La fine come spettacolo: quando anche l’ultimo gesto diventa messinscena dell’epoca ipermoderna.

Kessler, la morte ipermoderna
Dalla gioia del boom al suicidio rituale: il paradosso estremo delle gemelle Kessler.
di Roberto PECCHIOLI
La vicenda del suicidio delle sorelle Kessler non è solo un fatto di cronaca: è lo specchio oscuro della nostra epoca. In un mondo che trasforma tutto in rappresentazione, anche la morte diventa spettacolo, gesto estremo da preparare come una performance. Pecchioli ripercorre il contrasto tra l’immagine luminosa delle gemelle — icone dell’Italia ottimista — e l’uscita di scena fredda, minuziosa, quasi amministrativa, con cui hanno scelto di chiudere la propria storia. Tra Debord e Nietzsche, il saggio indaga l’ambiguità profonda della morte ipermoderna: tra libertà e disperazione, rimozione e propaganda, rispetto e inquietudine. Una riflessione sul mistero dell’ultimo passo, che nessuna società dello spettacolo riuscirà mai davvero a esorcizzare. (Nota Redazionale)
Nella società contemporanea tutto “si presenta come un’immensa accumulazione di spettacoli.” (G.Debord). Anche la morte, nascosta, rimossa, diventa macabra rappresentazione. Il suicidio delle gemelle Kessler meticolosamente preparato, con tanto di disposizioni sull’urna cineraria da condividere con la madre “per non sprecare spazio”, chiude un cerchio – quello della gioia di vivere, della bellezza esibita, dell’armonia del ballo (Nietzsche scrisse di essere disposto a credere solo a un Dio che danza) – che le ragazze tedesche rappresentarono nell’ Italia del boom economico, dell’ottimismo, della corsa verso il benessere e la dolce vita. Ne apre un altro, all’insegna della morte, della sua spettacolarizzazione mediatica, di un grottesco entusiasmo funebre trasformato in propaganda del suicidio.
Le gemelle tedesche erano vecchie ma non inferme e certo non povere. Eppure hanno deciso di morire, organizzando con teutonica precisione la loro dipartita da questo mondo, perfino cancellando l’abbonamento al giornale locale a partire dal giorno prescelto. Agghiacciante freddezza dinanzi al viaggio fatale, forse lucida follia di chi ha perduto ogni interesse alla vita, o stanchezza senile di chi si sente solo, inutile, inservibile, da rottamare. Occorre rispetto per la scelta estrema di due donne oggetto un tempo di desiderio. Il mistero dell’ultimo passo non può essere banalizzato o giudicato.
Turba profondamente la reazione della stampa, interprete della cultura nichilista che inonda l’agonia di questa civilizzazione infetta malata del soggettivismo superbo di chi vuol controllare tutto, perfino la morte. A parte Iva Zanicchi –poco più giovane delle Kessler – che ha ribadito la sacralità della vita e la volontà di affrontarla sino in fondo, gela il sangue l’ostentato entusiasmo per il suicidio assistito delle gemelle. La non -più civiltà-obitorio ha tolto ogni maschera e i media se ne sono fatti portavoce. Pifferai di Hamelin che al suono di un’allegra marcia funebre ci invitano al suicidio, nella forma della “buona morte” con il timbro dell’autorità.
Il dramma delle Kessler è lo stesso di milioni di altri, figli di un tempo bastardo. Nessun barlume di trascendenza, nessuna speranza di una vita ulteriore, il vuoto disperante di chi è vecchio e solo (una solitudine a due, peraltro, nel loro caso), di chi non si è formato una famiglia, non lascia eredi né affetti e brancola talmente nel buio da preferire la morte. Vale per i malati, per chi non sopporta alcun dolore, per chi è depresso o povero. Materialmente e spiritualmente. Il filosofo Byung Chul Han (diventato cattolico) spiega che il mondo contemporaneo è terrorizzato dalla sofferenza. La paura del dolore è così diffusa da spingere a rinunciare persino alla vita pur di non doverlo affrontare. Viviamo nel rifiuto collettivo della fragilità. Una rimozione che induce al suicidio. Come Han, pensatori del calibro di Giorgio Agamben e Massimo Cacciari si aprono alla trascendenza, esplorano il territorio misterioso della metafisica per recuperare un senso della vita che l’homo occidentalis ha perduto.
I maestri cantori dell’inganno mediatico hanno elevato in coro agli altari delle magnifiche sorti e progressive le povere Kessler, senza provare a comprenderne il dramma esistenziale. Titoli e commenti sono sconcertanti, perfino ridicoli se non fossimo dinanzi al tema più grande di tutti, la caducità della condizione umana. Hanno celebrato il suicidio come una festa, a dimostrazione della volontà di regolare anche la morte con l’alibi dell’autodeterminazione. Secondo un quotidiano le Kessler “hanno dimostrato modernità anche nel decidere l’uscita di scena”. Sintesi perfetta. Modernità, decisione, uscita di scena, perifrasi giuliva del verbo suicidarsi. Un altro giornalone sottolinea che le gemelle “hanno mantenuto la parola”. Che bello, annunciano la morte e il mondo è lì in attesa di applaudire all’ora stabilita. Sintetizza un liberal a ventiquattro carati, Massimo Gramellini: hanno preparato l’ultimo passo come un rito, una doppia cerimonia. Lo spettacolo della morte, ultima esibizione, canto del cigno nell’incredibile interpretazione del quotidiano cattolico (???) Avvenire.
Un gazzettiere al colmo dell’eccitazione incappa nell’umorismo nero involontario: “hanno tracciato una linea vivace e definitiva”. Vivace la morte? Il Corriere della Sera, ex organo della borghesia lombarda- essa sì “vivace” – ha dedicato nove pagine al suicidio delle Kessler. Più che per una guerra o un’elezione decisiva. Un segnale precisissimo, la scelta di chi comanda e ci vuole morti. Allegri e suicidi. Niente costose cure palliative per i malati, basta polizze sulla vita e assistenza a chi è in difficoltà. La soluzione finale perfetta. Morte ipermoderna e contemporanea, sottolinea estasiato il Messaggero, un esempio per tutti i riottosi che si ostinano a ingombrare le strade del mondo. La chiave sta nell’aggettivo ipermoderno, sfuggito o accuratamente scelto. Massimamente moderno (“al modo odierno”) per descrivere entusiasti un tempo postero ma non figlio, senza eredi né principi forti, con annessa morte ipermoderna, ovvero togliersi volontariamente dai piedi.
Perché siamo soli – lo hanno imposto come programma di vita – perché non siamo più giovani e belli, perché le gambe non ballano più il Dadaumpa, perché siamo tristi, perché la notte non “è troppo piccola per noi”, come in una canzone delle Kessler, ma dilata la sofferenza e anticipa il buio dei prigionieri del nulla. La morte ipermoderna è l’incultura dello scarto e l’orrore per se stessi, se lo specchio di Narciso non mostra più giovinezza e vigore. L’apologia del suicidio prodotta dalla scelta di Alice ed Ellen, una volta simboli di vita, bellezza, successo, libertà, è un altro segno che la luce dell’umana civiltà si è spenta in questo pezzetto di mondo tanto fiero dei suoi successi, della sua tecnologia, della sua libertà senza limiti. Chiniamo il capo dinanzi a due donne alla deriva nonostante una vita apparentemente piena di successi, ma il trionfo della morte celebrato come una festa, spacciato per progresso, questo no, non lo possiamo accettare. I morti applaudono i morti: meraviglie dell’ipermodernità.
Roberto Pecchioli
Sintesi critica della Redazione di Inchiostronero
La vicenda del suicidio delle sorelle Kessler si colloca in quel punto fragile dove l’esperienza individuale incontra lo sguardo collettivo. La loro scelta estrema, preparata con precisione e senza clamore, ha scioccato l’opinione pubblica non solo per la natura del gesto, ma perché compiuta da due figure che, per decenni, avevano incarnato leggerezza, bellezza e vitalità. È inevitabile: quando muore un’icona dello spettacolo, l’eco si amplifica, e il dolore privato diventa questione pubblica.
In questa storia — come in ogni storia che tocca la vita e la morte — dovrebbe prevalere innanzitutto il rispetto. La vita, essendo sacra, merita sempre deferenza, anche quando le scelte altrui ci appaiono incomprensibili. Il giudizio non aggiunge nulla; la pietà, invece, restituisce umanità.
Roberto Pecchioli interpreta il gesto delle Kessler come simbolo della morte ipermoderna: una morte organizzata, esibita, trasformata in racconto mediatico. È una lettura che pone interrogativi legittimi sul nostro tempo, ma il rischio è di sovraccaricare un gesto personale di significati troppo generali. Chi si toglie la vita non diventa automaticamente un emblema culturale; resta, prima di tutto, una persona che ha sofferto.
La reazione mediatica è stata intensa, certo, ma non inedita. Anche in passato figure note hanno suscitato un’ondata di commenti, interpretazioni, persino strumentalizzazioni. Basti pensare a Cesare Pavese, la cui morte nel 1950 scosse il Paese e generò un dibattito vastissimo sul ruolo dell’intellettuale, sulla solitudine e sulla disperazione. Quando a morire è qualcuno “che ci appartiene”, perché è entrato nella nostra memoria comune, l’emotività collettiva si amplifica.
Le Kessler, come Pavese, non sono semplicemente due persone che hanno compiuto un gesto radicale. Sono specchi — diversi, lontani — di ciò che una società vede, o crede di vedere, nella morte dei suoi personaggi pubblici. Di fronte a ciò, il compito più onesto resta lo stesso: rispettare il mistero dell’ultimo passo, e provare a comprendere senza giudicare.
Vincenza63
20 Novembre 2025 a 17:20
Si tratta di eutanasia, giusto?
Riccardo Alberto Quattrini
20 Novembre 2025 a 17:30
Carissimo Vincenza63, se hai letto il pezzo puoi risponderti da te.
Vincenza63
20 Novembre 2025 a 18:00
Certo che lo è. Era una domanda retorica, ovviamente. Ciao Riccardo, mi sono permessa di ripubblicare l’ottimo post sul mio blog. Grazie.
Vicky