Tra diplomazia e spettacolo

IL WRESTLING DI TRUMP

Trump, la Liberia e l’arte di non capire la storia

Il Simplicissimus

Un episodio imbarazzante tra Trump e il presidente della Liberia diventa il pretesto per raccontare l’ignoranza storica e geopolitica del tycoon. Dal colonialismo in Africa alla guerra in Ucraina, il presidente americano sembra muoversi più come un venditore di resort che come uno statista. E quando la diplomazia si riduce a wrestling, le gaffe non sono mai solo uno spettacolo innocuo. Se vuoi un tono più satirico o più neutro, posso adattarlo! (Nota Redazionale)


Qualche tempo fa Trump ha accolto il presidente della Liberia e si è stupito che parlasse così bene inglese. Lo ha riempito di complimenti per questo e non la finiva più il che è diventato piuttosto imbarazzante visto che la Liberia è stata creata proprio dagli Stati Uniti per mandarvi gli schiavi neri appena liberati. Si trattava in realtà di un’operazione coloniale sui generis, ma Trump non ne aveva la minima idea. Del resto è un prodotto delle scuole private americane e dunque non ci si potrebbe aspettare molto di più. Non è una cosa da ridere perché fare la pace significa comprendere le situazioni e la storia, mentre il presidente americano (come molti nel suo staff) pare aggirarsi in un territorio del tutto sconosciuto e agisce me se stesse vendendo un complesso vacanziero. Vuole a tutti i costi dimostrare la sua abilità di negoziatore, ma non ci sta capendo nulla e perciò accumula gaffe su gaffe.

Espansione NATO 1990-2022. Il casus belli ucraino

Mosca gli ha dovuto ripetere almeno una dozzina di volte che la risoluzione del conflitto in Ucraina passa attraverso la risoluzione dei problemi profondi che hanno portato alla guerra, ovvero all’espansione della Nato, avvenuta contro le mille promesse fatte e all’acquisizione dell’Ucraina come testa d’ariete contro la Russia. Si tratterebbe dunque di una pace a largo raggio, per così dire, che non ha nulla a che vedere con le proposte incondizionate di cessate il fuoco che vengono da Washington. Ma Trump proprio non riesce a capirlo, è come se l’acquirente di un resort gli chiedesse di mettere a punto un piano ambientale prima dell’acquisto. Come? Cosa? No, caro mio, ti do 50 giorni per comprare. Ma tutti sanno che il venditore ha cambiali in scadenza e deve assolutamente vendere.

Ora il problema non è Trump che è solo l’ultimo di una lunga serie di presidenti americani del tutto privi di cultura storico – politica e abituati solo a gestire l’egemonia: quando questa viene contestata non sanno più cosa fare e allora aumentano la loro dose di aggressività, già intollerabile in situazioni normali. Ora la Russia ha già respinto questo ultimatum e Trump si ritrova incastrato dalle sue stesse mosse. Aveva fatto lo stesso anche con l’Iran, dandogli 60 giorni di tempo per cancellare totalmente il suo programma nucleare civile. Ma Teheran non ha ceduto e così ha dovuto ripiegare sul bombardamento di tre siti nucleari già peraltro abbandonati, reclamando una vittoria che al contrario è stata solo un completo fallimento perché se prima l’Iran era assolutamente disposto a venire a patti, dopo questa inutile aggressione non lo è più, senza peraltro avere ricevuto danni che un buon muratore non possa riparare. E tra un mese e mezzo cosa farà con la Russia? Qualcuno ha osservato che Trump come ogni buon americano, di quelli con la bandiera in giardino, non ama affatto la pace, ma voleva terminare la guerra in Ucraina solo per liberarsi della palla al piede di spese incontrollate. Adesso però che ha addossato parte di queste sull’Europa è contento di continuare e darà la colpa alla Russia per non avere accettato il suo piano che in realtà era solo un patchwork stupido, recriminatorio e insensato.

Tuttavia abbiamo di fronte il brogliaccio di una commedia dell’assurdo perché gli Usa non hanno una produzione bellica, soprattutto in fatto di missili, adeguata alla situazione, tanto più che debbono foraggiare anche Israele che gli ha già bruciato la produzione di un anno di Patrior e Thaad. Anche le minacce ai Brics sui dazi risultano alla fine inconsistenti perché sono gli Usa che devono importare beni da questi Paesi e non viceversa. E infatti The Donald ha già clamorosamente fallito con la Cina. I cinquanta giorni serviranno solo a rendere più chiara la vittoria della Russia, visto che le operazioni militari si stanno facendo più veloci e le infrastrutture ucraine specie quelle dedicate a ricevere e smistare armi regalo delle oligarchie globaliste, sono diroccate. Gli Usa sembrano piuttosto lottatori di wrestling che si trovano ad affrontare un incontro vero do ve i pugni fanno male.

Redazione

 

 

 

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