Siamo di fronte a un romanzo storico, che vive di ricostruzioni accurate carpite tra biblioteche e musei, raccolte con passione e pazienza e che danno vita a uno scorcio della Roma del ‘600, con qualche breve escursione ottocentesca.

 

 

La trama del romanzo.

Giovanni Briccio è un genio plebeo, osteggiato dai letterati e ignorato dalla corte: materassaio, pittore di poca fama, musicista, popolare commediografo, attore e poeta. Bizzarro cane randagio in un’epoca in cui è necessario avere un padrone, Briccio educa la figlia alla pittura, e la lancia nel mondo dell’arte come fanciulla prodigio, imponendole il destino della verginità. Plautilla però, donna e di umili origini, fatica a emergere nell’ambiente degli artisti romani, dominato da Bernini e Pietro da Cortona. L’incontro con Elpidio Benedetti, aspirante scrittore prescelto dal cardinal Barberini come segretario di Mazzarino, finirà per cambiarle la vita. Con la complicità di questo insolito compagno di viaggio, diventerà molto più di ciò che il padre aveva osato immaginare. Melania Mazzucco torna al romanzo storico, alla passione per l’arte e i suoi interpreti. Mentre racconta fasti, intrighi, violenze e miserie della Roma dei papi, e il fervore di un secolo insieme bigotto e libertino, ci regala il ritratto di una straordinaria donna del Seicento, abilissima a non far parlare di sé e a celare audacia e sogni per poter realizzare l’impresa in grado di riscattare una vita intera: la costruzione di una originale villa di delizie sul colle che domina Roma, disegnata, progettata ed eseguita da lei, Plautilla, la prima architettrice della storia moderna.

Plautilla Briccio è figlia di Giovanni, un intellettuale del 1600, versatile, con guizzi di genialità. Figlio di un materassaio, Giovanni scrive commedie, si interessa di medicina, matematica, architettura, dipinge e colleziona libri e oggetti vari. Come molti del suo tempo deve tirare avanti una famiglia, affrontare il dolore di figli morti troppo presto e crescere i superstiti, Albina, Plautilla e Basilio. Plautilla non ha una particolare grazia, né bellezza ma è curiosa e attenta e, pur avendo un carattere forte, accetta che il padre le trasmetta le sue conoscenze e la avvii alla pittura, alla scienza e all’architettura.

Anno dopo anno le conoscenze di Plautilla aumentano ma il suo nome resta legato a quello del padre, di umili origini. E poi è una donna… Non le sarà facile dimostrare la sua competenza, ma la sua determinazione e l’amicizia con l’abate Elpidio Benedetti, segretario di Mazzarino, la porterà a diventare ufficialmente la prima donna architetto di Roma, appunto un’architettrice.

Siamo di fronte a un romanzo storico, che vive di ricostruzioni accurate carpite tra biblioteche e musei, raccolte con passione e pazienza e che danno vita a uno scorcio della Roma del ‘600, con qualche breve escursione ottocentesca.

Chi è davvero Plautilla Bricci?

Il profilo è descritto pagina dopo pagina con gli occhi di un’osservatrice dei nostri giorni, che rende vivo e attuale un personaggio che ha faticato per trovare un proprio posto nella storia, per le sue umili origini e per la sua natura di donna. Era impensabile in quel secolo, ma anche molto dopo, che una donna potesse essere eguale o addirittura superiore a un uomo per sapienza e abilità nelle arti e nelle scienze.

Le opere da lei realizzate restano come un monito a un mondo forgiato su modelli maschili e un monumento al genio femminile che tra mille difficoltà non rinuncia a lottare per ciò in cui crede.

I personaggi attorno a Plautilla contribuiscano a creare una coralità di voci che parlano di un’altra visione possibile, di un altro futuro costruibili, libero da impedimenti e da razzismi di ogni genere. Albina, Basilio, Eufrasia, Elpidio, Giò, Giustina, Margherita, Virginia, Giovanni, Chiara, Rutilio partecipano tutti a un grande affresco popolare che lascia per una volta sullo sfondo i potenti quali i Papi che si succedono l’uno all’altro, i cardinali in perenne lotta per il potere, i Re e gli Imperatori. Mentre Bernini e Borromini ridisegnano le chiese e i palazzi di Roma, Plautilla ridisegna la condizione femminile, riscattando con le proprie competenze e la perseveranza secoli di svalutazione morale e intellettuale.

La vera forza del romanzo è la narrazione, fluida e mai scontata che ci accompagna alla scoperta di un pezzo della nostra storia, una parte di noi che non sapevamo ci appartenesse.

 

Come inizia.  

 

Questo libro è per Andreina.

Studentessa di architettura negli anni Cinquanta del Novecento,

lasciò l’università quando scoprì che più rari dell’hibonite erano gli architetti donna.

Si è sposata e ha avuto due figlie. La seconda sono io.

 

 

 

 

L’architettrice

La gloria di una donna consiste nel non far parlare di sé.

ORTENSIA MANCINI DUCHESSA DI MAZZARINO

  

 

   La balena

  

   La cosa era grigio polvere, ricurva come una storta da alchimista: panciuta alla base, si restringeva nella parte superiore. Non misurava piÚ di mezzo palmo. Apparve all’improvviso sullo scrittoio di mio padre, insediata sulla pila di fogli scarabocchiati dalla sua grafia febbrile. La scambiai per un fermacarte, frantume di qualche scultura antica. Mio padre infatti, nonostante le proteste sguaiate di mia madre, aveva cominciato a raccattare ogni genere di reperti, fabbricati dagli uomini, dalla natura o dal caso: li esumava, li scambiava con altri cacciatori di tesori, talvolta li acquistava, tanto che il suo studiolo ormai somigliava piú alla bottega di un rigattiere che di un pittore.

   Dentro scatolette di legno di pero conservava frammenti di ossa di martiri, alluci di divinità defunte e calcoli renali recuperati dal cognato nei pitali dei suoi pazienti: li ammucchiava sulle scansie tra libri squinternati in ebraico e latino, tavole con anatomie di cadaveri dissezionati, e perfino, accuratamente sigillati in una boccia di cristallo, peli di ytzquinteporzotli e xoloitzcuintli, cioè di cane e lupo messicano. Quel locale sempre in penombra, che sapeva di colla, legno bruciato e carta vecchia, il mondo di mio padre quando non era mio padre, esercitava su di me la forza d’attrazione irresistibile di una calamita su una scheggia di metallo.

   Mio padre pretendeva di non essere disturbato, ma non si chiudeva mai col catenaccio, perché forse in fondo lo divertiva vedermi curiosare tra le sue meraviglie. Mia sorella Albina non provava nessun interesse per i suoi disegni e i fiori essiccati. Lui sollevava appena la testa dal foglio, e portandosi il dito alle labbra mi intimava di far silenzio. Poi intingeva la penna nell’inchiostro e si dimenticava di me. Appollaiata sullo sgabello coi piedi che mulinavano nell’aria, lo guardavo scrivere, scrivere, scrivere. Chissà che. A quel tempo sapevo appena sillabare. E non capivo perché mai un pittore dovesse usare così spesso la penna.

   La cosa però non era il pezzo di una scultura, e nemmeno un sasso. Emanava un odore penetrante di mare e di marcio, come fosse stata, e in parte fosse ancora, qualcosa di vivo. Era febbraio, il freddo costringeva a tener chiuse le impannate, e il puzzo divenne rapidamente così acuto da dare il voltastomaco. Il primo giorno mia madre, disgustata, gli ordinò di far sparire subito quella fetenzia. Mio padre la fulminò con un’occhiata di compatimento. Taci, femmina stolta, bofonchiò, tu non sai di che cianci. La «fetenzia» è più preziosa di tutto quello che c’è qua dentro, la ammonì. Quanto vale? si rianimò mia madre, allungando la mano. Mio padre gliela schiaffeggiò scherzosamente. Ci sono cose troppo rare, che non hanno prezzo, manco per mille scudi la venderei, affermò. Per mille scudi mi venderei volentieri mio marito, rise mia madre, ammiccando a me, ma purtroppo l’uomo mio non vale così tanto. Però poi aggiunse, con sorprendente tenerezza, Giovanni, falla sparire che appesta l’aria, non vorrei contagiasse qualche malattia ai bambini.

   La cosa non sparì. Si limitò a diffondere in ogni angolo dell’appartamento una fragranza di mare e di decomposizione, finché, col passare dei giorni, si inaridì – e divenne secca e inerte come un minerale.

   Tuttavia non era un minerale. Non era pietra e nemmeno tufo. Somigliava all’avorio, e al corno. La superficie era spugnosa, bucherellata di pori minuscoli. Su un lato, irta di setole bianchicce che sembravano quelle del porco selvatico. Mio padre mi raccomandò di maneggiarla con attenzione, perché era un pezzo del corpo di un animale che nei nostri mari non si vede mai. Una creatura di un altro mondo. Un pesce balena.

   Le sere d’inverno, quando la pioggia o il nevischio lo intrappolavano in casa, mio padre allestiva recite dell’Orlando Furioso, selezionando le storie più avventurose di Angelica, Astolfo e Ruggiero, o di commedie all’improvviso, blaterando in veneziano, bergamasco e napoletano nella parte di Pantalone, Zanni o del capitano. Provava le scene davanti a noi – che formavamo il suo primo pubblico. Albina e io non lo abbiamo mai potuto seguire alle rappresentazioni delle commedie, nemmeno nelle case private, perché potevano andarci solo le donne sposate. Si esibiva volentieri per noi figlie. Nella nostra innocenza feroce, eravamo i suoi critici più imparziali. Se un lazzo non riusciva a farci ridere, lo tagliava. La vera comicità, sosteneva, deve funzionare pure con gli idioti.

   Ma i suoi spettacolini domestici avevano anche un altro scopo. Voleva divertirmi, scuotermi, guarirmi dal mio difetto di fabbricazione. Si era imposto questo obbligo, da nessuno richiesto, quasi per penitenza di una sua colpa. Senza causa apparente, da qualche tempo avevo cominciato a addormentarmi di schianto – scivolavo giú dalla sedia, o cascavo col viso nel piatto in uno stato di torpore e di incoscienza. Mia madre sospettava che un sortilegio m’avesse reso scema.

   Ridevo, ma la mia allegria durava come un temporale d’estate. La scoperta di quel mio difetto m’aveva cambiata. Paurosa di tutto, e soprattutto di me, non osavo piú staccarmi dalle stanze familiari: poteva accadere di nuovo, e gli estranei mi avrebbero portato all’ospedale, o abbandonata chissà dove. Preferivo stare in casa, accudire la mia sorellina Antonia. Le facevo il bagnetto nel mastello, inventavo canzoncine e favole per lei. M’era venuta la smania di crescere, e diventare madre a mia volta. Ero già una piccola donna muta e obbediente. E tale sarei rimasta, se quella cosa non fosse comparsa sullo scrittoio di mio padre.

   Nessuna di tutte le storie che mi ha raccontato, infatti, mi ha appassionato quanto quella della balena che una sera di febbraio del 1624 venne ad arenarsi sui sassi della costa, poco oltre Santa Severa.

   Calava già il buio quando una sentinella, di guardia sulla fortezza, intravide in mare – a un miglio di distanza, verso Civitavecchia – una sagoma scura. Forse un’isola galleggiante di sfasciumi di qualche naufragio, o un’imbarcazione nemica. Pirati barbareschi che s’appropinquavano per una razzia? Diede subito l’allarme. I soldati si precipitarono sulla spiaggia. Ma non era un’isola né una barca. Nemmeno somigliava a un pesce. Era così grande che pensarono a un’apparizione demoniaca. Alla luce delle fiaccole, compresero che il mostro marino giaceva a poche braccia dalla riva. L’acqua era gelida. Però non fu per quello che i soldati esitarono a raggiungerlo. Temevano che il leviatano fosse ancora vivo. Alle prime luci dell’alba, un pescatore intraprendente si rimboccò le braghe alle ginocchia e s’avventurò verso la mole grigiastra, ormai inerte.

   I soldati chiamarono gli ufficiali, e gli ufficiali i superiori del comando della rocca di Santa Severa. Dipendeva, come tutte le terre circostanti, dall’Ospedale di Santo Spirito. Alla luce del nuovo giorno, il mostro si rivelò una innocua balena. A memoria d’uomo, nessuna balena, prima d’allora, era mai venuta a nuotare nell’acqua del nostro mare.

   Gli eruditi ricordavano una balena morta al largo della Corsica, quattro anni prima: ma in Italia mai. Questa doveva arrivare dall’oceano. Forse, inseguita da un’orca, si era inoltrata nel Mediterraneo, e fuggendo si era spinta così lontano che aveva smarrito la via del ritorno. Era una femmina, ed era sola. Non fu trovata traccia di balenottero.

   Secondo alcuni scienziati, era molto anziana, e per questo non aveva compagni. Secondo altri, era stata abbandonata dal suo dux. La balena infatti vive in comunione con un pesce lungo e bianco, che si aggrappa al suo muso e resta sempre con lei. Sospinge nella sua bocca i pesci minuscoli di cui si nutre, allontana i pericoli, e col tocco della coda spinosa la pilota nei mari e attraverso le correnti come fosse un timone. Per questo lo chiamano du. In cambio ne ricava cibo e protezione: durante le tempeste, la balena lo tiene al sicuro nella propria bocca. Non possono vivere l’uno senza l’altra. Se perde il suo dux, la balena non può andare avanti né tornare indietro: può solo morire.

   La carcassa si era incastrata sugli scogli che punteggiavano la costa, e sui quali spesso sbattuti dalle onde si erano infranti vascelli e feluche. Misurava più di novantuno palmi di lunghezza e cinquanta di larghezza, ed era così pesante che nemmeno trenta uomini riuscirono a trainarla sulla sabbia. Decisero di farla a pezzi là dove si era incagliata, arrampicandosi sul suo dorso lucente come su una collina. La pelle, grigio chiaro, era sottile e delicata come taffetà.

   Nel giro di poche ore, quella spiaggia sempre deserta divenne gremita, e non bastava più a contenere la folla. Da Roma carovane di carrozze vi conducevano scienziati, zoologi, dilettanti, preti, poeti, pittori. Alcuni volevano studiarla, altri semplicemente vederla, altri ancora disegnarla, perché restasse memoria di lei. Era un prodigio.

   Ma con altrettanta avidità molti volevano possederla. I contadini e i pescatori della zona furono pagati per staccare la coda, le ali, la carne, le vertebre. I più ingegnosi già sognavano di fabbricarci troni e sgabelli. Le aprirono la bocca coi pali e le travi. Era così vasta che un uomo avrebbe potuto entrarci a cavallo. Provarono anche a dipanare gli intestini, ma il cordone delle viscere era più spesso di un uomo. La carne era rossa, come quella del bue. Lo strato di sugna sotto il dorso così pesante che ci vollero tre carri per trasportarlo, e l’olio che ne fu ricavato riempì nove botti e bruciò nelle lampade per un anno intero. I denti erano alti come un uomo, ma decrescevano nella gengiva come le canne dell’organo. Il più piccolo era poco più grande di una storta da alchimista. Ed era quello che mio padre aveva sistemato sul suo scrittoio.

   Glielo aveva donato fra Luigi Bagutti, l’architetto di Santo Spirito. Viveva a pochi passi da casa nostra ed era diventato il miglior amico di mio padre: si vedevano ogni giorno per commentare le nuove fabbriche dell’Urbe. Fra Leone, il suo superiore, gli aveva procurato ossa, carne e grasso e fra Luigi li mostrò a mio padre, sapendo che era l’uomo più curioso di Roma, affamato di novità e di conoscenza. L’oggetto che mi affascinava tanto era il dente più piccolo di quella balena straniera.

   Quella notte la sognai. Vagava sperduta tra le onde, attratta dalle luci della fortezza, ma quando si avvicinava gli scogli aguzzi del fondo le laceravano il ventre. Lanciava spruzzi d’acqua dallo sfiatatoio, alti come palazzi, ma il suo dux l’aveva abbandonata e nessuno veniva a liberarla. Mi svegliai piangendo. È morta, Plautilla, disse mio padre. Non possiamo fare niente per lei. Voglio vederla, lo supplicai. Portatemi a vederla, signor padre. Non tornerà più, non ce ne sarà mai un’altra.

   Volevo andarci anch’io, Plautilla, e ti avrei portata con me, mi assicurò lui, ma ormai è tardi, non si può. Il tanfo della putrefazione ammorba l’aria fino a Civitavecchia. Bisogna aspettare che la natura faccia il suo corso.

   Per consolarmi prese un foglio, afferrò la penna, la intinse nell’inchiostro di seppia e disegnò la balena per me. Con la bocca aperta in una specie di sorriso, felice nell’acqua bassa del Tirreno. Una balena inventata, da favola, perché quella vera mio padre la conobbe solo quando Bernardino Radi, che soprintendeva alle fabbriche di Civitavecchia e andò a vederla subito dopo lo spiaggiamento, incise il disegno che aveva fatto, vendendolo in tutte le librerie di Roma.

   Ma quando non puzzerà più, mi ci porterete, signor padre? lo pregavo. Mio padre annuì, distrattamente. Quattro giorni dopo l’avvistamento, con una rapidità indiavolata, aveva scritto la Relatione della balena, in poche ore l’aveva mandata in stampa, e l’indomani già era in vendita alla bottega del libraio di Bologna, a Borgo Vecchio, di fronte al Cavalletto. La tiratura era andata esaurita, le copie erano circolate per tutta Roma, passando di mano in mano nelle osterie, e molti si erano complimentati con lui per la vivacità della descrizione. La balena già non gli interessava più. Mio padre preferiva ciò che non è ancora accaduto.

   La balena di Santa Severa mi ha ossessionato per anni. Non so perché quella creatura spersa, fantastica e solitaria mi abbia turbato tanto. Carezzavo il dente ormai secco sullo scrittoio, e piangevo pensando alla regina del mare che si disfaceva sugli scogli. Mia madre mi prendeva in giro. Cuore mio, rideva, conserva le lacrime, che ti serviranno.


   A primavera, però, mio padre s’accordò coi frati di Santo Spirito e mi permise di accompagnarlo. La carrozza era stipata e mi sono dovuta accoccolare sulle sue ginocchia. Siamo usciti da Roma attraverso porta San Pancrazio: col naso premuto contro il vetro dell’abitacolo, guardavo sorpresa le dozzine di trabiccoli e carretti di ortolani ricolmi di ceste di piselli, lattuga e carciofi dalla testa violetta che attendevano di entrare in città. Si tolsero umilmente il cappello al nostro passaggio.

   Subito fuori le mura, Roma finiva. Bruscamente. Avevo sempre vissuto in vicoli oscuri, e se mi affacciavo alla finestra quasi potevo toccare il muro del palazzo di fronte: mi apparve qualcosa di inimmaginabile – una distesa sconfinata di campagna, una geometria ondulata di muraglie scure che orlavano proprietà invisibili, e riquadri verdi a perdita d’occhio, divisi da filari di vigne, o arruffati da boschi e cespugli. Allora non esistevano ville su quell’altipiano solcato da valli e burroni che si estendeva fino al mare. Non potevo immaginare che proprio tra quelle vigne, boschi e campi di carciofi si sarebbe compiuto il mio destino.

   Era la prima volta che salivo su una carrozza. I sobbalzi, gli scossoni e il dondolio mi diedero la nausea. Vomitai sulla camicia di mio padre prima di avere il tempo di avvisarlo del mio malessere. Santamalessere. Santa Pupa, protestò, rassegnato, non ho ricambio! Perdonateci, disse ai frati. Quelli si turavano il naso, schifati. La mia presenza era già motivo di imbarazzo. Il cocchiere fermò accanto a un fontanile per permettere a lui di sciacquare la camicia e a me la bocca. Mio padre rimase a petto nudo. A quarantacinque anni era gracile come un fringuello.

   Dopo l’osteria di Mala Grotta torri e casali divennero sempre più radi, finché la carrozza si trovò ad avanzare in una nuvola di polvere, su una strada vuota. Nemmeno sui ponti che scavalcavano i fossi incontrammo qualcuno. Solo le bufale abitavano gli acquitrini di quella terra malsana. I miei occhi non trovavano nulla su cui posarsi. Mi sono assopita con la testa contro il petto lanuginoso di mio padre, cullata dal battito lento del suo cuore.

  

   Mi svegliarono delle voci e l’immobilità della carrozza. Saltai giù di slancio. Una folata di vento mi strappò dalla testa il velo bianco. Provai a inseguirlo e dovetti fermarmi, senza fiato. Fu la prima – e l’unica – volta che vidi il mare. Azzurro, con un merletto crespo d’argento ricamato dalle onde. Azzurro che verso il largo assumeva una tonalità sempre più cupa, fino a sembrare una lamina di metallo. Acqua, a perdita d’occhio. Separata dal cielo, di un celeste chiaro, da una linea netta come fosse tracciata col righello. Mio padre mi appoggiò una mano sulla spalla e disse che dall’altra parte, ma molto, molto lontano, c’era la Francia. Fu la prima volta che sentii nominare quel paese.

   I soldati della fortezza, avvisati del nostro arrivo dal priore dell’Ospedale di Santo Spirito, ci scortarono fino al punto del ritrovamento. Ma la balena non c’era più. Restavano solo le ossa lunghissime del cranio, i monconi irti della spina dorsale e quelli ellittici della cassa toracica. Ricordava il fasciame capovolto di uno scafo. Ma le ossa erano così bianche che sembravano di marmo, e il relitto somigliava piuttosto ai ruderi antichi sparpagliati lungo la via Appia, ridotti ad ammassi di capitelli spezzati, pilastri sbilenchi, cornicioni protesi nel vuoto, che permettono solo di fantasticare la forma originaria dell’edificio.

   Eppure non sono rimasta delusa. Le dimensioni di quei resti trasmettevano lo stesso senso di grandiosità e magnificenza delle rovine dell’antica Roma. Capivo che la balena era stata una meraviglia. Gli occhi erano grandi come ruote di carro, s’entusiasmò mio padre, e le pupille come bocce d’ebano. Non snocciolava misure astratte, te le faceva vedere. E per farmi capire ciò che mi era sconosciuto, lo paragonava a oggetti d’uso comune: i denti erano fitti come gli spilli dei pettini per conciare le canape, il labbro inferiore gonfio e rotondo come il cordone di travertino alla base delle mura delle fortezze… Mio padre aveva il dono di evocare le cose con le parole, come un mago. Era uno scrittore, ma allora io non lo sapevo. E presto smisi di ascoltarlo. Fissavo la cresta delle vertebre, su cui s’infrangevano schiumando le onde. Strizzavo gli occhi e scrutavo l’orizzonte, nella speranza di intravedere lo spruzzo di un’altra balena. Ma sul pelo dell’acqua galleggiavano solo le tartane dei pescatori di Santa Marinella e, più al largo, le vele bianche di una nave diretta verso Porto Ercole.

   Non ci sono balene nel mare nostro, Plautilla, disse mio padre, meditativo. Ma non vuol dire che non esistano. Per questo mi è caro il dente e lo terrò sempre con me. È una promessa, capisci? Le cose che non conosciamo, esistono da qualche parte. E noi dobbiamo cercarle, o crearle.

   Sì, signor padre, affermai, anche se in realtà non avevo capito cosa intendesse dirmi. M’aveva parlato per la prima volta come a un’adulta, ed ero una bambina di neanche otto anni. E lui aveva sempre prestato poca attenzione a me. Ero la figlia superflua. La seconda femmina. Difettosa, neanche bella, e speciale solo nel mio sonno inanimato. Timida, troppo obbediente per liberare il mio desiderio segreto di essere qualcos’altro. Un’eroina, una principessa, una guerriera – una creatura provvista della volontà irresistibile di innalzarsi in questo mondo, procurandosi gloria e onore. Mio padre riponeva le sue speranze di discendenza artistica nel mio fratellino Basilio, e aveva già dato il suo amore a mia madre e a mia sorella Albina. Non ne aveva abbastanza anche per me. Però io soltanto avevo ascoltato la storia della balena, e avevo capito cosa significasse quel dente per lui. E forse anche per me. In quella femmina vecchia, coraggiosa e sola riconoscevo qualcosa – che mi attirava, e insieme mi terrorizzava.

   Mio padre si tolse le scarpe, m’invitò a fare altrettanto e mi raccomandò di fare attenzione, perché la sabbia era disseminata di conchiglie, le valve spezzate taglienti come lame. Poi mi prese per mano e ci avventurammo nell’acqua bassa. I resti distavano nemmeno dodici piedi dalla riva. Ma non siamo riusciti a raggiungerli. Dopo pochi passi, già il dolore mi faceva lacrimare. Qualcosa mi aveva trafitto i piedi. E anche mio padre imprecava, gemendo. Quei sassi guarniti di alghe scivolose erano infestati di ricci. Gli aculei ci si erano conficcati nei talloni, nelle dita, nelle piante. I soldati dovettero venire a prenderci per riportarci a riva, anche se entrambi protestavamo con orgoglio di voler proseguire.

   Risalimmo in carrozza intirizziti, con gli abiti umidi che il sole di maggio non aveva asciugato, e scalzi, i piedi avvolti in fasce intrise d’olio: gli inservienti dell’Ospedale di Santo Spirito impiegarono ore a estrarci dalla pelle le spine – grani minuscoli neri come pepe –, e mia madre rinfacciò per settimane al marito la pazzia di quel suo cervello bizzarro. Come gli era zompato in testa di portare la bambina a Santa Severa? Che ci avevo guadagnato? Piedi distrutti e febbre alta. Ma io e mio padre sapevamo che era valsa la pena, rendere omaggio ai resti della balena. E niente di ciò che ci siamo detti negli altri ventun anni in cui abbiamo vissuto l’uno accanto all’altra, è stato più profondo di quella conversazione sulla spiaggia.

   Il dente della balena è qui, sul mio scrittoio. Ho dovuto abbandonare tutto il resto, ma a quello non avrei mai rinunciato. Non ha più odore né colore. Le setole sono cadute, e la polvere s’è infiltrata nei pori, colorandolo con una patina di cenere. Ogni giorno lo guardo. Mio padre mi ha lasciata da quasi sessant’anni. Non ricordo più la sua voce, nemmeno i lineamenti del suo viso, da quando ho regalato il libro che conteneva il suo ritratto. Eppure vorrei dirgli, ovunque sia, che anche io ho mantenuto la promessa.

 

   La prima pietra

 

   Nessuno sa di me. Il mio nome giace tre palmi dentro la terra vergine, confitto nel cuore del colle che chiamano Monte Giano. È il dio della soglia, il genio di questa città. Sarebbe anche il dio del mio destino, se fossi nata in un altro secolo. Quel colle sempre pettinato dal vento fresco del mare se ne sta solitario, in disparte, sulla riva sbagliata del fiume. Eppure domina Roma. Però non l’abbiamo amato solo per questo. Da lassù, al tramonto, amica mia, mi diceva l’abate, ogni sera contemplo l’ombra che a poco a poco, dolcemente, cancella la bellezza di Roma. Cupole, alberi, palazzi, piazze, torri, fontane, campanili, croci. Tutto svanisce come un sogno. E mi riconcilio con le mie disillusioni.

   Il mio nome è inciso su una amina di piombo, nella grafia elegante dei monumenti antichi. I manovali l’hanno adagiata nelle fondamenta una mattina di ottobre. La posa della prima pietra è una cerimonia solenne, ma allegra come un battesimo. Non si pensa mai che un inizio è anche una fine, e che realizzare qualcosa comprende la possibilità di mancarlo – la riuscita come il fallimento, il successo o il disastro. E a volte entrambe le cose.

   Ma in quel momento non lo sapevo ancora. Avevo il cuore al galoppo e la bocca arida, sopraffatta dall’essere, nello stesso istante, l’officiante del battesimo, la madrina e la madre. Là dove per gli altri c’era solo un enorme buco – e terra smossa mista a filamenti di radici divelte – io già immaginavo la terrazza con la fontana, la balaustra con le colonnette, la facciata, le statue, e le finestre su cui si sarebbero infranti i raggi del sole.

   La carrozza si era fermata sul limitare della proprietà. Quando ho tirato le bandinelle li ho visti, già tutti schierati: gli operai in disparte, sotto la tettoia degli scalpellini, intorno al capocantiere; sull’orlo della voragine l’abate, altissimo e sottile come un’ombra della sera, il suo segretario con gli occhiali di corno, lo stuolo uniforme dei preti con la tonaca nera gonfiata dal vento, l’ufficiale del Governatore coi pennacchi sul cappello, il priore del vicino convento di San Pancrazio, l’ambasciatore con la parrucca crespa e i baffetti a punta, attorniato dai giovani in livrea del suo seguito. I cavalli sono rimasti a sonnecchiare, immobili, sotto il pergolato: solo la coda sventolavano, per scacciare le vespe attratte dai grappoli d’uva.

   Quando lo staffiere mi ha aperto la portiera e ho poggiato la scarpetta sul predellino, il mormorio si è spento bruscamente, e sul cantiere è sceso un silenzio sconcertato. I muratori non mi avevano ancora mai vista. Circolavano le ipotesi più strampalate sul mio conto. La sola parola «architettrice» li faceva sognare. Sorridevo al pensiero che mi credessero giovane, e bella. Il velo che mi copriva il viso ha impedito loro di verificarlo.

   Possiamo cominciare, Signora? mi ha chiesto il capocantiere, avvicinandosi. Aspettiamo forse un altro architetto, mastro Beragiola? ho risposto, col tono fatuo che ho sempre dovuto usare con lui. Il capocantiere ha fatto un cenno agli operai e uno di loro mi ha raggiunta, titubante. Il capocantiere era un lombardo taciturno, brusco e riservato, la pelle come cuoio conciato dal sole. Il suo viso serio non lasciava trapelare alcuna espressione. Doveva obbedirmi, perché era mio sottoposto. L’abate aveva dovuto scriverlo chiaramente nel contratto, per evitare dispute ed equivoci. Il lombardo aveva accettato. A malincuore, temo. O forse non aveva abbastanza fantasia per valutare le implicazioni della sua sottomissione.

   L’operaio ha preso la cazzuola, l’ha immersa nel secchio della calcina e ha murato la lamina sulla pietra. L’abate ha lasciato cadere dei grani di sale nell’acqua di un mastello, e poi l’ha rovesciata nello scavo, per invocare la stabilità dell’edificio. Adiutorium nostrum in nomine Domini, qui fecit coelum et terram, ha recitato Monsignore tracciando davanti a sé il segno della croce. Exorcizo te, creatura salis, per Deum vivum, per Deum verum, per Deum sanctum. Il capocantiere mi ha messo tra le mani la pietra. Un parallelepipedo perfetto, con gli spigoli di un bianco vivido. Avrei voluto sentire l’asperità della materia, ma portavo i guanti. Era sorprendentemente leggera, la pietra angolare della mia vita. Mentre indugiavo, reggendola sui palmi come un’offerta, ho pensato che la lamina aveva le stesse misure di un quadro. Ma non ho potuto tenerla a lungo, la consuetudine prevedeva che la passassi a Sua Eccellenza l’ambasciatore di Francia. Avrebbe volentieri fatto a meno di quell’onore, ma non poteva esimersi: tra i presenti, era la persona più importante. Si è stupito che fossi io a porgergli la prima pietra: il rito prevede che sia l’architetto del futuro edificio. L’abate non doveva avergli parlato di me. L’ambasciatore se ne è sbarazzato subito, come gli bruciasse tra le dita. Uno dei suoi accompagnatori gli ha premurosamente spolverato i guanti col fazzoletto.

   La lamina l’aveva realizzata il fabbro della fonderia di Borgo. Una tradizione che esiste dai tempi della Bibbia, e spero che duri ancora: è un rito propiziatorio indispensabile. Nei cantieri più modesti le lapidi di fondazione sono di terracotta, in quelli importanti di marmo. Ma una lastra di marmo mi faceva pensare a una lapide funeraria, come quelle che spuntano dal ventre di Roma ogni volta che un vignaiolo pratica uno scasso o un contadino rivolta un campo. La necropoli del passato non si lascia dimenticare dalla città dei vivi. La preferivo di metallo, e alla fine avevo scelto il piombo, perché di piombo erano le lamine di maledizioni che gli antichi gettavano nel pozzo della ninfa Anna Perenna.

   Me lo aveva raccontato un amico di mio padre, quando ero bambina. Lo chiamavano il Toccafondo. Fra i tanti pittori che frequentavano la nostra casa, era il mio preferito. Aveva il viso deturpato da una cicatrice, ricordo di un colpo di spada che quasi l’aveva spedito all’inferno, ma a me non faceva paura. Anzi, mi affascinava come l’orco di una favola o il bandito di una ballata popolare. Aveva una nera reputazione, perché era stato tante volte in prigione, lo avevano anche condannato a morte e si era salvato solo perché gli avevano commutato la pena e lo avevano mandato a remare sulle galere del papa.

   Mio padre m’aveva raccontato che il suo amico era un esploratore. Alla fine dell’altro secolo, tutti i giovani sognavano di scoprire nuove terre e nuovi popoli, attraversare gli oceani, le foreste o le cordigliere dell’America. Il Toccafondo invece aveva scelto il continente nascosto nel buio della terra. Invisibile a tutti, vicino, eppure irraggiungibile come il polo. Dalle sue incursioni, per lo più illegali, nel sottosuolo di Roma, riportava in superficie mucchi di reperti, proprio come i viaggiatori nelle Indie o nel Nuovo Mondo tornavano con piume di uccelli sconosciuti, frecce avvelenate, statuette di idoli, pelli di serpente. I reperti sacri – ossa di cristiani martiri, o che spacciava per tali – li vendeva. Quelli pagani – che trovava quasi per caso – li regalava agli amici. Dita di statue, frammenti di sandali di marmo o boccette di profumo, perfino dadi, e figurine di cervi, cani conigli e gatti di terracotta che i genitori avevano sepolto, secoli e secoli prima del tempo dei martiri nella tomba del loro bambino. Avrò avuto quattro, cinque anni: me ne ha regalate dozzine, e ci ho giocato finché mi si sono sbriciolate fra le dita.

   Ma le lamine di piombo intarsiate da una scrittura misteriosa era venuto a riprendersele, e ignorando le proteste di mio padre, che aveva preso a usarle come fermacarte, le aveva riportate indietro. Un erudito suo cliente sosteneva di averle decifrate, rivelandogli che si trattava di maledizioni magiche. Le aveva ributtate nel pozzo in cui le aveva prelevate. Non aveva nemmeno mai voluto rivelare in quale zona di Roma esattamente si trovasse – per timore di risvegliare l’ira di quella fosca divinità pagana. Per scaramanzia, mio padre ci portò tutti a farci benedire dalla Madonna dei Miracoli. Il Toccafondo non venne con noi, e morì poco dopo.

   Mi sarebbe piaciuto imitare gli antichi. Incidere sulla lamina di piombo parole di minaccia, che incutessero paura invece che celebrare retoricamente la pace ritrovata di una guerra che non era la mia. Avrei scritto: Sia maledetto fino alla centesima generazione chi toccherà una pietra di questa villa di delizie…

   Invece la frase era breve. In latino. Ricordava l’anno, 1663, e le circostanze dell’inizio della costruzione, cioè la pace ristabilita fra le due nazioni della Chiesa e di Francia. Che poi erano anche le due nazioni dell’abate, quella in cui era nato e quella che si era ritrovato a servire. Non ricordo esattamente le parole. Non mi è mai piaciuto studiare il latino, perché credevo non mi sarebbe servito a niente.

   Di solito, per la lapide da seppellire nelle fondamenta del futuro edificio i proprietari si rivolgono a un poeta di fama, anche se i versi che dovrà scrivere sono destinati a non essere mai più letti da nessuno. A meno che l’opera che gli verrà costruita sopra non crolli, per un terremoto, un cedimento o per un errore di calcolo dell’architetto, o non sia demolita, perché fatiscente o perché il mutare del gusto la rende antiquata e ridicola alla vista – cosa che ovviamente non si augura né chi scrive né chi richiede. Devono essercene centinaia, migliaia – sotto ogni casa. Un’antologia di epigrafi che non vedranno mai la luce finché Roma esisterà.

   Quei versi li avevo chiesti a un conoscente dell’abate, di mio fratello e mio. Si chiama Carlo Cartari, e credo sia ancora vivo. Contava molto, a Roma. Potrei dire che era un amico, ma preferisco custodire questa parola come un gioiello: e non esito a riconoscere che nella mia lunga vita non ne ho avuti più di due. Nel 1663 eravamo vicini di casa, abitavamo nello stesso palazzo. Ci frequentavamo: l’avvocato curiosava volentieri nella nostra biblioteca, prendeva in prestito i manoscritti di mio padre, ci offriva la sua carrozza, conversava di politica e intrighi di curia con mio fratello, e io di ricami e di profumi con la moglie. Ma poi non ci ha invitato neanche alle nozze della figlia, cui pure avevo insegnato i rudimenti della pittura. Gli ho proposto di comporre qualche verso augurale, che portasse fortuna alla nostra Villa. Ne avevo, ne avevamo davvero bisogno.

   L’avvocato concistoriale si dilettava a scrivere, come tutti del resto. A Roma ci sono sempre stati più scrittori che abitanti. Si leggevano fra loro, lodandosi e adulandosi se amici, riversando veleno sugli estranei. Scrivevano di tutto. In prosa, in versi, in volgare e in latino. Delle inezie minime delle loro vite o degli eventi che sconvolgevano il mondo, dei papi, delle liturgie, dei santi, del tempo e della morte. Degli orologi, degli angeli, delle proprietà degli uccelli e in particolare di quelli che cantano, delle voglie dei feti nell’utero, della birra o della natura del vino, se sia meglio berlo caldo o freddo, sciogliendoci dentro un fiocco di neve. Mettevano in rima qualunque cosa, senza ispirazione e senza genio. Mio padre mi ha insegnato a riconoscere la vera poesia. Sapevo che l’avvocato non avrebbe scritto dei buoni versi, ma non mi importava. I versi erano solo una convenzione. Soltanto l’ultima riga contava per me. L’ultima riga era il mio nome.

   Quello di battesimo, e quello della mia famiglia. Mio fratello si ostinava a non prendere moglie: cominciavo a temere che nessuno avrebbe portato il nostro cognome nel nuovo secolo, nel futuro che non avremmo mai visto. Basilio e io siamo stati troppo a lungo figli di nostro padre, ma stranamente non abbiamo mai creduto nell’eredità naturale della discendenza. I figli possono morire, o abbandonarti, rinnegarti, deluderti o tradirti. Forse anche noi sospettavamo di aver tradito il suo insegnamento, e che se gli fosse stato concesso di tornare in vita, anche solo per un giorno, il Briccio non ci avrebbe riconosciuti. Sognavamo di lasciare un’opera che sarebbe durata molto più del nostro sangue – singolare come la cometa che apparve nel cielo di Roma proprio mentre costruivamo la Villa, e che mio fratello e io abbiamo ammirato dalle finestre della nostra casa, notando quanto col passare delle settimane la coda della stella crescesse invece di diminuire e chiedendoci quale messaggio fosse venuta a consegnarci. Deponevo il mio nome nelle fondamenta della Villa, che era mia anche se non ci avrei abitato neppure un giorno né dormito una sola notte, perché da qualche parte restasse memoria di me.

   L’abate ha lasciato cadere nella voragine una pioggia di monete. Dobloni di Spagna, ongari, ducati veneziani, scudi d’argento, sesterzi romani. Non so quando sia nata questa usanza, ha qualcosa di irresistibilmente pagano. Ma la ripetono tutti, anche quando è una chiesa l’edificio di cui si festeggia l’inizio. Monsignore ha recitato la benedizione e si è incamminato lungo il perimetro dello scavo, spruzzando acqua benedetta nel punto in cui sarebbe sorta la cappella. Lo abbiamo seguito, accodandoci in processione dietro il turiferaio, mormorando le preghiere. Le mie in verità un po’ difformi. Fa’ che non abbia sbagliato i calcoli, recitavo mentalmente, fa’ che venga forte e bella, benedici questa casa affinché duri. I vapori di incenso, valeriana, cannella e mirra che esalavano dalla navicella hanno sopraffatto per qualche istante l’odore di umido, resina e marcio della terra. Intanto lo sterratore si era calato nella fossa e murava la pietra. La buca era profonda, perché le fondamenta avrebbero dovuto sorreggere un edificio molto alto. Da dove eravamo noi, non potevo vederla più. Ma è stato allora che ho sfilato dalla catenella il ciondolo di ossidiana che da quarantatré anni portavo appeso al collo.

   Nel muro di Gerusalemme, avevo letto nell’Apocalisse, gli ebrei hanno incastonato diaspro e zaffiro, calcedonio, smeraldo, sardonico, crisolito, berillio, topazio e ametista. Pietre preziose, insomma. Io un sassolino nero di ossidiana, che valeva pochi bajocchi. Eppure era il mio gioiello più caro. Perché per tutti quegli anni avevo atteso che la profezia si compisse, e quel tempo era infine venuto. Gli altri erano assorti nell’ascolto della litania o distratti dalla noia e forse non se ne sono neppure accorti. Ho lanciato il ciondolo di ossidiana nella voragine, sopra la lamina, perché vi restasse per sempre.

   I miei occhi si sono bagnati di lacrime. Il fitto velo di pizzo che mi copriva il viso ha nascosto la mia debolezza. Se il capomastro se n’è accorto, non lo ha dato a vedere. La cerimonia finiva, gli ospiti già s’affrettavano alle carrozze, e l’abate, ignaro, mi ha presa sottobraccio e accompagnata alla burbora, per spiegarmi qualcosa sul funzionamento dell’argano: discorreva di calcestruzzo e mattoni, giulivo per la buona qualità della rena su cui andavamo a costruire. Non riuscivo ad ascoltare le sue parole. Neanche a guardarlo. La cipria che gli sbiancava il viso non poteva nascondere le rughe che cominciavano a irradiarsi intorno ai suoi occhi.

   Non volevo piangere. Ero felice. Credevo di essere al culmine della mia vita. Non avrei mai immaginato che mi sarebbe stato concesso un momento simile. E come avrei potuto? Nessuna prima di me aveva concepito un’opera come quella che stavo per realizzare io. Non so neanche se qualcun’altra avesse osato sognarlo. Mi sentivo grata del privilegio e però convinta di riuscire a meritarlo. Non avevo motivo di dubitare che il mondo avrebbe saputo chi aveva disegnato, progettato e costruito la Villa. Una miniatura, in confronto a quelle che andavano fabbricando su tutte le colline di Roma persone ben più importanti di noi. Eppure avrebbe potuto spostare la storia. Sarebbe stato il simbolo di un cambiamento epocale, un punto di partenza per le donne tutte. Quelle che si affaccendavano sulle cose dell’arte, clandestine nella penombra delle loro stanze, e quelle che dovevano ancora nascere. Era la nostra creatura. L’abate e io ne eravamo fieri come genitori tardivi, benedetti da una grazia inattesa.

   Ho peccato di vanità scrivendo il mio nome, e definendomi «architectura et pictura celebris». Ma si deve perdonarmelo. La lamina non era destinata a essere letta da nessuno, una volta murata nelle fondamenta e ricoperta da migliaia di rubbi della terra umida e fertile di Monte Giano. Non l’ho fatto però per conformismo, per ripetere stancamente un’abitudine. È stato per amore. Le madri che abbandonano i figli allo xenodochio avvolgono nelle fasce dei neonati un amuleto, la metà di una moneta, un segno di riconoscimento. Affinché un giorno possano ritrovarle. Credo sia stato per questo. Se le cose fossero andate male, se la Villa, mia figlia diletta, mi fosse stata strappata, mi illudevo di poter essere ritrovata.

   Oggi mi capita di chiedermi se le lettere incise su quella lamina di piombo esistono ancora, o se la ruggine le ha corrose e distrutte. Mi chiedo perfino se anche la Villa esiste ancora. A volte temo di averla sognata. Ma non posso piú verificarlo. Non esco mai da questa stanza. Perfino i pasti consumo allo scrittoio, la scala che conduce giú in strada è troppo ripida per me.

   La settimana scorsa mi ha cercata un prete. Qualcuno gli aveva parlato di me e voleva verificare che fossi ancora in vita. L’ho ricevuto, sorpresa. Da dieci anni nessuno veniva a farmi visita. Mi ha portato notizie del mondo, e lo sconquasso che mi hanno causato mi ha tolto il respiro, come se mi avesse crepato il cuore. Non ho potuto avere pace finché la donna che mi assiste non mi ha fornito l’inchiostro, le penne, i fogli di carta. Se sono qui a scrivere questi ricordi è proprio per lui.

   Il prete era stato sul Gianicolo, alla chiesa di San Pancrazio, e lo aveva incuriosito l’alto edificio a forma di vascello che si ergeva a poca distanza, dall’altra parte della strada che cinge il casino appena fabbricato da Lorenzo Corsini. I fattori gli avevano detto che la Villa era abbandonata. Il duca suo attuale proprietario non ci mette piede da anni. Il giardiniere riceve regolarmente lo stipendio, cura il parco, vendemmia l’uva e produce il vino. Ma la loggia marcisce e l’umido risale dalle fondamenta, forse costruite male, l’una e le altre, gli stucchi, i trofei e i pilastri sono sgrugnati e guasti e all’interno efflorescenze di salnitro disegnano arabeschi sulle pareti, le crepature si allargano sui muri patiti, i soffitti si schiodano e si spaccano, le travi si sconocchiano e s’infradiciano, dal lastrico piove sui quadri e sui cartigli.

   L’abate, che tutti hanno sempre considerato un arrampicatore disonesto, ha dimostrato la sua lealtà, lasciando la Villa al duca. La fedeltà può essere una forma di rettitudine. Ma è anche vero che non poteva fare altrimenti. Non è mai stato un uomo libero. Tutto ciò che aveva, tutto ciò che abbiamo avuto, non era suo. Non era nostro. Ma la Villa non sarebbe mai esistita senza di noi. È strana, presuntuosa, audace, assomiglia a ciò che avremmo voluto essere, e che solo creandola siamo stati.

   Non so dove sei. Ma vorrei che la vedessi. Allora capiresti che tutto è possibile.

  

   Intermezzo

   La sentinella del nulla

   (Roma, 4 luglio 1849)

  

   Dalle macerie si levano ancora spirali di fumo, che si attorcigliano, si librano verso l’alto a intermittenza, come per lanciare un segnale, e lentamente si disperdono in nuvole color cenere, fino a velare il cielo di caligine. L’aria sa di intonaco, legno bruciato e polvere da sparo, il respiro graffia nella gola e il fotografo è costretto a premersi sul naso un fazzolettino intriso nell’acqua di colonia. Sono le otto del mattino, ed è il primo ad arrivare sul campo di battaglia.

   Non albeggiava ancora quando s’è buttato giù dal letto, s’è vestito in fretta e furia afferrando bretelle, cravatta e gilet, ha recuperato nel retrobottega la scatola della macchina fotografica, i fogli di carta per le negative, il cavalletto, il panno, e ha avvisato la moglie della sua sortita. Anna Maria è sempre stata la sua collaboratrice piú fidata, l’unica che ha creduto nel suo pazzo sogno di abbandonare la pittura, che gli aveva permesso di vivere dignitosamente, per scommettere sulla nuova invenzione, la fotografia. Lo ha seguito in tutta Europa, quando cercava invano di brevettare le sue scoperte e s’affannava a propugnare le sue migliorie nelle accademie delle scienze e nei consessi dei dagherrotipisti.

   È il primo, in tutto il mondo, ad avere avuto l’idea di documentare una guerra. Fino a quel mattino di luglio, sono stati i pittori a seguire gli eserciti e rappresentare con matite e pennelli l’eroismo, la morte e lo scempio. Invece stavolta sarà lui, Stefano Lecchi, il fotografo col negozio a via del Corso dove negli ultimi tre mesi non è entrato nemmeno un cliente ad acquistare le stampe di Pisa, Napoli e Pompei incorniciate nelle vetrine. Spera di ricavare qualche buona immagine, usando il metodo che ha appena sperimentato, la calotipia: impiega per le negative le carte semitrasparenti di cellulosa preparate in una soluzione di jodio e bromo – salate, insomma. Ha bisogno di soldi e potrebbe provare a vendere le stampe a un giornale. Straniero, però, perché in Italia il vento ha cambiato il suo giro, e sono pochi a piangere la sconfitta della libertà. All’estero invece hanno seguito i fatti di questa primavera con partecipazione e simpatia. Ma non lo farà. Non è per denaro che s’è svegliato presto.

   Man mano che il calesse s’arrampica sul colle del Gianicolo, risalendo il viale fra platani inceneriti e macerie di mura, circumnavigando palle di cannone seminate qua e là, senza criterio, fucili esplosi in mille pezzi e corpi disarticolati che non serbano quasi forma umana, la gola gli si serra, e non per la tosse. Avrebbe dovuto esserci anche lui, a porta San Pancrazio. Ha sempre avuto simpatie repubblicane, e quando è arrivato nella città del papa lo hanno emarginato, per questo. Invece è rimasto in casa, come tanti altri, limitandosi a salire sul terrazzo per assistere alla battaglia che infuriava sulle alture a dominio di Roma come fosse uno spettacolo pirotecnico, finché i difensori si sono arroccati su quell’ultimo presidio. Si deve essere molto giovani per diventare eroi. I morti sono quasi tutti ragazzi. Il fotografo invece ha quarantacinque anni e una famiglia.

   Per questo, forse, quel mattino di luglio ha portato la moglie e i quattro figli con sé. Vuole che vedano, e vuole vederli. È per loro che non ha preso il fucile, ma è per loro in fondo che si è combattuto. Sul calesse, i ragazzi e le bambine sono eccitati come andassero a una scampagnata. Ma le loro risate si spengono quando il trabiccolo oltrepassa il varco tenebroso della porta e li deposita sull’altipiano in cima al colle. Il vetturino frusta il cavallo, per spronarlo ancora, ma l’animale innervosito stronfia e recalcitra – e allora chiede al signor fotografo se può fermarsi.

   Lecchi però indugia, confuso. Si guarda intorno, e non riconosce il paesaggio. Qualche settimana prima era venuto a visitare il suo amico Calandrelli, che dirigeva il tiro delle artiglierie romane: nel suo ricordo lassù c’erano vigneti, casali, un’osteria, e una strada bianca, che poco dopo un cancello si biforcava scendendo incassata fra gli alti muri delle ville. E ora c’è solo un tumulto di camminamenti distrutti e trincee franate, e la strada è scomparsa nello sfacelo di detriti che ingombrano il passaggio.

   Il calesse affonda in un cratere e riemerge, sobbalzando mentre costeggia la muraglia diroccata che corre sulla destra. Gli squarci aperti dalle cannonate rivelano la devastazione di quello che era stato un giardino. Ma delle centinaia di aranci, limoni e melangoli disposti lungo i viali solo uno è ancora dritto – incenerito in un vaso di terracotta assurdamente intatto. Tutti gli altri giacciono a terra divelti, infranti, abbattuti a colpi d’ascia. L’aria non odora di zagare, ma di carogna. E là dove doveva esserci la mole verticale della Villa, si innalza solo una parete traforata di finestre, o piuttosto un insieme di finestre a stento tenute insieme dai mattoni, fra le quali spuntano, come pennoni e alberature di un veliero, monconi di travi, e da cui sfarinano calcinacci che fumano al vento.

   Qui, dice il fotografo, e scende.

   Regna un silenzio assoluto, sul campo di battaglia, e Lecchi ha l’impressione di aver oltrepassato una soglia, e di essere entrato in un’altra dimensione. È come camminare nell’aldilà. Ma lui non è un fantasma. I suoi passi sbriciolano le pietre, le fanno stridere, gemere. Se la desolazione può essere uno spettacolo, allora la rappresentazione è un successo.

   L’occupazione della città è stata ormai completata, ma non si vedono soldati francesi in giro – e neanche curiosi, cacciatori di cimeli o di tesori. Del resto sotto queste macerie non c’è più nulla. Due mesi di furiosa battaglia hanno distrutto tutto. Neanche rottami di ferro o legni si potranno recuperare. Da rubare sono rimasti solo i morti, cui si vieta di dare sepoltura.

   I ragazzi saltano giù per aiutare il padre a scaricare l’attrezzatura, mentre la moglie di Lecchi si danna per costringere le bambine a restare sedute nel calesse. Il terreno è troppo impervio, tra i sassi spuntano ferri, proiettili, bombe. C’è il rischio di pestarne una inesplosa, di tagliarsi sulla lama di una bajonetta, di spaccarsi le ossa cadendo in una buca. La ragazzina disobbedisce e scende. Ma si accontenta di intrecciare la coda del cavallo. La più piccola, che non ha ancora sette anni, s’incanta a osservare il padre che si assesta la cassetta sulle spalle e cammina su e giù col treppiede in mano, in cerca del punto migliore per sistemare l’apparecchio.

   Ma non lo trova. Ogni volta che crede di aver individuato quello giusto, è costretto a spostarsi. Qua dalla terra sporge una mano mummificata, là un cappello intriso di sangue, più oltre biancheggia oblungo un omero spolpato. Non cerca il macabro, l’orribile, il sensazionale. È un artista. Deve dipingere, con la luce, la tristezza epica della sconfitta. Prepara l’inquadratura, ed è sempre sbagliata: vien fuori un quadro senza figure, una natura morta di rovine. Non è nemmeno una veduta. Di quinta, a destra e a sinistra, solo mucchi informi di pietre, e sul punto di fuga la linea perfida dell’orizzonte. Al centro, nulla. E non si può fotografare il vuoto. L’immagine non significherebbe niente, non trasmetterebbe alcuna emozione. Nessuno potrebbe capire cosa c’era qui, prima.

   Il fotografo se la ricorda bene, la Villa che dovrebbe stare al centro dell’immagine. Una villa stranissima, dissimile da ogni altra. Alta e stretta, costruita su una specie di scogliera. Aveva la forma di una nave. Anzi, di un vascello. La chiamavano proprio così: il Vascello. Il fotografo non ha mai saputo né a chi appartenesse né chi l’avesse progettata. Ma non perché è forestiero della Lombardia ed è a Roma da pochi anni. Nessuno dei romani lo sa. Però le era affezionato, come tutti, per la sua forma vagamente onirica, per la sua insolita bellezza. E ora non c’è piú. È rimasta solo quella parete tutta buchi, angosciante, e il basamento, che sembra uno scoglio liquefatto. È un’illusione ottica, un gioco di luci e rifrazioni sulla convessità della materia. Ma piú la guarda, più gli sembra che quella roccia abbia le sembianze umane di una maschera che piange.

   Il sole è già alto e comincia a fare caldo. Il fotografo ha poco tempo per decidere: anche se ha inventato un dispositivo di messa a fuoco ed è diventato famoso per la qualità dei suoi cieli, fra poco ci sarà troppa luce per l’obiettivo, l’unico, della macchina fotografica. E invece lui deve documentare tutto questo.

   È importante, perché la gente sappia, perché ricordi, perché non dimentichi. Che a Roma c’è stata la rivoluzione, e per stroncarla la guerra – guerra vera. Si è combattuta esattamente qui. I francesi – che lui, che tutti, credevano difensori della rivoluzione, di ogni rivoluzione – hanno sparato sugli italiani che avevano scacciato il papa e instaurato una repubblica democratica: hanno votato l’Assemblea a suffragio universale, e i deputati hanno scritto una Costituzione che ha per regola l’uguaglianza e la libertà. Il Vascello è stato ucciso per questo tradimento. Una villa non è una persona. Non ha un’anima. Eppure la morte di un edificio antico, di un manufatto fabbricato dagli uomini, allude a tutto il resto. Lo incarna, lo rivela.

   Lecchi retrocede, s’arrampica su una catasta di pietre, pianta il treppiede su quel che resta del tetto di una casupola, avvicina l’occhio al mirino. E finalmente vede. L’esercito francese si è ritirato, lasciandosi dietro solo una sentinella con la divisa impolverata. Il ragazzo se ne sta impalato a presidiare il nulla, ha conficcato il fucile nella terra riarsa, con la bajonetta inastata verso il cielo, e ora sonnecchia, mortalmente stanco, appoggiandosi all’arma. Non ha più niente da temere. Il Vascello, l’ultimo caposaldo, è caduto, la Repubblica non esiste più, la guerra è finita.

La foto è questa.

   Lecchi scatta. Rimane curvo, e quasi trattiene il fiato nel tempo, mai parso così interminabile, dell’esposizione, pregando tra sé che la sentinella non si muova, affinché la fotografia non riesca indecifrabile. E il ragazzo sembra obbedire alla sua volontà, resta fermo, come fosse in posa. Nulla si muove, il paesaggio è cristallizzato in una morte infinita. Protetto dal panno nero del soffietto, Lecchi contempla l’immagine che si sta imprimendo sulla carta, fra i due vetri, nel fondo della camera oscura: il cielo estraneo, le macerie ignare, la parete superstite sul punto di franare, la terra sterile, il ragazzo vittorioso e indifferente – trasmettono una sensazione di assenza, potente, quasi dolorosa.

   Il fotografo si sorprende nel sentire la guancia bagnata. Piange, e non sa per cosa. Per sé stesso, per i ragazzi morti al posto suo, per Roma, per la Repubblica, per la democrazia, per l’Italia, per quella villa di cui non ha mai saputo il vero nome. Piange per quel vuoto davanti a sé, per ciò che poteva essere e non è stato.

    

Continua a leggere…

 

L’autrice

Melania Gaia Mazzucco

Melania Gaia Mazzucco è nata a Roma il 6 ottobre del 1966. È la seconda figlia di Andreina e dello scrittore Roberto Mazzucco. Dopo aver conseguito il diploma di maturità presso il Liceo Classico Mamiani, si iscrive all’ Università “La Sapienza” di Roma, dove nel 1992 consegue la laurea in Storia della Letteratura Italiana Moderna e Contemporanea. Parallelamente agli studi universitari, tra il 1988 e il 1990 frequenta il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, ottenendo il diploma in sceneggiatura. Il suo esordio nel campo della narrativa avviene nel 1992, con il racconto intitolato “Seval”, che venne pubblicato sulla rivista Nuovi argomenti. Tra il 1992 e il 2002 lavora per l’enciclopedia Treccani, seguendo la sezione Letteratura e spettacolo. Nel 1995 assieme a Luigi Guarnieri scrive “Una pallida felicità. Un anno nella vita di Giovanni Pascoli”. L’opera, prodotta dal Teatro Stabile di Torino, vinse nel 1996 la Medaglia d’oro IDI come miglior opera drammatica italiana. Con il suo primo romanzo, “Il bacio della medusa” (1996), arriverà finalista allo Strega, Premio che riuscirà a vincere nel 2003 con il romanzo “Vita”. Autrice di numerosi romanzi, radiodrammi e opere, Melania G Mazzucco ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti. Ha lavorato per numerosi quotidiani e rivista, sia in Italia sia all’estero. Attualmente collabora con il quotidiano la Repubblica.

 

  • L’ architettrice
  • Melania G. Mazzucco
  • Editore: Einaudi
  • Formato: EPUB con DRM
  • Testo in italiano
  • Cloud: Sì Scopri di piÚ
  • Compatibilità: Tutti i dispositivi (eccetto Kindle) Scopri di piÚ
  • Dimensioni: 6,77 MB
  • Pagine della versione a stampa: 568 p.

  Acquista € 10,99

Carica ulteriori articoli correlati
  • «LOVE»

    ”Con una straordinaria abilità narrativa e una capacità unica di coinvolgere il lettore, R…
  • «Se tornasse Cicerone… Cupio dissolvi»

    ”Una lingua “morta” che però continua a godere di ottima salute. Quante volte, nel parlare…
  • «LA NOTTE SI AVVICINA»

    ”È sempre dal passato che arrivano i mostri. «L’ombra non si presta. Senza l’ombra si muor…
Carica altro Riccardo Alberto Quattrini
  • «LOVE»

    ”Con una straordinaria abilità narrativa e una capacità unica di coinvolgere il lettore, R…
  • «LA NOTTE SI AVVICINA»

    ”È sempre dal passato che arrivano i mostri. «L’ombra non si presta. Senza l’ombra si muor…
  • «SENZA RITORNO»

    “Per Irene Ochoa la vita è ormai insostenibile, non può più andare avanti così, Marcos l&#…
Carica altro PARLIAMO DI LIBRI

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Controllate anche

«LOVE»

”Con una straordinaria abilità narrativa e una capacità unica di coinvolgere il lettore, R…