Italiani, mettetevi l’anima in pace, tornate alla realtà

ITALIANI FATE UN BAGNO DI REALISMO


Italiani, mettetevi l’anima in pace, tornate alla realtà. Lo dico a quanti, da sinistra a destra, soprattutto a sinistra e incluse le ali estreme dell’opinione pubblica, soffiano verso il governo in carica una sorta di perenne malaugurio: che salti il banco, che finisca sommerso come le zone alluvionate d’Emilia Romagna. Tutto è possibile, i rovesci – come insegna il clima – sono imprevisti, improvvisi e radicali, ma a ragionare seriamente non è l’ipotesi più probabile. Piaccia o dispiaccia, la Meloni dovrete tenervela per un po’. Sarà l’intera legislatura, sarà addirittura un ciclo multiplo, sarà quantomeno un biennio, come profetizzava il folletto cattivo Matteo Renzi. Ma non sembra proprio imminente la sua caduta, non pensate di metterle le valigie fuori di casa, cioè da Palazzo Chigi. Non è di passaggio, è saldamente in sella, si muove con accortezza.

Di conseguenza invito tutti a rimodulare le proprie posizioni, i propri attacchi, anche biliari, le proprie campagne, uscendo dalla logica della spallata o dell’assalto finale in vista del suo crollo. Approntate tattiche e strategie di più lunga scadenza, fate i conti con un governo non effimero, regolatevi di conseguenza.

A sinistra, per esempio, dismettete le vostre ridicole campagne – soprattutto giornalistiche – di scomunica one to one, con relativa indignazione. La Meloni deve scusarsi di tutto, anche dei fiumi esondati, degli affitti cari per gli studenti (li avrà introdotti lei, fino a sei mesi fa non c’erano); dei neofascisti trapassati, degli amici delle proprie mamme, dei deputati che hanno un filo di civile, innocuo rapporto con ex-estremisti o ex-terroristi (a sinistra nessuno, vero?), perfino di Alain de Benoist invitato al Salone del libro, dove ci possono andare scrittori finti e pagliacci veri ma non scrittori e pensatori autentici con un centinaio di libri scritti e centomila libri alle spalle; di candidati direttori del tg accusati perfino di aver intervistato un Carminati, come se avessero fatto una rapina o una strage insieme…

Smettetela di cercare la buccia di banana, il cadavere nell’armadio e la polvere sotto il tappeto, e pretendere sempre il cartellino rosso, la squalifica del campo, l’espulsione del bersaglio di turno; affrontate a viso aperto i temi del giorno, criticate nel merito, opponete valide alternative, distinguetevi piuttosto per divergenze concrete.

Un bagno della realtà è consigliato pure a quella fetta, non trascurabile, di cittadini che hanno votato o tifato Meloni e che si sentono traditi, delusi, perché non corrisponde alle loro aspettative. È tutto previsto, secondo copione, già da prima delle elezioni: che la Meloni non avrebbe tenuto fede ai proclami e ai toni da opposizione, che avrebbe invece tenuto fede alla linea Draghi, alla Nato, all’Europa e alle sue direttive, agli sbarchi assistiti dei migranti. Era prevedibile pure che gli scontenti sarebbero rimasti scontenti pure di lei. Lo sapevamo da prima, lo sapevamo dall’inizio. E non perché i piani ce li avesse confidati qualcuno né perché siamo preveggenti; ma semplicemente perché, essendo realisti, sappiamo che si va al governo solo a quelle condizioni. Altrimenti non saremmo sotto una cappa. Prendere o lasciare. E per coerenza ideale dovremmo sempre continuamente lasciare, uscire a testa alta e restare sempre fuori, contro, finché morte non ci separi.

A me personalmente ci sono tre o quattro cose che non vanno assolutamente giù su cui esprimo massimo e aperto dissenso. E non sono le singole, infelici battute di quel ministro o quell’esponente, ma cose ben più grandi. Come il nostro ripetuto allineamento, in prima fila, sul fronte Nato, schiacciati e piegati sulla posizione americana, e sulla celebrazione a oltranza del guitto con la maglia paramilitare addosso. So pure che la Meloni non sarebbe al governo se avesse avuto una posizione diversa (Orban, onore a lui, se lo può permettere). Invece è sempre stata, anche prima del voto, va detto, su quelle posizioni atlantiche.

Così, per cambiare scenario, l’allineamento alle direttive europee, la scomparsa di alternative per fronteggiare l’onda migratoria, che – guarda caso – da quando c’è il governo Meloni si è intensificata. Oppure, per tornare alle questioni interne, la pericolosa, nefasta, irrimediabile, proposta di autonomia differenziata delle regioni, di cui è apostolo coerente e determinato il ministro Calderoli. Sono realista e so che si creerebbe un vulnus fatale nella maggioranza, e probabilmente l’iter della proposta presidenziale è direttamente subordinato a quello, come scambio e contrappeso; ma lo reputo letale per l’Italia, una terza mazzata al nostro Paese dopo la sciagurata nascita delle Regioni e il più sciagurato trasferimento di poteri alle Regioni con la revisione del titolo quinto della Costituzione.

Queste cose, appena accennate, sono cinghiali sullo stomaco, indigeribili, insopportabili. Però so che sono il prezzo della durata, il costo per mantenere in piedi il governo. Sarebbe facile dire che a quel prezzo non sono disposto a sostenere il governo, non vedo la ragione di difenderli se devono fare le cose che farebbero gli altri, o danni equivalenti. Il realismo mi porta invece a dire che comunque preferisco loro, spero in qualche segnale positivo in altri campi, in qualche parziale ravvedimento, in un ribaltone degli assetti europei e in una tenuta sui temi civili; ma preferisco loro ai loro avversari, che farebbero le stesse cose, più altre per me inaccettabili, e con la protervia di chi sta al comando (già sono arroganti all’opposizione, figuriamoci se li lasciamo tornare al governo).

Detto questo, non chino la testa e ingoio tutto per realismo: esprimo ad alta voce tutto il mio dissenso su quei temi, lo ripeto, mi dissocio. Ma di più non è possibile fare. Nonostante tutto, ripeto, meglio la Meloni al governo che quegli altri. Aggiungendo: lo sapevamo dall’inizio che sarebbe andata così. Le alluvioni non si possono prevedere, ma le politiche si.

 

 

 

 

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La Verità – 19 maggio 2023

 

 

 

 

 

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