Verso la fine della Guerra del Peloponneso gli ateniesi sconfissero Sparta in un’importante battaglia navale

Ricostruzione della Battaglia di Egospotami, del 405 a.C., sancì la vittoria spartana nella Guerra del Peloponneso Foto- Bridgeman: Aci

LA BATTAGLIA DELLE ARGINUSE


Verso la fine della Guerra del Peloponneso gli ateniesi sconfissero Sparta in un’importante battaglia navale, ma i generali artefici della vittoria furono condannati a morte al loro rientro ad Atene

Intorno al luglio del 406 a.C., in un minuscolo arcipelago di fronte alle coste dell’Asia Minore si svolse la più imponente battaglia navale della Guerra del Peloponneso. Sparta e Atene erano coinvolte da circa 25 anni in un sanguinoso scontro, che si era esteso a tutto il mondo greco. All’inizio del conflitto Sparta si era concentrata sulle operazioni di terra, approfittando dell’indiscussa superiorità della propria fanteria. Dal canto suo, Atene dominava i mari fin dalla vittoria contro i persiani del 480 a.C. Tuttavia, negli ultimi tempi le parti si erano invertite. Gli spartani avevano compreso che per vincere dovevano potenziare le proprie capacità marittime. Per questo motivo si erano rivolti all’impero persiano, tradizionale nemico dei greci, da cui avevano ricevuto aiuti economici per armare nuove triremi e reclutare migliaia di vogatori. Grazie a questa nuova forza navale e ai temibili opliti, praticamente imbattibili a terra, i lacedemoni speravano di poter chiudere rapidamente la partita.

Il mondo Greco all’alba della guerra del Peloponneso 431 a.C. W/p.d.

Nel 406 a.C. Callicratida assunse il comando della flotta spartana in sostituzione del grande generale Lisandro. Sebbene non avesse esperienza e guardasse con sospetto all’ingerenza persiana, alla sua prima battaglia il nuovo ammiraglio riuscì a sconfiggere Conone, il miglior generale ateniese dell’epoca. Nel combattimento questi perse trenta navi e fu costretto a rifugiarsi con le restanti quaranta nel porto di Mitilene, presso l’isola di Lesbo, dove fu bloccato dalle imbarcazioni spartane. Conone decise allora di inviare ad Atene due triremi per comunicare ai suoi concittadini che, se non gli avessero inviato dei rinforzi, la guerra poteva considerarsi finita. Una delle due navi riuscì a eludere il blocco lacedemone e a recapitare il messaggio.

Pericle parla agli ateniesi 461 a.C. W/p.d.

In quella situazione disperata gli ateniesi fecero un grande sforzo collettivo. Nei porti restavano poco più di trenta triremi, ma in meno di un mese il governo cittadino approvò e portò a termine la costruzione di un’ottantina di nuove navi, finanziate fondendo le statue dorate della Nike (la personificazione della vittoria) situate nell’Acropoli. Il comando della flotta di soccorso fu assegnato a otto dei dieci strateghi che venivano eletti annualmente in città, tra i quali figurava anche Pericle, figlio del famoso statista omonimo e di Aspasia di Mileto. Per equipaggiare le navi servivano urgentemente 22mila uomini, ma i marinai e i vogatori più esperti erano bloccati a Mitilene. Fu presa allora la decisione, senza precedenti, di reclutare gli schiavi, ai quali vennero concesse in cambio la libertà e la cittadinanza. Si ricorse anche ai membri delle classi più elevate, che normalmente servivano nella fanteria. Per gli opliti fu un bel bagno di umiltà ritrovarsi a remare coperti da un semplice perizoma, su cuscini ingrassati per evitare gli sfregamenti.

[Per gli opliti fu un bel bagno di umiltà

ritrovarsi a remare coperti da un semplice perizoma]

La flotta ateniese salpò non appena pronta, anche se gli equipaggi erano inesperti e in alcuni casi non era stato possibile coprire tutti i 180 posti di voga. Lungo la rotta verso Lesbo si unirono altre imbarcazioni delle città alleate, portando a oltre 150 il totale delle navi della Lega delio-attica. Pensando che fosse più vantaggioso combattere vicino a terra, i generali ateniesi ormeggiarono la flotta presso le Arginuse – un piccolo arcipelago situato tra Lesbo e le coste dell’Asia Minore e formato all’epoca da tre isole (oggi una di esse si è trasformata in penisola). Da capo Malea, all’estremità sudorientale di Lesbo, gli spartani videro i fuochi da campo degli avversari e decisero di attaccarli a sorpresa di notte, ma una tormenta glielo impedì.

L’illustrazione qui sopra ricostruisce la distribuzione di cibo ai rematori di una trireme greca, che l’equipaggio consumava senza interrompere l’estenuante lavoro Foto: Bridgeman / Aci
Posizioni spartane ed ateniesi alle Arginuse

Il giorno successivo le due flotte si apprestarono a combattere nello stretto canale (meno di otto chilometri) che separa Lesbo dalle Arginuse. Con quasi 300 imbarcazioni coinvolte, si trattava della più grande battaglia navale della Guerra del Peloponneso. Callicratida lasciò 50 navi di fronte a Mitilene, perché proseguissero il blocco, e dispose le restanti 120 su un’unica linea, lungo un fronte di oltre due chilometri. Per contrastare la maggiore esperienza e la grande agilità di manovra dei nemici, gli ateniesi adottarono invece una strategia innovativa: divisero la flotta in otto unità, ognuna agli ordini di uno stratega, e si disposero su due file: in questo modo le imbarcazioni della seconda fila potevano difendere gli spazi liberi tra quelle della prima.

L’obiettivo dei generali era impedire che gli spartani eseguissero il diekplous, una manovra che consisteva nell’inserirsi tra due imbarcazioni nemiche per poi speronarle sul fianco con il rostro di bronzo posto sulla prua delle triremi. Solo il centro della flotta ateniese era disposto su un’unica linea, ma era protetto alle spalle dall’isola di Garip. Schierarsi su due file implicava però accorciare il fronte, con il rischio di vedersi accerchiare dagli avversari. Per evitare questa situazione, gli strateghi decisero di ampliare gli spazi tra una nave e l’altra: grazie a questo espediente riuscirono a superare il fronte spartano di oltre 15 navi per lato. Il comando indipendente delle otto unità lasciava inoltre ai generali un maggior margine di manovra, permettendo di adottare le iniziative di volta in volta più opportune.

Una battaglia cruenta

Quando le due flotte furono a distanza di combattimento, gli spartani abboccarono e cercarono di infilarsi negli enormi spazi della prima fila nemica per effettuare il diekplous. Ma le loro triremi furono bloccate dalle navi della seconda fila e si ritrovarono così esposte all’attacco degli avversari, che ben presto le speronarono e le mandarono a picco. Approfittando di questa situazione, il generale Pericle lanciò una manovra avvolgente sull’ala sinistra per circondare il fianco destro spartano. Qui si trovava la trireme di Callicratida, il cui timoniere aveva consigliato fin dall’inizio di ritirarsi di fronte alla superiorità numerica ateniese. Ma l’ammiraglio lacedemone aveva ribattuto che un ritiro era contrario al codice etico spartano e che la città sarebbe stata in grado di riprendersi dalla sua eventuale morte. Furono parole profetiche: quando la sua nave fu speronata dagli ateniesi, Callicratida cadde in mare e sparì tra i flutti, probabilmente annegato sotto il peso delle sue armi.

L’illustrazione mostra come le navi ateniesi riuscirono a tendere una trappola alle imbarcazioni spartane. Foto: Windmill Books / Getty Images

La manovra di Pericle e la morte di Callicratida gettarono nello scompiglio l’ala destra degli spartani. La sinistra resistette più a lungo, ma alla fine fu sopraffatta dalla flotta nemica e si diede anch’essa alla fuga. Ormai separate in piccoli gruppi, le triremi spartane e persiane erano ancor più vulnerabili di fronte alla superiorità numerica ateniese e caddero una dopo l’altra. I lacedemoni persero circa 70 navi, oltre la metà dell’intera flotta, mentre gli ateniesi solo 25. Questa vittoria clamorosa e inaspettata avrebbe dovuto accrescere il morale della città attica e invertire le sorti della guerra. Ma le cose andarono diversamente.

Salvataggio fallito

Aggrappati ai resti delle imbarcazioni affondate, i superstiti ateniesi attendevano i soccorsi dei compagni. Ma invece di concentrare tutti gli sforzi su questo obiettivo, gli strateghi si diressero a Mitilene per liberare Conone dal blocco degli spartani e lasciarono a due ufficiali l’incarico di gestire le operazioni di salvataggio. Purtroppo, si scatenò una tempesta che costrinse le navi a rifugiarsi sotto costa e non permise di portare a termine nessuna delle due missioni. Le imbarcazioni bloccate a Mitilene riuscirono comunque a salvarsi, perché la flotta spartana si ritirò, ma i naufraghi non ebbero la stessa fortuna. Tra il pomeriggio e la notte oltre tremila uomini morirono inghiottiti dalle onde. Nei giorni successivi i parenti dei defunti accusarono gli otto generali di negligenza. Due di questi, intuendo come si stavano mettendo le cose, decisero di non fare ritorno ad Atene. Gli altri sei furono giudicati nel corso di una concitata assemblea.

L’Acropoli vista dalla collina dell’Aeropago, dove in epoca classica si celebravano i processi per omicidio​. Foto: Reynold Mainse / Age Fotostock

Alcuni oratori (qualsiasi cittadino poteva intervenire in pubblico) osservarono che un processo collettivo era incostituzionale e ogni caso andava giudicato separatamente. Ma un tal Licisco ribatté che chi si fosse opposto a un giudizio diretto del popolo sarebbe stato anch’egli processato. La situazione dei generali fu ulteriormente aggravata dalle testimonianze di alcuni superstiti, come un naufrago che si era salvato aggrappandosi a un barile di farina, che li accusarono di negligenza. Alla fine, l’assemblea decretò la condanna a morte dei sei strateghi, incluso il figlio di Pericle. Gli ateniesi avrebbero avuto modo di pentirsi di quel processo avventato. Giustiziando gli artefici dell’inattesa vittoria, si erano privati delle loro doti strategiche e, allo stesso tempo, avevano disincentivato altri a presentare la propria candidatura per il posto di comando. Anziché risollevare il morale della cittadinanza, la battaglia provocò rancore e divisioni.

Un anno più tardi la flotta ateniese fu distrutta a Egospotami e la lunga Guerra del Peloponneso terminò con la vittoria finale di Sparta e dei suoi alleati. Questa triste conclusione trasformò quello che avrebbe potuto essere un momento di gloria in uno degli episodi più oscuri della storia di Atene.

Javier Negrete

 

 

 

Javier Negrete è uno scrittore e docente spagnolo. Laureato in Filologia classica, è stato docente in greco dal 1996, e attualmente, dal 2016, insegna presso l’Istituto di Istruzione Secondaria Gabriel e Galán de Plasencia

Fonte: National Geographic del 18 febbraio 2020

 

 

 

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