Un libro poetico, delicato e vero allo stesso tempo. Un affresco romanzato della vita che ha fatto di lei una scrittrice amata e apprezzata in tutto il mondo.

«Un’autrice in grado di conciliare una scrittura agile e raffinata con l’introspezione tra i disagi esistenziali della contemporaneità.» – La Lettura.

“In fondo la debolezza di mia madre  mi  sconvolgeva.  Perché  viveva  in  un  mondo rotto ed era rotta anche lei, e non è mai riuscita ad armarsi.  Depressione?  Tristezza?  Dispiacere?  Mia madre  era  fragile  come  il  cristallo  dei  bicchieri buoni che tiravamo fuori dalla vetrina nei giorni di festa. Troppo giovane, troppo ingenua, troppo innamorata di mio padre, troppo delusa.”

Clara Sánchez con questo libro ci ha regalato una storia che offre molti spunti di riflessione, ci parla di vita vera e lo fa in modo quasi poetico raccontandoci con naturalezza i sottili meccanismi che influenzano la giovinezza e che segnano il percorso adulto di ognuno di noi perché per conoscere l’identità di una persona basta guardare al suo passato in quanto è proprio nell’infanzia che si gettano le radici che determineranno il nostro futuro.

 

La trama del romanzo.

Ricordi quando eri bambino? Ricordi quando tutto era possibile? Finché, in un’estate, ogni cosa è cambiata. C’è un’età della vita in cui sono gli altri a scegliere, perché ancora non si è in grado di farlo da soli. È la magia dell’essere bambini, il segreto che si nasconde dietro l’innocenza di quegli anni. Così è per Isabel durante le vacanze estive dei suoi dieci anni, in compagnia del mare della Costa Brava che brilla di mille puntini all’orizzonte e della sua famiglia un po’ fuori dagli schemi: donne tenaci, indipendenti e un po’ nevrotiche, che non si sono mai rassegnate al ruolo di mogli e madri. Sua mamma non ha peli sulla lingua ed è in cerca di protezione più che offrirne. Olga, la zia preferita, è come avvolta da un’aura di luce, colta e sofisticata, e la trascina in un mondo fatto di abiti di seta e balli. In loro, Isabel vede la donna che vuole diventare. In loro, intravede, senza capirlo appieno, l’equilibrio sottile delle relazioni con gli uomini, fatto di amore e, talvolta, dolore. E, mentre suo padre sembra non interessarsi di nulla, ridotto a una pura presenza fisica, lo zio Albert le chiede il vero motivo per cui da grande vorrebbe fare la scrittrice ed è l’unico a dirle che la vita non è come appare: né migliore né peggiore, ma diversa. Isabel è solo una bambina ma, in quell’estate, qualcosa comincia a cambiare. Una crepa scheggia la sua innocenza portandola lontano dall’infanzia. Il ricordo delle onde, della sabbia sui piedi resteranno per sempre nel suo cuore, insieme al sapore di un’età in cui tutto è possibile, ma al contempo si fa strada in lei la consapevolezza che crescere vuol dire cambiare corpo, voce e volto per mille volte. L’estate dell’innocenza è una perla che Clara Sánchez regala ai suoi lettori. Dall’autrice bestseller in Italia che in patria ha vinto i tre più importanti premi letterari, un libro poetico, delicato e vero allo stesso tempo. Un affresco romanzato della vita che ha fatto di lei una scrittrice amata e apprezzata in tutto il mondo. Tutti siamo stati bambini. Tutti siamo stati innocenti. Tutti ricordiamo l’attimo in cui abbiamo fatto un passo in più: un passo verso il futuro, qualunque cosa potesse significare.

 

Come inizia. 

MIA MADRE

 

   Una volta, quando ero piccola – avrò avuto nove anni –, restai paralizzata in mezzo alla strada. Non in senso figurato, ma letteralmente paralizzata: non riuscivo a fare neanche un passo, non riuscivo ad avanzare. I piedi mi rimasero incollati a terra per qualche minuto finché, con un grande sforzo, non ce la feci a rimettermi in movimento. Non lo dissi a nessuno, ma non sono mai riuscita a dimenticarlo completamente. E, tra l’altro, se anche lo avessi raccontato, non mi avrebbero dato retta, avrebbero pensato che erano mie fantasie, perché, se fosse stato vero che le mie gambe non rispondevano, sarei caduta a terra come un cencio. Io stessa potrei dubitarne, se non mi fosse rimasto impresso ciò che provai e l’immagine di me stessa, ferma al centro del marciapiede, mentre mi sforzavo in tutti i modi di ricominciare a camminare.

   Eravamo nel bel mezzo di un trasloco. Sia io sia i miei cugini e i miei genitori e, credo, anche i miei zii, spostavamo cianfrusaglie da una casa di mia nonna a un’altra, che si trovava nella stessa strada. Quando andavamo a farle visita, la nonna ne approfittava sempre per cambiare i mobili, per mettere le tende, per tinteggiare. Con il senno di poi bisogna riconoscere che aveva un ottimo gusto in fatto di case: tutte quelle che le passavano per le mani avevano uno stile che adesso definiremmo quasi minimalista, ed erano molto belle. Alberi di melo su una terrazza, scala a chiocciola di marmo. La nonna era ambiziosa, ma io non riuscii mai ad apprezzarla, perché mia madre la odiava e così anch’io la odiai da subito, non con il mio odio, ma con quello di mia madre, che era più grande di qualunque altro io fossi mai riuscita a provare. Non sapevo qual era il mio odio, non avevo ancora odiato nessuno, masapevo qual era quello di mia madre, la quale si dibatteva tra il rispetto nei confronti della suocera e la propria enorme capacità di venire ferita.

   Mia nonna, sua suocera, la feriva con grande facilità, con uno sguardo, con una parola, con il suo atteggiamento. In fondo la debolezza di mia madre mi sconvolgeva. Perché viveva in un mondo rotto ed era rotta anche lei, e non è mai riuscita ad armarsi. Depressione? Tristezza? Dispiacere? Mia madre era fragile come il cristallo dei bicchieri buoni che tiravamo fuori dalla vetrina nei giorni di festa. Troppo giovane, troppo ingenua, troppo innamorata di mio padre, troppo delusa. Il suo mondo era in frantumi. E la colpa era tutta di suo marito, che si meritava che lei raccontasse a chiunque fosse disposto ad ascoltarla quanto era disgraziato o come cercava in tutti i modi di non stare mai a casa, di divertirsi e rotolarsi nei letti sudati delle altre donne. Mia madre ne aveva le prove, come il rossetto sul colletto delle camicie, che esaminava attentamente insieme alle mutande prima di infilarle in lavatrice, gli scontrini di ristoranti dove mio padre non portava mai lei, gli ammanchi sul conto in banca.

   La sua confidente più fedele, quella che la capiva meglio, era mia cugina Toñita, che aveva cinque anni più di me. L’ascoltava con complicità assoluta, la capiva come se appartenessero alla stessa razza. Non c’era quasi differenza tra i suoi quattordici anni e i trenta di mia madre e forse entrambe apprezzavano, ciascuna a modo suo, gli angoli oscuri e sordidi della vita, e per questo entrambe amavano vedere insieme La mujer marcada e altri film del genere. S’identificavano molto nelle protagoniste che soffrivano, perché mia madre soffriva e mia cugina avrebbe sofferto. Era scritto. Per il momento Toñita si preoccupava molto del proprio aspetto fisico, sognando di arrivare ad avere fianchi torniti e un girovita bello stretto, che si cingeva con un laccio che le lasciava il segno. La entusiasmava mostrarmelo e dire: «Guarda, guarda come sta diventando». Ma andava anche più nello specifico. Tutte le volte che faceva un progresso mi prendeva da parte e mi comunicava a bassa voce: «Stasera ci ho infilato tutto l’anulare e ci entrava».

   Quando rideva – e rideva spesso – le venivano due fossette vicino alla bocca come due bollicine di Coca-Cola. La adoravo e la invidiavo, perché il suo ambiente familiare era completamente diverso dal mio. I suoi genitori erano felici e avevano un rapporto normale. Si volevano bene, si prendevano in giro e quando litigavano non sembrava neppure che stessero litigando. A sua madre, Mari, non era mai successo di impallidire come se fosse una morta, come capitava alla mia, e non lanciava lo sguardo a migliaia di chilometri di distanza, dove si supponeva che fosse mio padre, a divertirsi con qualche altra donna. Mari aveva un tono melenso e parlava molto mentre era a letto con mio zio. A volte il loro chiacchiericcio, un po’ attutito dalle lenzuola, durava per tutta la notte, tutto il pomeriggio o tutta la mattina. Adoravano stare a letto e approfittavano di qualunque scusa per coricarsi. Il riposino pomeridiano, che uno dei due avesse mal di testa, che avessero freddo o semplicemente che non avessero niente da fare. Per questo mia zia teneva in camera (sempre impregnata di un leggero odore di sesso) négligé, vestaglie per andare ad aprire la porta e liseuse di lana da mettersi sulle spalle mentre leggeva o ricamava a letto, tutti appesi a un attaccapanni.

   Mia madre non usava niente di tutto ciò. Non aveva il tempo di portare vestaglie e liseuse. Si alzava di scatto alle sette o alle otto di mattina perché non c’era niente che la trattenesse a letto, tranne mio padre quando tornava dai suoi continui viaggi. E anche perché il medico le aveva consigliato di stare costantemente in movimento per combattere la tristezza che si era impossessata di lei. Le aveva suggerito anche di circondarsi di fiori, per cui casa nostra sembrava molto allegra. C’erano fioriere e vasi in terrazza, sui davanzali delle finestre, sui mobili e, nei punti in cui non arrivava la luce, c’erano fiori di plastica o di stoffa. Le tende delle stanze da letto e due poltrone erano fatte di una stoffa con una stampa a fiori grandi. Vivevamo sempre all’ultimo piano, perché così in casa entrava più luce, e i mobili erano chiari e leggeri. Credo che mia madre lottasse con le unghie e con i denti per curare la propria tristezza, ma non so se lottava con altrettanta determinazione per mettere fine alle ossessioni che la causavano. Perché ciò accadesse mio padre sarebbe dovuto morire e, anche in quel caso, dubito che ci sarebbe riuscita. Erano tutti più felici di lei. Tutte le donne di qualunque condizione e cultura, qui e altrove, erano capaci di trovare qualcosa che le rendesse felici.

   Mia cugina Toñita ammirava molto mia madre. La considerava davvero bella ed elegante e a volte, durante quei pomeriggi in cui parlavano come due amiche e mia madre le offriva il caffè e i pasticcini, Toñita si provava i suoi vestiti. Indossava un abito di mia madre e le diceva che, quando si fosse sposata, lei sarebbe stata la sua madrina. Mia madre annuiva senza uscire dalla sua condizione come di posseduta, e senza capire bene ciò che sentiva.

   Toñita, diminutivo di Antonia, si chiamava come mia nonna, quella donna minuta e gelida che mia madre odiava tanto. A quanto pare avevano chiamato mia cugina come lei per lisciarle il pelo, per fare in modo che mia nonna volesse più bene a lei che al resto dei nipoti e la favorisse in qualche modo nel testamento. E, per questo motivo, io mi ero liberata del peso di chiamarmi come lei. Mia madre ebbe il buon gusto di mettere gli occhi su una bisnonna già morta, che dunque non poteva odiare, che se n’era andata all’altro mondo a novantotto anni e che, a quanto pareva, era arrivata con i suoi genitori da un paese lontano quando era bambina.

   A giudicare dalla pelle bianca e sottile di mia nonna, ereditata senza dubbio dai suoi genitori, dovevano essere venuti da un paese con poco sole. La sua pelle sembrava dire: «Guardare e non toccare», presentava spesso eczemi e rossori e s’incartapecoriva come carta velina sulle vene blu. Le scarpe, di qualunque tipo fossero, le provocavano delle piaghe, anche se indossava le calze, e visto che mia madre non sapeva bene come compiacerla, si si precipitava a curarle i piedi non appena arrivava a casa nostra o noi andavamo a casa sua. A me non sembrava logico che la odiasse e che allo stesso tempo avesse bisogno di essere apprezzata da lei e di toccarle quei piedi spellati. Credo che la mia distanza affettiva da mia nonna dipendesse dal fatto che ispirava sentimenti così contraddittori e violenti in mia madre. Soprattutto perché mi obbligava a stare molto attenta a quello che dicevo. Davanti a lei non potevo dire niente di positivo di mia nonna, solo che era brutta, piccola e cattiva.

   Mia madre gridava ai quattro venti che si sentiva più amata e molto più a suo agio con la sua tribù familiare, di cui faceva parte sua sorella Olga. Olga mi piaceva moltissimo, perché era una donna di mondo, perché lavorava e sapeva fumare molto bene, perché teneva in mano il bicchiere, qualunque cosa esso contenesse, molto meglio di mio padre e perché accanto a lei mia madre sembrava la quintessenza dell’assennatezza, una vera signora con tutte le rotelle a posto. Quando c’era Olga, il riflettore era puntato su di lei e mia madre passava in secondo piano, era presa più dai drammi della sorella che dai suoi, e ciò comportava una tregua per mio padre, per me e anche per i miei fratelli, che all’epoca non si rendevano conto ancora di niente. 

OLGA  

   I miei primi ricordi di Olga risalgono a un pomeriggio in cui sono in una stanza davanti a uno specchio alto e lungo appoggiato a terra. La stanza è grande e lo specchio è in un angolo. Mi ci posso specchiare con questo foulard di seta appuntato sulla testa, che mi arriva fino ai piedi.

   Per un bel po’ esistiamo soltanto io, lo specchio e il foulard, finché non mi rendo conto che lui e lei mi stanno osservando. Mi volto verso di loro, verso i loro sguardi compiaciuti. Lui mi si avvicina e mi solleva in aria, mentre il foulard si apre intorno a me. Quanti anni avrò avuto allora, sei? Al massimo sette. Vedo i suoi occhi davanti ai miei, sono quasi chiari. È l’uomo più alto che io abbia mai visto. Mi deposita a terra. Entra una cameriera con un vassoio che sembra d’argento e lo appoggia su un tavolino alto quanto me. Lui mi parla con un accento molto strano. La sua voce arriva dal soffitto, mi chiede di versargli il caffè. Lo prendo molto sul serio e vado verso il tavolino calpestando il foulard. Lei mi aiuta con la caffettiera. Il caffè scende nero e denso. Lui lo prende non filtrato e senza zucchero. Porto la tazza fino alla poltrona e gli resto accanto mentre lo sorseggia. Quando finisce, guardo il fondo della tazza e gli dico che non lo ha bevuto tutto. Mia zia, a sua volta, lo rimprovera: «Ahmet, hai lasciato la posa». Lui la raccoglie con il cucchiaino e la mangia. Mi mostra il fondo della tazza: «Adesso va bene?». Annuisco e sistemo il piattino, la tazza e il cucchiaino sul vassoio.

   Mi cercano ogni pomeriggio perché gli serva il caffè nella sala dello specchio. Io lascio tutto e mi precipito, perché lui mi ha fatto presente con grande serietà che devo prendermi cura di lui, e a me non è mai venuto in mente che potesse trattarsidi uno scherzo. A quell’epoca le parole, le frasi e il mondo avevano un solo senso. Dopo il caffè lo vedo sempre prendere varie pillole e ho sentito dire spesso da Olga che è malato, cosa che rende ancor più impellente il mio obbligo di prendermi cura di lui. Appena mi vede arrivare esclama: «Ecco la signorina». Dopo il caffè chiede a Olga una «zigaretta». Lei ne prende una dal pacchetto dalle lettere dorate, se la infila tra le labbra, la accende e poi, con un segno di rossetto, la passa tra le labbra di lui. Non ho mai visto i miei genitori fare una cosa così raffinata, così bella. Anche Olga fuma. Ha l’abitudine di andare avanti e indietro con la sigaretta accesa, con questo piccolo fuoco tra le dita che le sfiora i capelli e la camicetta. Lui la guarda seduto in poltrona, finché Olga non mi prende per mano e lo lasciamo da solo.

 

   Ahmet Kemal era il console generale di Turchia a Barcellona ed era malato di cuore. Al suo paese aveva moglie, figli e una famiglia molto influente. Stava per divorziare da una donna ricca, bellissima, figlia di commercianti, a cui Olga si riferiva con tutto il risentimento che la sua bocca dalle gengive rosate e i bei denti riusciva a contenere, chiamandola «la Turca».

   Olga era il suo braccio destro. Era la responsabile delle pubbliche relazioni del consolato e si occupava anche dei suoi affari privati con le compagnie navali.

   I miei genitori parlavano spesso di Olga e Ahmet. Lui, di solito, lo chiamavano «il Console». Quando sentivo la parola «console», capivo qualcosa come «colosso». Solo uno come Ahmet – grande, completamente calvo, con le ciglia sparate verso le tempie e due ossa rilucenti sopra di esse – poteva essere un console. Forse in un primo momento metteva un po’ di soggezione, ma un console doveva essere imponente. Non c’era motivo che lo fossero un ambasciatore, un principe o un presidente.

   Di lui si diceva che aveva un debole per la bellezza fisica, che poteva tollerare benissimo l’incompetenza se c’era di mezzo il fascino. «La saggezza», diceva, «puoi trovarla nei libri, ma un paio di occhi belli puoi trovarli soltanto in una persona.» Diceva anche che non si fidava degli astemi, perché gli astemi sono dei codardi, che hanno paura che l’alcol sciolga la lingua e il cuore. Probabilmente per questo, per non deluderlo, mio padre tornava dalle sue scorribande con lui con la voce impastata e molto allegro. Dicevano anche che era un uomo coraggioso, perché nella vita non lo spaventava niente e perché sosteneva di non sapere che cosa volesse dire avere paura. E non esagerava: bastava vederlo parlare ad alta voce, attraversare la stanza con due falcate o dare una manata al tavolo per esprimere fastidio o contentezza. Io conoscevo eccome la paura, perciò non avrei mai potuto essere come lui. Avevo paura di attraversare un campo buio, avevo paura che potessero morire mio padre, mia madre e i miei fratelli, mi terrorizzava la scuola e mi spaventava tutto ciò che era sgradevole. Avevo paura praticamente di tutto. E lui di niente. Iniziò a preoccuparmi il fatto che il resto dell’umanità potesse essere più simile ad Ahmet Kemal che a me.

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L’autrice.

Clara Sánchez.

Clara Sánchez (Guadalajara, 1º marzo 1955). È l’unica scrittrice ad aver vinto con i suoi romanzi i tre più importanti premi letterari spagnoli: il premio Alfaguara con La meraviglia degli anni imperfetti, il premio Nadal con Il profumo delle foglie di limone, bestseller che ha venduto un milione di copie, in cima alle classifiche di vendita per oltre due anni, e il premio Planeta con Le cose che sai di me. In Italia sono tutti pubblicati da Garzanti, come anche La voce invisibile del vento, Le mille luci del mattino, Entra nella mia vita, Lo stupore di una notte di luce, La forza imprevedibile delle parole e L’amante silenzioso.

 

 

 

  • L’ estate dell’innocenza
  • Clara Sánchez
  • Traduttore: E. Budetta
  • Editore: Garzanti
  • Collana: Narratori moderni
  • Anno edizione: 2019
  • Pagine: 176 p., Rilegato

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