All’inizio degli anni Ottanta Manhattan non è ancora il fortino inaccessibile che è diventato oggi, ma due giovani appena sbarcati dal Canada attratti dalla sua effervescente vita culturale devono comunque accontentarsi di un minuscolo monolocale in un seminterrato.

“Una vera meraviglia” – The Times Literary Supplement

“Un racconto d’amore nella New York degli anni Ottanta… Adam Gopnik sa emozionare e rendere affascinanti le piccole cose quotidiane della vita domestica” – The New York Post

 

La trama del romanzo.

Qual è lo spazio vitale necessario per vivere fra quattro muri, con un soffitto sopra la testa? Forse dipende anche dal cielo che si trova sopra: a Parigi, ad esempio, capita di imbattersi davanti alla vetrina di una agenzia immobiliare che mette sul mercato un grazioso appartamentino di quattro metri quadri e mezzo. Nel caso che il budget non consenta nulla di più, non è il caso di disperarsi. Tanto a Parigi quanto a Manhattan si può vivere in quattro metri quadri e mezzo a testa: la sa lunga in proposito Adam Gopnik, e il suo Io, lei, Manhattan può fungere da vademecum urbano per l’abitatore di minimi spazi.

   Gopnik, infatti, ha vissuto alcuni e felicissimi anni a New York in nove metri quadri giusti giusti. In due. Lui e la sua Martha. E il racconto che ne viene fuori è una storia dalle vedute ampie, dalle parole così appropriate, che viene quasi da pensare che quattro metri quadri e mezzo a testa siano lo spazio ideale, anzi perfetto, per l’ispirazione.

   Gopnik racconto in questo libro quegli anni, il loro amore, il matrimonio, ma soprattutto la loro trasformazione. Due parabole sono tracciate qui: la prima è, per l’appunto, «quella in cui due innamorati provenienti dal Canada divennero una coppia newyorkese…». L’altra è il suo «personale passaggio dall’essere uno che raccontava storie». La soddisfazione di «vedere le parole far centro» è il punto d’arrivo di questa carriera, dice Gopnik. E davvero in questo libro fanno centro, le sue parole.

   Perché hanno un ritmo davvero speciale, la sua storia come si racconta qui. C’è l’amore per Martha, ci sono le giornate in cui Adam accompagna i turisti al MoMA, ci sono le sue prime prove letterarie. C’è il mattino del loro matrimonio, con il lungo tragitto in metropolitana. Gopnik non fa affatto finta di non essere snob: lo è, o meglio lo è diventato dalla testa ai piedi. È difficile pensare a un intellettuale newyorkese più intellettuale e newyorkese di lui. Eppure guarda a tutto ciò che lo circonda sempre con una punta di ironia e anche, forse soprattutto, con una partecipazione emotiva pacata, ma piena. Ci sono in questo libro pagine commoventi e altre che strappano quasi una risata. Ci sono narrazioni e considerazioni. C’è certamente una certa dose di compiacimento, ma così bene incastonato nel tessuto del racconto che il lettore sente come qualcosa di necessario. Il tutto scritto con una prosa che accattiva, diverte, stupisce per la sua precisione, mai pedante.

   Poi Martha e Adam passano dai nove metri quadri (scarsi) a centoquaranta. Un salto vertiginoso a «un mondo reale e spazioso e con finestre enormi», a SoHo, in mezzo a gallerie d’arte. E la storia continua.

Da qui partono Adam e Martha nell’esplorazione di se stessi, del loro matrimonio iniziato proprio a New York e della loro nuova città, luogo ideale per mettere a frutto ambizione e talento. Quello di Adam, come lui stesso scoprirà non senza un certo stupore, sta nella capacità di mettere in fila le parole e di spaziare dalla cultura alta a quella bassa, abbandonando il puntiglioso «ma» del dibattito accademico per un tollerante «e» in grado di accogliere con sguardo curioso tutto ciò che la città ha da offrirgli. E delle sue doti dà prova anche in questi resoconti dei suoi comici esordi nel mondo lavorativo, da un impiego alla Frick Library a un altro al MoMA fino ad approdare alla rivista GQ, dove la totale mancanza di requisiti lo rende il candidato ideale. Ogni passaggio è occasione per gli incontri più disparati, dal fotografo Richard Avedon, che diventa mentore e amico fraterno, a un artista di strada deciso a rifare Van Gogh meglio di Vincent, dall’ineffabile star dell’arte consumistica Jeff Koons a un derattizzatore filosofo alle prese con la fauna sotterranea di SoHo. E il racconto cede volentieri il passo alla digressione: il parallelo tra i cicli della moda e l’eterno ritorno dell’uguale di nietzschiana memoria; la semiotica astuta dei centri commerciali e del finto nordico Häagen-Dazs; la capacità di oggetti iconici come il walkman e le Nike di mettere le ali ai piedi a un semplice camminatore: nessun argomento sfugge all’insonne e divertita ispirazione di un grande affabulatore.

 

Come inizia. 

 

 

PRIMA PARTE

Blue Room

1 

BLUE ROOM E BIG STORE

In autobus verso la città, in treno al matrimonio

 

La mattina in cui dovevo sposarmi, a New York, entrai in una libreria: lo facevo sempre nei momenti di crisi o di estasi, finché non le hanno chiuse tutte – e allora, come un monaco, mi è toccato cercare un po’ di conforto o di ispirazione da qualche parte nell’etere. Ci trovai qualcosa che speravo avrebbe fatto da epigrafe al nostro imminente matrimonio: era di Issa – poeta giapponese del Settecento, il più sensibile e spiritoso degli autori di haiku – e diceva semplicemente: 

   Il mondo di rugiada è

   un mondo di rugiada;

   eppure… 

Lo colsi immediatamente – o pensai d’averlo colto – in tutta la sua pregnante semplicità, nella sua essenziale accettazione e implicita immensità. La vita scorre, ed è difficile, tuttavia vi affiorano piaceri ed epifanie – per esempio ti capita di sposare la ragazza più carina che tu abbia mai incontrato nella città più fantastica del mondo. Non devi prenderti in giro – ma forse un po’ puoi. (Anni dopo, quando tenevo la rubrica «Talk of the Town» sul New Yorker, avrei intervistato una delle Andrews Sisters che, a proposito di Bing Crosby, mi confidò con discrezione: «Non potevi prenderlo troppo in giro: però un po’sì». Dipendeva da com’era inclinato il suo cappello. La vita, pensai, con i suoi stati d’animo svelati dalle pressioni del tempo, è come Bing Crosby con il suo cappello. E quella mattina il cappello aveva proprio l’inclinazione giusta.)

   Anni dopo ancora, Martha – la ragazza che sposai quel giorno e che adesso era incinta – mi fece promettere di non rifugiarmi in libreria quando sarebbe entrata in travaglio. Quando arrivò il momento, le cose andarono per le lunghe; così, alla sesta ora, volendo evitare una litigata con l’insopportabile ostetrico, mi presi una pausa e in effetti finii proprio in una libreria appena dietro l’angolo. Fu una buona mossa. La mia assenza fece andare Martha nel panico – con il rumore ininterrotto delle ambulanze che arrivavano all’ingresso del pronto soccorso lì vicino, non le ci volle molto per immaginare un qualche tragico incidente karmico – al punto che si dilatò. Arrivai appena in tempo per la nascita di nostro figlio, portando con me una splendida copia del Senso della bellezza di Santayana che, giuro, avevo davvero intenzione di leggerle ad alta voce, se le cose si fossero protratte ulteriormente.

   Come ho detto, però, tutto questo accadde anni dopo – solo qualcuno in verità, se ci atteniamo al modo in cui la gente più anziana ricorda queste cose; ma all’epoca un decennio pareva una vita. Era una vita.

   Quando dico «sposarmi a New York» so che potrebbe suonare una cosa da cappelli a cilindro, giacche a coda di rondine e funzione alla St. Thomas Episcopal. In realtà, in una gelida giornata dicembrina, prendemmo il treno numero 5 per il municipio stringendo in mano una licenza matrimoniale e gli esami del sangue, e ci sottoponemmo a una cerimonia di un minuto e mezzo celebrata da un funzionario che somigliava un po’ al Don Ameche di quand’ero bambino, quando presentava in tv International Circus. E così, dopo altri quarantacinque secondi circa di voti e promesse, salimmo sulla metropolitana che ci avrebbe riportati al seminterrato dove stavamo cominciando la nostra vita, una stanza di nove metri quadri scarsi, un luogo che avevamo soprannominato «Blue Room» in onore di una vecchia canzone di Rodgers & Hart che io ero abbastanza pazzo da ricordare, e Martha abbastanza pazza da accettare come guida di vita. Parlava di una coppia che sceglieva una «Blue Room», un monolocale dove poter cominciare la propria vita: Not like a ballroom, / A small room, /A hall room… Lontano da tutti, nel più piccolo monolocale di tutta Manhattan, quei due erano felici.

   In un certo senso, il viaggio in metropolitana a downtown non era che il prolungamento di un viaggio verso sud che avevamo cominciato qualche mese prima in Canada salendo su un autobus diretto a NEW YORK CITY, una scena che pareva uscita da un musical degli anni Quaranta. Mio padre ci accompagnò all’autobus. Quando i giovani figli, maschi o femmine che siano, lasciano la provincia alla volta della metropoli, ci si aspetta che i padri diano loro dei consigli. Nei Tre moschettieri, il padre di D’Artagnan dice al figlio di battersi a duello con chiunque, una volta giunto a Parigi: un consiglio sensato da dare a chi possiede una spada e sa usarla. Quando Sky Masterson – avete presente? l’eroe di Bulli e pupe – lascia il Colorado per andare a New York, suo padre gli dice che se nella grande città qualcuno ti mostra un mazzo di carte nuovo di zecca con il sigillo intatto, e vuole scommettere che, come dice il vecchio, quando lo apre salterà fuori il fante di picche per levarti una pulce dall’orecchio, tu non devi starci: il fante salterà fuori sul serio, la pulce resterà nell’orecchio e per di più ti ritroverai senza calzoni. Questo per dire che nella grande città, se il mazzo non è truccato, nessuno s’imbarca in una scommessa evidentemente folle (questo, naturalmente, è il corollario di un famoso avvertimento: se sei seduto a un tavolo da gioco e non riesci a capire chi sia il pollo, il pollo sei tu).

   Il consiglio di mio padre, quando lasciai il Canada per andare a New York, fu semplice: «Non sottovalutare mai l’insicurezza altrui». Era un consiglio eccellente, e tutti i guai in cui mi sarei cacciato in seguito derivarono perlopiù dal fatto di essermelo dimenticato. Chiunque, anche chi apparentemente è forte, lotta dentro di sé con una paura indiavolata di non essere amato o quanto meno apprezzato, emozione che la città, enorme com’è, non può che amplificare. Ripensandoci a distanza di decenni, credo che il mio vecchio avesse colto in pieno il consiglio del padre di Sky Masterson di non scommettere sui fanti che saltano fuori dal mazzo, o almeno il suo corollario, e cioè che chiunque, al tavolo da gioco, può essere il pollo. Il tizio con il mazzo truccato sta giocando con un mazzo truccato perché non crede di poter vincere senza. Molto spesso, nel profondo, anche i tipi che la sanno lunga sono dei polli – o si sentono tali. È questo a renderli insicuri. Il baro azzimato e impassibile: è lui l’illusione del tavolo da gioco – e della città.

   Mio padre parlava nell’estate del 1980: io arrivai a New York in agosto, e i dieci anni successivi della mia vita furono fantastici. D’altra parte, quando arrivai avevo vent’anni, perciò sarebbero stati fantastici anche se li avessi passati in una stazione di rilevamento dati al Circolo polare artico. Con quella particolare energia che abbiamo quando arriviamo in un posto nuovo, Martha e io esplorammo diligentemente tutti i luoghi curiosi della città. Ispezionammo ogni centimetro calpestabile di Central Park, entrando e uscendo da tutti i cancelli che Olmstead e Vaux avevano poeticamente nominato nel loro progetto, e lo Stranger’s Gate, il cancello degli stranieri, su Central Park West all’altezza della Centoseiesima, aveva per noi un significato speciale. Noi eravamo stranieri: eravamo arrivati, e sognavamo la cittadinanza.  

   A distanza di quasi quattro decenni, gli anni Ottanta a New York sembrano importanti anche in una prospettiva mondiale di più ampio respiro. Quarant’anni è il tempo di gestazione naturale della nostalgia, l’intervallo necessario perché un periodo del passato diventi un tempo perduto, e, a volte, un’età aurea. La spiegazione è semplice. Il primo scioccante sentore del tramonto, che impiega circa quarant’anni a manifestarsi, ispira chiunque a voltarsi indietro verso il sole nascente – la cui luce, nell’immaginazione, indora tutto ciò che risale a quell’epoca. Benché spessissimo nella cultura popolare l’esecuzione sia riservata ai giovani, in larga misura coloro che dirigono, programmano e filtrano – i tipi in giacca e cravatta che controllano e creano le condizioni, quelli che chiamano e scelgono gli attori – hanno, e hanno sempre avuto, più di quarant’anni. L’intervallo di quattro decenni ci porta indietro, pressappoco, al punto in cui stavano diventando consapevoli di se stessi. Quarant’anni fa è proprio il momento – un momento dal fascino potente – in cui stavamo arrivando, in cui i nostri genitori erano giovani e innamorati, il periodo edenico che precede la caduta registrata nei nostri ricordi.

   Eppure, benché siano un tema più volte rivisitato, gli anni Ottanta sono gravati da un carico di disapprovazione superiore a quello che sembra giusto riservare a un qualsiasi tempo passato. A posteriori la loro luce, più che essere autenticamente aurea e opulenta, brilla d’un giallo chiassoso. Quell’epoca viene riassunta in un’espressione che in effetti nessuno mai pronunciò: l’avidità è positiva. Probabilmente in quel periodo l’avidità era più spudorata di quanto fosse mai stata prima. Non è che percepissimo il capitalismo senza freni come un capitalismo senza colpe o, per dirla diversamente, senza coscienza: il punto è che moltissima gente si arricchì senza vergognarsene, e nel farlo riplasmò la città a propria immagine.

   Eppure, la verità è che nessun periodo, nessun luogo, può essere racchiuso nelle formulette ben confezionate della storia popolare. Gli umori non cambiano così prontamente; le vite non vengono vissute in pacchetti definiti in modo così preciso. Sfidiamo le tendenze popolari, tanto quanto ne siamo schiavi. I titoli delle prime pagine non ci sono di alcun aiuto mentre componiamo il nostro epitaffio. Quando penso agli anni Ottanta mi tornano in mente una o due serate scintillanti in cui in effetti certi uomini ricchi fecero il bello e il cattivo tempo, ma ricordo molte più mattine in cui possedere un paio di sneakers e un Walkman sembrava identificarti come un amante della tua epoca. D’altra parte, storia ed esperienza si misurano con metri diversi: ce ne rendiamo perfettamente conto considerando quanto male si combinino le due cose. Quando indossiamo i nostri abiti d’epoca, per così dire, i calzoni sono troppo lunghi, la vita stringe e la giacca non s’abbottona. Le modifiche che tocca fare sono una prova di quanto, nella memoria, le misure siano poco accurate. Nel periodo degli anni Ottanta in cui davo consigli anonimi come fashion copywriter, ero solito dire ai miei lettori che Dio sta nei dettagli, o che l’amore per i dettagli prende il posto di Dio. Lo dicevo ai lettori di una rivista di moda maschile, o piuttosto, visto che prevedibilmente erano troppo impegnati a guardare i calzoni, ai suoi «non lettori», per i quali doveva essere una sorpresa trovare sulle sue pagine un ateismo aforistico tanto coriaceo. Le lampo dell’esperienza e il taglio ampio della storia non combaciano mai del tutto.

   Eppure, qualcosa cambiò davvero. Forse non la natura umana, ma qualcosa di più simile al carattere nazionale. A New York, negli anni Ottanta, tutti i vincoli sul denaro cominciarono ad allentarsi e si esaurirono anche la maggior parte delle certezze che i ricchi un tempo nutrivano su cose come il sesso, la vita, il matrimonio e i ruoli delle persone. Moltissime idee di uguaglianza si dissolsero, ma lo stesso accadde alla maggior parte delle idee di aristocrazia. Un duplice effetto che per parecchia gente, convinta che fosse sempre stata l’aristocrazia a perpetuare le disuguaglianze, e non l’inverso, rimane tuttora sconcertante. Nel 1961, Lenny Bruce fu arrestato e messo alla gogna per aver detto «succhiacazzi» in un nightclub in California. Ai tempi della presidenzadi Ronald Reagan, ormai, chiunque poteva dire «succhiacazzi» in qualsiasi nightclub della California; o piuttosto, quando fu possibile dire «succhiacazzi» in qualsiasi nightclub della California Ronald Reagan era ormai diventato presidente. Sbrogliare le contraddizioni, o quanto meno viverci dentro in modo tollerabile, fa parte del lavoro necessario per comprendere quel periodo.

   Com’è che in una città governata da un brutale materialismo le cose sembravano sempre più irreali? Una possibile risposta stava nel fatto che le operazioni in cui era coinvolto il denaro, acquisti e vendite, erano diventate talmente astratte da poter essere rappresentate soltanto da simboli non reali. Il denaro aveva sempre significato moltissimo. Adesso, c’era chi pensava che significasse tutto, che fosse l’unica cosa al mondo ad avere peso. Altri ritenevano che adesso il denaro significasse tutto. Non solo che tutto il resto fosse stato messo da parte nella ricerca del denaro, ma che anche quel che rimaneva, in termini di arte o di musica, non avesse alcuna possibilità di espressione se non attraversoil denaro – o qualche fluido che lo rappresentasse. L’arte di Jeff Koons era così. Il denaro non era soltanto il suo tema: era la sua essenza, o si supponeva che lo fosse. L’influenza fredda e nefasta dei beni di consumo non sarebbe più stata esaltata, falsificata, disprezzata o elevata a religione – resa «iconica», per usare un termine orribile – come era accaduto all’epoca di Warhol. Adesso era tutto: il denaro aveva messo da parte qualsiasi altro valore. Era indistinguibile dall’arte. Il coniglietto d’argento di Koons era il demone del nostro tempo: in passato era stato un giocattolo, ora era ricoperto di metallo prezioso – assurdo, sinistro e freddo. Il denaro si era fatto arte.

   Naturalmente era tutto falso. Finché esisterà la morte, il denaro verrà beffato, perché è vero che non puoi portartelo dietro. C’erano moltissime cose che il denaro non poteva significare. (Jeff Koons, incontrato una volta per strada, piangeva per un figlio che gli era stato strappato, che nessuna somma poteva riportargli o sostituire; in seguito, su quella stessa strada, avrei visto anche il critico Robert Hughes, la bête noire di Koons, piangere il proprio figlio perduto.) Ma si trattava di cose con un’esistenza più defilata o vestigiale.

   Avevo il sentore che stesse prendendo forma un altro spartiacque, più difficile da vedere ma altrettanto importante. Tra me e me, lo chiamavo «La Blue Room e il Big Store», e già allora pensavo di scrivere un libro con quel titolo. Il mondo stava diventando più sciatto, più grande e più difficile da cogliere; la contro-vita si dispiegava in spazi sempre più piccoli, in sottoculture sempre più strane, in esistenze più bizzarre ed eccentriche, vissute più marginalmente di prima. E questo produceva una frattura tra vita pubblica ed esperienza privata.  

All’interno di quello spartiacque, eravamo ancora una generazione ambiziosa. L’ambizione sembrava ammirevole e anche plausibile, come per molti oggi non è più. Allora accettavamo una mole sbalorditiva di assurdità nelle nostre condizioni di vita e nei nostri desideri – i nostri minuscoli appartamenti degni di Girls– ma complessivamente ci aspettavamo che le nostre ambizioni si realizzassero. Oggi i giovani hanno una vita meno assurda, ma accarezzano ambizioni più moderate. L’adeguatezza sembra, tristemente, bastare. Guardando la serie di Lena Dunham sui ventenni di oggi a Brooklyn, sono sorpreso di vedere la protagonista, Hannah, trovare esattamente lo stesso lavoro che avevo trovato io nel 1983, presso la stessa rivista maschile. Ma mentre noi consideravamo quei lavori – suona assurdo, ma tant’è – come un passo ovvio lungo la scala che ci avrebbe portato alla fama letteraria, Hannah ci si sente intrappolata e infelice. Anche le persone che occupano le micropostazioni intorno a lei sembrano intrappolate. C’è più spazio per respirare, ma meno spazio di manovra. «Vogliamo soltanto che le cose siano a un livello adeguato» commentava un membro dello staff editoriale della rivista dove, al termine del percorso descritto in queste pagine, finii poi a lavorare, una donna intelligente e stimata, benché un po’ arrendevole. Intendeva dire che le vecchie parabole dell’ambizione e dell’aspirazione sembravano poco convincenti. Noi tolleravamo una spaventosa inadeguatezza con certa speranza – come diceva la preghiera anglicana per i defunti – nella salvezza finale. Quando entro nelle case dei ventenni di oggi, ho l’impressione che vivano sì a piani più alti, ma con soffitti più bassi.

   Io avevo senza dubbio l’ambizione di realizzare qualcosa, eppure, se su quell’autobus diretto a sud mi aveste chiesto di definire quali cose avevo l’ambizione di realizzare… be’, quello che adesso mi colpisce è come tutto fosse tortuoso. Aspiravo a diventare un curioso amalgama di E.B. White e Lorenz Hart, volevo scrivere saggi caustici con una mano e versi pieni di spirito con l’altra, nel frattempo animare una sorta di salotto frequentato da persone con inclinazioni simili – e dividere con Martha una casa di città che pareva uscita da The House on East 88th Street, con frotte di bambini e un albero di Natale alto dal pavimento al soffitto. E magari pure un alligatore.

   Nella vita reale, però, m’ero imbarcato in quattro anni di studi accademici di storia dell’arte, in una scuola di specializzazione estremamente dura e competitiva. Anche se una parte di me fingeva che stessi soltanto temporeggiando, sfruttando la borsa di studio in attesa di tutte quelle altre cose più intriganti, la verità era che i miei istinti, per natura competitivi, mi facevano desiderare di trionfare pure lì. Così pensavo che, nel tempo libero sottratto alla letteratura e al musical, avrei facilmente rinnovato lo studio asfittico degli antichi dipinti, che a mio parere faceva un po’ troppo affidamento su stantie ricerche d’archivio. Avrei riformato la storia dell’arte scrivendo trattati evocativi sulla vera natura – poniamo – dell’arte rinascimentale, perseguendo simultaneamente tutte le mie altre ambizioni di più ampio respiro.

   Ciò che adesso trovo sconcertante è come non m’accorgessi dell’assoluta impraticabilità di quel progetto di vita: frequentare la scuola di specializzazione e intanto cercare di scrivere pezzi per riviste e sperare di diventare un compositore – fondamentalmente impegnarmi in una cosa a tempo pieno e in un’altra part-time con l’obiettivo di fare, alla fine, tutt’altro. (Poi, però, mi rendo conto che ancora adesso faccio più o meno lo stesso; solo che lo faccio in un ambiente in cui, invece che una perdita di tempo, è considerato utile.) Se c’è una cosa che ho imparato, è che le ambizioni non dovrebbero essere perseguite girandoci intorno, ma seguendo una linea retta: vedi una cosa là fuori, e le vai dietro. Le linee rette meritano la buona fama che si sono guadagnate: sono davvero la via più breve tra due punti. D’altra parte, con le loro ampie traiettorie curvilinee, le ambizioni tortuose almeno ti portano un po’ in giro. Occorre più tempo per arrivare dove si sta andando, ma intanto ci si gode un gran bel viaggio. Io persi anni a seguire ambizioni che in realtà non erano la mia ambizione, ma così facendo incontrai moltissime persone affascinanti. E nel frattempo, tutte le ambizioni finirono in effetti per diventare un unico obiettivo, confluendo intorno all’unica cosa che mi sia mai riuscita bene: mettere il giusto insieme di parole nell’unico ordine possibile. Almeno quello, lo stavo perseguendo in linea retta.

   Rette o curve che siano le linee, si potrebbe quasi dire che la nostra sia stata l’ultima generazione ambiziosa, ma sarebbe una classica dichiarazione troppo ambiziosa. A metà degli anni Ottanta, i nostri amici erano giovani romanzieri e artisti, i loro libri erano pubblicati, i loro quadri appesi, le loro quotazioni salivano, e i rialzi aumentavano; e benché quelli intelligenti tra loro sapessero che eravamo aggrappati con le unghie a una sporgenza d’un centimetro su una parete che si stava sgretolando – la facciata d’un edificio già condannato e in via di demolizione – nondimeno il panorama che si godeva da lassù, per il momento, era bellissimo. Le vecchie equazioni tra ambizione, energia e successo reggevano ancora, o sembravano reggere.  

E così arrivammo a New York; provvisoriamente insediati in un hotel economico di midtown, centellinando il denaro della borsa di studio, ci rivolgemmo a un agente immobiliare sull’Ottantaseiesima Est, e per una settimana andammo a vedere microscopici appartamenti a Yorkville (io frequentavo la scuola tra la Quinta e la Settantottesima, mentre Martha stava iniziando alla Columbia). A Martha non ne piacque nessuno, e alla fine l’agente esasperato ci spedì a guardare un monolocale sull’Ottantasettesima, vicino alla Prima Avenue. Forse sperava che – vedendo una cosa del genere – avremmo cominciato a ragionare, smettendo di farci troppe illusioni e decidendoci per uno dei posti già visitati. Ci trovammo davanti una stanza di nemmeno nove metri quadri in un seminterrato. La definizione dell’impossibile.

   L’agente, però, non poteva sapere quanto fossimo pazzi. O quanto fossimo intrappolati nella nostra specifica folie à deux, in cui l’impossibile diventava una forma di ideale. Quel minuscolo monolocale dava sul retro di una chiesa con una vetrata policroma legata a piombo. Da lì, potevamo andare a piedi al Metropolitan Museum. Non era che una scatola da scarpe, ma a noi sembrò una scatola romantica. (L’affitto era all’incirca lo stesso chiesto per tutti i piccoli appartamenti che avevamo visitato. Trecentosettantanove dollari al mese. Il massimo che potevamo permetterci era quattrocento.) Eravamo talmente rapiti dall’idea della nostra fuga e del nostro legame, che trasponemmo tutti gli aspetti sgradevoli di quel posto nella chiave dell’irresistibile. We’ll have a blue room,/Anew room,/For two room,/Where ev’ry day’s a holiday/Because you’re married to me…

   Come tutte le illusioni romantiche, anche questa venne smontata molto in fretta: dai topi, dagli scarafaggi e da altri squallori meno brulicanti. Il punto, però, in un’illusione romantica, non è che è un’illusione, ma che è romantica. L’amore rigenera l’illusione. Mentre ne scrivo, torno a calarmici dentro. Nessuno, messo di fronte a un fatto, abbandona un’illusione: al primo, preferiamo la seconda. Anzi, più si invocano i fatti, più l’illusione si rafforza. Ogni fede è immune a tutti i fatti che puntano in direzione contraria, altrimenti non avremmo fedi così vigorose e fatti tanto strenuamente osteggiati. Per chi ha fede nella poesia della vita come l’avevamo noi, una stanzetta inadeguata secondo qualsiasi criterio umano, fatta apposta per spingere la vita ai confini dell’impossibile, risulta attraente. E meno possibile diventa, più l’illusione appare magnifica. Illusioni di questo tipo – chiamatele pure deliri, adesso non mi metterò a discutere – crescono sotto la pressione dell’assurdo come le uve da champagne s’addolciscono grazie allo stress inferto loro dal suolo gelato. Nella vita, impariamo sostituendo un’illusione con un’altra, un po’ più spaziosa. Non è che impariamo a conoscere le stanze rendendoci conto che non possiamo vivere in una stanza. Facciamo di quella stanza la nostra vita. Poi ce ne troviamo un’altra, sperando che sia più grande – che siano stanze.  

Siamo sulla metropolitana, diretti al municipio, insieme, come tempo prima sull’autobus. Chi eravamo – chi erano il ragazzo e la ragazza, prima sull’autobus e poi sul treno? Il tema di queste pagine è la mia inadeguatezza come eroe della città, e anche della storia. Nell’atto stesso di scriverne, gli eroi dichiarano la propria inadeguatezza di eroi: spiegare è un giustificarsi, ogni racconto è un chiedere scusa per qualcosa. Tuttavia l’eroina, o comunque la voce femminile, l’Alice del mio Ralph, è una storia diversa e merita – o comunque pretende – un paio di pagine per sé.

   Martha era già quella che sarebbe diventata, e dire questo significa cominciare a descriverla. Scrivere qualcosa sulla persona che per quasi quarant’anni ti è stata compagna, amante, partner e cofirmataria – finendo per essere l’amministratrice delegata e la direttrice finanziaria di una minuscola impresa in perdita con due dipendenti profumatamente pagati che godono di enormi benefit formativi – è un’impresa difficile, e oltretutto scrivere con toni affettuosi, per non dire amorevoli, della propria moglie è considerato di pessimo gusto. La tenerezza nei suoi confronti può essere ammirevole nella vita, ma in prosa è sospetta. Ho cercato di capire perché, e il motivo è semplice: sembra un atteggiamento al tempo stesso stranamente vanaglorioso e insincero. Il cantante lounge che strizza l’occhio alla moglie e dice: «Quella splendida signora è al mio fianco da quarant’anni» in realtà – ne siamo certi – sta ammiccando alla ragazza del guardaroba. Le eccessive smancerie coniugali sono equivoche perché l’interessata è lì che ascolta, incombe ronzando intorno al margine della pagina. Sospirate per un amore perduto, e il mondo sospirerà con voi; sospirate per la moglie che avete accanto e il mondo non saprà dove posare lo sguardo. Ma che posso farci?

   A diciotto anni era la ragazza più graziosa che avessi mai visto, e il fatto che possa avermi trovato interessante resta il grande evento, e il mistero, della mia vita. La sua grazia, per quanto antiquata sia la parola, è indiscutibile, mi dicono. Era, e sarebbe diventata, anche molte altre cose – una femminista e una filmmaker – ma sarebbe una bugia affermare che la grazia non sia stata la prima cosa che notai in lei, e quella che ho conservato più salda in me.

   Ci incontrammo prima del college. Io ero già uscito dalle superiori da cinque anni – mi ero diplomato a quattordici, Dio mi perdoni – mentre lei stava ancora frequentando. Era cresciuta con la madre islandese e la sorella, Julia, quella che diede la festa dove ci conoscemmo, in un’elegante casa di pietra con giardino alla periferia di Montréal – in un «sobborgo», dovrei dire, ma, soprattutto d’inverno, sembrava più un avamposto di frontiera che una zona residenziale. Fu un po’ come entrare in un convento abitato da tre donne; condividevano un modo di parlare studiato e melodioso. Presumo che ancora adesso parli in quel modo, tuttavia – stranamente – riesco a sentirlo soltanto nella memoria. Si divertivano a parodiare frasi fatte, oppure a usare frasi fatte in modo parodistico

– «È una donna che si trova veramente a un bivio», oppure «È stata una festa coi fiocchi» –, tutte cose che ripetevano con sorrisi maliziosi. La loro parlata era in parte quella strascicata esclusiva degli anglofoni di Montréal, e in parte melodiosa per via dell’influenza islandese. Una semplice frase che le sentii pronunciare la sera che ci conoscemmo – «Siamo andati tutti alla conferenza, ma è stata un po’ una catastrofe!» – divenne un esercizio di estensione melodica: «Siamo andati tutti alla conf-erenscia, ma è stata un po’ una cat-aaaas-trofe». Amavano le espressioni all’antica, che usavano con ironico compiacimento. «Ci siamo accomodateproprio confortevolmente, in albergo»; oppure «A quel punto, il subbuglio era cosa del passato…»; o anche «Facciamolo finché ne abbiamo lo slancio…» Si divertivano a pianificare complicati eventi sociali – tè, brunch e «ricevimenti in casa» – ma al tempo stesso diffidavano degli ospiti che non levavano il disturbo. «Se invitiamo Caroline, si fermerà a chiacchierare tutto il pomeriggio» diceva Julia a Martha con fare cospiratorio. «Perciò tu dirai che devi finire un pezzo e io dirò che le chiamo un taxi. Se la lasciamo andare all’autobus a piedi, rimarrà ore sulla porta.» Nel momento stesso in cui organizzavano un evento sociale, e con un piacere addirittura più intenso, pianificavano le proprie vie di fuga.

   Bella e passionale, aveva fatto l’amore con una sfilza di spasimanti nel seminterrato di quella stessa casa (dopo tutto la madre era nordica, e si accontentava di sapere dove si trovasse la figlia) dando prova d’un entusiasmo e di un’intraprendenza che smentivano la sua aria da bambola di porcellana. Aria che, sua madre lo sapeva, era un’illusione preservata grazie al sonno, all’energia e alle cure materne; al massimo, prima che le forze della ragazza venissero meno, c’era una finestra di tre ore. Sua madre non aveva dubbi nel considerarla ancora più fragile di quanto fosse in realtà, e quindi incoraggiava la sua abitudine di maratoneta del sonno.

   Di certo Martha dormiva più di qualunque persona io abbia mai conosciuto. Chiamavo il sabato, alle undici di mattina, e lei dormiva. Alle dodici… e stava ancora dormendo. A oggi, la sua normale razione di sonno è di dieci ore filate, in qualche caso anche undici. Quando però arrivarono i figli – cosa che per vent’anni significò alzarsi nel cuore della notte e la mattina presto – si adattò senza lamentarsi. Era fragile come temeva sua madre, ma più resiliente di quanto la madre sapesse. Delicatezza e resilienza divennero entrambe mie compagne.

   Capii ben presto che la resilienza derivava dal fatto che la sua anima era stata resa inquieta dal desiderio. Desiderava le strade di Londra. Desiderava i parchi di Parigi. (In seguito avrebbe scoperto che le strade di Londra erano perlopiù immaginarie, mentre i parchi di Parigi erano reali.) Desiderava una vita più grande, brillante e impegnata di quella che conosceva nel mondo di Montréal – invernale, elegante e fidato.

   Eravamo cresciuti entrambi a Montréal, andando a scuola e poi al college nel suo centre-ville, il centro cittadino ancora prospero, che all’epoca sarebbe stato definito «trafficato». Allora Montréal somigliava a un sogno anche agli occhi di chi vi si trovava in stato di veglia. Indietro di trent’anni rispetto alle città statunitensi, era ancora un luogo piacevole in cui vivere. Il centro eravivace, non scalfito dai mutamenti sociali. Fare spese girovagando da Ogilvy’s, il grande magazzino che conservava un sapore scozzese, sempre con le stesse vetrine natalizie per un quarto di secolo, significava sentirsi in contatto con il vecchio Impero. Pranzare – come le piaceva fare – al nono piano di Eaton’s, nella ricostruzione della sala da pranzo sulla SS Île de France, significava abitare in quel genere di felice civiltà borghese che altrove, nelle città «sicure», era già stata disintegrata. Era più simile a com’era, al volgere del secolo, la Saint Paul di Fitzgerald che non alla Filadelfia dov’ero nato io, ormai devastata. Potevi passare una serata in rue Saint-Denis che, pur non essendo parigina, era comunque francese; oppure andare in uno qualsiasi dei prosperi caffè ungheresi e goderti qualcosa più d’un assaggio turistico di un’antica cultura mitteleuropea. Era piacevole trascorrere una serata estiva a La Ronde, il parco dei divertimenti, o una mattina d’inverno a sciare a Mount Royal. Montréal, a quei tempi, aveva un garbo che suppongo fosse in larga misura inscindibile dal suo provincialismo (che era un provincialismo autentico, del tipo che si genera quando un gruppo linguistico resta isolato dal mondo esterno più ampio; in seguito, il provincialismo del Québec fu esteso, per indifferenza non meno che per benevolenza, ai vari sotto-provincialismi – ebraico, ungherese e haitiano – sotto la sua influenza). Montréal era una città che non posso definire altro che naïf; aveva una naïveté di tono, un’onestà di spirito, che ancora riesco aravvisare nelle cose che, come il Cirque du Soleil, sono iniziate laggiù. Hanno tutte in comune di non aver perso interesse per i piaceri più semplici. Perfino quelli di noi che sognavano un orizzonte più spazioso e aromi più vari percepivano quanto fosse bello vivere lì. D’altra parte, era pur sempre un luogo piccolo, e noi volevamo uscirne. Adesso la bellezza mi pare tanto più rara della spaziosità che la apprezzo più di tutto. Ma allora non lo sapevo.

   Che io fossi diventato, per Martha, il suo stormo di uccelli da liberare è al tempo stesso un fatto curioso e fortunato. Una volta una donna la definì, nero su bianco, la persona più spontaneamente educata che avesse mai conosciuto, e la verità è che in ciascuno di noi due, alla socievolezza naturale, s’era aggiunto un sovrappiù di educazione canadese, e nel suo caso anche un’ulteriore patina di cortesia islandese, producendo uno strato di educazione così spesso che molti la prendevano per falsa ingenuità – cosa che naturalmente, per altri versi, era davvero.

 

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L’autore

Adam Gopnik.

Adam Gopnik scrive per il New Yorker dal 1986. Durante la sua collaborazione con la rivista, ha scritto pezzi umoristici e di fiction, recensioni di libri, profili, réportages e più di un centinaio di storie per la rubrica “The Talk of the Town and Comment”.

Gopnik è diventato critico d’arte per il New Yorker nel 1987. Nel 1990 ha collaborato con Kirk Varnedoe, allora curatore di pittura e scultura al MoMA, all’esposizione “High & Low: Modern Art and Popular Culture”, scrivendo (assieme allo stesso Varnedoe) nel contempo il libro dallo stesso titolo.

Nel 1995 Gopnik si è trasferito a Parigi e ha cominciato a scrivere la rubrica “Diario parigino” per la rivista. Durante il suo soggiorno parigino, ha anche scritto un romanzo d’avventura, “The king in the window“, che è stato pubblicato nel 2005. Gopnik ha editato l’antologia “American in Paris”, per la Library of America, e ha scritto le introduzioni alle nuove edizioni delle opere di Maupassant, Balzac, Proust e Alain Fournier.

Il suo libro più recente, “Through the Children’s Gate: A home in New York” (in Italia “Una casa a New York”, Guanda, 2010), riunisce e espande i suoi saggi sulla vita a New York e sul crescere due bambini in quella città.

Gopnik ha vinto tre volte il National Magazine Award for Essays and for Criticism, e anche il George Polk Award for Magazine Reporting.

Gopnik vive a New York.

 

 

  • Io, Lei, Manhattan
  • Adam Gopnik   
  • Traduttore: I. C. Blum
  • Editore: Guanda
  • Collana: Narratori della Fenice
  • Anno edizione: 2019
  • Pagine: 314 p., Brossura

 

 

 

 

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