Dicendole, non si rovinano forse le cose?  (Virginia Woolf)

IN ASSENZA DI NOMI

Noi siamo fatti di parole. Il nostro mondo si regge sulle parole. La parola precede la realtà, la domina, la crea. In principio è il Discorso, ossia nel Principio è contenuta la Parola come sua essenza dinamica, forza che ne crea l’articolazione interna. “Assenza-di-nome è l’origine di cielo e terra. Presenza-di-nome è la Madre delle diecimila cose”.

Dare i nomi è il primo atto dell’uomo. Nella Genesi l’uomo assolve questo compito, che Dio gli assegna, quasi procedendo a una seconda creazione. Ma l’uomo non trae i nomi dal nulla, è imbevuto del discorso divino in cui i nomi sono implicati e, semplicemente, li esplica. Chiamare le cose col loro nome è quindi il destino dell’uomo. Nominandole le chiama all’esistenza, le toglie dal magma indistinto dell’essere. Senza nomi, il mondo resterebbe avvolto nella caligine dell’inconscio.

Al bambino che vedendo per la prima volta una rosa chiede: “cos’è?”, la mamma risponde “una rosa”. Questa risposta, che sembra appagare la curiosità del bambino, in realtà presuppone un’altra domanda, cioè: “qual è il nome di questo?”. Questo si pone come una x nel campo della percezione, in attesa che un nome lo qualifichi.

“Cos’è?” contiene una domanda sull’essere. La risposta della mamma sposta invece l’attenzione del bambino sulla parola. Non gli fa annusare il profumo della rosa, non gliene fa accarezzare i petali o toccare le spine, ma identifica l’essere della rosa con un nome.

Il bambino, nell’atto di vederla, ha già una totale conoscenza della rosa, della sua semplice presenza nell’essere. Il nome elabora la semplicità della percezione e ne ricava un’astrazione. Questo separa il bambino dall’esperienza diretta. Da lì in avanti non vedrà più la rosa ma la rosa, il suo nome. Potrà diventare un esperto di rose, ma non potrà più vedere una rosa se non tornando bambino. La sua coscienza prende dimora in un altro universo, popolato di parole.

Ogni bambino è dunque invitato, come un nuovo Adamo, a riepilogare i nomi delle cose. Ogni uomo si rende così partecipe di una frattura che spezza l’unità originaria e il rapporto simbiotico con l’essere. Attraverso i nomi la realtà si divide e si rivela a sé stessa, crea uno specchio in cui si riconosce e si cerca. “Come una donna bella si rende più bella indossando dei gioielli”, l’essere si compiace di mostrarsi adorno di parole.

Il nome non è semplicemente il riflesso simbolico o l’ombra di una percezione. Non descrive la cosa ma ce la rende visibile, dà forma alla sua percezione. È ciò che delimitando l’essere gli apre una strada perché si possa manifestare, uscendo da una solitudine silenziosa. Nella sensazione l’essere ribolle in sé stesso. Il nome lo coagula in un concetto, in un oggetto pensabile.

Le idee stanno in una nube originaria di non-conoscenza, come pienezza di forme latenti. Le parole le trasformano in pioggia. Fecondano il mondo tenebroso dei fatti con la pura luce delle idee. Sono elemento intermedio e di mediazione tra i due mondi. Assorbono quindi la natura dell’uno e dell’altro e le fondono insieme, come l’anima lega il corpo allo spirito. Attraverso le parole ci eleviamo dalle forme caduche ai loro archetipi eterni. Per questo hanno carattere magico e sacro.

Si dirà che parola e realtà hanno natura diversa. Un fuoco poetico non scalda, un manuale di sessuologia non dà piacere. Ma questo riguarda gli effetti contingenti delle parole. Di fatto ogni parola rende presenti le cose, e penetrando in profondità nell’anima, come nel sogno o nella suggestione ipnotica, determina effetti reali. Crea un’immagine viva che può scaldare l’uomo o provocare concrete polluzioni; può curarlo o farlo ammalare, stimolare in lui energie creative o distruttive.

Perciò sbaglia Magritte quando dice del suo ritratto di una pipa “questa non è una pipa”. Avrebbe dovuto dire: “questa pipa non si può fumare”. La sua pipa è infatti una pipa reale. Non c’è qui un “inganno delle immagini”, ma un inganno della didascalia, che separa la realtà dal linguaggio, facendo di quest’ultimo una mera convenzione, negando il legame di continuità tra la realtà e la sua rappresentazione.

Se così fosse, la cosa e il suo nome si riguarderebbero da due dimensioni opposte e inconciliabili, senza comunicazione tra loro. Questo renderebbe la realtà dell’esperienza totalmente indicibile e i tentativi di alludervi per immagini, segni, simboli o metafore, non sarebbero che cani che si mordono la coda. Ogni parola, nel suo dire, sarebbe contraddetta dalla sua impotenza a dire altro che sé stessa, ridotta a essere segno di un segno.

Ma questa è solo una mezza verità. Perché se l’essere è in sé propriamente indicibile, è proprio questo essere che vuole dirsi e che nel linguaggio parla di sé. È Lui che ci spinge a parlare di Lui. “Tu infatti non puoi essere espresso da alcuna parola, Tu solitario, indicibile e tuttavia hai generato tutti gli esseri che parlano” dice Proclo. È l’Essere che genera in sé stesso le parole. Perciò diventa possibile, attraverso le parole, non solo un superficiale scambio di informazioni ma anche l’evocazione dei misteri più profondi. Il dire diventa anzi tanto più significativo e reale quanto più si avvicina all’indicibile.

Il fraintendimento nasce dal potere ambivalente del nome, che rivela e nasconde, è insieme negazione e affermazione del suo contenuto. In principio l’essere è senza nome. La parola ricopre la sua nudità, gli offre un velo che lo renda visibile. Perché “la verità non è venuta al mondo nuda, ma è venuta in simboli e in immagini”, come dice il Vangelo di Filippo.

Nella parola vibra così un’essenziale antinomia tra verità e apparenza. L’essere rimane sullo sfondo, oscuro e impercettibile, come Quello di cui non possiamo fare esperienza ma che rende possibile l’esperienza, l’‘è’ a cui il bambino si volge chiedendo “cos’è?”. È l’io-sono che abita il nostro stesso nome, simbolo algebrico di una realtà ignota. Nessuna parola sarebbe comprensibile se non poggiasse sullo sfondo del non-dicibile, come le stelle si vedono solo perché stese sul manto scuro della notte.

Ma noi ci lasciamo distrarre dalle parole, dimenticando il silenzio e il vuoto ineffabile da cui provengono. Il nostro linguaggio si ripiega su di sé in un processo autoreferenziale, mondo parallelo in cui le parole sembrano esaurire il reale. Si opera così una radicale inversione. Il nome non rispecchia la realtà ma è la realtà a doversi conformare ai nomi. La parola, perso il suo carattere mistico, si riduce a dimensione operativa, controllo delle cose tramite il potere del nome.

Questa concezione puramente magica fa da sfondo al pensiero moderno. Crediamo di possedere le cose attraverso i loro nomi. È del resto una credenza antica. In alcune società arcaiche l’uomo non rivela il proprio nome per impedire che venga colpito da formule magiche, irretito negli incantesimi delle parole. Nominare è dominare. Perciò conoscere i nomi espone l’uomo alla tentazione di esercitare un’appropriazione e una violenza sul mondo.

Perciò avidamente leggiamo, raccogliamo parole, le depositiamo negli scrigni della memoria. Soprattutto quelle che recano il marchio dell’autorità, consacrate dalla tradizione o dal rispetto di una comunità accademica. Assimilando le parole dei cosiddetti esperti crediamo di poterci impadronire dell’esperienza reale. Le parole contengono una promessa di onnipotenza. Lasciamo perciò che un accumulo di nomi si depositi gradualmente sulla realtà, seppellendola sotto i detriti del linguaggio. Restiamo stregati dalle parole, e non vediamo che tale fascinazione scava una distanza sempre maggiore tra noi e l’essere.

Ma non è solo una ricerca di potere. Le parole cristallizzano in noi un fantasma immortale. La nostra speranza di continuità nel tempo si lega al flusso delle nostre parole, all’incessante monologo interiore con cui ci identifichiamo. Una rosa appassisce ma la rosa è eterna, indistruttibile. Dietro i nomi vediamo baluginare la natura immortale delle idee e la inseguiamo, cerchiamo di afferrarla. Aggrappandosi ai nomi l’uomo crede di condividerne l’essenza imperitura e incorruttibile, inattaccabile dai mutamenti.

Ogni epoca ha una relazione caratteristica con le parole. Il rapporto tra la società moderna e la parola si esprime essenzialmente con un abuso e una progressiva perdita di senso. La parola, come una formula magica male applicata, si ritorce oggi sul mago maldestro che l’ha pronunciata. “Spezzando la semplicità originaria, appaiono i nomi. Apparsi i nomi, bisogna sapersi fermare. Fermandosi non si corre pericolo”. La nostra è invece una società che non si sa fermare, che ha perso il senso del limite. Questo comporta una crisi del linguaggio, con la sua tumorale proliferazione di nomi e l’incalzante alienazione dal reale.

Abbiamo creato il mondo della iper-complessità, foresta di relazioni simboliche senza via d’uscita. Sento dire spesso, con una sorta di rassegnazione, che “la realtà è complessa”. È un modo per dire che non ci capiamo più nulla. Ma questo implica anche un’idea della semplicità. Non potremmo sapere che qualcosa è complesso se non avessimo esperienza del semplice. L’essere infatti è semplicissimo. I gradi di complessità riguardano solo la nostra interpretazione della realtà, ovvero l’universo di significati in cui viene co-implicata dalle nostre parole.

Sotto questo aspetto, gli intricati apparati simbolici della ricerca scientifica o filosofica formano ormai una tale babele di linguaggi iniziatici che è impossibile farsi un’idea coerente della realtà in cui viviamo. L’unità dell’essere si è spezzata in infiniti frammenti senza relazione tra loro, come uno specchio che si rompa in mille pezzi, ognuno dei quali riflette un’immagine diversa.

Se esiste una “trahison des images“, un tradimento delle immagini, come dice Magritte, questo va imputato a un sistema espressivo in cui i nomi non sono più i rami di un’unica radice metafisica. Questo dipende in gran parte da un linguaggio materialistico imposto oggi come criterio di verità e da cui son stati cancellati i nomi di Dio. L’essere, la realtà, sono infatti parole cui una scienza priva di presupposti metafisici non può attribuire alcun senso.

La natura dei nomi scientifici è simile a un castello di carte senza appoggio, sovrastruttura senza fondamento. L’assoluto e incontrastato prestigio del lessico scientifico ha comportato un’involuzione drammatica dei nomi, un loro affondare nelle paludi di un trans-senso che è perdita di ogni significato stabile. Separate dalle loro radici spirituali le parole si impregnano della caducità delle cose e dei fatti, ne rispecchiano solo la natura labile, incostante.

Siamo tormentati da nugoli di parole, da neologismi e neo-significati, condannati a vivere in un mondo che i fuochi fatui dei nostri ragionamenti non rischiarano. La realtà viene avvolta dall’oscurità di sub-particelle, di tracciati neuro-elettrici, di labirinti filosofici; si perde nei formalismi di gerghi specialistici, nella vacuità del linguaggio giornalistico e politico, della messaggistica web, della pubblicità, in un flusso di parole in cui le idee sembrano nuotare come pesci in un mare di colla.

La parola sprofonda come un Titanic spirituale nei gorghi di discorsi politicamente o scientificamente corretti. E lanciare un SOS al pensiero moderno sarebbe come lanciarlo all’iceberg. Il linguaggio si impoverisce, diventa mera comunicazione di bisogni o funzione di controllo delle coscienze. Scade a slogan e a suggestione retorica, in un divorzio sempre più profondo tra parole e realtà, quindi tra vita e pensiero. Assistiamo impotenti al naufragio dei nomi, li vediamo immergersi in un mare di falsità e di manipolazioni mediatiche; aggirarsi tra noi come zombi, decomponendosi in un’insignificanza totale.

Il mondo è rimasto intrappolato nelle parole come un ragno nella sua stessa tela. Per uscirne dovremmo districare pazientemente le matasse dei nomi o reciderle violentemente, come tanti nodi gordiani. Dovremmo ritrovare nella parola uno strumento di un’auto-chiarificazione dell’essere, e liberarci delle sue coazioni meccaniche, dei suoi automatismi. Ma così ci coglierebbe la vertigine di un silenzio che non possiamo sostenere.

Preferiamo dimenticare la realtà dell’essere per sostituirla col flatus vocis di un linguaggio che serve solo a riempire un vuoto con un altro vuoto. Vacuità brulicante di nomi che non rivelano altro che sé stessi. La parola non è più vicaria di alcuna verità. L’idea stessa di falsità è svuotata di senso dal potere delle parole di auto-giustificarsi con altre parole.

Tuttavia, non possiamo e non dobbiamo rinunciare a parlare. Le parole sono infatti il respiro dell’essere e non possiamo tacere se non per poco, come trattenendo il fiato. Possiamo però evitare che divengano un mezzo per soffocare la realtà. Possiamo accoglierle e rispettarle come messaggeri di un Oltre non esprimibile. Ma per comprenderlo dobbiamo allontanarcene e osservarle da lontano.

Vedremmo allora il cordone ombelicale che le lega al silenzio della Madre, alla remota verginità dell’essere in assenza di nomi. Quella semplicità dove una rosa non è ancora la rosa. Vedremmo i nomi emergere da profondità abissali per porre un limite alla natura infinita delle cose. Non serve per questo essere mistici, basta guardare in sé stessi, nei nostri quotidiani discorsi. Ci ricorderemmo così del dovere di porre un limite anche alle nostre parole. Non bloccandoci in una verità astratta, ma vigilando sulla coerenza tra le parole e la vita. È lo sforzo d’essere sinceri. Allora non useremmo più i nomi per ingannare noi stessi e gli altri. La parola è stanca. Lasciamola riposare.

Livio Cadè

 

 

 

Fonte: Ereticamente del 18 luglio 2021

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