Tra propaganda, illusioni strategiche e realpolitik

«Iran: i suoi nemici hanno sbagliato tutti i calcoli»

Perché l’Iran non colpisce (davvero) e perché Washington non può permettersi di crederci

Il Simplicissimus

L’entusiasmo per un presunto colpo iraniano alla portaerei Abraham Lincoln rivela più desideri che fatti. Al di là delle immagini suggestive e delle narrazioni amplificate, la realtà militare e geopolitica impone prudenza: colpire un obiettivo mobile a oltre 1500 chilometri richiede capacità satellitari che Teheran non possiede autonomamente. Affidarsi a Cina e Russia significherebbe coinvolgerle in un’escalation che né Pechino né Mosca hanno interesse a provocare, soprattutto offrendo agli Stati Uniti un pretesto per ricompattarsi internamente e rilanciare un consenso oggi in crisi. In questo scenario, l’errore di calcolo non è iraniano, ma di chi confonde la guerra dell’immagine con quella delle decisioni reali. (N.R.)


Oggi per prima cosa mi tocca un compito che ritengo in qualche modo antipatico: quello di spegnere gli entusiasmi che ieri sono divampati sul possibile colpo alla portaerei Lincoln, anche se la foto di apertura si riferisce, in maniera piuttosto fantasiosa, all’attacco portato dagli Houthi alla medesima nave nel tardo autunno del 24. Com’è ovvio non possiamo davvero saperlo, perché i danni inflitti dall’Iran all’Usai vengono rigidamente coperti e viene fuori principalmente ciò che accade nei Paesi circostanti: quindi nessuno ci direbbe se la portaerei sia stata colpita o meno. Ma è molto difficile che sia accaduto e questo non perché i missili iraniani non siano in grado di mandare la Lincoln a nuotare con i pesci, ma perché gli obiettivi posti a oltre 1500 chilometri di distanza e, per giunta, in continuo spostamento sono molto difficili da colpire con missili balistici a meno che non si disponga, come guida, di una rete satellitare capace di estrema precisione. Ma l’Iran non la possiede e dunque si deve affidare ai satelliti cinesi e in parte a quelli russi. Ci si deve perciò domandare se Pechino o Mosca vogliano propiziare l’affondamento di un simbolo della potenza americana e dare così a Washington il pretesto per usare ordigni nucleari. Al di là di questo non vogliono nemmeno dare a Trump l’occasione di risalire la china del consenso sul quale sta vistosamente scivolando proprio grazie alla guerra in Iran che molti americani giudicano come un atto di sottomissione a Israele. Un colpo di tal genere rischia di ricompattare momentaneamente gli Usa, giusto per le elezioni di medio termine.

Certo non si può escludere un colpo fortunato, ma ci andrei molto cauto tanto più che non c’è alcun bisogno di questo per delineare un quadro che già vede gli aggressori in grande difficoltà perché i danni provocati dall’Iran ai due gangster planetari e ai loro complici forzati sono molto ingenti e in gran parte inaspettati: in Qatar è stato distrutto un radar americano costato 1 miliardo e 300 milioni di dollari in grado di “vedere” oltre l’orizzonte a circa 2000 chilometri, un’arma strategica di enorme importanza per le forze Usa in Medioriente e qui si intuisce bene lo zampino della Cina; sono state gravemente danneggiate 27 basi Usa, provocando anche dei morti che al momento sono ufficialmente 3, ma si tratta di una cifra di comodo;  è stata colpita la base britannica di  Akrotiri, cosa che si cerca di minimizzare in ogni modo dicendo che si è trattato di un drone, ma in realtà le esplosioni sono state parecchie e sono state riprese dalla gente che abita vicino alla base, ma in ogni caso si tratta di un avvertimento arrivato in tempo reale, subito dopo che Starmer aveva abilitato la base ad affiancare Israele;  è stato distrutto l’impianto di dissalazione di Sorek che fornisce circa il 20 per cento dell’acqua potabile israeliana; gli iraniani rivendicano di aver colpito e affondato una nave americana dotata di missili Tomahawk, cosa quest’ultima, certamente possibile; infine Tel Aviv è stata ripetutamente e colpita molto duramente.

Sarebbe difficile rendere conto di tutte le azioni contro le installazioni militari americane, israeliane e dei loro complici, anche perché su questo vige il silenzio più assoluto che permette ai media occidentali in via di progressiva degenerazione di dare un’immagine del tutto falsa dello scontro, ma in termini generali si possono dire due cose: la precisione dei missili iraniani, ancorché imperfetta, è assai migliorata dall’estate scorsa e la loro capacità di forare le difese israeliane, americane e dei loro conniventi arabi, è di molto cresciuta. Questo grazie alla rete satellitare essenzialmente cinese, ma anche al fatto che nella precedente guerra dei 12 giorni Teheran aveva usato i propri vecchi missili, mentre ora vengono usati quelli di concezione più recente. Sono anche cambiate le tattiche: prima vengono lanciati razzi che per essere intercettati con qualche probabilità di successo richiedono l’uso di almeno due vettori, ma più spesso di tre, esaurendo così rapidamente le difese. Poi arrivano i droni pesanti che possono colpire facilmente gli obiettivi.

In generale si può dire che i danni finora ammontano a decine di miliardi dollari, ma soprattutto che l’Usai è stata colta di sorpresa dalla reazione iraniana: si aspettavano una risposta fiacca e inefficace che dopo l’uccisione di Khamenei, se non addirittura una sollevazione popolare contro il regime, ma adesso si stanno rendendo conto di aver completamente sbagliato i loro calcoli. Il popolo iraniano si è effettivamente sollevato, ma contro di loro. Da questo punto di vista hanno già perso.

Redazione

 

 

 

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