente boscoso: l’esercito statunitense (che tra parentesi è un discreto consumatore di stupefacenti e uno dei più importanti nodi di narcotraffico, vedi Afganistan) non è in grado di invaderlo, occuparlo e controllarlo, anche nella remota ipotesi che una lunga campagna non permetta ad altri di giungere in soccorso.

Perciò i piani degli Usa sono una sorta di variante di ciò che è accaduto in Iran: il loro piano è quello di un attacco aereo per uccidere il presidente Maduro e i vertici militari, accompagnato da una campagna di bombardamenti volta a distruggere le difese aeree e le principali unità di difesa. Nel frattempo, la Cia e le forze speciali lavoreranno sul campo a Caracas per organizzare terroristi locali che assaltino i principali siti governativi e gli edifici radiotelevisivi. Ad ogni modo se Maduro non dovesse essere fatto fuori dagli attacchi aerei, si spera che i bombardamenti mettano contro di lui l’esercito, cosa che peraltro la Cia non è mai riuscita a fare con la corruzione. Protagonista in tutto questo è proprio la signora Machado recentemente insignita da un sinedrio di miserabili e disgustosi gaglioffi norvegesi del Nobel per la pace: non passa giorno che non invochi la distruzione e la morte per i suoi concittadini e la sua ascesa alla presidenza. Del resto è davvero buffo come l’informazione occidentale tenti disperatamente di mostrare come i venezuelani non stiano con Maduro e siano ansiosi di farsi scippare il petrolio dai gringos: una penosa e al tempo stesso farabutta bugia raccontata da immagini artefatte mostrando piccoli gruppi a pagamento che protestano. La solita tattica per i cambi di regime. E i soliti servi sempre a disposizione
Non possiamo sapere se questo attacco ci sarà realmente, ma in fondo la strategia degli Usa e del suo codazzo di nani al seguito, è proprio questa: sembrare così pazzi da far pensare che possano anche autodistruggersi pur di arrivare ai loro scopi. In fondo anche l’avventura venezuelana non è così indolore: il Venezuela dispone di circa 20 aerei da combattimento multiruolo Su-30MK2V equipaggiati con missili antinave russi Kh-31. Dispone inoltre di velivoli d’attacco veloce Peykaap-III (classe Zolfaghar) di fabbricazione iraniana, equipaggiati con missili antinave CM-90. Sono armi efficaci ed è abbastanza plausibile che se le forze armate venezuelane reagissero e riuscissero a colpire una manciata di navi statunitensi, Trump si sgonfierebbe immediatamente come una gomma bucata.
Per il resto a Washington non interessa l’indignazione planetaria, esattamente come non hanno avuto scrupolo di dotare Israele di armi e finanziamento per massacrare Gaza. Anzi è proprio questo l’effetto che vogliono ottenere, quello di apparire privi di qualsiasi scrupolo e dunque così pericolosi da lasciar fare loro ciò che vogliono. In Ucraina sono più prudenti perché sanno che una guerra nucleare con la Russia che ha più testate, missili non intercettabili e una difesa aerea realmente efficace, non buona solo a fare soldi per il complesso militar – politico di Washington, verrebbero vaporizzati, ma nonostante questo vogliono apparire così pazzi da sfiorare sempre il conflitto globale. Però alla fine anche il pesce palla che si gonfia per sembrare più grande ed è pure velenoso, finisce in cucina. La storia sta già preparandole le pentole.
