José Ortega y Gaset: le masse, la libertà e la circostanza. Io sono io e la mia circostanza. Il suo fu un liberalismo assai particolare più vicino all’individualismo elitario, a una visione alta della vita e della storia   

Ritratto di Jose Ortega Y Gasset autore Ignazio Zuloaga (1870-1945)

LE MASSE, LA LIBERTÀ E LA CIRCOSTANZA

 Io sono io e la mia circostanza.

José Ortega y Gasset era davvero un liberale? È questa la domanda che mi pongo da molti anni, da quando, per una singolare coincidenza o circostanza – circostanza, la parola più orteghiana di tutte! –  lessi La ribellione delle masse(L.C.) e le Meditazioni del Chisciotte(L.C.), le due opere più conosciute di una produzione vastissima, quasi contemporaneamente alla Democrazia in America di Aléxis de Tocqueville(1), altro liberale assai singolare. Insieme con il giurista e filosofo del diritto e della storia Carl Schmitt(2), Dostoevskij(3), indagatore dei misteri dell’anima, cristiano sedotto da Gesù, Ortega e Tocqueville sono gli autori che più hanno influito sulle mie personali convinzioni. Un secolo divide la vita di due giganti del pensiero libero, ma il quesito è per entrambi sempre aperto: liberali o conservatori, sostenitori critici della modernità avanzante o lucidi, angosciati osservatori dell’ineluttabile irruzione delle masse nella storia?

Entrambe le cose, più tanto altro. Segno di grandezza, dell’impossibilità di imprigionarli in una casella. Don José, figlio di un influente giornalista madrileno, nato nel 1883 e morto nel 1955, fu avversario di Francisco Franco(4), ma dopo qualche anno di esilio rientrò in patria, dove animò un’influente università privata, l’Instituto de Humanidades, continuando anche l’instancabile lavoro di animazione culturale attraverso la Revista de Occidente, fondata nel 1923. Lascia un’eredità di migliaia di pagine, le Obras, frutto dell’interesse inesausto per molteplici ambiti della cultura, indagata ai massimi livelli, lontano dalla superficialità del poligrafo. Tocqueville, conte normanno, il primo politologo della storia, ministro e uomo politico del dopo rivoluzione francese, visse tra il 1805 e il 1859. Ho sempre avuto la tentazione di iscrivere i due nel campo del pensiero conservatore, non senza ragioni, ma sarebbe un’associazione abusiva, incompleta e addirittura ingenerosa.

Ortega liberale fu certamente, ma di un liberalismo assai particolare, più vicino all’individualismo elitario e a una visione “alta” della vita e della storia. Il pensatore spagnolo fu soprattutto un innamorato della libertà, sorella della cultura, della vitalità esuberante, dell’aristocrazia dell’animo, rassegnato ma atterrito – come Tocqueville un secolo prima – per l’avvento dell’era delle masse. Individualista, certo, e, in qualche misura esistenzialista. L’uomo, per Ortega, non è l’atomo senza radici del liberalismo classico, ma un essere che vive “qui e ora”. Essere è quindi “esserci”, alla maniera del Dasein(5) di Heidegger, il filosofo tedesco con il quale intrattenne rapporti intellettuali.

La sua frase più nota, tratta dalle Meditazioni del Chisciotte (1914) è anche la sintesi della sua concezione dell’uomo “io sono io e la mia circostanza”. Con la circostanza Ortega non vuole indicare solo l’ambiente fisico in cui ogni essere umano vive, ma il contesto sociale e storico da cui è circondato e in larga misura improntato. La circostanza orteghiana è la base che si impone ad ogni uomo a partire dalla nascita: è il luogo, il tempo, la società. “Circostanza! Circum-stantia! Le cose mute che stanno nei nostri più prossimi dintorni!”. Yo soy yo y mi circunstancia, y si no la salvo a ella no me salvo yo, io sono io e la mia circostanza e se non la salvo, non salvo neppure me stesso. Con tale affermazione, Ortega sottolinea l’unicità della vita di ogni essere umano, non trasferibile (nessuno può vivere al posto mio) improntata da precise circostanze spaziali e temporali. Io nasco in un certo tempo e luogo e, in conseguenza di ciò, la mia vita si presenta con determinate caratteristiche.

Le circostanze sono molteplici, diverse da un uomo all’altro, il che rende unica ogni vita. Le circostanze determinano ogni singolo individuo e la loro eliminazione comporta l’annullamento di noi stessi. Dunque, la circostanza è il radicamento concreto in un tempo e in una comunità. L’uomo, per Ortega, è innanzitutto erede: di un passato, di idee, principi e credenze che lo precedono. Arriva nel mondo con una serie di informazioni e conquiste già date e già realizzate. È importante che conosca la sua storia, che è coscienza comune, parte della circostanza. Poiché la vita è continuo mutamento, deve far crescere la sua eredità storica, senza disperderne i frutti a causa della perdita dei principi comuni. Su questo tema decisivo, nel tempo della grande presente cancellazione culturale, dell’eredità rifiutata, del lascito culturale europeo rimosso in cambio di nulla, verifichiamo l’attualità del professore madrileno.

Studioso di Nietzsche, era immerso nella crisi della ragione europea e appartenne interiormente alla corrente che i tedeschi chiamavano kulturpessimismus(6). Portato a una comprensione olistica della realtà, indagatore della letteratura e dell’arte, ma anche della tecnica moderna (Meditazioni sulla tecnica), Ortega raggiunse il vertice delle sue riflessioni con la Ribellione delle masse, del 1930, a metà tra la prima terribile guerra mondiale e la seconda. L’incipit è la sintesi dell’intero pensiero di Ortega. “C’è un fatto che, bene o male che sia, è il più importante nella vita pubblica dell’era presente. Questo fatto è l’avvento delle masse al pieno potere sociale. E siccome le masse, per definizione, non devono né possono dirigere la propria esistenza e tanto meno governare la società, vuol dire che l’Europa soffre attualmente la più grave crisi che tocchi di sperimentare a popoli, nazioni, culture.

La storia, per lui, è sempre fatta da “minoranze selezionate”. Le masse, lo dice la parola stessa, non hanno forma, solo consistenza, e anche quando pretendono o credono di comandare, in realtà cercano sempre qualcuno a cui obbedire. Sentono “nostalgia del gregge” e non sopportano l’uomo libero e intelligente che pensa con la propria testa. Importante è il debito contratto da Elias Canetti nell’opera di una vita intera, Massa e potere(L.C.), con il lascito di Ortega. Le masse formano un coro che non può fare a meno della bacchetta del direttore, il quale per dominarle, deve scendere al loro livello, farsi, come loro, massa volgare. O fingere. Con siffatte convinzioni, difficile incasellare Ortega all’interno del pensiero liberale, a meno di non riconoscere la crisi inevitabile del liberalismo classico nelle società di massa. La democrazia non è il liberalismo, ammonisce egli stesso, ne è piuttosto la degradazione, “il brutale impero delle masse.” Il primo motivo del progressivo dissolvimento del liberalismo è l’irruzione delle masse nella storia, ostacolo per la connotazione liberale di qualunque Stato.  

Viene da chiedersi se l’attuale drammatica rivincita delle oligarchie contro i popoli non sia una consapevole reazione all’avanzata delle masse. Se così è, il rimedio è peggiore del male, ma Ortega avrebbe pronta la spiegazione: non di minoranze selezionate si tratta, di aristocrazie della cultura e dello spirito, ma di oligarchie, cricche. Un brillante esegeta di José Ortega y Gasset è Gianfranco Morra. Al sociologo e filosofo bolognese, autore tra l’altro di Europa invertebrata, sulle tracce del celebre Spagna Invertebrata(7) di Ortega, dobbiamo uno squarcio illuminante. La democrazia dell’uomo massa è una democrazia individualistica dei diritti, pertanto ha smarrito la sua dimensione etico-religiosa. L’uomo massa intende per democrazia “fare i propri comodi” per mezzo di uno Stato che lo assiste “dall’utero al sepolcro”. È un “bambino viziato”, è un signorino insoddisfatto. Il sapere dell’uomo massa, perduta la tradizione della “paideia(8) classica, si frammenta nella “barbarie dello specialismo” con il paraocchi, si serve di una tecnica che da mezzo è trasformata in fine. Non ci sono luoghi più “barbari” delle scuole e dell’università in una civiltà di massa.

È la sintesi perfetta del pensiero di Ortega, strano liberale aristocratico dello spirito che considerava il liberalismo, non per caso nato dentro la tradizione cristiana, la più elevata ideologia politica per la sua intenzione morale e spirituale, andata perduta per la prevalenza al suo interno della dimensione economica – il liberismo – e la vittoria dell’indifferentismo morale e religioso. Per lo spagnolo, il liberalismo non è un progetto politico, ma un habitus etico spirituale, “la suprema generosità, il diritto che la maggioranza concede alle minoranze. È il più nobile appello che abbia risuonato nel mondo; esso proclama la decisione di convivere con il nemico, e di più, con il nemico debole”. Agevole concludere che un progetto siffatto è incompatibile con la società di massa. La massa non desidera affatto convivere con chi la pensa diversamente, odia senza tregua tutto ciò che non si identifica con la miseria intellettuale e morale di cui è portatrice. Anche su questo tema, è evidente il debito con lo Zarathustra di Nietzsche. Il problema dell’Europa contemporanea – l’attualità orteghiana è sorprendente – è che “è rimasta senza morale”, anche per responsabilità del liberalismo reale.

Gli interessi di Ortega, dicevamo, furono molteplici e il suo genio versatile. Profondamente spagnolo, immerso nella crisi nazionale seguita alla perdita delle ultime vestigia di un grande impero (la “generazione del ’98”), si chinò sulle ferite della patria amatissima con un testo a cavallo tra storia, sociologia e scienza politica, España invertebrada, nel quale attribuì i mali spagnoli alla mancanza di vere aristocrazie capaci di esserne la spina dorsale, le vertebre che sostengono la nazione attraverso forti istituzioni, senso della storia e dignità dello Stato. Dopo una guerra civile sanguinosissima e la lunga stagione di Franco, la restaurazione democratica e monarchica ha confermato i timori di Ortega: la vecchia nazione iberica è più agiata, ma divisa come non mai, balcanizzata, disincarnata oltreché invertebrata.

Se possiamo formulare un giudizio, è nostra convinzione che Ortega fu tante cose, ma essenzialmente un filosofo. Non un sociologo, fotografo della società, o uno storico attento ad indagare le cause dei fenomeni, bensì un pensatore con un preciso senso della vita, consistente nell’accettare ciascuno la propria inesorabile “circostanza” e, nell’accettarla, convertirla in vocazione. Questo implica un ulteriore passaggio filosofico e destinale: “l’uomo è l’essere condannato a tradurre la necessità in libertà”. Nel concetto di libertà vi è alla base la fantasia, il tramite attraverso cui ognuno inventa la propria esistenza. Si tratta di una forza che rende l’uomo creatura che progetta ed esercita la libertà per “decidere ciò che dobbiamo essere in questo mondo”. Dobbiamo: la libertà individuale è un dovere morale, una necessità che attua la vocazione personale. È evidente che l’uomo di Ortega è il contrario della massa, colui che se ne distanzia vivendo la propria personale circostanza.

In Aurora della ragione storica, Ortega esprime un altro dei suoi principi essenziali: vivere significa, fin dall’inizio, essere costretti ad interpretare la nostra vita. L’uomo, insomma, è attore di se stesso, come spiega in Idea del Teatro, testo nel quale appare una riflessione cruciale: “l’uomo non ha una natura ma una storia. L’uomo non è altro che un dramma. La sua vita è qualcosa da scegliere, costruire mentre procede. Essere umani consiste in quella scelta e in quella inventiva. Ogni essere umano è il romanziere di se stesso, e sebbene possa scegliere tra essere uno scrittore originale o uno che copia, non può evitare di scegliere. È condannato ad essere libero.” È forse questo il centro dell’intero pensiero orteghiano: la libertà come destino, croce dell’uomo, ma anche ricerca, costruzione costante di sé.

Tutto il contrario dell’uomo massa che vede emergere dalle brume della storia. Originale è la definizione orteghiana: massa è tutto ciò che non valuta se stesso –  né in bene né in male – mediante ragioni speciali, ma che si sente “come tutto il mondo”, e tuttavia non se ne angustia, anzi si sente a suo agio nel riconoscersi identico agli altri. Agghiacciante descrizione dell’uomo occidentale dell’ultimo secolo. La descrizione del potere della massa è una delle pagine più significative e drammatiche di Ortega. “La massa travolge tutto ciò che è diverso, singolare, individuale, qualificato e selezionato. Chi non è come tutto il mondo, chi non pensa come tutto il mondo corre il rischio di essere eliminato”. L’uomo-massa non è identificato con una classe sociale, non è affatto il povero o l’operaio, ma l’uomo medio, senza qualità, soddisfatto di essere quel che è, non intenzionato a migliorare perché si considera già perfetto. La sua cultura è fatta di “luoghi comuni, di pregiudizi, di parvenze di idee, o semplicemente di vocaboli vacui che il caso ha ammucchiato nella sua coscienza”. Da questo nasce nell’uomo massa la feroce volontà di soppiantare, cancellare gli uomini superiori; ed è così che nasce l’azione diretta, ovvero la violenza della massa, fisica o psicologica.

La caratteristica più sorprendente di Ortega è la profondità dell’indagine di ogni aspetto dell’agire umano, una sorta di inveramento del celebre verso di Terenzio nell’Heautontimorùmenoshomo sum; humani nihil a me alienum puto:(9) sono un uomo e nulla di umano mi è estraneo. Importantissimo è il contributo alla comprensione dell’arte del Novecento. Il saggio La disumanizzazione dell’arte(L.C.) è il primo e più riuscito tentativo di capire il gigantesco cambiamento di paradigma – estetico e culturale – introdotto dalle avanguardie artistiche del primo Novecento Per Ortega, quelle avanguardie hanno promosso una visione del mondo del tutto nuova, direttamente relazionata con le molteplici trasformazioni dell’epoca. Più che un diagramma di idee, l’opera è una pista di fenomeni, una corrente di motivazioni e di indizi ancora allo stato di fermenti, all’interno dei quali prende vita il concetto di disumanizzazione dell’arte, teso a definire l’estetica contemporanea come divorzio dal realismo romantico e naturalista per spogliare l’arte dai suoi contenuti specifici. Ortega intuisce l’orientamento fondamentale dell’esperienza artistica del Novecento, avviata febbrilmente verso l’extraumano e l’informale, tesa a fuoriuscire dalla rappresentazione concreta dell’uomo.

Stupisce in Ortega, così attento a ogni sfumatura dell’animo umano, una certa indifferenza religiosa, tanto più singolare in una personalità così profondamente spagnola, permeata quindi di un cattolicesimo dai tratti mistici. In Schema della crisi, tuttavia, Ortega osserva che la perdita di autenticità dell’uomo-massa, immerso nella frenesia della vita, ha una delle sue ragioni più forti nella mancanza di pace interiore. La soluzione è la riconciliazione con la spiritualità, un rinnovato abbandono al soprannaturale e a Dio, vie di salvezza per arginare la ribellione delle masse. Un po’ poco per un pensiero articolato come il suo.

Ortega, peraltro, non eluse mai il problema della verità; l’uomo è tale quando sente la necessità di sapere. La ricerca della verità è ineluttabile, così come l’indagine sul significato della vita. La verità esiste, ma va conquistata senza pretendere di ottenerla rifacendosi ad un’unica prospettiva. La molteplicità di prospettive è un’altra costante del suo pensiero. C’è una verità “storica”, ma anch’essa cambia con il mutare del tempo e delle circostanze. È la principale concessione di Ortega al relativismo della modernità, ed è altresì la chiave per comprendere il particolarissimo liberalismo di Ortega. L’uomo massa non apprezza le sfumature e disprezza la discussione. A questo egli contrappone il liberalismo che convive con l’avversario, lo accetta e gli conferisce cittadinanza politica. La massa odia a morte ciò che le è estraneo. Quando agisce da se stessa, lo fa in un’unica maniera, il linciaggio.  “Non è affatto casuale che la legge di Lynch sia americana, dato che l’America è il paradiso delle masse.”

La massa è per definizione agita, amministrata. Ecco dunque la prevalenza dello Stato, la sua ingerenza nei fatti privati, l’estensione del suo potere. La modernità è l’epoca del “signorino soddisfatto”; a tutto deve pensare lo Stato, l’uomo-massa si deve limitare ad essere conformista, un bambino viziato che dà per scontati benessere e progresso, crede che la vita non necessiti di sforzo e non sia necessario che emergano i migliori.

 Roberto Pecchioli

(Continua)

Note:

  • (1) Il visconte Alexis Henri Charles de Clérel de Tocqueville (Parigi, 29 luglio 1805 – Cannes, 16 aprile 1859) è stato un filosofo, politico, storico, precursore della sociologia, giurista e magistrato francese. Il francese Raymond Aron, storico della sociologia, ha messo in evidenza il suo contributo alla sociologia, tanto da poterlo considerare uno dei primi osservatori non partecipanti della società. È considerato uno degli storici e studiosi più importanti del pensiero liberale, liberalconservatore e del liberalismo progressista. «Ai miei occhi le società umane, come gli individui, diventano qualcosa solo grazie alla libertà.» (Alexis de Tocqueville, Epistolario, da una lettera a Joseph Arthur de Gobineau)
  • (2) Carl Schmitt (Plettenberg, 11 luglio 1888 – Plettenberg, 7 aprile 1985) è stato un giurista, filosofo politico e politologo tedesco. Come giurista Schmitt è uno dei più noti e studiati teorici tedeschi di diritto pubblico e internazionale. Le sue idee hanno attirato e continuano ad attirare l’attenzione di molti filosofi, studiosi di politica e del diritto, tra cui Walter Benjamin, Leo Strauss, Jacques Derrida, Gianfranco Miglio, Giorgio Agamben. Il suo pensiero, le cui radici affondano nella religione cattolica, ruotò attorno alle questioni del potere, della violenza e dell’attuazione del diritto.
  • (3) Fëdor Michajlovič Dostoevskij (Mosca, 11 novembre 1821 – San Pietroburgo, 9 febbraio 1881) è stato uno scrittore e filosofo russo. È considerato, insieme a Tolstoj, uno dei più grandi romanzieri e pensatori russi di tutti i tempi. A lui è intitolato il cratere Dostoevskij sulla superficie di Mercurio. «Dove mai ho letto che un condannato a morte, un’ora prima di morire, diceva o pensava che, se gli fosse toccato vivere in qualche luogo altissimo, su uno scoglio, e su uno spiazzo così stretto da poterci posare soltanto i due piedi – avendo intorno a sé dei precipizi, l’oceano, la tenebra eterna, un’eterna solitudine e una eterna tempesta –, e rimanersene così, in un metro quadrato di spazio, tutta la vita, un migliaio d’anni, l’eternità, anche allora avrebbe preferito vivere che morir subito? Pur di vivere, vivere, vivere! Vivere in qualunque modo, ma vivere!… Quale verità! Dio, che verità! È un vigliacco l’uomo!… Ed è un vigliacco chi per questo lo chiama vigliacco.» (Delitto e castigo)
  • (4) Francisco Franco conosciuto anche come il Generalísimo de los Ejércitos o il Caudillo de España oppure in riferimento al grado militare Generale Franco (Ferrol, 4 dicembre 1892 – Madrid, 20 novembre 1975), è stato un generale e politico spagnolo. Fu l’instauratore, in Spagna, di un regime dittatoriale noto come franchismo, parzialmente ispirato al fascismo, grazie al quale governò la Spagna in un periodo compreso dalla vittoria nella guerra civile spagnola del 1939 fino alla sua morte nel 1975. In politica estera promosse la neutralità della Spagna nella Seconda guerra mondiale, pur supportando indirettamente le forze dell’Asse; permise, infatti, a navi e sottomarini tedeschi e italiani di attraccare nei porti spagnoli e permise all’Abwehr di operare in territorio iberico e inviò la Divisione Azul a combattere sul fronte orientale contro l’Unione Sovietica. Dopo la guerra, la Spagna franchista si isolò per oltre un decennio, salvo poi aprirsi diplomaticamente nella seconda metà degli anni cinquanta. Durante la Guerra Fredda, Franco fu uno dei più strenui oppositori del comunismo, ricevendo il supporto dai Paesi aderenti alla NATO, pur senza entrare a farne parte. Tuttavia non mancò di marcare le sue divergenze di pensiero rispetto al blocco americano e occidentale. In tal senso è degna di nota e da ricordare la Missiva di Francisco Franco al presidente Johnson, nella quale, in risposta alle richieste di aiuto militare spagnolo nel conflitto in Vietnam, Franco fa una attenta analisi politica e militare e profetizza a Johnson gli sviluppi fallimentari del conflitto e il ruolo di Ho Chi Minh come uomo del momento di cui il Vietnam ha bisogno.
  • (5) Dasein (pronuncia tedesca [ˈdaːzaɪn]) è un termine tedesco traducibile come esserci o presenza spesso tradotto anche come esistenza. È un concetto fondamentale nell’ontologia esistenziale di Martin Heidegger. Egli usa questa espressione per riferirsi all’esperienza che dell’essere hanno gli uomini. Indica una forma di essere che è cosciente di e deve confrontarsi con temi quali l’essere una persona, l’essere mortale e il dilemma-paradosso del vivere con altri esseri umani mentre si esiste, fondamentalmente, soli con se stessi. In tedesco Dasein è il termine gergale che corrisponde a vita, com’è usato, ad esempio, nella frase “Sono contento della mia vita” (Ich bin mit meinem Dasein zufrieden).
  • (6) Kulturpessimismus tradotto significa pessimismo culturale che generalmente denota un pessimismo sulle tendenze attuali e sui futuri sviluppi della cultura. Il fenomeno è noto fin dall’antichità, ma il termine si è affermato solo come antitesi alla fede nel progresso e all’ottimismo culturale in Europa alla fine del XIX secolo. Da allora, il termine pessimismo culturale è stato utilizzato anche in modo critico in relazione a posizioni ideologiche associate a idee pessimistiche sulle culture politiche. Anche nell’antichità erano diffusi atteggiamenti e insegnamenti culturalmente pessimistici sul declino della propria cultura, soprattutto durante le crisi sociali. Nel VII secolo a. C., il poeta greco Esiodo parlò nelle sue opere epiche e nei giorni di un’età dell’oro precedente, ma ora perduta, che era cambiata dall’età dell’argento a un’età del ferro
  • (7) Nella Spagna degli invertebrati, José Ortega y Gasset (1883-1955) si proponeva di analizzare la crisi politica e sociale della Spagna del suo tempo. Applicando il metodo della ragione storica, ha studiato il processo generale di integrazione e decomposizione delle nazioni, nonché la spiegazione dei fenomeni caratteristici della storia della Spagna. Secondo Ortega, la disarticolazione della Spagna come nazione sta nella crisi storica del loro progetto di vita comune: la Spagna stessa è stata il primo problema di qualsiasi politica. L’azione diretta di certi gruppi sociali, i pronunciamenti, i regionalismi ei separatismi (a cominciare dalla stessa Castiglia), sono il riflesso di un processo di disintegrazione che avanza in ordine rigoroso, dice il filosofo, dalla periferia al centro, in modo che il distacco degli ultimi possedimenti d’oltremare sembra essere il segnale per l’inizio di una dispersione interpeninsulare. Tutto il suo approccio rende questo libro un classico del pensiero spagnolo, che oggi è di piena attualità grazie all’analisi originale e accurata che offre del problema capitale della Spagna: i nazionalismi particolaristici. Federico Trillo conferma nel suo prologo l’importanza della diagnosi di Ortega e la validità delle sue proposte. (bellicosa) fino ai suoi giorni nostri.
  • (8) Paideia (in greco antico: παιδεία, paidéia), che significa formazione o educazione, è il termine che nell’antica Grecia denotava il modello pedagogico in vigore ad Atene nel V secolo a.C., riferendosi non solo all’istruzione scolastica dei fanciulli, ma anche al loro sviluppo etico e spirituale al fine di renderli cittadini perfetti e completi, una forma elevata di cultura in grado di guidare il loro inserimento armonico nella società. Sorto in epoca omerica, il concetto rimase sostanzialmente immutato nel corso dei secoli, pur nel variare delle sue forme di applicazione e delle discipline coinvolte, e continua ad interessare molti educatori e pensatori contemporanei.
  • (9) Heautontimorumenos (in greco Ἑαυτὸν τιμωρούμενος, Il punitore di se stesso) è una commedia di Terenzio. L’opera è una rielaborazione dell’omonima commedia di Menandro. L’anziano Menedèmo si costringe ogni giorno a lavorare da solo nei campi come punizione autoinflitta per aver impedito le nozze del figlio Clinia con Antifilia, una ragazza umile, il quale poi andrà a combattere come mercenario in Asia, seguendo l’esempio del padre. Tempo dopo il figlio ritornerà e otterrà l’aiuto del suo amico e vicino di casa Clitifone, suo coetaneo. Dopo varie peripezie Clinia si ricongiungerà con il padre e riuscirà a sposare Antifilia (attraverso il classico escamotage dell’agnizione, tipica di Terenzio) che si scoprirà essere la figlia di Cremete, il vicino di casa di Menedemo e padre di Clitifone.
  • Fonte

 

 

Copertina Ritratto di José Ortega Y Gasset – autore Ignazio Zuloaga (1870-1945)

 

 

 

Libri Citati

 

  • La ribellione delle masse
  • José Ortega y Gasset
  • Traduttore: Salvatore Battaglia, Cesare Greppi
  • Editore: SE
  • Collana: Testi e documenti
  • Anno edizione: 2017
  • In commercio dal: 6 novembre 2017
  • Pagine: 248 p., Brossura
  • EAN: 9788867233311. Acquista. €. 23,75

Descrizione

“C’è un fatto che, bene o male che sia, è decisivo nella vita pubblica europea dell’ora presente. Questo fatto è l’avvento delle masse al pieno potere sociale. E poiché le masse, per definizione, non devono né possono dirigere la propria esistenza, né tanto meno governare la società, questo significa che l’Europa soffre attualmente la più grave crisi che popoli, nazioni, culture possano patire. Questa crisi si è verificata più d’una volta nella storia. La sua fisionomia e le sue conseguenze sono note. Se ne conosce anche il nome. Si chiama la ribellione delle masse”. Il libro di Ortega y Gasset, “La ribellione delle masse”, appartiene a quella categoria di opere nelle quali meglio viene riconosciuto lo sforzo che un’epoca compie nel desiderio di decifrarsi, di vedere in sé i segni del proprio destino.

 

  • Meditazioni del Chisciotte
  • José Ortega y Gasset
  • Curatore: A. Savignano
  • Editore: Mimesis
  • Collana: Ispanismo filosofico
  • Anno edizione: 2014
  • In commercio dal: 22 ottobre 2014
  • Pagine: 121 p., Brossura
  • EAN: 9788857524573.   Acquista €. 11,40

Descrizione

Con le meditazioni chisciottesche, Ortega indaga sulla peculiarità unica e irriducibile della vita umana, anche se il suo modo d’essere gli appare sotto forma di eroismo e tragedia, la cui espressione è affidata al romanzo. Dei molteplici approcci ermeneutici con cui è stata analizzata quest’opera unanimemente ritenuta fondamentale nell’evoluzione del pensiero orteghiano prediligiamo il significato filosofico con speciale riferimento al tema della vita circostanziale, che dev’essere salvata attraverso un rinnovato rapporto con la cultura, senza eludere la decisiva questione della verità, intesa come verità vitale e prospettiva. Benché incompiuto, da questo primo libro è possibile arguire uno schema sufficientemente organico, basato sull’insinuazione di una teoria metafisica del reale. Così il Proemio contiene la celebre definizione della vita come l’io interagente con la circostanza, con l’imperativo di salvezza di entrambi. La Meditazione preliminare sviluppa una critica della circostanza personale di Ortega e delle condizioni della Spagna del suo tempo. Infine, la Meditazione Prima delinea un’originale concezione del romanzo.

 

  • Massa e potere
  • Elias Canetti
  • Traduttore: F. Jesi
  • Editore: Adelphi
  • Collana: Gli Adelphi
  • Anno edizione: 2015
  • Formato: Tascabile
  • In commercio dal: 12 marzo 2015
  • Pagine: 615 p., Brossura
  • EAN: 9788845929656Acquista €. 15,20

Descrizione

Nelle sue memorie Canetti scriverà, a proposito della massa: “È un enigma che mi ha perseguitato per tutta la parte migliore della mia vita e, seppure sono arrivato a qualcosa, l’enigma nondimeno è restato tale”. Il “qualcosa” a cui qui si allude è “Massa e potere”: la sua lunghissima genesi – apparve dopo trentotto anni di elaborazione – fa capire quale immensa energia, concentrazione, furia si sia depositata nelle pagine di questo libro. Un libro che è un vasto mito costellato di tanti altri miti – spesso dissepolti con passione da libri dimenticati nell’oscurità delle biblioteche -, dove Canetti, con l’asciuttezza vibrante di un annalista cinese, riesce a saldare in un tutto l’immane storia che vive in ciascuno di noi, iscritta nei nostri gesti elementari.

  • Auto da fé
  • Elias Canetti
  • Traduttore: B. Zagari, L. Zagari
  • Editore: Adelphi
  • Formato: EPUB con DRM
  • Testo in italiano
  • Cloud: Sì Scopri di più
  • Compatibilità: Tutti i dispositivi (eccetto Kindle) Scopri di più
  • Dimensioni: 1,54 MB
  • Pagine della versione a stampa: 548 p.
  • EAN: 9788845979637.   Acquista €. 8,99

Descrizione

Da una parte un grande studioso, Kien, che disprezza i professori, ritiene superflui e sgradevoli i contatti col mondo e ama in fondo una cosa sola: i libri. Dall’altra la sua governante, Therese, che raccoglie in sé le più raffinate essenze della meschinità umana. Romanzo primo e unico di Canetti, opera solitaria ed estrema, segnata dalla intransigente felicità degli inizi, “Auto da fé” racconta l’incrociarsi di queste due remote traiettorie e ciò che ne consegue – la minuziosa, feroce vendetta della vita su Kien, che aveva voluto eluderla con la stessa acribia con cui analizzava un testo antico.

 

  • La disumanizzazione dell’arte
  • José Ortega y Gasset
  • Curatore: Otello Lottini
  • Editore: SE
  • Collana: Piccola enciclopedia
  • Anno edizione: 2020
  • In commercio dal: 1 ottobre 2020
  • Pagine: 102 p., Brossura
  • EAN: 9788867235568   Acquista €. 12,35

Descrizione

«Isis Mirionima, cioè Iside dai diecimila nomi: così gli egiziani chiamavano la loro dea. Ogni realtà, in un certo senso, è come Iside. I suoi elementi, i suoi aspetti sono innumerevoli. Non è segno di audacia pretendere di definire una cosa, anche la più umile, con un certo numero di denominazioni? Sarebbe eccezionale se, fra gli infiniti discorsi che si fanno sull’arte, le cose dette da noi risultassero effettivamente osservazioni decisive. L’improbabilità aumenta quando si tratta di una realtà nascente, che inizia ora la sua traiettoria nel mondo. È assai probabile, quindi, che questo tentativo di descrivere l’arte nuova non contenga altro che errori».

 

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