José Ortega y Gaset. L’opera, le idee. Il concetto di progresso. L’apparente democrazia di massa si rivela come il prodotto corrotto di una modernità che disgrega e sdegna tutto ciò che è elevato, a cominciare dal sacro

Ritratto di Jose Ortega Y Gasset autore Ignazio Zuloaga (1870-1945)

 LE MASSE, LA LIBERTÀ E LA CIRCOSTANZA

L’opera, le idee.

Disegno di Jean Giraud alias Moebius

Sotto il profilo filosofico e letterario, l’opera più riuscita di Ortega resta Meditazioni del Chisciotte. Simbolo dell’anima spagnola, Don Chisciotte è un eroe tragico in quanto  visionario e perché la sua volontà eroica d’avventura si scontra inevitabilmente con la “circostanza”, i mulini a vento che non sono giganti da abbattere, Dulcinea che non è una nobile dama, ma una rozza contadina, il suo tempo che non è quello della cavalleria errante. Il Cavaliere dalla Triste figura diventa così anche un eroe ridicolo, con in testa un bacile creduto l’elmo di Mambrino, travolto da una particolare follia, l’incapacità di riconoscere il reale ed adeguarvisi. Nella figura del Chisciotte, Ortega scorge la frattura insanabile tra individuo e circostanza. Vi è qualcosa che avvicina le Meditazioni a Nietzsche: l’appello vitalista a ridiventare amici delle cose prossime, facendo molta attenzione “a non confondere ciò che è grande con ciò che è piccolo, affermando sempre la necessità della gerarchia, senza la quale il cosmo ritorna al caos.” Un vitalismo che non esclude la retta ragione, distinta dal razionalismo e dallo scientismo, cui oppone la “ragione vitale” che si manifesta nell’impegno a “dare una soluzione ai problemi che la vita pone, muovendo non da astratte categorie gnoseologiche, ma dalle situazioni storiche concrete.

Suggestiva è la considerazione che la modernità rampante è il tempo della plenitud, il “pieno”. Sono affollati, pieni, i treni, i teatri, le strade, gli alberghi e i caffè. La massa si fa folla e riempie di sé il mondo. La moltitudine si impossessa dei luoghi e dei mezzi creati dalla civiltà, ma li vive con indifferenza e insieme con voracità, come se fossero lì da sempre e non fossero, invece, il frutto faticoso di uomini eccezionali. In un breve saggio sulla socializzazione dell’uomo apparso sulla sua rivista Espectador, scopre per primo che “l’esistenza privata, nascosta al pubblico, alla folla, agli altri, va diventando sempre più difficile. Questo fenomeno assume immediatamente caratteri materiali. Una delle minime consolazioni di cui godeva l’uomo era il silenzio. Il diritto a una certa dose di silenzio è ora annullato”. Non che Ortega amasse o propugnasse la solitudine come progetto di vita. Al contrario, affermava che all’uomo non è permesso materialmente (l’avverbio è tutto…) stare solo con sé stesso. Voglia o no, deve vivere con gli altri. Rimpiange però la perdita del ruolo della famiglia, altro indizio di un liberalismo eterodosso. “Quanto più progredisce un paese, tanto meno vi conta la famiglia”. 

Nessuna nostalgia di un’arcadia passata e inesistente, ma la constatazione che l’uomo – che pure ha per destino la singolarità – sta cambiando direzione. Tende cioè a disindividualizzarsi, a perdere la sua unicità. Non si vive in compagnia, sbotta Ortega, ciascuno deve vivere la sua vita, cosciente dell’esclusività della circostanza, ma “la socializzazione dell’uomo è una faccenda paurosa. Perché non si limita a esigere che il mio sia per gli altri – proposito eccellente che a me non reca disagio alcuno – ma che mi obbliga a far mio ciò che è degli altri. Per esempio, adottare le idee e i gusti degli altri, di tutti. Proibita ogni proprietà privata, compresa quella di avere convinzioni a uso esclusivo di ciascuno”. Un gran numero di europei, conclude, sente un lussurioso godimento a smettere di essere individui (persone…) per dissolversi nell’ambito collettivo.  Diventa cioè massa, ieri ribelle, oggi nuovamente docile, ricondotta all’ovile dalle paure e dall’immensa macchina del potere.

Mancano autentiche minoranze superiori, aristocrazie dell’animo che sentano la vocazione a un destino più alto e per questo esigono il massimo da se stesse. Sulle piste di Goethe, anche per Ortega l’animo nobile aspira a un ordine e a una legge morale interiorizzata. La nobiltà – che non è quella del sangue – obbliga, è un arduo dovere da compiere. La massa non può arrivarci, poiché la divisione più radicale dell’umanità è tra coloro che “esigono molto e accumulano sopra se stesse difficoltà e doveri” e gli altri, gli uomini-massa, che non esigono nulla di speciale, “se non che per esse vivere consiste nell’essere in ogni momento ciò che già sono, senza sforzo di perfezione dentro di se stesse, galleggianti che vanno alla deriva”.

Paul Virilio.

Vedeva tutto questo quasi un secolo fa. Chissà che effetto gli farebbe passeggiare nell’amata Madrid verso sera, travolto dalla movida, dal baccano programmato, dall’ubriachezza di massa dei suoi giovani compatrioti (il botellòn) e che cosa penserebbe della chiusura della mente europea per incultura, edonismo senza scopo, il “pieno” insensato, la corsa dell’uomo – criceto che Paul Virilio definì dromocrazia –, l’imperio della velocità. La divisione tra gli uomini in massa e minoranze selezionate non è per Ortega un fatto di classi sociali, ma di personalità. Il predominio, dall’epoca sua, è della massa e del volgo anche tra i gruppi la cui tradizione era selettiva. Questa è forse la tragedia più profonda della postmodernità. Nella spiritualità buddista, osservava, il dualismo è risolto in quanto esistono due livelli spirituali distinti: “uno più rigoroso e difficile, l’altro più fiacco e volgare. C’è il Mahayana, il grande veicolo o grande strada e il Hynayana, piccolo veicolo, cammino minore. Tutto sta a porre la nostra vita nell’uno o nell’altro veicolo, in un minimo o in un massimo di esigenze”. Nessun dubbio sulla scelta dell’uomo massa e dell’intera postmodernità.  

Ortega intuì un particolare effetto dell’ideologia del progresso sulle masse contemporanee, la convinzione che la loro vita “è più vita di tutte le antiche”, credenza che determina una dissociazione mai sperimentata prima tra passato e presente. La conseguenza è la tabula rasa, poiché la modernità, anzi il presente, non rintraccia “in nulla del tempo che fu un possibile modello o norma”. La massa si sentiva, al tempo suo, all’alba di un nuovo inizio, che la disillusione postmoderna ha progressivamente scartato, orfana anche del futuro, incastrata nel presente, o meglio nell’attimo. L’immagine scintillante è quella che chiude La disumanizzazione dell’arte: “l’europeo ha smarrito la sua ombra. È quello che accade sempre sotto il sole di mezzogiorno.”

La scuola ha le sue responsabilità: sa addestrare alle tecniche della vita moderna, ma ha rinunciato a educare: dà gli strumenti per vivere intensamente, ma non fornisce la sensibilità per i doveri storici. Ha inoculato l’orgoglio e il potere dei mezzi, ma non lo spirito. La diagnosi orteghiana è chiara, la prognosi severa: le generazioni-massa assumono il comando del mondo “come se fosse un paradiso senza tracce antiche, senza problemi tradizionali e complessi.” L’erede ha rinunciato al lascito e “basterebbero trent’anni perché il nostro continente retroceda alla barbarie”.  C’è voluto solo qualche anno in più perché dilagasse l’invasione verticale dei barbari.

Fondamentale è una scoperta di Ortega che attiene più al campo dell’antropologia culturale che a quello dell’indagine sociale: l’indifferenza, l’ingratitudine dell’uomo moderno per tutto ciò che ha reso più facile la sua esistenza. Nell’incontro con il mondo tecnicizzato tanto socialmente perfezionato, l’uomo-massa crede che tutto ciò sia un prodotto della natura, non lo sforzo titanico di epoche e personalità eccezionali. Erede di un grande passato, è diventato un signorino viziato e imbarbarito, un selvaggio con telefonino, secondo la fulminante definizione di Maurizio Blondet. Crede che tutto gli sia dovuto e permesso: non ha esperienza dei limiti e pensa davvero che quel che vede, ha e utilizza sia “per sempre”.

La vita dell’uomo-massa nega ogni istanza superiore, considera la sua libertà vitale uno stato nativo, permanente, prestabilito, per cui non è più in grado di fare i conti con altre esigenze, a differenza dell’uomo eccellente, la minoranza selezionata, attraversata dalla necessità di appellarsi continuamente a una norma posta al di là di se stessa, “al cui servizio si pone liberamente”. Strano che all’interno di un sistema siffatto, Ortega non trovi posto per la trascendenza. E sì che scrive, nella ribellione delle masse, “che è l’essere selezionato, e non la massa, a vivere in essenziale servitù. Non ha per lui senso la vita se non la fa consistere a servizio di qualcosa di trascendentale”. Questo ideale elevato – niente affatto comprimibile nell’orizzonte liberale – è una disciplina di vita intesa come esigenza. La nobiltà non conferisce diritti, impone obblighi.

Molto contemporaneo è il concetto orteghiano di progresso. Lontano da rimpianti o nostalgie, egli sa che l’uomo-massa non è in grado di reggere il “processo”, non già l’equivoco progresso della civiltà. L’uomo medio si caratterizza infatti per l’assoluta ignoranza – in parte indotta, in parte consustanziale al mito del progresso – dei principi della civiltà. Poiché si sente già perfetto, non ha bisogno di imparare alcunché, dunque guarda con irritata supponenza i maestri. Non sospetta neppure l’esistenza della complessità, croce del vero uomo di cultura. In più, reclama a gran voce un diritto universale alla volgarità, il mare fangoso in cui meglio nuota.

Diceva Anatole France che l’imbecille è più funesto del malvagio: questo ogni tanto riposa, l’altro mai. Il potere lo sa bene e lavora senza posa per abbassare il livello morale e culturale dell’uomo-massa, estirpando accuratamente qualunque anelito spirituale e incentivando ogni pulsione triviale. Le idee, sostiene Ortega, sono un limite posto alla verità, quindi per avere idee occorre disporsi a volere la verità e accettare le regole che essa impone. Esattamente ciò che è inammissibile per l’animo volgare, la cui regola finale è la barbarie, ovvero l’assenza di norma.

La cultura contemporanea ricordava ad Ortega, che non poté conoscere la scuola della decostruzione e morì ben prima del fatale Sessantotto, la figura del cinico, l’intellettualoide greco capostipite del nichilismo, uno come Diogene che calpestava “con i suoi sandali pieni di fango i tappeti di Aristippo”. Il cinico, come gran parte della sedicente cultura moderna e postmoderna, non sapeva fare altro che sabotare la civiltà del suo tempo. “Mai credette né fece nulla. La sua funzione era disfare.” Il nichilista, parassita della civiltà, vive per negarla, mentre è intimamente convinto che essa non verrà mai meno. Non è così: sottoposto a una negazione di lungo periodo, l’edificio della civiltà è imploso, crollato su se stesso, travolgendo per primi quelli che hanno acceso la miccia e piazzato la dinamite.

L’apparente democrazia di massa si rivela come il prodotto corrotto di una modernità che disgrega e sdegna tutto ciò che è elevato, a cominciare dal sacro. “Ogni comando primitivo ha carattere sacro perché si fonda sulla religione e la religione è la prima forma sotto cui appare ciò che diverrà spirito, idea, opinione, insomma l’immateriale e l’ultra fisico”. Dunque, anche per l’agnostico Ortega, il crollo della religione reca con sé la fine di ogni concezione alta dell’esistenza, giacché “è necessario che lo spirito abbia il potere e lo eserciti affinché la gente che non ha opinioni – ed è la maggioranza – ne abbia una”. Verissimo, ma davvero è difficile scorgere l’ombra del liberalismo.  

Si è generalizzata una vacanza dalla storia, dalla responsabilità e dalla conoscenza, un’interminabile ricreazione anarchica simile a quella che si determina in una scuola quando il maestro si allontana. La turba dei ragazzi si abbandona al chiasso, ciascuno sente la delizia di abbandonare la prigione della disciplina imposta dal docente e di sentirsi padrone del proprio destino. La massa, però, non ha una funzione né un obiettivo e finisce per fare un’unica cosa, le capriole, ovvero saltare e girare senza direzione. Oggi fa una cosa, domani un’altra, smarrita di trovarsi sola con se stessa. L’egoismo, scopre Ortega, è un labirinto che rinchiude e restringe lo sguardo. Se decido di procedere egoisticamente, non avanzo, non mi dirigo a nessuna meta. È un girare a vuoto, un cammino che si perde in se stesso.

Questo fa l’uomo contemporaneo ed è curioso che negli stessi anni delle riflessioni di Ortega, un poeta suo connazionale, Antonio Machado, scrivesse versi scintillanti ma terribili. Caminante, son tus huellas el camino, y nada más; caminante, no hay camino: se hace camino al andar. Viandante, sono le tue orme il cammino e nulla più; viandante, non esiste sentiero: si fa la strada nell’andare. Non esiste traccia, dunque, o segnavia: si procede nel vuoto, cancellando le piste della civiltà. Manca un programma di vita: l’uomo europeo gira su se stesso e ha perso la nozione di sé e della civiltà, consumato la sua antica vitalità. Ecco un altro caposaldo del pensiero di Don José: da vero spagnolo, è intriso di vitalismo e teme la consuetudine, la piattezza esistenziale, il formalismo vacuo e ripetitivo della decadenza. “La vita creatrice presuppone un regime di alta igiene, di gran decoro, di costanti fermenti, che eccitano la coscienza della dignità. La vita creatrice è vita energica, possibile solo in una di queste due situazioni: o essendo uno al comando, o trovandosi collocato in un mondo dove comanda qualcuno a cui riconosciamo pieno diritto per esercitare questa funzione.  O comando io, o io ubbidisco. Però ubbidire non è sopportare – sopportare è avvilirsi – ma, al contrario, stimare colui che comanda e seguirlo, solidarizzando con lui, mettendosi con fervore sotto il pulpito della sua bandiera”.

Quanti europei, quanti occidentali sono in grado oggi, non diciamo di seguire l’indicazione di Ortega, ma di comprendere il significato delle sue parole? Manca un progetto, una comunità, un senso comune: questa è la grande sconfitta dei popoli e il trionfo di un potere estraneo, anonimo e nemico.  L’Europa è rimasta senza morale e il dramma vero è che l’uomo massa non disprezza la morale di ieri in nome di un’altra, più consona ai tempi: l’aspirazione – che il livello più alto del potere asseconda – è vivere senza alcuna morale. Ogni “nuova morale” non è che un contrabbando a basso prezzo. Per questa ragione, rileva Ortega, “sarebbe ingenuo rinfacciare all’uomo di oggi la sua mancanza di moralità. L’imputazione lo lascerebbe senza disagio, anzi lo lusingherebbe”. In tutto ciò le responsabilità del “liberalismo reale” – non di quello orteghiano- – sono profonde. Chi ha diffuso, in segreta alleanza con il collettivismo socialista, uno stato d’animo di massa teso a ignorare ogni obbligo e sentirsi soggetti di illimitati diritti?

Curiosa è un’altra scoperta di Ortega, l’enfatizzazione della giovinezza, un tratto grottesco dell’ultimo secolo, diventato cultura di massa a partire dal Sessantotto, guerra contro i padri in nome di una divaricazione non di classe, di interessi o principi, ma di generazioni. Tutti si dichiarano “giovani” al di là dell’età, forse perché hanno capito che il giovane ha più diritti che obblighi, e si considera esentato dal compiere, o di aver compiuto “imprese”. Ma se la giovinezza cessa di essere una condizione anagrafica, un’età della vita, per trasformarsi in una condizione simile a quella di Peter Pan, non è altro che un alibi, la giustificazione volgare per sottrarsi ad ogni disciplina tendente a un traguardo.

Forse la chiave corretta per accostarsi al nucleo del pensiero orteghiano sta nell’avvicinarlo a un’idea di libertà simile a quella che Benjamin Constant chiamava libertà degli antichi, ossia l’arduo diritto dovere di ogni uomo di partecipare alla polis, intervenire, decidere nella comunità “per assolvere al suo individuale e intrasferibile destino”. Una libertà che possiamo chiamare romana, poiché Roma antica – Senato e popolo – si raccoglieva attorno a qualcosa di più importante del Senato, ovvero una comune visione del mondo (la “circostanza”), del passato e del futuro, simboleggiata da Giano Bifronte, le cui due teste erano rivolte una all’indietro- il passato- e l’altra davanti, all’avvenire, unite a radicare l’uomo nella comunità ed impedire la degenerazione dell’individuo lasciato a se stesso. Infine, tutto deve ruotare attorno a una moralità generale dettata dallo spirito dalla quale non è possibile affrancarsi. L’amoralità per Ortega non esiste. “Se non ci si vuole affidare ad alcuna norma, bisogna pur sottostare alla forma di negare ogni morale; e ciò non è amorale, ma immorale. È una morale negativa che conserva dell’altra la forma vuota”. Una definizione che si attaglia assai bene al relativismo postmoderno, risolutamente incamminato sul precipizio nichilista.

Il professor Zygmunt Bauman durante un forum nel 2013

L’Europa si è gettata nella direzione di una “cultura” sprovvista di radici e si è risvegliata “liquida”. Anche la fortunata definizione di Zygmunt Bauman ha in José Ortega y Gasset un precursore. Così si esprime in una densa pagina delle Obras: “prima [l’uomo] in ogni cambiamento effettivo si credeva eterno e non si riconosceva- nelle sue credenze e nei suoi modi di vita – come qualcosa di transitorio ma come alcunché di definitivo. Il mutamento non era tale per lui. Ora la corrente di Eraclito ha acquistato coscienza della propria fluidità. La goccia che scende giù a valle vede se stessa e pertanto sta anche fuori dalla corrente, quieta. L’uomo non ha altra alternativa che apprendere a vivere in questa duplice forma e sentirsi simultaneamente mutevole e perenne”.

Insomma, siamo “definitivi” quando accettiamo il nostro destino senza nostalgia e senza utopia. Pure, sentire nostalgie e nutrire utopie è segno di una possente vitalità. Essenziale è che il nostro atteggiamento non dipenda da esse, sintomo di debolezza e di fuga, poiché la vita è sempre un “presente”, una circostanza. La conclusione, oltre il vitalismo, è tuttavia sconfortante per l’acutezza della diagnosi e la giustezza della prognosi: i grandi mutamenti storici sono accaduti di solito in epoche di penombra mentale, “e dubito molto che abbiano mai coesistito come nel nostro tempo una irruzione così grande di forze irrazionali che fanno variare repentinamente la condizione umana e un così radiante meriggio dell’intelletto”.

Un meriggio dell’intelletto espresso da una minoranza non selezionata, da una non-aristocrazia di specialisti brillanti ma imbarbariti che hanno scoperto innumerevoli leggi della natura per sfruttarle nel segno del dominio e della degradazione di tutto – uomini compresi – a strumenti, utensili, cose. Finisce l’età della ribellione delle masse e inizia quella del materiale umano: la triste circostanza della post modernità che Don José ha avuto l’intelligenza di presentire e la fortuna di non sperimentare.  

Roberto Pecchioli

 

Copertina Ritratto di José Ortega Y Gasset – autore Ignazio Zuloaga (1870-1945)

 

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