Tutto ciò che sappiamo della battaglia delle Termopili viene dalle pagine di Erodoto

SPARTA E I SUOI EROI ALLE TERMOPILI

Una manciata di combattenti ellenici sotto il comando del re spartano Leonida riuscì a frenare per tre giorni l’avanzata del potente esercito persiano e contribuì alla salvezza della Grecia


«Accidenti ai difensori delle Termopili!», sarà stato il pensiero di Serse, il Grande Re, signore dell’Impero persiano, mentre contemplava la resistenza ostinata di una manciata di greci che, nonostante il loro numero infimo, riuscirono ad arrestare l’avanzata di un esercito mai visto prima. I soldati, sotto il comando dell’agguerrito re Leonida, affrontarono innumerevoli nemici, piegando la volontà dell’onnipotente Serse e forgiando per sempre un esempio indelebile di coraggio e sacrificio.

‘Leonida alle Termopili’. Olio su tela di Jacques-Louis David. 1814. Museo del Louvre Foto: Pubblico dominio

Serse aveva deciso di conquistare e sottomettere la Grecia per vendicare la vergognosa sconfitta subita da suo padre, Dario I, sottomesso dagli ateniesi in occasione della battaglia di Maratona, che si era svolta solo dieci anni prima, nel 490 a.C. Per placare la sua sete di vendetta il Grande Re riunì un esercito immenso, il cui numero doveva essere compreso tra 90.000 e 300.000 uominiMandò poi ambasciatori nelle principali città greche con il compito di chiedere “terra e acqua”una formula con cui in realtà si stava imponendo ai nemici ad arrendersi. Alcuni greci decisero di assecondare il volere del Grande Re e si sottomisero al suo potere. Ma non tutti gli ellenici erano disposti a rinunciare alla loro libertà: alcuni decisero di resistere fino alla vittoria o fino al disastro.

Una volta riunite tutte le nazioni dell’Asia sotto il suo vessillo, Serse guidò le sue truppe fino in GreciaNel frattempo, presagi oscuri — un’eclissi, una tempesta o delle complicazioni nel parto di una mula — annunciavano disgrazie imminenti. Molti pensarono che, lanciando l’invasione, il Grande Re avesse offeso gli dèi. Serse però non si fece intimidire e guidò le sue truppe nel nord della Grecia, dove uno stretto sentiero correva tra le montagne e il mare. La gola che separava Serse dalla Grecia era chiamata Termopili, “le porte calde”, a causa delle sorgenti calde che si trovavano nelle vicinanze. Secondo il mito il leggendario Eracle morì proprio in quel luogo, che era considerato la porta d’ingresso per la Grecia. Serse vi giunse nell’agosto del 480 a.C., esattamente 2500 anni fa.

Organizzare la resistenza

Quando i greci avvertirono la minaccia del grande esercito persiano, nessuno dubitò nel porre il comando militare della difesa nelle mani degli spartani. Gli uomini di Sparta dedicavano la vita ad addestrare i loro corpi al combattimento. La agogé, l’educazione spartana, era un decalogo di sopravvivenza e sforzo con cui i cittadini venivano addestrati nell’esercizio delle armi. Per questo motivo gli spartani venivano chiamati homoioi, “uguali”, giacché tutti avevano ricevuto la stessa istruzione e avevano gli stessi diritti.

I Greci affidarono il comando militare agli Spartani, che dedicarono la loro vita all’addestramento militare

Ma Sparta aveva delle tradizioni ferree e, quando giunse il momento di prendere le armi contro la minaccia persiana, nella città erano in corso le Carnee, le feste sacre in onore del dio Apollo, durante le quali vigeva il divieto di mobilitare l’esercito. Allora Leonida I, uno dei due diarchi (o re) di Sparta, decise di prendere in mano la situazione. Vista l’impossibilità di mobilitare l’esercito spartano per la guerra, convocò i membri della guardia reale e scelse tra loro quelli che avevano figli maschi, assicurando così la sopravvivenza delle loro famiglie se fossero morti in combattimento. Riuscì a riunire trecento spartani, con i quali si diresse a nord per rallentare l’avanzata del minaccioso esercito nemico.

Parte di un rilievo nel palazzo reale di Susa. Le figure rappresentano i membri della guardia reale intorno al 400 a.C. Museo del Louvre Foto: Newagen Archives / The Image Works

Quando Serse giunse alle Termopili, i greci avevano già organizzato la resistenza. Dal Peloponneso erano giunti perieci e iloti, abitanti dei territori vicini a Sparta, scelti con attenzione da Leonida sia per il loro coraggio che per la rettitudine morale. C’erano anche forze provenienti dalla Tespia e dalla Focide, e finanche qualche locrese; persino i tebani, di cui nessun greco si fidava all’epoca perché sospettati di stringere patti con il nemico, mandarono alcuni squadroni. È dunque probabile che le forze greche ammontassero a circa 7000 combattenti.

Gli spartani erano addestrati per il combattimento a ranghi serrati — la falange, costituita da opliti pesantemente armati –, mentre il resto dei greci probabilmente erano artigiani e contadini che possedevano un equipaggiamento oplita e che erano stati reclutati proprio in base a questo, ma che non necessariamente avevano nozioni di combattimentoInsomma, la resistenza greca si basava su 7000 uomini, ma fra questi c’erano pochissimi soldati.

La sorpresa del Grande Re

Ma i greci avevano anche qualche elemento di vantaggio. L’orografia del terreno gli era del tutto favorevole, poiché lo stretto sentiero era largo circa 15 metri. Anche così, Serse non credeva che i greci volessero affrontarlo e aspettò tre giorni prima di attaccare, certo che gli avversari sarebbero fuggiti in qualsiasi momento. Il quarto giorno però liberò la sua furia e ordinò ai suoi soldati di marciare contro i greci e di catturarli vivi. Così i persiani, forti della loro superiorità numerica, attaccarono con decisione. Tuttavia, i persiani morti furono decine, mentre i greci non sembravano cadere con la stessa facilità. Leonida, con la sua falange, sbarrava il fondo della gola, impedendo il passaggio a chiunque. Il combattimento durò fino al tramonto, e alla fine i Greci erano ancora in piedi. Il primo giorno della battaglia era finito.

Anfora con scena di combattimento. 560 a.C. circa. Staatliche Antikensammlungen, Monaco di Baviera Foto: Pubblico dominio

C’era una sorta di misticità, secondo i greci, in quella battaglia: gli ellenici credevano che tutti i popoli barbari fossero schiavi e, secondo loro, l’esercito nemico non era da meno, in quanto i persiani si dovevano alla volontà del loro padrone, il Grande Re, a cui sottostavano e che li mandò in battaglia con un completo disprezzo per le loro vite. Dal canto loro i greci combattevano per qualcosa di cui erano convinti, difendevano il loro stile di vita che definivano come risultato della libertà. La lotta che metteva a confronto gli uni e gli altri acquisì dunque, agli occhi dei greci, un aspetto universale al confrontare molti schiavi con pochi uomini liberi. Il numero dei caduti persiani diede ragione ai greci: gli uomini liberi erano superiori ai barbari.

Un esercito di uomini liberi

I greci combattevano schierandosi in una formazione compatta di opliti equipaggiati con un elmo, un’armatura, una lancia e uno scudo rotondo, l’hoplón, da cui gli opliti prendevano il nome. Ogni soldato proteggeva il compagno alla sua sinistra con lo scudo mentre la formazione avanzava verso il nemico. La falange di Leonida era un’unità di combattimento solida, una roccia immobile contro la quale i persiani si infrangevano a ondate inviate da Serse.

D’altra parte, i persiani erano dotati di un equipaggiamento difensivo molto meno efficace e il fatto che non potessero schierare la loro temibile cavalleria a causa del terreno non gli facilitava le cose. Così il secondo giorno Serse decise di impiegare la sua truppa d’élite, gli Immortali, diecimila uomini dotati di equipaggiamento molto più completo rispetto al resto della fanteria persiana. Ma lo scontro causò di nuovo innumerevoli vittime tra i persiani: il grande esercito era intrappolato, incapace di superare il piccolo gruppo di nemici che difendevano il passo.

Tradimento e morte

Fu allora che un personaggio inatteso rimescolò le carte in tavola. Efialte, un pastore greco, raccontò a Serse dell’esistenza dell’Anopea, un sentiero segreto che gli avrebbe permesso di aggirare la posizione dei greci e di accerchiarli. I persiani marciarono tutta la notte e verso l’alba sbaragliarono la difesa di un piccolo avamposto focese. Intanto, nell’accampamento greco, i presagi e gli oracoli dei veggenti confermarono a Leonida che la morte era molto vicina. Il diarca concesse alla maggior parte dei greci di partire, dispensandoli da qualsiasi obbligo, e rimase solo con i trecento spartani e diversi volontari che decisero di condividere il destino del re.

Statua marmorea di un oplita, forse raffigurante il re Leonida I, V secolo a.C., Museo archeologico di Sparta (Grecia).

Mentre gli alleati si ritiravano per avvertire dell’avanzata persiana e per aiutare nella difesa delle rispettive città, Leonida e i suoi uomini rimasero alle Termopili aspettando con calma la fine. Quella stessa mattina Serse ordinò la carica per liberare il passo. Per tutta risposta, i greci abbandonarono la posizione difensiva e uscirono allo scoperto, per affrontare la morte faccia a faccia. La battaglia fu cruenta e vi morirono più greci che nei combattimenti dei giorni precedenti. Con loro cadde anche un gran numero di persiani.

I greci combatterono con la furia di chi non ha più speranze. Con le armi ammaccate e le lance spezzate continuarono ad attaccare. La loro feroce determinazione fu tale che Serse decise di finire i sopravvissuti con una pioggia di frecce per evitare che altri suoi soldati si avvicinassero agli spartani, e che il suo esercito subisse ulteriori perdite. E anche così, Leonida e i suoi uomini lottarono fino all’ultimo respiro.

Il cadavere del re spartano fu crudelmente mutilato dai persiani, che gli tagliarono la testa per appenderla a un bastone. Dopotutto, Leonida era, ai loro occhi, il responsabile della morte di migliaia di compagni. Ma lui e i suoi uomini divennero, attraverso il loro sacrificio, eroi imperituri, simboli di coraggio e dedizionee raggiunsero la gloria per l’eternità. La gloria degli ultimi difensori delle Termopili.

 

Carica ulteriori articoli correlati
Carica altro Redazione Inchiostronero
Carica altro STORIA

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Controllate anche

«L’ALCHIMIA DEL FEGATO: UN VIAGGIO TRA MATERIA E SPIRITO»

Il significato simbolico del fegato nell'antica storia di Prometeo …