L’umorismo è l’arte del paradosso

LA BANDA DEGLI ANTI-NATALE


Michael Curtin è uno scrittore irlandese. Un umorista. l’Irlanda ci ha dato molti, notevoli, umoristi. Viene da pensare al, famoso, Flann O’Bryen, a Roddy Doyle… ma a me viene in mente che era irlandese Oscar Wilde. E irlandese pure Bernard Shaw. L’humor, amaro, meditativo, a volte corrosivo è una corrente sotterranea che vivifica, nel profondo, la loro opera. Come quella del nostro Pirandello. Che dell’umorismo è stato il massimo teorico. O meglio, il filosofo. E Pirandello era siciliano. Un isolano, dunque. Come questi scrittori di Irlanda. Forse perché nascere su un’isola ti fa vedere le cose con una prospettiva diversa. Con un distacco e un senso di lontananza tutto particolare…

Comunque, l’umorismo è l’arte del paradosso. Notare, e sottolineare, ciò che di assurdo vi è nella vita quotidiana. Metterlo in rilievo, e usare questo come un grimaldello per scardinare la visione collettiva di ciò che chiamiamo, e crediamo, realtà. Ovvero il gran banale. L’illusione. Il Velo di Maya, per tirare fuori Schopenhauer, che, quanto ad umorismo, non era secondo a (quasi) nessuno.

Mike Curtin è diventato famoso per un romanzo. “La lega Anti-Natale”. Storia, divertente e stralunata, di un gruppo di personaggi legati solo dalla loro, profonda, avversione per le feste natalizie. Che organizzano una congiura per farle saltare. Per eliminare il Natale dal Calendario.
Una storia leggera, perfetta per divagarsi proprio nei giorni di festa. E che, però, dà voce, in modo appunto paradossale, ad un malessere. Ad una inquietudine che accompagna, per molti, l’avvento del Natale.

“Se il Natale fosse una persona, uscirei in una notte di nebbia a tagliargli la gola, poi mi costituirei e passerei felice il resto della mia vita a guardare video dietro le sbarre.” Da “LA LEGA ANTINATALE” di Michael Curtin (f.d.b.)

È uno stato d’animo che ritroviamo spesso. Al cinema come in letteratura. Si va dal Commissario Montalbano di Camilleri, cui i rituali dei giorni natalizi e del Nuovo Anno facevano “girare i cabasisi”, alla figura del padre nel primo “Vacanze di Natale” di Vanzina.
Il, compianto, Riccardo Garrone, uno degli ultimi grandi caratteristi del nostro cinema, che, alla fine del pranzo familiare, viene invitato a tenere un discorso. Ed esplode nell’ormai leggendario: “E anche questo Natale ce lo semo tolto dai co…”.

Insomma, la banda dei nemici del Natale è folta e ben rappresentata. Ha anche una sua figura, mitica, di riferimento. Non il bonario Santa Claus naturalmente, dalle guance rubizze e dalla risata contagiosa. Ma il livido e iroso Grinch. Personaggio inventato, nel 1958, dal Dr. Seuss, alias Ted Geisel, fumettista e scrittore statunitense. Che aveva, evidentemente, ben presente lo Scrooge del Cantico di Dickens.

Il Grinch odia il Natale. Perché in questa occasione sente maggiormente la sua solitudine. Avverte più forte quel senso di disperazione che nasce dal sentirsi soli. Esclusi, a ben vedere, dal calore e dalla luce della Festa.
È uno stato d’animo diffuso. Non a caso tra le spese crescenti in questo periodo vi sono quelle per le benzodiazepine e prodotti similari. I depressi, a Natale, divengono più depressi. La tristezza si fa più struggente. La solitudine più insopportabile. Anche i suicidi aumentano un modo esponenziale. E il consumo, solitario, di alcolici e stupefacenti.

Un quadretto ben squallido. Che contrasta violentemente con l’oleografia hollywoodiana imperante. Con le pubblicità che mostrano famiglie e amici felici, tutti belli, buoni, ben vestiti… nella Luce dell’albero scintillante. Vi è sempre l’albero, mai il presepe, in queste rappresentazioni. E al calore di un caminetto acceso. Che scoppietta allegramente. Anche il caminetto è un obbligo… da dove scenderebbe, altrimenti, Santa Claus?

Intendiamoci. Io sto parlando di coloro che odiano il Natale perché… soffrono. Non dei tanti che sono, semplicemente, indifferenti. Gli aridi, e le aride di cuore, per i quali è solo occasione di una vacanza e di qualche stravizio…
Il Grinch e i suoi emuli odiano il Natale perché vorrebbero poterlo festeggiare. Essere felici. Ma non possono. Non vi riescono. E allora, inevitabilmente, esplode in loro la rabbia. Una rabbia triste. E disperata.

Un presepe napoletano

Sposto lo sguardo dall’albero di Natale. Bello. Scintillante di luci. E guardo il presepe sulla mensola in un angolo. Le grotte, i pastori. I Magi in lontananza…mi torna in mente una musica.
“Tu scendi dalle stelle…”
Che è, poi, la traduzione dal napoletano di una cantata di Alfonso Maria de’ Liguori. Vecchia di tre secoli ormai…
Chissà se Dickens la conosceva. Probabile, penso. Il finale del suo Cantico me lo lascia sospettare …

Andrea Marcigliano

 

 

 

 

 

 

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