Gli intellettuali italiani alla svolta dell’8 settembre 1943: non avevano capito nulla, oppure fin troppo? Voltagabbana, scheletri ingombranti? Senza aver fatto i conti con la propria coscienza non si può costruire alcun futuro.

Gli intellettuali italiani alla svolta dell’8 settembre: non avevano capito nulla, oppure fin troppo?

 

 

L’11 luglio del 1943 una poderosa armata angloamericana, scortata da centinaia di navi e protetta da migliaia di aerei, sbarca in Sicilia. Dopo tre anni di guerra, il nemico è entrato in casa e si appresta a bombardare tutte le città italiane, seminando terrore e morte fra la popolazione civile. In un simile frangente, ci si aspetterebbe che gli intellettuali, come qualsiasi persona di buon senso, si rendessero conto che la sorte della Patria è in pericolo e che il suo futuro, se l’invasione avrà successo, sarà condizionato per molte generazioni da una sconfitta di proporzioni catastrofiche, che metterà l’intero Paese alla mercé dei vincitori. Ce lo si aspetterebbe specialmente dagli intellettuali e dagli scrittori e giornalisti che hanno fiancheggiato il regime, che hanno approvato la scelta di entrare in guerra nel 1940, che hanno predicato al popolo italiano, per tre anni, la necessità di affrontare qualsiasi sacrificio, di stringere i denti e perseverare fino alla vittoria, pena non solo e non tanto il declassamento dell’Italia a potenza di valore trascurabile, ma la prospettiva della perdita dell’indipendenza e il crollo della sua stessa civiltà. E invece che cosa sentono, che cosa pensano, che cosa dicono e scrivono, questi intellettuali, scrittori e giornalisti del fascismo? Predicano che bisogna lottare con le unghie e coi denti, chiamare il popolo a raccolta, gettare nella fornace sin l‘ultimo uomo, l’ultimo carro armato, l’ultima nave e l’ultimo aero; ma pochi giorni dopo, dal 26 luglio, tacciono del tutto, non solo perché è stata tolta loro la parola, ma perché, con la caduta di Mussolini, pensano che non ci sia più nulla da dire.

Benito Mussolini, duce del fascismo

   Questa è la prova provata del fatto che gli uomini del fascismo, e specialmente i pretesi intellettuali, non seppero essere all’altezza del ruolo storico che avevano preteso di ritagliarsi. Non avevano saputo trasformare la guerra del fascismo nella guerra del popolo italiano; e così, caduto il fascismo, non videro o non vollero vedere che restava un’ultima cosa da fare: seguitare a battersi, per la salvezza dell’Italia, anche senza Mussolini e le posizioni di rendita che la dittatura aveva assicurato loro per la bellezza di vent’anni. Questa è anche la ragione per cui la Repubblica Sociale, due mesi dopo la seduta suicida del Gran Consiglio, nascerà “morta”. Non solo e non tanto perché, senza i tedeschi e senza la liberazione di Mussolini dal Gran Sasso ad opera loro, non sarebbe mai nata; ma soprattutto perché la maggior parte dei “vecchi” fascisti non vi aderisce. Sfiduciati, o prudenti, essi non credono più alla resurrezione del fascismo. Hanno visto dissolversi la loro creatura e hanno preso atto che nessuno era disposto a lottare e a morire per essa; ora, al traino di un esercito straniero, non ne vale più la pena. Così ragionano; e ragionano da “pentiti”, o da opportunisti, o da vili. Non si abbandona la propria madre, dopo che per vent’anni se ne è ricevuto del bene. Ma, cosa ancor più grave, essi non sembrano aver capito che la posta in gioco non è la resurrezione o meno del fascismo, ma la salvezza o meno della Patria. Dimostrano di non credere più nell’Italia e nel fatto che valga la pena di battersi e  morire per lei: e con ciò dimostrano che il fascismo, alla prova dei fatti, è stato una misera cosa, almeno nel ruolo che essi gli hanno assegnato. Doveva essere il motore per rigenerare la coscienza di sé del popolo italiano; è stato uno strumento per far carriera e ottenere benefici. Il fondo dell’abiezione è toccato da Giuseppe Bottai, ex ministro dell’Educazione nazionale, ex governatore di Roma, ex governatore di Addis Abeba, ex presidente dell’Istituto nazionale per la Previdenza sociale,  ex deputato ed ex consigliere nazionale del Regno, ex ministro delle Corporazioni, ex volontario per la guerra d’Etiopia, ex fautore delle leggi razziali, nonché, molto coerentemente, ex capo ideale di tutta la “fronda” intellettuale, vera o presunta, al regime. Dopo aver firmato l’ordine del giorno Grandi ed essersi nascosto presso i frati, in preda a una crisi mistico-esistenziale, non trova di meglio che “espiare” (?) arruolandosi, benché quasi cinquantenne, nella Legione Straniera, e andare a combattere contro gli ex alleati tedeschi, agli ordini degli ex nemici francesi. E questo è uno che, nella sua maniera tortuosa, voleva riscattarsi; molti altri fanno sparire la tessera del Partito e badano solo al quieto vivere, come se nulla fosse.

Pavolini, il Re (della fuga a Brindisi) Vittorio Emanuele III e Mussolini

Certo: se i “vecchi” latitano, arrivano i “giovani”: i ragazzi di vent’anni, che dal fascismo non hanno fatto in tempo a ricevere alcun  beneficio, se non un’educazione patriottica; oppure alcuni ex antifascisti, alcuni ex socialisti ed ex comunisti, come Carlo Silvestri e Nicola Bombacci; alcuni funzionari statali rimasti fedeli, nel fuggi-fuggi generale, al proprio dovere; alcuni intellettuali che vedono la fine inevitabile, ma vogliono dare un esempio di concordia nazionale, come Gentile; alcuni patrioti delle regioni nord-orientali, che intuiscono la minaccia di Tito e hanno capito quale sarà la sorte dei loro paesi, ossia quella di Zara, se non si farà tutto il possibile, subito, a qualunque costo, indipendentemente dalle speranze di poter ancora vincere la guerra contro gli angloamericani, invero pressoché nulle. E poi quelli cui brucia troppo la ferita dell’8 settembre; quelli che hanno riportato un’impressione incancellabile dal voltafaccia politico-militare e dalla conseguente dissoluzione dello Stato, resa ancor più vergognosa dalla fuga del re e del governo; quelli che avevano combattuto in Grecia, in Russia, in Africa, che hanno visto morire i compagni, che hanno perso la famiglia sotto i bombardamento aerei, e che sono ben decisi a ricattare l’onore della Patria, a far vedere a tutti – amici e nemici – che gli italiani non sono della razza di Badoglio – che non lo sono loro, perlomeno.

 

Chi sono e a cosa servono gli “Intellettuali”? Qui Pier Paolo Pasolini sulla tomba di Antonio Gramsci e che perse, ironia della sorte il fratello alla malga di Porzus per mano dei partigiani “Rossi”!

   E poi ci sono quei militari i quali, catturati dai tedeschi dopo l’8 settembre e deportati in Germania, dicono  a Graziani, per la stessa ragione per cui tanti loro commilitoni, catturati dagli alleati e deportati negli Stati Uniti, hanno detto no a Badoglio, accettando un regime di rigore pur di non venir meno alla loro coscienza. Formeranno delle unità combattenti splendide, come la legioneTagliamento, che si batteranno, loro sì, fino alla fine; la storiografia successiva parla malvolentieri di loro, perché il solo fatto che siano esistiti mette in imbarazzo tutto il castello della mitologia resistenziale e la narrazione in bianco e nero della guerra civile, con i “puri” tutti da una parte, quella partigiana, e dall’altra solo i malvagi e i servi dello straniero. Però, queste forze “giovani” sono poche, disperatamente poche, e per giunta mescolate a una mala semente di profittatori, disonesti o autentici criminali, le cui nefandezze forniranno poi il pretesto, il 25 aprile del ’45, per massacrare tutti i prigionieri senza distinzione. Anche da questo lato, perciò, giungiamo alla inevitabile conclusione che la Repubblica Sociale nacque morta: morta perché la sua base materiale era mediocre, e la base morale insufficiente.

Palmiro Togliatti con il Maresciallo Pietro Badoglio

Un giornalista e saggista come Enzo Forcella (1921-1999), romano, ebreo per parte di madre ma per nulla penalizzato dalle leggi razziali del ’38, dopo la guerra divenuto penna forte della intellighenzia progressista, fautore della mitologia resistenziale e uno dei primi giornalisti a lavorare per la neonata Repubblica (gennaio 1976), rievocando i suoi trascorsi di giornalista fascista – e non, si badi, di giornalista vissuto sotto il fascismo – ha fato questa riflessione nel libro che gli valse il Premio Bagutta nel 1975, Celebrazione di un trentennio (dove il “trentennio” di cui si parla è quello che va dal 1943 al 1973; Milano, Mondadori, 1974, pp. 84-85):

L’ultimo mio articolo su “Roma fascista” uscì il 15 luglio del ’43. Si intitolava “Ragioni della guerra” e prendeva anch’esso spunto da una polemica, quella sul disimpegno civile degli intellettuali, severamente deplorato da Concetto Pettinato, il futuro direttore della “Stampa” della repubblica di Salò, e blandamente giustificato da “Primato”, la rivista della fronda fascista. La mia tesi, come ho potuto accertare quando finalmente sono andato a rileggermi l’articolo, era molto confusa ma non aveva nulla di vergognoso. Rifiutavo, in sostanza, sia il “bagno nella socialità” sia l’arroccamento nella “torre d’avorio” senza che, al tempo stesso, riuscissi a intravedere una via d’uscita; la posizione di Renato Serra nell’”Esame di coscienza” interpretata in chiave di pessimismo esistenzialista. Eppure quel titolo, e soprattutto quella data, sono rimasti per anni depositati nel fondo della mia coscienza, come un messaggio beffardo e misterioso. Possibile che, a dieci giorni dal 25 luglio, stessi ancora battendo il passo davanti le “ragioni della guerra”? Non era ridicolo questo affannarsi a prendere le distanze tra le farneticazioni di Pettinato e la cautela corporativa degli intellettuali amici di Bottai? Mi vedevo nella condizione del conferenziere che alza la testa, sconcertato che la sala non abbia accolto le sue conclusioni con l’applauso di rito, e solo allora si accorge che, mentre parlava, il pubblico, un poco alla volta, aveva abbandonato la sala in punta di piedi. Ero stato scavalcato dagli avvenimenti, non avevo capito assolutamente niente di quanto stava avvenendo. In un’’epoca in cui il valore degli intellettuali si misura sulla abilità con cui riescono a interpretare tempestivamente i segni dei tempi e ad adeguarvisi, questo era davvero uno di quei peccati vergognosi che non si osa confessare neppure a se stessi.

Se la Repubblica Sociale di Mussolini, per le note ragioni era nata morta il 23 settembre del 1943, la Repubblica italiana del 2 giugno 1946 nasce, ancor più morta: piena di scheletri che ingombrano il cammino ai vivi e di fantasmi chiusi in fretta e furia negli armadi!

   Questa riflessione è un documento molto interessante di ciò che gli ex fascisti pensavamo di se stessi – il settimanale Roma fascista era la rivista dei GUF, Gruppi Universitari Fascisti, fondata nel 1924 e con sede in Palazzo Braschi, alla quale collaborarono uomini come Giuliano Vassalli, Mario Alicata, Vittorio Zincone, Eugenio Scalfari (ebbene sì, proprio lui: il futuro direttore di Repubblica e capofila del progressismo filo-europeista e filo-massonico). Ripetiamo che è essenziale collocare quelle riflessioni nel loro contesto storico: la metà di luglio del ’43, dopo la caduta della Tunisia, la capitolazione di Pantelleria e l’inizio dell’invasione della Sicilia. Di che cosa si occupano allora, i giornalisti dei GUF come Enzo Forcella? Della delicata questione del disimpegno civile degli intellettuali; e optavano per un pessimismo esistenzialista di stampo quasi pre-sartriano. In realtà, la questione posta da Concetto Pettinato – lui, sì, un giornalista coerente e rispettabile, oltretutto con una notevole carriera d’inviato speciale, abbastanza coraggioso da sfidare Mussolini a prendere in mano la “sua” Repubblica (col famoso articolo Se ci sei, batti un colpo, che gli valse la caduta in disgrazia e l’allontanamento dalla direzione della Stampa) era tutt’altro che “farneticante”. Era una questione terribilmente reale e concreta, invece. In pratica, si trattava di un appello a tutti quegli intellettuali i quali per vent’anni avevano ricavato solo vantaggi dal regime, e adesso, nell’ora del pericolo supremo – pericolo per l’Italia, non solo per il fascismo – non trovavano di meglio da fare che rinchiudersi nei loro crucci leopardiani o nei loro, come avrebbe detto Elio Vittorini, astratti furori. Ed è già straordinario che il ventiduenne Forcella, invece di vestire l’uniforme e trovarsi a combattere in Sicilia, dissertasse nella capitale sulla malinconica solitudine esistenziale che attanaglia l’intellettuale.

Gli ex fascisti cosa pensavamo di se stessi? Qui un giovane Eugenio Scalfari, sì, proprio lui: il futuro direttore di Repubblica, già giornalista per diverse testate durante il fascismo, oggi capofila del progressismo filo-europeista e filo-massonico!

Ma la cosa più straordinaria, che aiuta a comprendere la psicologia di questo tipo umano, è che egli, a trent’anni di distanza, rileggendo il suo articolo del 15 luglio 1943, lo trovi confuso, sì, ma senza nulla di vergognoso; semmai si dolga di non aver capito che il fascismo era alla vigilia del crollo (mancavano appena dieci giorni!) e lui consumava inchiostro a predicare una guerra ormai perduta. Quello, trent’anni dopo, fu il suo rammarico. Trovava patetico e grottesco il fatto di non aver compreso quel che stava per accadere, di essersi lasciato “scavalcare dagli avvenimenti”; e, con irrefrenabile narcisismo, ragionava che gli altri se n’erano andati in punta di piedi, mentre lui parlava e si accalorava. Insomma era stato distratto, non reo di aver creduto nel fascismo e nelle cose che aveva scritto. E benché egli scomodi il parallelo con Renato Serra e il suo famoso “esame di coscienza”, qui di esami di coscienza non si vede neppur l’ombra. La sua grande colpa gli sembra essere stata un difetto di preveggenza politica: di questo sì, ritiene d’esser stato colpevole; anche se, con magistrale ambiguità, subordina il giudizio su se stesso al condizionale di  un’’epoca in cui il valore degli intellettuali si misura sulla abilità con cui riescono a interpretare tempestivamente i segni dei tempi e ad adeguarvisi. Manca poco che questo esame di coscienza si trasformi in un panegirico di se stesso: lui non ha saputo prevedere, ma non si è neppure adeguato: dunque, lui ha conservato la sua “purezza”.

La psicologia di certi tipi umani: “Gli intellettuali” è spesso confusa, per non dire patetica e grottesca!

   Ci siamo soffermati su questa testimonianza perché ci sembra che illustri bene un problema di ordine più generale: la mancata presa di coscienza degli intellettuali italiani dopo l’8 settembre del 1943, e lungo tutti i decenni della Repubblica democratica e antifascista. La verità è che la quasi totalità degli intellettuali rimasti in Italia durante il Ventennio erano fascisti: alcuni per convinzione, molti per opportunismo. Dopo la caduta di Mussolini e gli orrori della guerra civile, vollero rifarsi una verginità antifascista e deplorarono di non aver capito, di non aver visto, invocando però l’attenuante generica di esser stati scavalcati dagli eventi (cosa che si potrebbe dire di tutto il popolo italiano; ma gli intellettuali dovrebbero distinguersi appunto per una maggior lucidità, altrimenti che ci stanno a fare?). Grazie a questa deplorazione a questo sommario e reticente esame di coscienza, furono riammessi nei giornali, nelle università, nei salotti buoni della cultura. Erano talmente tanti, che una epurazione sarebbe stata impossibile.

 2 giugno 1946 nasce la Repubblica dei riciclati e dei voltagabbana: senza aver fatto i conti con la propria coscienza non si può costruire alcun futuro!

   Ma senza aver fatto i conti con la propria coscienza non si può costruire alcun futuro. Se la Repubblica Sociale di Mussolini, per le ragioni che abbiamo visto, era nata morta il 23 settembre del 1943, la Repubblica italiana del 2 giugno 1946nasce, se possibile, ancor più morta: piena di scheletri che ingombrano il cammino ai vivi, di fantasmi chiusi in fretta e furia negli armadi, e di voltagabbana che avrebbero fatto qualsiasi cosa pur di riciclarsi in versione democratica e antifascista. E agli intellettuali ex fascisti malamente pentiti, e prontamente saltati sul carro del vincitore (il loro numero è legione) si sono aggiunti quelli che erano espatriati durante il Ventennio; che, dal 10 giugno del 1940, avevano parteggiato apertamente contro l’Italia (a loro dire: contro il fascismo, come se in quel frangente si fosse potuto distinguere);  e poi erano tornati, trionfanti e col ditino alzato (noi l’avevamo pur detto che sarebbe andata a finire così!) dietro le baionette dei vincitori, per prendersi sulle rovine della Patria, devastata e asservita, la loro amarissima rivincita, tanto lungamente attesa.

Per gentile concessione:  

Fonte: Accademia Nuova Italia

 

Immagine: Mario Mafai – 1954 –  “Il caffè degli intellettuali”

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Un commento

  1. Francesca Rita Rombolà

    2 Agosto 2019 a 16:42

    Non c’è mai da fidarsi dell’intellettuale… almeno quello italiano. In altre nazioni del mondo molti intellettuali sono morti sotto tortura, pur potendosi salvare, per non servire il Regime di turno! E ancora oggi lo fanno. Sono gli idealisti veri che non hanno bisogno di onori, di ricchezze, di riconoscimenti, seguono solo la via della verità… e la verità rende liberi(lo ha detto Dio, mica un intellettuale).

    rispondere

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