L’ideologia woke ha mostrato la corda, anche dove era nata

La fastidiosa ingerenza della cultura woke nei film e nelle serie tv
Sceneggiatori, registi, attrici e attori cadono sempre di più nella tentazione di impartire lezioncine moraleggianti invece di intrattenere e stupire. Una forzatura che non ha riscosso successo tra il pubblico, nonostante il settore dell’immaginario è dove si conquista il mondo reale e si rovescia il pensiero delle persone

IL WOKE HA STANCATO, LA TRADIZIONE VA RINGIOVANITA

di Marcello Veneziani

C’è qualcosa di nuovo e di buono in questo 2025 così confuso: l’ideologia woke, nata in America e imposta come religione civile globale, sta mostrando crepe proprio dove era sorta. La rielezione di Trump, pur con tutti i suoi limiti, nasce da un mandato popolare preciso: fermare un’onda che si è rivelata intollerante e oppressiva verso le maggioranze silenziose. A questa si aggiunge il segnale inatteso di Leone XIV, un papa venuto da Chicago che, senza scismi né clamori, riporta la Chiesa cattolica alla sua Tradizione, riconciliandola con la vita concreta delle persone. Ma questi segnali, pur importanti, non bastano. La mentalità woke non si sconfigge solo opponendosi, resistendo o restaurando nostalgicamente ciò che fu: serve uno slancio nuovo che ringiovanisca la Tradizione, la renda fertile e generativa, capace di offrire un’alternativa viva al nichilismo mascherato da progresso. Non si tratta di fermare il tempo, ma di rimettere al centro la realtà, la famiglia, la comunità, il senso religioso, per opporre all’onda dissolutiva la forza di una civiltà che sa ancora produrre futuro. La Tradizione, per non invecchiare, deve figliare e non limitarsi a difendere, imparare a parlare alle nuove generazioni senza svendersi allo spirito del tempo, per restituire senso e coraggio a chi non vuole più piegarsi al conformismo globale. (Nota Redazionale)


C’è qualcosa di nuovo e di buono in questa prima metà del 2025 e ci piace evidenziarlo in mezzo a tanti crimini e catastrofi: lideologia woke che domina in Occidente ha subito due cocenti sconfitte proprio nel luogo in cui è sorta, infettando poi il mondo: negli Stati Uniti. Un discutibile presidente, Donald Trump, è stato eletto col preciso mandato popolare di fermare quell’onda di odio e follia, e pur coi suoi rozzi ed egocentrici modi di dire e di fare, lo sta in effetti combattendo. E pochi mesi dopo la sua rielezione, un papa venuto da Chicago, Leone XIV, sta restituendo la Chiesa cattolica, in modo felpato e senza minare la sua unità, alla sua Tradizione e ai suoi orientamenti di vita. Sono due segnali importanti, che passano inosservati tra i tumulti bellicosi di questi giorni ma indicano un segnale di svolta. L’ideologia woke ha stancato e si rivela un regime intollerante dei pochi sui molti. Da noi, nella vecchia Europa, quei segnali di svolta giungono in modo attutito ma ci avvertono che non c’è nessun senso obbligato della storia che ci costringe ad uniformarsi, o solo a patteggiare un più lento decorso, se non si vuole perire o restar fuori. Non vi dico nella prudente Italia, dove tutto è assai più morbido anche se un grottesco spot delle ferrovie, con una retorica da riarmo, esalta gli italiani come un popolo di ferro, nella condotta e nel carattere (addirittura, siamo fatti di tanti materiali, nobili e ignobili, di solito malleabili, ma di ferro non direi proprio).

Sappiamo però che la lotta contro l’ideologia woke intesa come lo spirito del tempo e il regime del mondo, a cui pure i credenti dovrebbero piegarsi, non riuscirà a raccogliere risultati promettenti se sarà rivolta solo a sgretolare il castello woke, e dunque a proporsi solo in chiave di opposizione, resistenza e rigetto. Occorre qualcosa che non si limiti a difendere la realtà e l’esperienza, a conservare la memoria storica e il senso religioso (che già di per sé è comunque gran cosa), ma che si spinga oltre la negazione, verso una nuova affermazione. Si tratta di ringiovanire la tradizione cioè di aggiornarla e figliare, e non solo difendere la società dei padri e i costumi ereditati. Compito gigantesco, di enorme difficoltà, che non può essere semplicemente proclamato dall’alto, ex cathedra Petri o dal trono del potere imperiale; ma a quello slancio condiviso, a quell’energia, è affidato il futuro. Non si può sconfiggere quella mentalità pervasiva che domina i media, la scuola, l’università, le arti, la cultura, i rapporti sociali, l’immaginario collettivo, semplicemente fermandola, frenandola, negandola. E non si può opporre a un processo dissolutivo in atto da troppo tempo e agente su troppi ambiti, incluso la famiglia, la pura restaurazione di quel che era in uso fino a ieri.

Bisogna aggiornare la tradizione, non imbalsamarla; renderla cioè viva nel presente, capace di parlare al mondo d’oggi e alla sua sensibilità con i temi, le parole, le situazioni adatte al presente. Che vuol dire ringiovanire, aggiornare, figliare la tradizione? Vuol dire capire che nel mondo molte cose sono cambiate e bisogna passare attraverso quelle fratture e rotture, le libertà dei soggetti e le diversità religiose e culturali di una società globale. Attraversarle, non arretrare al mondo precedente o fingere che non siano mai avvenute. Si tratta pure di capire che se ieri era spontaneo e naturale sintonizzarsi col vivere secondo tradizione, oggi non lo è; bisogna accettare l’idea che ci possano essere modelli culturali avversi, scelte diverse, frutto di provenienze diverse.

Che vuol dire in questo mutato contesto vivere secondo tradizione? Vuol dire, si, vivere secondo natura e civiltà, esperienza storica, sentire comunitario, culture tramandate ma considerando il mutare dei tempi e dei modi di vita. Bisogna cioè pensare e vivere la tradizione dopo la globalizzazione, dopo il relativismo, cercando di affrontare e superare la deriva nichilista della nostra epoca, non limitarsi a vituperarla. Non si tratta nemmeno di opporre divieti alle scelte soggettive divergenti ma di lasciare libertà nella sfera privata; con l’impegno di ridare senso e destino, comunità e continuità nella sfera pubblica. Tu puoi vivere come vuoi, ma il bene comune della società è improntato a questi principi di vita, a questi modelli di comportamento, a queste tradizioni. Tu scegli come intendi vivere, nessuno può impedirtelo, se non violi la legge; ma la società non è una scatola vuota, un recipiente neutro e asettico, si fonda su valori condivisi, principi e regole di riferimento, usi duraturi, legami sociali e pratiche partecipate che danno alla società un destino comunitario e un argine di senso per non cadere nella deriva cinica, individualista, nichilista.

Nessuno può pretendere che da un momento all’altro nasca un organico progetto culturale ramificato negli ambiti che abbiamo prima indicato. Ma è necessario che si imbocchi quella via, che si dia inizio a un processo, che si cominci a pensare la tradizione proiettandola nel contesto di oggi. Non vedo, francamente, segnali, in questa direzione, tantomeno strategie e propositi politici e metapolitici né missioni pastorali, ma mi sembra davvero urgente ripartire da qui, da questo preciso punto. (2)

Come parla oggi la tradizione alle persone viventi in questo momento storico, cosa dice, cosa vuole suscitare? L’adesione non basta, occorre l’aderenza; la convenzione non basta, ci vuole convinzione. Non c’è più uno spontaneo aderire; anzi, si è riusciti a creare un automatismo opposto, quello di accettare, pur magari senza intimamente condividere, l’ideologia dominante come se fosse inevitabile per non restare esclusi o respinti. Bisogna da un verso smantellare quei nuovi pregiudizi ma dall’altro infondere valide motivazioni alternative.

Sul piano dell’iniziativa pratica non si può partire che da un iniziale censimento della situazione, rintracciare autori, testi di riferimento, esempi, fonti e sorgenti di sostegno; quindi connetterli, collegare le singole e sparse esperienze in vari ambiti, gruppi, siti social, associazioni, fino a comporre una rete di alleanze e di fondazioni. Un lavoro di ricerca, aggregazione, composizione e sintesi, che va fatto per gradi e per strati, al fine di risvegliare una sensibilità e renderla attiva, reattiva e propositiva, non più limitata alla lamentazione, l’imprecazione e l’invettiva. Per farlo occorrono movimenti che si fanno istituzioni, propositi che mutano in progetti, idee che producono azioni.

Bisogna riprendere il filo interrotto, ripartire dall’inizio o meglio da dove si è spezzato o ingarbugliato e convertirlo nel linguaggio, nella sensibilità, nelle relazioni e negli strumenti di oggi. Ogni tradizione comporta trasmissione e traduzione, dunque in certa misura variazione, cambiamento. La tradizione non è pietrificazione o stasi, è un divenire ma dentro l’essere; laddove le culture variamente progressiste dissolvono l’essere dentro il divenire. Nella società wireless, la tradizione è un filo invisibile ma ci collega, genera legami sociali ed esistenziali, è indirizzata verso una destinazione perché confida in un destino. La tradizione è fluida come un fiume, ma scorre vivace dentro un letto, ha degli argini e va in una direzione.

La Verità – 14 giugno 2024
La Verità – 27 giugno 2025

 

 

 

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«DITTATURA WOKE CONTRO LIBERTÀ E CIVILTÀ»

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