È come se all’improvviso fosse impazzito l’interruttore della luce

L’INTERRUTTORE DELLA STORIA

È come se all’improvviso fosse impazzito l’interruttore della luce. Il dito pigia compulsivamente, ma la lampada non si accende. Di tanto in tanto manda bagliori, squarci di chiarore accecante che mostrano scenari paurosi, ma non è la nostra volontà a premere. È tornata – non invitata – la storia e noi non sappiamo cosa metterci. Prima l’epidemia, con il terrore, la sofferenza, il ritorno della Grande Rimossa, la morte. Poi le menzogne associate, i pipistrelli, la scoperta dell’esistenza di laboratori che sperimentano quello che pudicamente chiamano “guadagno di funzione”, il rafforzamento di ceppi virali e la creazione di nuovi virus.

Per gli occidentali la vita era una vacanza, Disneyland, il parco tematico tutto luci e zucchero filato per il divertimento di fanciulli di tutte le età, i Peter Pan fuorusciti dalla storia. Disagio, morte, malattia, povertà, sofferenza, tutto alle spalle, il buio dell’umanità feroce e arretrata di ieri. Basta, lo spettacolo è interrotto, il tendone del circo è scoperchiato, siamo sotto la tempesta. Dopo il Covid con il suo carico di dolore, ma anche di proibizioni, cancellazione della libertà, il Grande Reset annunciato dai padroni del mondo. Tutto cambi affinché lorsignori continuino a dominare il mondo, e, tu, umano antiquato, adeguati e sii felice del nulla. Senza denaro, senza proprietà, senza radici, mangiando insetti e carne artificiale, attaccato alla tecnologia, distante dai tuoi simili, i nemici.

Adesso la guerra, l’Orso offeso che dismette la sua grottesca rappresentazione da Luna Park. I meno giovani ricorderanno il gioco da baraccone in cui si sparava a un bersaglio – un orso – che si girava verso di noi esponendo il petto con uno strano grido stridulo. Stavolta, dopo trent’anni di colpi, l’Orso si è stufato e ha interrotto lo spettacolo. Attenti all’Orso che smette di fare da obiettivo e batte un colpo. “È arrivata la bufera, è arrivato il temporale, chi sta bene e chi sta male, e chi sta come gli par. Nella notte profonda, sembra che uno glielo avesse detto, e invece non glielo aveva detto, che poi anche se glielo avesse detto quello lì non ci sentiva, sai come succede in queste cose qua”. Era la canzone beffarda e premonitrice di Renato Rascel del 1939, all’alba della seconda guerra mondiale.

Forse non ci sarà l’apocalisse, ma certo il biennio 2020-2022 ha cambiato il mondo. Qualcuno ha manomesso l’interruttore e siamo rimasti al buio. Chi ha messo da parte qualche candela, nella penombra vede più chiaro di tutti. “Libeccio sferza da anni le vecchie mura e il suono del tuo riso non è più lieto: la bussola va impazzita all’avventura e il calcolo dei dadi più non torna. Tu non ricordi; altro tempo frastorna la tua memoria; un filo s’addipana.” Il poeta fotografa e trasfigura la dura realtà. Benedetto sia questo choc, se ci farà vedere, finalmente, di quante interruzioni siamo testimoni e vittime.

I turisti della storia, sorpresi dal fortunale, cercano invano un luogo sicuro, e intano odiano con tutte le forze la realtà. Chi si è permesso di interrompere il sonno? Un testimone di prima fila, Giulio Tremonti, documenti ufficiali alla mano, ricorda che nei vertici internazionali si parla più delle teorie di genere che delle relazioni con l’Est e la Russia. Gli spazi di libertà si erodono a velocità crescente, sino al certificato vaccinale frapposto tra la vita, il lavoro e la quotidianità. Credevamo di essere nati liberi – il vecchio ordine del diritto naturale – e adesso sappiamo che le libertà, in nome di emergenze successive, sono la concessione revocabile di un potere indiscutibile. 

Si è interrotto il circuito della libertà nella civilizzazione che aveva celebrato come vittorie altre interruzioni. Innanzitutto con il passato, buio, tenebroso. Possiamo liberamente sciogliere ogni legame; interruzione del matrimonio, della gravidanza, della respirazione. Siamo creatori di noi stessi, con il diritto di rifiutare ciò che non ci piace, ma solo per oggi, domani chissà, siamo fluidi nel sesso/genere, negli orientamenti, nelle preferenze. Moderni nel significato più banale e letterale: “al modo odierno”. Al risveglio, domani, seguiremo altre mode, altre parole d’ordine convinti di averle scelte. Nessun Dio sopra di noi, nessuna patria, nessun principio superiore, né ieri né domani. La distopia di Imagine di John Lennon(P.I.), inno dell’occidente arcobaleno.

Abbiamo interrotto il rapporto con la natura, ridefinita “biologia”. Siamo insorti contro ogni ostacolo che impedisca di essere monadi autosufficienti, distanziate, assorte in se stesse, miliardi di minuscoli dèi, indifferenti, compiaciuti. Abbiamo scambiato l’anima con un’ubriachezza fatua di autodeterminazione, ci siamo disfatti dei vincoli duraturi, di radici e lealtà, scambiate con dipendenze artificiali. Non ci sfiora il sospetto che chi ci ha trasformato in cicale canterine di una sola estate – interrompendo la trasmissione dei legami – ci stia imbrogliando. Basta con una casa degna, a che serve, se non abbiamo una famiglia? Nessun lavoro decente e ben retribuito, tanto non dobbiamo sfamare che noi stessi, viandanti senza sentiero. Ci hanno tolto pure la lingua, sostituita dal grugnito globale: green pass, lockdown. È inutile, se dobbiamo vivere distanziati.

Si va dove porta non il cuore, ma il potere. Ascoltiamo in queste ore l’appello imperioso – l’ordine insindacabile – ad arruolarci per difendere “i valori dell’Occidente”. Se sono quelli degli ultimi decenni, siamo renitenti, obiettori di coscienza. Non disertori, combattenti fedeli alla vecchia bandiera. Durante la peste del XIV secolo, nelle università si dibatteva sull’origine e sui rimedi. Nel XXI, tutti allineati e coperti nella narrazione ufficiale del contagio: un termine ottimo per diffondere un altro contagio, il terrore.

Come sull’epidemia, anche sull’ attacco militare russo è vietato avanzare dubbi o esprimersi fuori dal coro. Interrotto il pensiero, è vietata la sfumatura, interdetto il ragionamento. È d’obbligo il manicheismo. Tutto il bene di qua, tutto il male di là. Il giusto è Nato. Espulsione immediata per chi osservasse che l’attuale governo ucraino è frutto di un colpo di Stato contro un presidente eletto, fomentato da Capitan America; che stragi e atrocità impunite sono commesse contro le minoranze russe; che la guerra dura da otto anni, con torti e violenze reciproche. Vietato ricordare la storia millenaria di popoli fratelli e le terribili ferite della guerra e della fame durante e dopo la nascita dell’Unione Sovietica.

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La storia narrata è piena di interruzioni e di pagine bianche. Nessuno dice che la Nato, alleanza difensiva contro l’Unione Sovietica, sopravvive da trent’anni alla fine dell’avversario e non cessa di mettere bandierine, ovvero armi, ai fianchi di quel che resta del nemico trapassato, nonostante avesse garantito il contrario, come dimostrano documenti scoperti dal settimanale tedesco Der Spiegel. Ci hanno ingannato anche in questo: l’URSS non era un nemico ideologico; cattivo a prescindere è l’Orso in quanto esiste, ostacolo al dominio del mondo secondo la geopolitica imperiale del Leone britannico emigrato oltre Atlantico.

In principio è il Verbo, e il Verbo è presso l’Occidente, e l’Occidente è Dio. L’opposizione non c’è più, che bella unanimità: sono tutti d’accordo, anche se non è chiaro su che cosa. Gli ultimi dissidenti, nel bosco, come i giapponesi superstiti. Tutte le strade sono interrotte, non ci sono deviazioni, uscite di sicurezza, proibito tornare indietro. Cadremo nel precipizio, ma gai, unanimi. L’interruttore dispettoso non funziona: sarà un attacco di hacker malvagi.

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A un tratto, torna la luce, un lampo accecante: è la storia con le fattezze dell’orso stufo di fare da bersaglio dei Buoni. Tre palle un soldo, oggi la tariffa aumenta. Arruolatevi, gente, è gradito scendere in piazza senza distanziamento e senza mascherina: è per una buona causa. Il Covid è pacifista: stavolta non contagia. Il circo mediatico si riconverte, da virologi ad analisti di guerra, scrutatori di scenari geopolitici, economici, finanziari, sempre ligi al copione, il “gobbo” dietro la telecamera.

Ci sono, fortunatamente, alcune buone notizie: Big Tech sceglie la neutralità di genere. La voce elettronica di Siri, l’assistente personale di Apple, non sarà né maschile né femminile. Largo all’Unico, questa sì che è civiltà. Il re è nudo, manca il bambino che svela l’inganno: interruzione di gravidanza, non è mai nato. Una docente esprime tesi lievemente dissonanti sull’epidemia; la presidenza si affretta a comunicare che le parole “non rappresentano il pensiero dell’istituzione”. Voce dal sen fuggita: allora l’istituzione ha un pensiero da imporre. Interrotto il dibattito. Come in parlamento, luogo che contraddice il suo nome. Il Drago sollecita a non fare storie, pardon a votare disciplinatamente leggi e decreti. Il Parlamento esegue la volontà dell’esecutivo: interruzione dei significati.

Quante altre interruzioni, nei valori dell’Occidente liquido. Pensiamo al blocco indotto dello sviluppo sessuale secondo natura nei casi di transizione di genere, gonfiati nel numero mentre si alimenta la confusione nell’età cruciale della pubertà. Diversi scienziati avvertono che la tecnologia di telecomunicazioni 5G potrebbe indurre variazioni nelle frequenze elettriche abbassando la fertilità animale e umana. Dubbi, possibilità, pareri difformi che non è lecito avanzare, come sui cambiamenti climatici antropogenici: lesa maestà, interruzione del progresso.  

Viviamo un interminabile tempo sospeso, un’interruzione chiamata nuova normalità. Viene in mente l’intervallo della televisione in bianco e nero: immagini di nubi che scorrevano lentamente, un gregge lontano, la musica lenta, quasi ipnotica. Oggi nel tempo sospeso si deve interrompere il giudizio e correre tutti nella stessa direzione, un gregge condotto lungo un tratturo obbligato, impaurito del lupo, benché sia il pastore a portarlo al macello. L’unanimità non insospettisce più perché muore il pensiero critico, ossia il pensiero tout court.  È difficile pensare da soli, c’è bisogno di misurarsi con gli altri, ascoltare ragioni diverse, punti di vista estranei, riconoscerne la legittimità. Nelle università anglosassoni abbondano gli “spazi sicuri” in cui sono bandite le opinioni eretiche rispetto alla vulgata dominante, dove è vietato applaudire o fischiare, negata ogni differenza. Sono i nuovi valori dell’Occidente, capovolti rispetto a ieri. Ne prendiamo atto, ma non pretendano lealtà in un mondo irriconoscibile, non disposto ad ascoltare le ragioni altrui.

C’è una frontiera tra il bene il male, ma esiste un’infinità di sfumature. Negarle è negare l’uomo, esacerbare chi non ci sta, incattivirlo. L’Occidente del XXI secolo ha tutte le risposte ma non si pone più domande. Si considera apice della storia, e il relativismo di cui è permeato si volge nel suo contrario, un assoluto incapace di ascoltare l’Altro per manifesta superiorità. Chissà che questa sia una chiave di lettura del presente dramma bellico. L’aggressore è evidente, ma siamo certi che le sue ragioni non siano state offese, ridicolizzate, negate, che non sia stato spinto dall’esasperazione? È una possibilità, non un’affermazione. Ma i dubbi sono vietati, al tempo dell’interruzione, dell’arruolamento obbligatorio nell’ armata del bene. Attenti all’orso, la nostra cattiva coscienza.   

Roberto PECCHIOLI       

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