Il referendum apre la stagione dello scontro politico.

«Inizia la campagna elettorale per le politiche. E i neomeloniani hanno una squadra di incapaci»
Tra crepe nella maggioranza e comunicazione debole, la campagna elettorale sembra già iniziata.
di Augusto Grandi
Il risultato referendario viene letto sempre più chiaramente come un segnale politico diretto al governo guidato da Giorgia Meloni e alla sua maggioranza. Non è bastato l’argomento difensivo del “non ci sono alternative migliori” a consolidare il consenso nemmeno tra gli elettori tradizionali del centrodestra. La percezione di una classe dirigente fragile, segnata da polemiche, scelte controverse e difficoltà comunicative — da Daniela Santanchè a Gennaro Sangiuliano Giuli, da Adolfo Urso a Antonio Tajani — alimenta l’idea di un centrodestra poco preparato ad affrontare una lunga fase di campagna elettorale permanente. Nel frattempo l’opposizione, con Giuseppe Conte già proiettato verso la prossima sfida politica, prova a occupare lo spazio lasciato scoperto soprattutto tra i giovani, terreno sul quale la maggioranza appare oggi particolarmente debole (N.R.)
Ed ora, Giorgia? È inutile provare a nasconderlo: il NO al referendum è un voto politico. Ed è una bocciatura di un governo degli incapaci. Non è più servito, neppure tra gli elettori del centrodestra, il patetico invito a sostenere il governo perché “gli altri sono peggio”. Perché non si può sperare di ottenere consensi con una squadra composta da Santanchè, da Giuli, da Urso, da Tajani. E dalla stragrande maggioranza dei loro colleghi ad ogni livello istituzionale. Lo schifo della vicenda della società costituita da politici di Fdi con la figlia diciottenne di uno in galera per criminalità organizzata è solo una ennesima dimostrazione della qualità politica.

Ed ora, con questa squadra di dilettanti allo sbaraglio, il centrodestra pensa di affrontare un anno e mezzo di campagna elettorale già annunciata da Conte. Dilettanti allo sbaraglio sostenuti da una squadra disastrosa di comunicatori. Che, tra l’altro, non sono stati in grado di rivolgersi ai giovani di questo Paese.
Il 60% di chi ha meno di 34 anni ha votato per il NO. La fascia di età che ha bocciato con maggior convinzione il governo, non la riforma che neppure conoscono. Ma i grandi politici neomeloniani se ne fregano. Loro ribadiscono in ogni occasione la fedeltà a Israele, il servilismo nei confronti di Trump. Di fronte alla sconfitta di ieri non hanno trovato nulla di più intelligente da dire se non l’ennesima protesta contro i missili iraniani. Dopo non aver visto lo sterminio a Gaza. Dopo non essersi accorti dell’indignazione generale.

Se ne fregano dei giovani, se ne fregano dei pensionati, se ne fregano del NO che vince anche nelle Regioni governate dal centrodestra. E se ne fregano, soprattutto, dei propri elettori. A cui si chiede il voto nonostante l’incapacità di governare. Perché gli altri sono peggio. Potrebbe non bastare più.
