Quando l’economia rallenta e la politica guarda altrove.

«Italia ultima tra i Paesi del G20 per la crescita del Pil. Ma oppofinzione e maggioranza si occupano del calcio»
L’Italia cresce meno di tutti nel G20, mentre il dibattito pubblico si rifugia nelle distrazioni.
di Augusto Grandi
Secondo le previsioni OCSE per il 2026, l’Italia registra la crescita del PIL più bassa tra i Paesi del G20: un dato che non sorprende più, ma proprio per questo dovrebbe inquietare. Il confronto con India, Cina, Indonesia, Stati Uniti e persino con economie europee comparabili evidenzia una distanza ormai strutturale, non episodica. Ciò che colpisce maggiormente non è solo la posizione in classifica, ma l’assenza di una reazione politica e culturale adeguata: mentre la crescita ristagna, il confronto pubblico si sposta su temi marginali e contingenti. Il rischio non è soltanto economico, ma civile: una lenta abitudine al declino che trasforma l’eccezione in normalità (N.R.)
Dal 6,1% dell’India allo 0,4% dell’Italia. Questa la crescita del Pil 2026 secondo l’Ocse per i Paesi del G20, ossia per le prime 20 economie mondiali. E sì, l’Italia è proprio all’ultimo posto tra i 20. Lontanissima non solo dall’India, ma anche dal 4,8% dell’Indonesia e dal 4,4% della Cina. Ma, per restare più vicini, staccatissima anche dal 3,3% della Turchia. E sarebbe lontana anche dal 2,1% della Spagna che, però, non fa parte del G20.

Comunque, la modestissima crescita italiana è pari alla metà di quella di Francia e Germania, con la Gran Bretagna allo 0,7%. Persino la Russia va meglio, con un incremento previsto dello 0,6%. E gli Stati Uniti, nonostante i disastri provocati dalle guerre di Trump, rallentano ma restano comunque al 2%.
Ovviamente incidono le differenze strutturali delle economie dei diversi Paesi. Il Sud Africa cresce ad un ritmo tre volte più veloce rispetto all’Italia, ma non per questo è un Paese più ricco, per non parlare della ricchezza pro capite.
Ma non è comunque incoraggiante ritrovarsi al fondo della classifica, a distanza ragguardevole dai livelli di crescita di Arabia e Australia, di Corea e Brasile, di Messico e Canada. Ed è ancora più preoccupante la totale mancanza di reazione, la rassegnazione generale.

Si apre un buco e si corre a mettere una pezza. Mai una strategia di crescita, di sviluppo. Non si investe sulla prevenzione ambientale e si spende molto di più per pagare i danni di alluvioni, frane, disastri di ogni tipo. Non si investe sulla cultura e ci si ritrova con una quota crescente di giovani che non riescono a comprendere un testo facile in italiano: giovani che non possono certo essere inseriti in ambiti lavorativi di qualità. Ma non si investe neppure sulla qualità del lavoro, dell’ambiente di lavoro, e la quota di giovani preparati sceglie di andarsene all’estero. Un esodo che vale 170 miliardi di euro persi in 10 anni.
Non si investe in innovazione, in ricerca, in tecnologie avanzate. Si resta in fondo alle classifiche degli investimenti, a partire da quelli privati. Ed è inevitabile restare in fondo alle classifiche della crescita del Pil.
