Siamo iperconnessi oltremisura

bambini iperconnessi

IPERCONNESSI

Siamo iperconnessi. Oltre all’impressione che la nostra effettiva dipendenza può creare, sarebbe anche il caso di chiedersi quali danni e quali problemi tale stile di vita può concretamente causare alla nostra salute, intesa a 360 gradi, nei suoi vari aspetti: fisico, emotivo, psichico e relazionale


Con questo titolo è andata in onda la puntata di Presa Diretta dello scorso 15 ottobre, volta ad indagare e stimare il ruolo e l’incidenza di smartphones e social networks nella vita del XXI secolo, insieme alle conseguenze tangibili che essi stanno producendo. Sulla Terra oggi sono presenti schede Sim per un numero pari a 7,8 miliardi, maggiore addirittura a quello dei suoi abitanti (7,5 miliardi). A tal proposito, gli Italiani si qualificano come terzi al mondo in quanto a diffusione del cellulare: più di otto persone su dieci ne possiedono uno. Lo smartphone è diventato qualcosa che ci tranquillizza, che ci rassicura. La sola idea di non averlo con sé e di smarrirlo destabilizza praticamente chiunque. Immaginiamo di doverne fare a meno per delle ore o dei giorni: alcuni andrebbero davvero nel panico.

Non è affatto irrealistico pensare che l’ammontare di stimoli ed input provenienti da questa scatola magica stia minando la nostra capacità di essere centrati su noi stessi e di tessere relazioni sane o anche semplici scambi tra individui: parlare in autobus invece di stare su Instagram ed ascoltare musica, chiacchierare con i compagni di università invece di controllare Facebook mentre si aspetta il docente. Quante occasioni di incontro e di conoscenza ci sta sottraendo questo nostro modo di vivere? Quante persone evitiamo di osservare o salutare? Quanto poco ci abituiamo a dimorare un po’ con noi stessi?

Siamo iperconnessi. Oltre all’impressione che la nostra effettiva dipendenza può creare, sarebbe anche il caso di chiedersi quali danni e quali problemi tale stile di vita può concretamente causare alla nostra salute, intesa a 360 gradi, nei suoi vari aspetti: fisico, emotivo, psichico e relazionale. In parole più dirette, cosa sta accadendo al nostro corpo, alla nostra capacità di comprendere, di ricordare e di vivere con gli altri?

Innanzitutto l’uso dello smartphone tende a modificare, come dimostrano gli studi di Erik Peper e Richard Harvey della St. Francisco University, il nostro assetto posturale, portandoci a posizioni di chiusura per nulla naturali, che vengono mantenute poi anche quando siamo senza telefono, causando perdite di riferimenti spaziali e favorendo la rassegnazione ed il malumore.

Oltre a questo, le conseguenze cerebrali sembrano essere ancora più evidenti. Come sostengono diversi neuroscienziati, portiamo sempre più il nostro cervello a pensare esattamente nello stesso modo in cui utilizziamo il cellulare ed i social. Saltiamo da un pensiero all’altro così come saltiamo da un link all’altro. Ogni cosa risulta un flash, un input che attraversa la nostra attenzione e ci rende iper-reattivi, ma di conseguenza anche molto più superficiali.

Il primo grave risultato di tale processo è che siamo sempre meno capaci di costruire pensieri e ragionamenti strutturati, con una difficoltà sempre crescente a far sedimentare in noi riflessioni dotate di profondità e logicità. Come argomenta il neuropsicologo Francis Eustache nell’intervista all’interno del servizio, non disponendo più di tempo in cui siamo totalmente privi di stimoli multimediali, non abbiamo quello spazio temporale e cerebrale che consente alla nostra mente e alla nostra persona di costruire e mettere insieme fra loro conoscenze, deduzioni, fantasie, ricordi, in poche parole “fare sintesi” e produrre effettiva conoscenza. Stiamo smettendo di sfidare il nostro cervello, di dargli la possibilità di allenarsi e migliorare; si pensi per esempio a quanto il navigatore sia utilizzato, togliendoci la necessità di imparare ad orientarci e ad acquisire un sano senso dello spazio, o a quanto la continua reperibilità di informazioni ci stia facendo perdere la fiducia nella nostra capacità di ricordare. Afferma Eustache:

«Se le tecnologie sono onnipresenti, non abbiamo più attimi di quiete! Ma è durante queste pause che noi facciamo la sintesi e costruiamo la nostra memoria, un equilibrio tra ciò che abbiamo assimilato e ciò che è al di fuori di noi, il quale ci permette di fare delle scelte ed avere delle opinioni. […] Se ho solo memorie esterne, chi sono io?»

Il secondo spaventoso risultato è la generale arroganza e bestialità che inizia a segnare le persone, a causa della progressiva perdita dell’umiltà: questo stato d’animo, dice la scrittrice Maggie Jackson (autrice del libro Distracted: The Erosion of Attention and the Coming Dark Age del 2008)(1), favorisce la curiosità e l’apertura mentale, ma anche la capacità di accettare di non sapere e il desiderio di mettersi ad imparare. In una realtà in cui tutto è immediatamente raggiungibile e cliccabile, anche le più piccole informazioni, non ci troviamo mai a fronteggiare la nostra ignoranza e la nostra limitatezza, non siamo spinti verso la scoperta. Questo orizzonte sta producendo individui superficiali, saccenti ed impulsivi, e ciò si nota poi anche sul versante politico; impulsività e cinismo guidano ormai le masse, che esaltano leader capaci di far leva su rabbia e rancore. La Jackson commenta tali situazioni con le seguenti parole:

«Passiamo continuamente da una cosa all’altra, senza essere più capaci di capire cosa sia importante e cosa no. Abbiamo creato una società che premia solo ciò che è facile e comodo. […] Il pensiero veloce è questo: categorizzazione semplice e pregiudizi, perché odiare è molto più facile che cercare di capire. Credo che questa cultura della distrazione porti in modo abbastanza diretto all’autoritarismo: è questo oggi il vero pericolo.»

 

Gli effetti dell’uso sfrenato di questi dispositivi sono a dir poco agghiaccianti, per non parlare poi della pericolosità che la nostra dipendenza da smartphone può avere in contesti quali quello stradale, in cui la distrazione gioca un ruolo chiave, causando nel mondo circa 250.000 morti all’anno. Sembra paradossale in un mondo che si proclama evoluto e civilizzato come il nostro, ma sotto certi aspetti l’essere umano pare andare incontro ad una regressione di cui – ironicamente – egli stesso è l’artefice.

Filippo Lusiani

 

 

 

 

Approfondimenti del Blog

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Descrizione

In questa avvincente esposizione della nostra vita cyber-centrica e carente di attenzione, la giornalista Maggie Jackson sostiene che stiamo erodendo la nostra capacità di profonda attenzione e consapevolezza – gli elementi costitutivi dell’intimità, della saggezza e del progresso culturale. Le implicazioni per una società sana sono gravi. Nonostante le nostre meravigliose tecnologie e i progressi scientifici, stiamo coltivando una cultura di diffusione e distacco. Con la nostra attenzione dispersa tra i segnali acustici e i ping di un mondo a pulsanti, siamo sempre meno capaci di fare una pausa, riflettere e connetterci profondamente. Nella sua ampia ricerca per svelare la natura dell’attenzione e dettagliare le sue perdite, Jackson ci presenta scienziati, cartografi, esperti di marketing, educatori, adolescenti cablati e persino esperti di robotica. Ci offre un avvincente campanello d’allarme, una storia avventurosa e ragioni di speranza. Come mostra l’autore, le neuroscienze stanno proprio ora decodificando il funzionamento dell’attenzione, con i suoi tre pilastri: concentrazione, consapevolezza e giudizio, e rivelando come queste abilità possano essere modellate e insegnate. Questa è una notizia entusiasmante per tutti noi che viviamo in un’epoca di sovraccarico. Accosta, premi il pulsante di pausa e preparati per un viaggio che ti aprirà gli occhi. Oggi più che mai non possiamo permetterci che la distrazione diventi il ​​segno distintivo del nostro tempo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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