Ci ho messo la faccia

IO CI METTO LA FACCIA MA VOI SIATE INCLUSIVI


Ci ho messo la faccia, per una società inclusiva, non lasceremo indietro nessuno… e lei che idea si è fatto? Ma non vi infastidisce il gergo petulante della conformità, con le sue frasi fatte e i suoi pensierini prestampati, che si ripetono in ogni lezioncina, talk show, articolo e intervista?

Un tempo si prendevano in giro le forme ipocrite della vecchia borghesia, il suo linguaggio falso e paludato, i suoi stereotipi, i suoi pregiudizi. E anche per questo nacque il ‘68. Ma col passare del tempo, e col passaggio dalla protesta alla cattedra, dall’opposizione di strada al potere culturale e mediatico, anche il sessantotto inventò un suo rococò del linguaggio. Di cui è figlio legittimo il politically correct, dal catechismo woke alla cancel culture, dal metoo al black lives matter. Con tutto il suo frasario e le sue ipocrisie per non chiamare le cose col loro vero nome e non irritare nessuno.

Ma oltre questo codice neo-bigotto, c’è una zavorra di pigrizie, birignao, formule ripetute a pappagallo, che segue la parabola ossessiva e banale delle mode.

Metterci la faccia, per esempio, è ormai una dichiarazione spavalda di coraggio e sincerità che è stucchevole, tanto è ricorrente. Un tempo si dava la parola d’onore, si metteva in gioco la propria credibilità e affidabilità, si richiamava la propria coscienza, si metteva il cuore o la testa; oggi, nell’epoca dell’apparenza, dei social e dei video, è tutta una questione di faccia. Non di verità, di coscienza e tantomeno di onestà ma solo di immagine, di facciata, di faccina, come gli emoticon: c’è chi dice di metterci la faccia mentre sta cedendo o vendendo altre parti del proprio corpo, come la lingua e il posteriore.

Si consumerà prima la lingua del servo o il culo del padrone?

 

 

 

 

 

 

O la parola magica che ormai è infilata in ogni contesto, scolastico, sportivo, sociale, perfino nella pubblicità: inclusivo. Mai vista una società con tante esclusioni ed esclusività come la nostra, che emargina il sentire comune, la vita reale, i gusti ordinari della gente, ma poi si appella all’inclusione, pretende l’inclusività, col sottinteso che è verso gli estranei, gli stranieri, gli intrusi o coloro che non meritano. E verso tutti coloro che fanno parte delle minoranze “giuste”, socialmente protette e lodate. Inclusiva dev’essere la società verso i migranti, lo dice pure il Papa. Ma si è mai pensato quanto poco inclusiva sia poi questa società nei confronti di coloro che non migrano ma restano nei loro posti d’origine? E si è mai paragonato i milioni di migranti effettivi o potenziali con i miliardi di stanziali che popolano la terra e che sono dimenticati, esclusi, negati dal cono di luce occidentale? Quanta ipocrisia nel gergo dell’inclusività, quante omissioni.

E la frase “non lasceremo indietro nessuno” che sembra così evangelica se non addirittura da arca di Noè e invece è solo un’enunciazione retorica che finisce col colpire il merito, lo sforzo, le capacità. Leggetevi l’ultimo libro di Luca Ricolfi, La rivoluzione del merito(1) (Rizzoli) per rendervi conto dell’impossibile e dannosa utopia del non lasciare indietro nessuno.È una frase che va bene per i soccorsi dei pompieri, per il naufragio di una nave, o altre disgrazie del genere, ma immessa nella realtà sociale è solo uno stupido, sciagurato, demagogico ottimismo che porta anche male (tipo il mantra “andrà tutto bene” ripetuto agli inizi del covid…).

O la conclusione di ogni predicozzo sulle donne, sui generi, sui giovani, sui deodoranti sempre uguale: “l’importante è come ti senti tu, l’importante è stare bene con se stessi”; ma non vi viene in dubbio che si debba stare bene con gli altri, a partire da chi ti è più vicino; col mondo, con la propria coscienza, e non sempre e solo pensare a se stessi al centro dell’universo? L’importante è come ti senti tu, e non conta l’età ma quella che ti senti veramente… E invece no, ragazzi, conta l’età effettiva, conta la realtà, contano le condizioni vere della tua vita, i rapporti che hai con gli altri, come consideri gli altri e come sei considerato dagli altri. Non basta fare il giro intorno al proprio ombelico, guardarsi allo specchio, magari deformato, e concludere che stai bene con te stesso. Dai su, torna alla realtà. (Ecco, la realtà quella che davvero manca. f.d.b.)

Non c’è poi intervista in cui non vi sia la domanda prestampata: lei che idea si è fatto? Ma basta, cambiate formula. Non fate come i poco creativi della pubblicità che in un messaggio di trenta secondi oltre a infarcirlo dei nuovi luoghi comuni ecologici, transessuali, gay, multietnici con l’obbligo del nero in ogni spot (facoltativo l’asiatico), usano poi le stesse parole per vendere, col verbo chiave Scopri, che si ripete in uno spot su due. Sulle campagne pubblicitarie ruffiane e sulla nuova filosofia aziendale fintoprogressista si veda il libro di Carl Rhodes, Capitalismo Woke,(2) edito da Fazi.

Il linguaggio della politica, perduti i riferimenti ideologici e ideali, naviga tra altri stereotipi ormai insopportabili, con formule prefabbricate per rimarcare l’altrui fallimento e il proprio radioso successo nel nome della verità. Ma sono ancora più insopportabili le premesse morali, del tipo: per me la politica è servizio, mettere al centro i cittadini… Ma dai, raccontalo a tua nonna, fai politica per ambizione, per fame di potere, di visibilità, di privilegi, di affari… Su dillo, confessalo, non sei mica un missionario, non ti sacrifichi per gli altri, non metti al centro gli altri, non rendi un servizio disinteressato… Su, siate realisti, un po’ più sinceri e credibili, metteteci più impegno e meno faccia…

(Panorama, n.42)

 

 

 

 

Approfondimenti del Blog

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Descrizione

In questo suo nuovo e appassionante libro, Ricolfi ripercorre la storia delle idee sul merito, dagli ideali che hanno ispirato la Costituzione, passando attraverso le teorie filosofiche e i romanzi distopici del Novecento, fino alla recente e deleteria confusione tra merito e meritocrazia.

Un tempo premiare il merito – misterioso amalgama di talento e impegno – pareva la via maestra per combattere la disuguaglianza, antidoto perfetto contro il nepotismo e i privilegi di classe. Oggi, al contrario, tanti intellettuali, studiosi e politici pensano che sia fonte di discriminazione, selezione, umiliazione dei deboli, e ingaggiano una stupefacente battaglia contro il merito. Nella vita di tutti i giorni non abbiamo alcun problema a scegliere il cuoco più bravo, il chirurgo più esperto, la scuola migliore per i nostri figli, o ad ammirare l’artista più originale, il calciatore che segna più goal, la scienziata che fa una grande scoperta. Perché, non appena si parla di studenti e studentesse, tutto cambia? Perché la parola “merito” nel mondo della scuola e dell’università scatena ogni sorta di paure, accuse, luoghi comuni, pregiudizi? E se invece proprio il talento fosse il più egualitario dei doni, visto che può posarsi su una reggia come su un tugurio? In questo suo nuovo e appassionante libro, Ricolfi ripercorre la storia delle idee sul merito, dagli ideali che hanno ispirato la Costituzione, passando attraverso le teorie filosofiche e i romanzi distopici del Novecento, fino alla recente e deleteria confusione tra merito e meritocrazia. E mostra quanto retrograda, infondata e lontana dal comune sentire sia la battaglia contro il merito. Sostenere i capaci e meritevoli – a partire dalle ragazze e dai ragazzi dei ceti popolari – è il gesto rivoluzionario che può rimettere in moto l’ascensore sociale. Un gesto che era in cima ai pensieri dei Padri costituenti, ma che finora nessuna forza politica ha avuto il coraggio di far proprio.

(2)

Descrizione

Brillante e avvincente, il libro di Rhodes è un testo fondamentale per comprendere uno dei trend politici ed economici più rilevanti dei nostri tempi.

«È tempo di abbandonare l’idea che le imprese, in quanto attori principalmente economici, possano in qualche modo aprire la strada politica per un mondo più giusto, equo e sostenibile. Il capitalismo woke è una strategia per mantenere lo status quo economico e politico e per sedare ogni critica. Questo libro è un invito a opporgli resistenza e a non farsi ingannare». – Carl Rhodes

«Gran bel libro; forte capacità critica, pacata ma radicale; lettura scorrevole e piacevole; testo ricco, informato; argomentazioni acute e ragionevoli, impeccabili, del tutto condivisibili». – Carlo Galli, professore dell’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna

«Mai prima d’ora l’ambiente di lavoro è stato così politicizzato e le aziende faticano per adattarsi alle richieste dei consumatori e dei dipendenti più giovani… [Capitalismo woke] esamina la storia di questo fenomeno, le cause politiche che ha abbracciato e le implicazioni per tutti noi». – Financial Times

Dagli spot di Gillette contro la mascolinità tossica ai miliardi di dollari donati da Jeff Bezos, CEO di Amazon, per la lotta al cambiamento climatico, fino alla sponsorizzazione di movimenti di massa come Me Too e Black Lives Matter. Sono sempre di più le grandi aziende che decidono di abbracciare cause politiche tradizionalmente progressiste (diritti civili, sostenibilità ambientale, antirazzismo, giustizia sociale), una tendenza che è stata definita capitalismo “woke”, ovvero sveglio, consapevole. Carl Rhodes ricostruisce la storia di questo importante fenomeno nato alla fine del XX secolo ed esploso nel XXI – dalla responsabilità sociale d’impresa degli anni Cinquanta al neoliberismo degli anni Ottanta, passando per l’appropriazione del termine woke, in origine usato dalla cultura afroamericana, fino ai dibattiti odierni – e discute criticamente che cosa esso significhi per il futuro della democrazia. Esaminando numerosi esempi di strategie aziendali politicamente corrette, Rhodes evidenzia come l’ascesa del capitalismo woke nella vita economica e politica contemporanea abbia conseguenze pericolose. Lungi dal risolvere i problemi della società, l’attivismo di multinazionali che dominano molti aspetti della nostra vita ha effetti antiprogressisti: trasformando la moralità in profitto, esso non solo legittima e consolida un’economia globale in cui miliardari e corporation si accaparrano quote sempre maggiori di ricchezza, ma espande il potere delle imprese a scapito delle istituzioni della democrazia. Come nota Carlo Galli nella prefazione, «il capitalismo woke qui è criticato non perché le campagne che sponsorizza sono sbagliate, o perché fa politica invece che profitti, né perché è poco coerente, ma perché è una funesta degenerazione delle forme politiche occidentale […] manifesta, dandola per ovvia e irreversibile, la fine della distinzione tra politica, società e terzo settore […] L’economia non si limita a invadere l’intera società, ma si sostituisce direttamente allo Stato».

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