Alla violenza non puoi abituarti perché sai già come va a finire. La sesta indagine del commissario De Luca è ambientata negli ultimi giorni del fascismo. Il poliziotto deve risolvere “tre delitti nello spazio di 400 metri” e scegliere fra il Bene e il Male. Un giallo storico che racconta un vizio eterno dell’Italia: voltarsi dall’altra parte.

 

Tre omicidi su cui il commissario è costretto a indagare per conto di tre committenti diversi e con interessi contrastanti. Convinti che solo lui possa aiutarli. Per risolvere un caso De Luca è disposto a tutto, perfino a vendere l’anima al diavolo. Questa volta, però, ha l’occasione di fare la cosa giusta nel modo giusto. 1944, Bologna sta vivendo il suo «inverno piú nero». La città è occupata, stretta nella morsa del freddo, ferita dai bombardamenti. Ai continui episodi di guerriglia partigiana le Brigate Nere rispondono con tale ferocia da mettere in difficoltà lo stesso comando germanico. Anche per De Luca, ormai inquadrato nella polizia politica di Salò, quei mesi maledetti sono un progressivo sprofondare all’inferno.

Poi succede una cosa. Nella Sperzone, il centro di Bologna sorvegliato dai soldati della Feldgendarmerie, pieno di sfollati, con i portici che risuonano dei versi degli animali ammassati dalle campagne, vengono ritrovati tre cadaveri. Tre omicidi su cui il commissario è costretto a indagare per conto di tre committenti diversi e con interessi contrastanti. Convinti che solo lui possa aiutarli.

La trama del romanzo

1944, Bologna sta vivendo il suo «inverno piú nero». La città è occupata, stretta nella morsa del freddo, ferita dai bombardamenti. Ai continui episodi di guerriglia partigiana le Brigate Nere rispondono con tale ferocia da mettere in difficoltà lo stesso comando germanico. Anche per De Luca, ormai inquadrato nella polizia politica di Salò, quei mesi maledetti sono un progressivo sprofondare all’inferno. Poi succede una cosa. Nella Sperrzone, il centro di Bologna sorvegliato dai soldati della Feldgendarmerie, pieno di sfollati, con i portici che risuonano dei versi degli animali ammassati dalle campagne, vengono ritrovati tre cadaveri. Tre omicidi su cui il commissario è costretto a indagare per conto di tre committenti diversi e con interessi contrastanti. Convinti che solo lui possa aiutarli.

Come inizia

  

    Siamo stati travolti, eppure qualcosa mi dice che non è finita, che la nostra idea, la nostra natura continuerà a sopravvivere. Perché i vincitori, i nuovi padroni presto avranno bisogno di me. Finché l’uomo sarà fatto della stessa merda. Conto su di voi.

   CARLO CASTELLANETA Notti e nebbie

   Citazione tratta da Carlo Castellaneta, Notti e nebbie, Interlinea,

   Novara 2018.

 

Parte prima

Gli omicidi

    «Il Resto del Carlino», venerdí 1 dicembre 1944-XXIII, Italia, Impero e Colonie cent. 50.

   L’AVVERSARIO SPRECA LE SUE FORZE CONTRO LE INCROLLABILI DIFESE DELLA WERMACHT – NUOVE MICIDIALI ARMI TEDESCHE APPRONTATE PER LA GUERRA MARITTIMA – BATTAGLIONI DI MUTILATI VOLONTARI CONTRAEREI E ANTIPARACADUTISMO. In una località dell’Italia settentrionale continuano ad affluire i mutilati e invalidi di guerra che chiedono di entrare a far parte dei Battaglioni la cui bandiera porta il motto «Onore e Sacrificio».

   Cronaca di Bologna: MATERASSI E BIANCHERIA RUBATI. Materassi e biancheria per un valore di 20 mila lire sono stati rubati dall’abitazione sinistrata del 53enne Dario Guizzardi fu Andrea. L’OSCURAMENTO. Orario: inizio alle 17.10 e termine alle 7.

   TUTTO COME IN ITALIA. Leggete la corrispondenza dei lavoratori italiani che prestano servizio in Germania. In generale, questi vostri camerati vi diranno che, qualunque sia la loro zona d’impiego, conservano perfetta l’impressione di essere ancora in Italia. QUESTI SONO I FATTI, A VOI LA DECISIONE.

  

   Il tedesco spalancò la portiera e infilò la testa nella macchina, attento a non sbattere l’elmetto contro il montante. Si era tolto un guanto che teneva in bocca, tra i denti, come un cane, perché l’altra mano la stringeva sull’impugnatura del mitra, l’indice gonfio di lana ruvida che riempiva il ponticello, sul grilletto. Prese i documenti che Franchina gli porgeva, già pronti, e restò a lungo a guardarli in faccia tutti e due, impassibile, il ragazzino con ancora i brufoli e i capelli ondulati di brillantina al volante e De Luca a fianco, infossato nel sedile della 1100, avviluppato nel soprabito chiaro, troppo leggero per quell’inverno già cosí freddo.

   Franchina accennò un sorriso, ma il tedesco non lo raccolse. Allungò il collo per vedere dietro, sotto il sedile vuoto, la mezzaluna di metallo della Feldgendarmerie che gli penzolava sulla stoffa pesante del pastrano, attaccata alla catena, come un collare, poi spalancò ancora di piú la portiera mentre si tirava fuori, non tanto perché non ci passasse, anche se era un cristone alto e grosso, quanto per rimarcare che non la chiudessero, e si allontanò.

   Il vicebrigadiere Aurelio Franchina lo seguí con lo sguardo mentre raggiungeva un collega altrettanto imponente, appoggiato col sedere alla scocca del carrozzino di un sidecar, i polsi appesi alle estremità della Maschinenpistole portata a tracolla, una sigaretta fumante persa tra le dita guantate.

   – Ammazza ’sti tedeschi, comandante! – disse. – So’ proprio tosti! – E soffiò anche un sibilo sottile, di ammirazione, che gli uscí tra le labbra in un pennacchio di vapore.

   De Luca guardava da un’altra parte. Seduti su un cumulo di macerie accanto a uno degli archi piú piccoli di Porta Saragozza, proprio sotto il cartello che indicava l’ingresso nella Sperrzone del centro di Bologna, con quell’altro, piú piccolo, verboten, proibito, mezzo strappato da una scheggia dell’ultimo bombardamento, c’erano due militi della Brigata Nera. Fumavano anche loro tranquilli, i fucili mitragliatori di traverso sulle ginocchia.

   De Luca girò la manovella per abbassare il vetro del finestrino, batté le nocche del pugno sulla portiera per attirare la loro attenzione e con un cenno della testa indicò la donna che stava ferma davanti a loro, con i documenti in mano e una sporta stretta sotto braccio, a pestare i piedi su un mucchietto di neve sporca. Era ancora mattina presto, appena finito il coprifuoco, e c’era soltanto lei.

   I militi lo fissarono, poi quello con la barbetta quadrata alla Balbo fermò quell’altro che stava per scattare, gli occhi fiammeggianti su De Luca, spense la sigaretta picchiettandola delicatamente contro un mattone, la mise nel taschino della giubba e si alzò a controllare i documenti della signora. Solo un’occhiata, distratta, senza neppure farle aprire la sporta che su un lato aveva una striscia di farina biancastra, farina di contrabbando, comprata a borsa nera da uno dei mulini fuori porta, sicuramente, De Luca la vedeva anche da là, in mezzo alla strada.

   Anche il tedesco appoggiato al sidecar aveva sollevato la testa quando aveva sentito bussare contro la portiera. Sembrava colpito dall’autorevolezza di De Luca perché restituí i documenti al collega, anche se stava ancora esaminando il primo, il tesserino di Franchina, che ripeté ammazza ’sti tedeschi, ahò, quanto so’ forti.

   – Occhio, Franchí, – disse De Luca, – perché io a Roma c’ho vissuto, e i modi di dire li conosco, ma se qua a Bologna ti sentono dire di ammazzare i tedeschi, magari capiscono male.

   Franchina impallidí.

   – Oddio, comandante, ma io intendevo… lo sa cosa volevo dire, no? Era un complimento, giuro!

   Balbettava, e quando il soldato infilò di nuovo la testa nella macchina deglutí, rigido. Prese i documenti e li passò a De Luca, in fretta, per liberare il braccio destro da stendere in un saluto a cui il tedesco non rispose.

   – Non mi avranno mica sentito? – sussurrò, abbassando la leva del cambio troppo in fretta, con la marcia che grattava. De Luca si aggrappò alla maniglia mentre l’auto sobbalzava sulle rotaie del tram.

   – Piano, Franchí… stavo scherzando. Dov’è che andiamo, esattamente?

   – Via… come si chiama… Senzanome. Non è una battuta, comandante, si chiama davvero così.

   – Lo so, è qua vicino. Anzi, guarda, è quella là.

   C’erano soltanto tre persone sotto il portico, ma era così stretto, il più stretto di Bologna, che sembravano una folla.

   Uno era un commissario della Criminale, De Luca lo conosceva da quando stava ancora alla Squadra Mobile, il dottor Qualcosa, non se lo ricordava più. Anche il secondo era un questurino, De Luca conosceva pure lui, il maresciallo Qualcos’altro, che uscì dal portico sfilando il moschetto che teneva sulla spalla, quando vide arrivare la macchina.

   Il terzo era il morto, seduto per terra, la schiena contro una colonna e i piedi su quell’altra, con le ginocchia piegate, dentro quell’arco così piccolo.

   – Lascia, lascia, – disse il commissario al maresciallo, – è la Politica. Sei De Luca, giusto? Come mai qua? È un caso vostro? Ce ne andiamo subito.

   – Passavamo di qua e vi abbiamo visto, – disse De Luca. Santi, si chiamava il commissario, gli venne in mente, piccolo e grassottello, infagottato in un cappotto grigio che lo faceva ancora più rotondo, aveva anche il naso all’insù, come un maialino. Bravo, però.

   De Luca girò attorno alla colonna del morto e si infilò sotto il portico, voltando la schiena a Santi, che si fece indietro di qualche passo, per fargli posto.

   – Posso? – chiese. – Curiosità di questurino, – e intanto pensò: quando ancora lo ero.

   Santi si strinse nelle spalle. – Figurati. Non l’ho neanche toccato, aspettavo il medico legale. E poi siamo appena arrivati anche noi. Ci hanno chiamato ieri notte, ma abbiamo aspettato che si facesse giorno, sai col buio, tra i tedeschi e quegli altri non si sa mai. Cioè, niente da dire sul camerata tedesco, per carità, gli incidenti succedono, intendevo soprattutto i partigiani, cioè i fuorilegge delle bande antinazionali, quelli, sai com’è, no? Cioè, non che abbiamo paura, però, meglio essere prudenti, no?

   Aveva cominciato a parlare più velocemente, ansioso, ma De Luca non lo stava ascoltando. Si era chinato sul morto, piegandosi sulle ginocchia, sempre di spalle al commissario. Aspettava, e infatti Franchina, che stava vicino alla macchina a fumare accanto al maresciallo, in mezzo alla strada, chiamò Santi, che fu ben contento di potersi allontanare. Allora De Luca allungò una mano e sbottonò il cappotto del morto, un bel paltò di lana color cammello, che doveva tenere caldo, prima, quando il suo padrone era ancora vivo. Poi tirò fuori un foglio di carta piegato in due che teneva nella tasca interna del suo impermeabile e lo infilò in quella del cappotto. Rapido, litigando appena con un principio di rigor mortis interrotto dal gelo della notte. Si rialzò, facendo scrocchiare le ginocchia irrigidite dai reumatismi, chiamò Santi!, e si allontanò di qualche passo, la schiena appoggiata al muro e le braccia conserte, sul petto.

   – Magari puoi prendergli i documenti, – suggerì. – Giusto per sapere chi è.

   Il commissario fece un cenno al maresciallo, che si mise il fucile a tracolla e a gambe divaricate sul morto, perché era troppo alto per chinarsi dentro l’arco del portico, frugò dentro il cappotto, piano, con la punta delle dita. Tirò fuori un portafoglio e il foglietto piegato in due, e consegnò tutto al commissario.

   – Tagliaferri Francesco fu Giuseppe. È… cioè, era un ingegnere. Abitava da queste parti –. Il commissario allargò il portafoglio, che era vuoto, a parte il documento di identità e la fotografia di una donna sorridente, a mezzo busto, con i capelli ricci e le labbra marcate dal rossetto. Una bella donna. – Niente soldi, – disse, – eppure si vede che era un signore. Magari è una rapina. Ha reagito e gli hanno sparato.

   Teneva il foglietto tra le dita, distrattamente, come se lo avesse dimenticato, e forse era così, perché annuì, sorpreso, quando De Luca lo indicò con un cenno del mento. Il commissario lo aprì e corrugò la fronte, le labbra strette e sporte in avanti che davvero lo facevano sembrare un maialino.

   – Così finiscono i fascisti, – lesse, poi lo girò per farlo vedere a De Luca, così finiscono i fascisti,scritto con una calligrafia inclinata e sottile, graffiata, più che tracciata, sulla carta. Santi lo ripiegò, lo mise dentro al portafoglio e lo porse a De Luca.

   – Roba vostra, – disse, – politica. Ci togliamo subito dalle scatole. Piacere di averti rivisto.

   – Ci mancherebbe, siete arrivati per primi sul luogo del delitto e tocca a voi. È un omicidio, competenza della Criminale.

   – Ma è evidente che gli hanno sparato i partigiani! Cioè, volevo dire, quei vigliacchi delle bande antinazionali.

   De Luca sospirò. Santi era bravo, lo sapeva, e dallo sguardo rapido che il commissario aveva fatto scivolare sul cappotto era sicuro che avesse notato che De Luca lo aveva dimenticato aperto, mentre prima era abbottonato, anche se non aveva detto niente. E allora perché insisteva?

   Si vedeva benissimo che l’uomo sotto al portico era stato ammazzato a bastonate. Aveva la testa ridotta a un grumo di sangue che lasciava intravvedere appena i capelli bianchi, il volto nero di lividi come quello di un africano, e non c’era un solo buco sul cappotto, che era sporco, sì, ma intatto. Non gli avevano sparato, lo avevano ammazzato di botte.

   Lui lo sapeva che era così. Era stato qualcuno della Guardia Nazionale Repubblicana, o di una Brigata Nera, o qualche altro Ufficio Politico, lo avevano portato in una caserma, lo avevano massacrato e poi lo avevano mollato lì. Così Rassetto, che comandava la Squadra Autonoma di cui De Luca faceva parte, aveva mandato lui, che se ne intendeva, a intorbidire le acque nel modo giusto, visto che qualche settimana prima la Brigata Nera aveva lasciato sui suoi morti rivendicazioni dei partigiani scritte con i lapis da ufficio su frammenti di cartelline color panna, da schedario criminale. Facciamo un favore a degli amici, De Luca, a buon rendere.

   Lui lo sapeva con certezza, va bene, che lo avevano ammazzato di botte, ma Santi poteva immaginarlo. E allora perché insisteva che gli avessero sparato?

   Glielo chiese: – Santi, perché continui a dire che gli hanno sparato?

   – Perché il tizio che ci ha telefonato ha detto di aver sentito colpi d’arma da fuoco.

   – Sarà stata una pattuglia che ha sparato dietro a qualcuno, magari per il coprifuoco.

   Santi allargò le braccia corte. – Può darsi. Anche se…

   – Anche se?

   – Il tizio ha parlato di due colpi secchi, da pistola. Poi un urlo. E poi un altro sparo, poco dopo, tipo colpo di grazia.

   De Luca annuì, pensoso. Il suo lavoro l’aveva fatto, poteva rimontare in macchina con Franchina e tornarsene al suo ufficio, alla sua stufetta elettrica e alla scrivania su cui mettere i piedi da vicecomandante della Squadra Autonoma di Polizia Politica, a fingere di lavorare, allontanando il più possibile il momento in cui Rassetto l’avrebbe chiamato per un altro incarico, di solito trovare qualcuno che nessuno riusciva a stanare.

   Ma non si mosse.

   Pensava, e da come lo guardava era sicuro che anche Santi pensasse la stessa cosa.

   – Allora vuol dire che c’è un altro morto.

   Non ci tornò, in ufficio.

   Santi era entrato in un caffè per telefonare al commissariato e chiedere rinforzi, De Luca lo aveva seguito e poi c’era rimasto, assieme a Franchina, a fare colazione. Solo surrogato di orzo e cicoria e un ciambellone nero più di crusca che di farina, poi il vicebrigadiere aveva mostrato il tesserino ed erano saltati fuori caffè e zuccherini.

   – Bravo, – disse De Luca, e Franchina sorrise.

   – Grazie.

   – Era sarcastico. Adesso tutti sanno che siamo sbirri. Vabbè che probabilmente si vedeva lo stesso, ma ora è ufficiale.

   E infatti, appoggiata al bancone a bere una tazza di brodaglia nera c’era una coppia, lui con una borsa di pelle sotto braccio e quello che era stato un bel cappotto, adesso liso sui gomiti, lei con un soprabito rivoltato, con quello che era stato un bel collo di pelliccia, anziani tutti e due. Lui aveva tirato fuori dalla borsa un cartoccio fatto col giornale, che lei aveva preso con delicatezza, le mani aperte a coppa, sotto, come per la Comunione. Aveva detto le uova a nove lire l’una! Va mo’ là che se non si sbrigano ad arrivare gli Alleati finisce che qua moriamo di fame!  poi aveva visto il tesserino di Franchina ed era ammutolita, la faccia più bianca dei capelli raccolti a crocchia. Così l’uomo aveva detto, gli Alleati tedeschi con le armi segrete!, forte, e poi se ne erano andati tutti e due, in fretta, lasciando nelle tazze il surrogato alla cicoria.

   Ma non era quello che preoccupava De Luca. Adesso, col fronte bloccato dall’inverno, le azioni dei partigiani si erano fatte meno frequenti, ma prima, quando sembrava che gli Alleati stessero per sfondare le linee ed entrare a Bologna, gli agguati a Gnr, Brigate Nere e tedeschi erano all’ordine del giorno. E anche ora, per quanto demoralizzati dall’attesa, due agenti della Politica, da soli, in un caffè, sarebbero stati un obbiettivo appetitoso per i gappisti della Temporale.

   Quando De Luca glielo fece notare, Franchina si strinse nelle spalle, tirò fuori la pistola e la mise sul tavolino.

   – Che vengano! Ce l’ho anch’io l’arma segreta!

   Così De Luca scosse la testa, si tirò indietro sulla sedia fino ad appoggiare lo schienale al muro, in equilibrio, e chiuse gli occhi con un sospiro, assaporando quel caffè vero, amaro e caldo, che gli bruciava sulle labbra.

   Non ci voleva tornare, in ufficio.

   Voleva vedere il morto.

   Sapere che c’era stato un altro delitto oltre a quello che già conosceva, averlo scoperto lui, con una intuizione facile, sì, ma sua, e prima degli altri, gli aveva fatto tornare dentro quella sensazione di smania sottile che da tempo non provava più. Da quando il più brillante investigatore della polizia italiana, come lo chiamavano, così bravo a risolvere gli omicidi più difficili, si era ridotto a coprire gli errori di altri assassini.

   Era una cosa cui non voleva pensare. Così fini il caffè in fretta, scottandosi la lingua, e prese uno zuccherino, che tenne tra le dita, sbriciolandolo lentamente, mentre ricominciava a riflettere al morto.

   Sì, certo, poteva essere un altro a cui infilare un bigliettino dentro il cappotto, oppure un milite sorpreso dai partigiani, cose politiche, cose di guerra. Ma fin dall’inizio, quando Santi aveva parlato di quei tre colpi, aveva avuto una sensazione diversa, immotivata, irrazionale, sesto senso da questurino, che lo aveva fatto pensare a qualcosa di diverso. Non ci aveva mai creduto a quello che i romanzi gialli e i giornali, quando ancora c’era la cronaca nera, chiamavano il fiuto, però in quel momento, eccitato da una frenesia febbrile che lo agitava come quel caffè a digiuno e lo distraeva da pensieri più fastidiosi, gli piaceva immaginare che fosse così

   Trovarlo, quel morto. La posizione, il luogo, i segni sul corpo, cercare di capire cosa gli fosse successo. Fare domande, scavare, riflettere, concentrarsi, perdersi in quella febbre da brividi che travolgeva tutto e scoprirlo, l’assassino. Chi, come e perché.

   Aveva finito di sbriciolare lo zuccherino e stava per chiedere un altro caffè quando arrivò una guardia a chiamarli.

   Ansimava, pallido come uno straccio, gli occhi ancora spalancati, una mano appoggiata allo schienale di una sedia e l’altra sul petto. Non riusciva a parlare.

   Il sottotenente Stanzani Attilio era stato precisissimo. Era un reduce dal fronte di Albania sfregiato da una bomba che gli aveva staccato anche un braccio, e siccome non poteva più dormire passava le notti seduto davanti alla finestra del salotto, con una coperta sulle ginocchia, a sentire sulla pelle bruciata l’aria fredda che filtrava tra i vetri socchiusi. Sorrise, anche, quando Franchina gli fece notare che le lampadine della stanza non erano oscurate, e a tenere così la finestra aperta, di notte, se fosse passato, come lo chiamavano qui l’aereo che sparava alle luci, Pippo?

   Poi De Luca gli strinse il braccio e Franchina arrossì, perché il sottotenente Stanzani Attilio, si vedeva subito dagli occhi vuoti, era cieco.

   Ma ci sentiva benissimo. Ed era molto preciso.

   Tre colpi, nel silenzio della notte. Piccolo calibro e non militare. 22, che fa un rumore particolare, come lo schianto di un ramo che si spezza, ne era sicuro perché nell’esercito era istruttore di tiro.

   Due colpi in rapida successione, poi l’urlo di un uomo. Di paura, ma soprattutto di dolore, roco e lamentoso, conosceva anche quelli.

   Qualche secondo e il terzo colpo.

   Silenzio? No. Nessun grido ma poco dopo passi di corsa. Passi di donna, tacchi sul selciato di vicolo della Neve, che però, poco prima di arrivare sotto la sua finestra, all’improvviso, si erano interrotti. E allora sì, il silenzio.

   Così aveva svegliato la moglie, e siccome avevano il telefono, e infatti si vedeva che era un bell’appartamento, quasi da signori, quello, le aveva fatto fare il numero e aveva chiamato la Questura. Erano esattamente le 22 e 35, aveva segnato l’ora. Com’è che ci avevano messo tanto, ad arrivare?

   Il sottotenente Stanzani aveva indicato verso sinistra, per la direzione dei colpi e l’origine dei passi, verso via Nosadella, ma non lo trovarono lì, il morto.

    – Ma che nomi gli dànno alle strade quassù? Sapete come la chiamavano questa, una volta? Via Fregatette, perché era così stretta che se ci passava una donna, col balcone davanti, ci strisciavi per forza.

   Franchina rideva, le mani dalle dita aperte davanti al petto, a distanza, ma De Luca non lo guardava neanche. Il centro di Bologna era pieno di sfollati dalla campagna che si piazzavano dovunque, riempiendo tutti i buchi liberi, ma quel magazzino nella parte alta di via del Fossato era rimasto vuoto da quando una bomba aveva troncato la tubatura che ci passava sotto, riempiendo il seminterrato di acqua stagnante e fangosa. Prima o poi lo avrebbero svuotato, e messo a posto, il pavimento dello stanzone che per metà ci era caduto dentro, ma per adesso restava così

   C’era una guardia, davanti alla porta, che aveva appena vomitato, e un bambino, più lontano, seduto per terra sotto il portico, che si stringeva le ginocchia tra le braccia e tremava, scosso dai singhiozzi. Anche Franchina smise di ridere quando fu dentro, con ancora le mani aperte a tenere quell’enorme seno immaginario.

   – Abbiamo sentito i bambini che urlavano, – disse Santi, – vengono qua a tirare i mattoni nell’acqua e l’hanno visto. Sono scappati tutti tranne uno, paralizzato, praticamente.

   Lo scantinato sembrava una grotta, illuminato dai raggi pallidi del sole che arrivavano da un buco nel tetto. Mezzo pavimento era franato in quello stagno nero come una rampa di sassi e su quello stava il morto.

   Nudo, supino, fradicio, le gambe e le braccia aperte come in croce, lasciato così dalle guardie che lo avevano tirato fuori dall’acqua in cui stava galleggiando, una era quella che aveva vomitato sulla strada.

   Non aveva più il naso, le orecchie e le labbra, e dal buco livido della bocca si vedeva che non c’era più neanche la lingua, come pure gli occhi nelle orbite, che erano vuote.

   – Non è il nostro morto, – disse De Luca. Avrebbe fatto impressione anche a lui quella mummia che urlava muta in quell’antro bombardato, se non fosse che aveva notato subito il colore bluastro della pelle, e stava pensando a quello. Santi lo seguì mentre si chinava sul corpo, un passo indietro e con i pugni stretti di ribrezzo, ma interessato, anche lui. Era bravo.

   – Sarà in acqua da tre o quattro giorni, – disse, – e vabbè che il freddo lo conserva, però…

   – Anche una settimana, – disse De Luca. Allungò l’indice verso quegli occhi che lo fissavano vuoti e si fermò a qualche millimetro dal volto, strappando a Santi un sospiro spaventato. C’erano dei segni minuscoli, attorno alle orbite, che sembravano graffi.

   – Morsi, – disse De Luca. – Se lo sono mangiato i topi –. Ce n’erano tanti, infatti, che solcavano l’acqua nuotando come bisce, e alcuni erano anche sulla rampa, poco lontani, in piedi sulle zampe di dietro, col naso che vibrava per aria ad annusare quegli intrusi, ma senza paura. De Luca spinse sulle ginocchia e si sollevò senza scrocchiare, questa volta.

   – Giriamolo, – disse, poi alzò le mani. – Scusa, – rivolto a Santi, – è roba tua. Dimenticavo che non sono più un poliziotto.

   Fece anche un passo indietro, ma probabilmente Santi pensava la stessa cosa, perché a parte i morsi dei topi sul corpo della mummia fradicia non si vedevano segni di ferite, almeno non con quella luce e in quelle condizioni.

   – Giriamolo, – disse Santi, e fece un cenno al maresciallo col moschetto a tracolla, che si guardò attorno ma nello scantinato c’erano rimasti solo loro e un soldato tedesco che si era affacciato alla porta e se ne stava curioso sulla soglia, coprendo quasi quella fonte di luce. Il maresciallo sospirò, infilò le mani sotto le ascelle del morto e lo girò con un colpo secco, come un grosso pesce sul bancone di una pescheria, con uno schiocco umido che strappò a tutti un conato di vomito, a tutti, anche a De Luca.

   Al tedesco invece no.

   Si era spostato dalla soglia per vedere meglio, e il sole di via Fregatette, per quanto pallido, era entrato di colpo a illuminare la schiena intatta della mummia, le sue natiche lucide, e anche il fianco destro, che prima era nascosto dalla posizione. Il braccio si era alzato, dritto, come per un saluto, e lì, sopra l’ascella, dietro al bicipite, c’era una macchia. Non una ferita, ma un’ombra, nerastra, come sbiadita dal tempo. Un vecchio tatuaggio.

   De Luca si sarebbe avvicinato ancora, curioso, ma il tedesco lanciò un urlo, e spingendolo di lato con una spallata si avvicinò lui, al morto. Sfregò le dita sul tatuaggio, quasi provasse a cancellarlo, poi aprì la fondina con uno strappo, tirò fuori la pistola e ricominciò a urlare.

   A forza di frequentare la Kommandantur un po’ di tedesco De Luca lo capiva, così alzò le mani, allargando anche le braccia, e camminando all’indietro trascinò fuori Santi e il maresciallo.

    – Andiamo via, tutti, – disse. – Tra poco arrivano i tedeschi e saranno furiosi.

   Aveva fatto in tempo a intravedere il tatuaggio, piccolo e rotondo, come una o, ma sapeva che invece era uno zero. Il gruppo sanguigno che le SS si facevano tatuare sotto l’ascella.

   La mummia urlante era un tedesco.

   – E comunque, neanche questo è il nostro morto.

   – Ho dato la caccia a teste senza corpo e corpi senza testa, ma di perdermi un morto intero non mi era mai successo, – disse De Luca, e Rassetto sorrise, stirando le labbra sottili sui suoi denti da lupo.

   – Quando eri un poliziotto, – disse.

   – Quando ero un poliziotto.

   – Un misero questurino che dava la caccia ai ladruncoli, ai borsari e alle puttane. Adesso invece difendi la Patria da traditori, fuorilegge e spie dello straniero che vorrebbero minare la sua implacabile volontà di riscossa. Un vero lavoro da sbirri. Ti piace così?

   – Non davo la caccia solo ai ladruncoli. Cacciavo gli assassini. Una volta.

   Rassetto si strinse nelle spalle. Seduto sull’angolo della scrivania di De Luca, faceva dondolare una gamba, battendo a ritmo il tacco di uno stivale contro la struttura di legno. Aveva colto l’allusione agli assassini, perché i baffi che portava stretti sul filo del labbro si raddrizzarono in un sorriso che quando era così teso, De Luca lo sapeva, diventava cattivo. Ma non aveva paura. Non più, almeno.

   – L’hai messo il bigliettino su quello là?

   De Luca annuì, abbassando lo sguardo per fissare qualcos’altro, da qualche parte. Gliela stava facendo pagare, l’allusione, perché sorrise ancora, più cattivo.

   – L’hai fatto trovare al questurino? , mormorò De Luca, tra i denti.

   – Bravo.

   Sembrava una di quelle cose che si dicono ai cani, e quando Rassetto mosse un braccio De Luca pensò che volesse anche dargli una pacca sulla testa, come ai cani, appunto, e si incassò, istintivamente, tra le spalle. Invece Rassetto voleva solo sistemarsi il cinturone. Si alzò, lisciandosi l’uniforme che portava sempre, lucida e nerissima, la giacca abbottonata anche in ufficio, anche a letto, dicevano gli altri della Squadra, ridendo, però mai in sua presenza.

   De Luca si lasciò andare contro lo schienale della poltroncina e sollevò i piedi sulla scrivania, perché sapeva che a Rassetto non piaceva ma voleva rifarsi, in qualche modo, anche stupidamente, di quella sensazione da cane provata prima.

   – Chi l’ha ucciso l’ingegnere? – chiese anche.

    – Amici.

   – E perché?

   Rassetto si chinò sulla stufetta elettrica che stava nell’angolo dell’ufficio di De Luca e aprì le mani sulla serpentina rossa che brillava dietro la griglia. La stanza era piccola, e bastava quella a riscaldarla tutta.

   – E chi se ne frega? Stava sulla lista, no? Era un traditore. Non vieni a mangiare?

   De Luca scosse la testa. Gli altri erano scesi alla mensa e c’era un silenzio innaturale in quell’ala della Facoltà di Ingegneria che era stata assegnata a Rassetto e al suo Nucleo Autonomo di Polizia Politica. Prima stavano in una villa di via Dante, con l’edera a incorniciare le finestre e un albero davanti a quella di De Luca, anche un cancello di ferro battuto in fondo al viale.

   Non sembrava un’altra cosa, con le urla che venivano dalle cantine e le guardie armate davanti al portone, ma quando si erano trasferiti al numero 20 di viale del Risorgimento, in quell’edificio modernissimo e ancora così bianco da abbagliare la vista, col sole, per De Luca il contrasto era stato anche più forte. Urla dagli scantinati e sotto il colonnato i militi della Gnr, che quando se ne erano andati i tedeschi della Kommandantur avevano occupato quasi tutto il palazzo.

   «Il tempio della modernità, – aveva detto Rassetto, i baffi dritti sulle labbra, come una riga. – E infatti, per gentile concessione del Rettore sperimenteremo qui le più moderne tecniche di interrogatorio».

   Adesso c’era silenzio, quasi. Le raffiche di macchina da scrivere della Vilma, che batteva veloce come una mitragliatrice, la voce del maresciallo Massaron, che parlava da un ufficio all’altro, le risate di Franchina che si sganasciava per qualunque cosa, Rassetto che gridava De Luca, con la elle che diventava doppia, alla sarda, quando era arrabbiato. Tutto sospeso, anche le urla che venivano dal laboratorio dell’Istituto di Elettronica, al piano di sopra, che usavano per gli interrogatori.

   Silenzio. Quasi. Solo un tossire soffocato che veniva da una delle celle del piano di sotto, attutito dal pavimento ma intenso. È continuo.

   – Non ho fame, – disse De Luca.

   – Io sì, e infatti adesso scendo. Non ti montare la testa, ti sei divertito a fare lo sbirro dei vecchi tempi ma ora basta. Sei nella Politica, non alla Criminale. L’hai trovato il Notaio?

   – Ci sto lavorando. Ho un informatore.

   – Informatore è da questurino. Noi sbirri diciamo una spia. Attendibile?

   – Credo di sì. Vedremo.

   – Sbrigati. Il Notaio è l’anello di congiunzione fra i banditen che stanno in città e gli Alleati, e adesso, col fronte che è arrivato a meno di venti chilometri… – Si rabbuiò, e il sorriso gli si irrigidì sulle labbra, fino quasi a scomparire. Poi si strinse nelle spalle. – Ma io me ne frego, perché vinceremo. Trovami quel comunista. E cava quei piedi dalla scrivania.

   De Luca obbedì, mentre Rassetto se ne andava, scuotendo la testa sulla soglia perché dalla porta aperta quel tossire strozzato arrivava più forte. Lo sentì mormorare quel cazzo di Massaron che li picchia sempre sulla schiena, ma stava parlando a sé stesso, scuotendo la testa.

   C’era una cartellina, sulla scrivania. Ce n’erano tante, ma quella era al centro, sopra le altre, e sul cartoncino color panna c’era scritto Notaio, in inchiostro nero, con un pennino dalla punta tronca.

   De Luca la aprì, sfiorò i fogli che conteneva, battuti a macchina dalla Vilma e annotati a mano da lui, che conosceva a memoria. Poi puntò i gomiti sulla scrivania, appoggiò il mento sulle mani e si mise a guardare fuori dalla finestra, verso il muro di cemento grigio che aveva davanti, immobile, intatto, ipnotico. Per un momento pensò che doveva farsi la barba, perché la sentiva pungere tra le dita, poi si spense, risucchiato da una stanchezza profonda che non era sonno, non era niente, soltanto una nebbia intensa, morbida come ovatta, che quasi riusciva a ingoiare anche quel tossire malato, malato e maledetto, del piano di sotto.

   Lo svegliò il trillo del telefono che aveva sulla scrivania. Se mai avesse dormito, ma era lo stesso, perché fece un salto sulla sedia, strappandosi le mani dalle mascelle indolenzite.

   – De Luca, sei te? Santi aveva una voce diversa, al telefono, più acuta. Da porcellino, davvero. Un porcellino da latte.

   – Sono io.

   – Senti, mi hai detto di chiamarti, perché ti interessava… insomma, ecco… credo che questa volta l’abbiamo trovato.

, pensò De Luca,

   Era lui.

   All’inizio no. Quando erano entrati con la 1100 in via Ca’ Selvatica, che anche se era nel centro di Bologna sembrava davvero campagna selvaggia, con tutte quelle mucche e quei covoni di fieno in mezzo alla strada, ammucchiati dai contadini con i forconi, gli era sembrato impossibile.

   Non era una sorpresa. La Sperrzone, la Zona Chiusa, col fatto che almeno teoricamente i soldati non ci potevano entrare, e che così, almeno teoricamente, gli Alleati non la dovevano bombardare, si era trasformata in un enorme ghetto alla rovescia, zeppo di residenti autorizzati, sfollati e profughi, cinquecentomila aveva detto il Podestà. Un sacco di gente.

   Ma soprattutto, visto che i tedeschi, sempre teoricamente, non c’erano e quindi non razziavano animali e vettovaglie, e neanche i fascisti, il centro di Bologna era diventato una stalla a cielo aperto. Diciottomila bestie, diceva il Podestà, ed era un calcolo approssimativo.

   Via Ca’ Selvatica pareva un casolare. Carri lungo la strada, stie di polli contro i muri delle case, mucche legate da una corda, capre in un recinto, c’era anche un trattore. L’androne in cui avevano trovato il morto, in fondo, verso via Frassinago, sembrava un fienile, e aveva anche due buoi dalle corna larghe, attaccati a un anello piantato nel muro.

   Era per quello che gli sembrava impossibile. A parte i sorveglianti armati di bastone che sicuramente ci dovevano essere, gli spari avrebbero svegliato tutti gli animali. E se la gente si era abituata a chiudersi in casa quando sentiva urla o colpi d’arma da fuoco, e a non dire niente a nessuno, tranne il sottotenente Stanzani, gli animali ancora no, anche le galline si sarebbero messe a strillare come aquile.

   – È vero, – disse Santi, – e infatti è per questo che fin qua non c’eravamo neanche venuti a guardare. Poi abbiamo saputo che questa specie di circo ieri notte non c’era, si sono trasferiti qui soltanto stamattina, insomma.

   Così cambiava tutto. Ma fu soltanto quando vide il corpo sui gradini, avvitato su sé stesso come una spirale e con quel buco in un occhio, che si convinse che era davvero il morto giusto.

   C’era un dislivello tra i due lati del caseggiato che chiudeva la strada. L’androne lo attraversava come un tunnel e dall’altra parte c’erano due scalini stretti e lunghi. Per questo non lo avevano visto subito, l’uomo era caduto oltre la soglia e se non ci fosse scappata una gallina sarebbe rimasto là chissà per quanto, l’odore di morte confuso con quello di merda di mucca e letame. Stava disteso a testa in giù, le gambe in alto, una piegata innaturalmente sotto quell’altra, e la parte superiore del corpo girata su un fianco, con la testa gettata all’indietro. Al posto di un occhio aveva un buco insanguinato, come un piccolo fiore rosso, appassito dal sole.

   – Gli hanno sparato, – disse Santi, con convinzione, ma De Luca non lo ascoltò neppure. Era così preso dal suo morto finalmente trovato che si dimenticò che non era lui, il poliziotto. Si chinò sul corpo e sollevò la falda del cappotto che gli copriva il sedere per arrivare alla tasca di dietro dei pantaloni. Il portafoglio stava proprio lì, e assieme c’erano i documenti.

   Franco Maria Brullo. Era un professore universitario, Facoltà di Medicina. Permesso di circolazione per esigenze speciali. Un bell’uomo, dalla fotografia.

   Portava un cappotto nero, di lana pettinata, appena segnato da una striatura lucida sulla spalla destra, e un completo grigio, molto elegante, col nodo della cravatta ancora a posto, nonostante tutto.

   Il ricordo di un odore, più dolciastro di quello della morte e più pungente di quello del letame, gli fece venire un’idea. Allungò un braccio e col dorso della mano toccò la guancia del morto, come per fargli una carezza.

   – Ma che cazzo… – mormorò Santi.

   – Si è fatto la barba anche la sera. Riccio e nero com’è si sentirebbe. E deve averci fatto praticamente il bagno nell’acqua di colonia, con tutto quello che è successo si percepisce ancora. O è un gran vanitoso o aveva un appuntamento galante. O tutti e due. Hai chiamato il dottore e la Scientifica?

   – Ci ho mandato Guarrasi.

   Ecco come si chiamava il maresciallo col moschetto, ma De Luca si era già dimenticato anche di quello. Il professore aveva il braccio sinistro allungato sui gradini, le dita piegate attorno a una bruciatura nerastra. De Luca le forzò una a una, con delicatezza, mentre osservava l’ustione che le attraversava diritta all’altezza della seconda falange.

   – Vuoi sapere com’è andata? – Poi aggiunse: secondo me.

   – Magari.

   – Qualcuno gli ha sparato mentre era sui gradini, senza colpirlo, se non di striscio –. Indicò la striatura sulla spalla del cappotto e fece volare le dita di una mano in aria, verso lo spazio aperto oltre l’androne, dove dovevano essersi persi i proiettili, e Santi guardò da quella parte, come fosse stato importante. – Allora è caduto e si è rotto una gamba –. Indicò il ginocchio dell’uomo, fasciato dalla stoffa grigia dei pantaloni in una piega che faceva male solo a guardarla. – Ecco il grido che ha sentito il testimone. Due colpi che non hanno bucato niente, – mano aperta verso cappotto e vestito intatti, – un urlo di dolore. Chi ha sparato si è avvicinato con la pistola, il professore l’ha afferrata per la canna, si è bruciato le dita con la fiammata e si è beccato un colpo in un occhio.

 

Continua a leggere…

 

L’autore

Carlo Lucarelli: Affermato scrittore di letteratura gialla e noir, vive tra Mordano (Bo) e San Marino.

Il suo percorso narrativo va dai racconti brevi sparsi nelle varie antologie del Gruppo 13 (di cui fa parte) alla trilogia giallo-storica con il commissario De Luca pubblicata dalla Sellerio (Carta bianca, L’estate torbida e Via delle Oche). Dopo Almost blue (1997), Il giorno del lupo (1998 e 2008), L’isola dell’Angelo caduto (1999, Finalista al Premio Bancarella 2000), Mistero in blu (1999 e 2008), Guernica (2000) e Lupo mannaro (2001), tra i suoi libri pubblicati da Einaudi Stile libero ci sono il romanzo Un giorno dopo l’altro (2000 e 2008) e i racconti di Il lato sinistro del cuore (2003); poi Misteri d’Italia (2002), Nuovi misteri d’Italia (2004), La mattanza (2004) e Piazza Fontana (2007), gli ultimi due con allegati i Dvd del ciclo televisivo “Blu notte”.

Insieme a Eraldo Baldini e Giampiero Rigosi ha scritto Medical Thriller (2002), mentre suoi racconti sono inseriti nelle antologie Crimini (2005) e Crimini italiani (2008). Nel 2008, Einaudi ha pubblicato il suo romanzo, L’ottava vibrazione, e Storie di bande criminali, di mafie e di persone oneste.

Nel 2010 è uscito I veleni del crimine e Acqua in bocca (scritto a quattro mani con Andrea Camilleri). Nel 2013 è uscito Il sogno di volare (Einaudi Stile Libero). Nel 2018 è uscito il saggio Amok. Le stragi dell’odio, scirtto insieme a Massimo Picozzi, e Peccato mortale. Un’indagine del commissario De Luca (Einaudi).

L’opera di Lucarelli è tradotta in piú lingue (anche per la prestigiosa Série noir della Gallimard in Francia) ed è oggetto di versioni cinematografiche e televisive, tra cui la serie “L’ispettore Coliandro” e il ciclo dedicato al commissario De Luca. Da un suo racconto (La Tenda Nera in Nero Italiano, Mondadori) è stato tratto uno sceneggiato televisivo con Luca Barbareschi e dal suo romanzo Almost Blue Alex Infascelli ha tratto il film omonimo. Inoltre ha collaborato con Dario Argento per il suo ultimo film Nonhosonno.

Il suo libro Lupo Mannaro è diventato un film di Antonio Tibaldi con sceneggiatura sua e di Laura Paolucci. Sono pronte le sceneggiature e sono stati acquistati i diritti anche di diverse sue opere quali Laura di Rimini.

Conduce da alcuni anni in Tv “Mistero Blu”, intitolata successivamente “Blu notte”, la fortunata trasmissione dedicata a casi misteriosi e insoluti, o ad aspetti in ombra della storia italiana. Per questo programma ha ricevuto il Premio Flaiano nel 2006.

Membro della sezione italiana dell’AIEP (Associazion Internazional Escritor de Poliziaco, fondata a Cuba da Paco Ignatio Taibo II) è stato docente di scrittura creativa alla Scuola Holden di Alessandro Baricco a Torino e nel carcere “Due Palazzi” di Padova. Ha creato e curato la rivista telematica “Incubatoio 16”.

Ha sceneggiato il radiodramma Radio “Bellablù” per RadioTre e condotto il programma Radio “DeeGiallo” per Radio Dee Jay. Tra le sue numerose altre attività: scrive sceneggiature di fumetti e soggetti per videoclip (anche per Vasco Rossi, con la regia di Roman Polansky), canta per diletto talvolta con il gruppo post-punk Progetto K. Per il teatro ricordiamo alcuni spettacoli tratti da sue opere o portati in palcoscenico da lui stesso: “Pasolini”, “Guernica”, “Tenco a tempo di tango”.

È uscita nel 2014 una raccolta di racconti gialli dal titolo Giochi criminali dove il suo testo A Girl Like You appare accanto a quelli di De Giovanni, De Silva e De Cataldo. Nel 2017 in Intrigo italiano ritorna sulla scena il Commissario De Luca, protagonista della fortunata trilogia pubblicata da Sellerio nei primi anni ’90.

 

  • L’ inverno più nero. Un’indagine del commissario De Luca
  • Carlo Lucarelli
  • Editore: Einaudi
  • Formato: EPUB con DRM
  • Testo in italiano
  • Cloud: Sì Scopri di più
  • Compatibilità: Tutti i dispositivi (eccetto Kindle) Scopri di più
  • Dimensioni: 556,02 KB
  • Pagine della versione a stampa: 312 p.
  • EAN: 9788858432389Acquista. € 9,99

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